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Battisti, prevale la realpolitik

Battisti: prevale la realpolitik

Si è dimesso l’uomo chiave del caso Cesare Battisti, il ministro della Giustizia brasiliano Tarso Genro che il 13 gennaio 2009 concesse l’asilo politico all’ex terrorista dei Pac (Proletari armati per il comunismo), condannato in Italia con sentenza definitiva per quattro omicidi. Genro sta ora dedicandosi alla campagna elettorale come governatore dello stato del Rio Grande do Sul in nome del Partido dos trabalhadores di Luiz Inácio Lula da Silva. Continua

Dal Brasile, Battisti in tv: “L’Italia mi fa paura. Piuttosto mi uccido”

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Cesare Battisti sarebbe pronto a suicidarsi pur di non rientrare in Italia: “Non andrò in Italia, non arriverò vivo in Italia, ho troppa paura. Ci sono cose che si possono ancora scegliere, come il momento della propria morte”. Parola dell’ex terrorista rosso scappato prima in Francia, poi in Brasile, dove è attualmente in carcere in attesa di sentenza sulla propria estradizione. Battisti è stato intervistato dalla tv franco-tedesca Arte.
“Non penso che lascerò scegliere la mia morte agli altri, all’ingiustizia del governo italiano” ha aggiunto Battisti, intervistato nella sua cella di Papuda, vicino a Brasilia. L’ex Pac dice poi alla televisione Arte di vivere molto male la reclusione e ribadisce la sua innocenza: “dopo 30 anni” ha detto “mi mettono in prigione per crimini che non ho mai commesso. Non ho mai ucciso, ma ho fatto parte di un’organizzazione armata, ho fatto delle rapine, ero un militante qualunque e mi hanno fatto diventare un mostro, un assassino”.
Ma se l’intervista ha una data già fissata (sarà trasmessa sulla rete franco-tedesca sabato 16 maggio, alle 19), resta invece in bilico la decisione del Brasile sulla sorte dell’ex terrorista rosso: libertà o estradizione in Italia? Il Brasile di Lula va per le lunghe e a nulla sono valsi i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’ultimo, in ordine di tempo sabato 9 maggio, nel corso del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo: “Di recente ho dovuto mostrare rigore nei rapporti con i capi di Stato di Francia e Brasile per trattamenti incomprensibilmente indulgenti riservati a terroristi condannati per fatti di sangue e da lungo tempo sottrattisi alla giustizia italiana”, così aveva detto il presidente riferendosi evidentemente ai casi di Marina Petrella e Cesare Battisti. Sui quali Napolitano ha aggiunto: “Spero che la mia voce sia ascoltata”.

L’ultima notizia giunta dal Sud America segna un punto a favore dell’ex militante dei Pac: il Procuratore generale del Brasile ha dato ragione al ministro della Giustizia Tarso Genro, che a suo tempo aveva concesso a Battisti l’asilo politico. “Cesare Battisti resti in carcere”, recita il parere inviato al Tribunale Supremo Federale del Brasile (Stf, la Corte Costituzionale brasiliana), da parte del procuratore generale Antonio Fernando de Souza.
Nel suo parere il procuratore de Souza ha considerato invece che tali reati non sono ancora prescritti e ha anche suggerito che il processo presso il Stf sia estinto anche prima di essere giudicato, facendo sua la richiesta presentata dal nuovo legale di Battisti, l’avvocato costituzionalista Luis Roberto Barroso: “Ritengo non procedente l’azione e mi manifesto prima ancora che sia giudicata chiedendo l’estinzione del processo”, scrive De Souza nel documento inviato al Supremo Tribunal. Per De Souza, l’atto di concessione dell’asilo è politico e espressione della sovranità dello Stato brasiliano.
Il parere del procuratore generale, va detto, è solo consultivo, e non vincolante, rispetto alla decisione finale che dovrà emettere proprio il Supremo tribunal federal, assai più indipendente. E che dalle indiscrezioni dei mesi scorsi appare spaccato al suo interno: il presidente Gilmar Mendes, per esempio, ha sempre detto di essere favorevole al “rimpatrio” di Battisti. Dall’altra parte però pesa la scelta del ministro della Giustizia di Lula, Tarso Genro, che lo scorso 13 gennaio ha concesso lo status di rifugiato politico all’ex terrorista. La partita è ancora tutta da giocare e il fatto che Battisti sia ancora in cella fa ben sperare le autorità italiane: di fatto il braccio di ferro fra la magistratura e il potere politico brasiliano è ancora in corso. La decisione finale arriverà nelle prossime settimane
E intanto dall’Italia partono altre bordate: “Quella di Battisti è una sfrontatezza senza limiti. Se davvero meditava il suicidio avrebbe potuto pensarci dopo gli omicidi da lui commessi”, commenta il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

Esclusivo: il testo della lettera di Battisti, tra sproloqui e richieste di perdono

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Torna a parlare dal carcere di Papuda, in Brasile, Cesare Battisti. E lo fa con una lettera scritta a mano, di 8 pagine, (qui il TESTO originale e integrale), intitolata “Perché io” e consegnata ai senatori Eduardo Matarazzo Suplicy, del PT del presidente Lula e José Nery del Psol che l’ha letta ieri nel Senato verde-oro. Panorama.it l’ha tradotta integralmente e la propone in esclusiva per dare una più corretta idea del personaggio.
Brasilia: 18-02-2009
Perché io?

Anche se non ho mai creduto, come disse Voltaire, che noi stiamo in un mondo dove si vive o si muore “con le armi in mano”, l’ironia del destino ha fatto sì che oggi io mi trovi condannato per 4 omicidi. La mia situazione è terribile. Sono terrorizzato, disarmato di fronte all’ostilità e all’odio rancoroso che manifestano i miei avversari. So che dovrei lottare contro la valanga di menzogne, di falsificazioni storiche, ma ciò che mi manca per lanciarmi nella lotta è la voglia di vincere. Vincere che cosa? I miei avversari, contrariamente a me, sembra che abbiano qualcosa da difendere. Forse la loro miseria, o ricchezza, o, forse, come nel caso di alcuni attuali ministri del Governo italiano, continuare a nascondere il loro passato. Un passato di attivisti di estrema destra (fascista) responsabili direttamente o indirettamente di massacri con bombe. Non so esattamente ciò che motiva i miei avversari ad entrare in questa battaglia, ma di certo non è la sete di Giustizia. Da parte mia non pretendo di erigermi a difensore di tutto ciò che è accaduto nei sanguinosi anni Settanta. Siamo in pieno secolo XXI, non ho più verità assolute sulla società ideale, né sono importante al punto da difendere ciò che c’era di buono nei sogni di quegli anni. Non posso entrare in una guerra di questo tipo. Aggiungo che non sono neanche molto intelligente, se sono riuscito a farmi tanti nemici, se ho dato fastidio a tante persone importanti, questo è stato senza dubbio il risultato della mia incoscienza. La verità è che non ho fatto nulla per evitare tanti problemi, ma ancora devo capire come sono stato capace di raggiungere risultati così disastrosi. Rimane, comunque, la domanda: perché tanto odio? Non è per esimermi che mi dichiaro incompetente e lascio la risposta a questa domanda a persone più intelligenti, a coloro i quali non sono soliti assumere il ruolo di “angeli vendicatori”. Questa persecuzione interminabile e tutta la vicenda degli anni Settanta italiani è una lunga agonia, un grido di vergogna gettato sulla carta ingiallita dei giustizieri. Ecco cos’è, l’espressione di un volto corroso da una malattia nervosa, come un peccato originale che colpisce il corpo politico italiano. Povera l’Italia di Dante, di Beccaria, di Bobbio e di Umberto Eco. Povera la patria svuotata dal vento dell’orgoglio, del cinismo e della vanità che le impedisce di riconoscere i propri errori, i propri peccati, che non vuole abbassarsi al livello di questi paesi latinoamericani, ammettendo coraggiosamente che anche loro (gli italiani, ndr) nella stessa epoca sono passati attraverso una guerra civile a bassa intensità (leggere le dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica il senatore Francesco Cossiga) e che per combatterla hanno fatto ricorso ad ogni tipo di illegalità. Oltre a decine di prigionieri politici sotterrati vivi nelle carceri italiane, ci sono centinaia di rifugiati italiani nel mondo intero. Qui in Brasile c’è il caso di un estraditando italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista (Pierluigi Bragaglia, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari, ndr) e coinvolto nell’attentato di Bologna, 82 morti (questa è una novità assoluta. Bragaglia, in Italia condannato a 12 anni per sovversione e banda armata in Italia - lo scorso settembre il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione - non è stato condannato per la strage di Bologna, ndr). Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché? Perché l’Italia non ha agito allo stesso modo quando Sarkozi ha negato l’estradizione di Marina Petrella dalla Francia, la cui situazione penale supera di gran lunga la mia (al di là dei curriculum, alla Petrella, seriamente ammalata, la Francia ha concesso l’asilo per ragioni umanitarie e non il rifugio politico, ndr)? Perché questa ostinazione feroce contro di me mentre non si protesta per l’estradizione negata di altri quattro italiani condannati anche loro per omicidio (il riferimento è ad Achille Lollo, Pietro Mancini, Luciano Pessina e Pasquale Valitutti, i quattro ex terroristi di cui l’Italia aveva chiesto in passato l’estradizione al Brasile senza successo ma ai quali, a differenza di Battisti, non è stato concesso il rifugio politico da Brasilia, ndr)? Forse perché la mia attività di scrittore e giornalista può essere un pericolo per la manipolazione storica di quell’italia governata dalla mafia. Non so. Ciò che è certo è che, nonostante tutti gli sforzi, io non riesco ad agire di fronte a questi attacchi virulenti contro la mia persona. Non posso identificarmi nell’immagine di me che loro mi restituiscono ed associare questo riflesso censurabile alla mia identità sociale! Possono andare avanti a dire che io sono un “terrorista”, un “assassino”, ecc, in ogni caso io non riesco a pensare a me come qualcuno capace neanche della centesima parte di tutto ciò che mi attribuiscono. È curioso osservare la reazione delle persone che per qualche ragione sono arrivate ad avere un contatto con me: agenti penitenziari, altri detenuti, visite e persino i miei avvocati. Già nei primi minuti di dialogo leggo nelle loro espressioni un “non so che” di delusione ed è come se stessero pensando: “allora è questo qui il pericoloso terrorista?!”. È proprio questo che le persone dicono quando mi trovo in situazioni simili, di fronte a quelli che non sono riusciti ad evitare il bombardamento mediatico, soprattutto della “stampa spazzatura”, che fa di tutto per cercare di influire negativamente sulle decisioni giudiziarie. Rimango perplesso, sorpreso e a disagio per tutto ciò che sto causando e, senza dubbio, devo sembrare un po’ stupido, con l’aria distratta e persino incredulo nel vedere che il soggetto in questione di cui si scrive sono io. Questo perché io non ho mai voluto, quando si trattava di rispondere alle accuse, agire per la mia propria difesa. Resto ancora dell’idea che ristabilendo la verità storica, i fatti, non faccio altra cosa se non compiere un dovere civico. Mi piacerebbe gridare la verità al popolo italiano e Brasiliano ma come posso fare dal momento che la moltitudine manipolata è pronta a linciarmi ed è stata convinta del nostro (plurale maiestatis?, ndr) disonore? La fiera che si nasconde dietro la massa, dietro un sorriso di circostanza, dietro parole vuote e che aspetta solo la prima opportunità per rivelarsi io la conosco bene. Già prima che mi mettessero nel mirino, soprattutto, io sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mia ora. E io ho lasciato parlare. Ho permesso che mi trattassero da assassino, ladro, stupratore e molte altre cose. Ho permesso che si facesse tutto ciò ma non per negligenza o senso di superiorità, o perché mi credessi invulnerabile a tali insulti o perché mi piaceva che parlassero di me, bene o male che fosse. No, se io non ho protestato vigorosamente contro tali oscenità è solo perché, in qualche modo, io continuo ad essere un ottimista. Inutile avere la coscienza che quando la moltitudine si riunisce, lo fa sempre contro qualcuno, lo stesso che li ha messi d’accordo sin dall’inizio. Questo qualcuno è la repulsione di una molecola di questa moltitudine che, generalmente, un tempo lo aveva idolatrato. Anche se nei miei pensieri io mi ribello, a ragione, contro i bassi istinti della moltitudine manipolata, non ho ancora perso la speranza che una piccola luce possa accendersi all’improvviso nel mezzo di questa gente per riportarla indietro nel mondo degli esseri pensanti e degli spiriti liberi. Il mio atteggiamento può sembrare suicida o almeno contradditorio ma questa è una parte integrante dell’idea che ho dei motivi che mi hanno lanciato nell’avventura di scrivere. Perché è ben vero che prima di esser trasformato in mostro io ero uno scrittore. Comunque le autorità italiane di oggi mi perseguitano. Come spiegare ciò, come spiegare quest’Italia, la stessa che un tempo mi ha trasmesso l’amore delle parole scritte, questo sogno di libertà e di giustizia sociale, che ha fatto di me un uomo e adesso un appestato? Come spiegare quest’Italia che ha dimenticato la sua recente povertà, i suoi immigrati trattati come dei cani che morivano nelle miniere Belghe, Tedesche e Francesi. Che ha dimenticato i suoi fascismi, mai sotterrati, i suoi tentativi di colpi di Stato, la mafia al potere, la strategia della tensione, Gladio, le bombe dei servizi segreti nelle pubbliche piazze, le torture ai militanti comunisti, quegli stessi militanti che nonostante gli errori hanno sacrificato le loro vite per contribuire a fare dell’Italia un paese all’altezza dell’Europa e che oggi, 35 anni dopo, sono trattati come terroristi e alcuni di loro marciscono ancora nelle “prigioni speciali”. Sarebbe questa l’Italia, il cui capo del Governo è stato un importante membro della celebre LOGGIA P2, e che oggi decreta leggi razziste. È questa l’Italia che si rifiuta di lavare i suoi panni sporchi in pubblico? Ad ogni modo la storia non si giudica nei tribunali, i nostri giudici possono solo essere quelli che ancora verranno, lottando per una società giusta. Solo loro ci giudicheranno in modo imparziale. La verità fa male, ma illumina. La nostra storia recente ci ha mostrato l’errore e l’inganno dell’inquisizione facendo sì che cicatrici mai dimenticate fossero rimarginate e così riconoscessero gli eccessi commessi davanti alla verità imposta ai singoli. Non serve a nulla ramazzare la sporcizia sotto il tappeto perché prima o poi la sporcizia riapparirà. Riconosco di aver fatto parte di una pagina di storia scritta con sangue, sudore e lacrime, e spero che oggi i miei avversari riconoscano che mai i boia sono rimasti senza la loro paga, la storia si è sempre dimostrata implacabile con chi ha tentato nascondere i suoi errori. Viviamo in un’epoca democratica, barriere e muri sono stati abbattuti, concetti sono stati rivisti, non è forse arrivata l’ora che l’Italia mostri il suo lato cristiano? Perché il perdono è un atto di nobiltà e se sono considerato un nemico dell’Italia, persino i nemici sanciscono tregue e si perdonano. La storia ha fatto la sua parte e ha concesso all’Italia un’era di sviluppo e prosperità, si spera che a chi ha fatto dell’Italia l’Italia di tutti sia riconosciuta la sua importanza e il ruolo fondamentale che ha avuto nel ristabilimento dello Stato democratico di diritto. Anche se non compresi sono stati essenziali. Italia, Italia che uccidi il sogno dei tuoi figli e chiudi gli occhi di fronte a quelli che ti hanno difesa, non è mai tardi per un gesto di nobiltà sull’esempio del Vaticano che ha riconosciuto le sue attività durante l’inquisizione. La caccia alle streghe è finita, “si faccia giustizia non dopo la fine del mondo ma, con giustizia, proprio perché non finisca!” La società soffre molto di più con la prigione di un innocente che con l’assoluzione di un colpevole.

CESARE BATTISTI

Il VIDEO servizio:

Guarda il TESTO originale e integrale. LEGGI ANCHE: Battisti: “Il Pm Spataro ha sconfitto il terrorismo con la tortura” - Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare” - La vera storia di Cesare: perseguitato sì, ma dai reati

La vera storia di Battisti: perseguitato sì, ma dai reati

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Via Follette è una strada di campagna, a Sermoneta in provincia di Latina. Qui, in una casa di mattoni rossi con le tapparelle abbassate, vaga inquieto un fantasma. Nei fascicoli giudiziari resta la fotocopia della sua ultima carta d’identità: classe 1954, 168 centimetri, capelli e occhi castani, professione operaio. È lo spirito di Cesare Battisti che qui abitava prima di diventare un terrorista. La famiglia non ha cambiato indirizzo. Gli uomini sudano nell’officina dove preparano cartelli stradali. In questi campi sino agli anni 60 pascolavano le pecore di papà Antonio, originario del Frusinate. Poi il capofamiglia cedette il gregge e i figli cambiarono attività. Senza perdere la voglia di faticare dei Battisti, tutti orgogliosamente comunisti. Ma c’era una pecora nera in questa famiglia di pastori, il più bello e giovane di sei figli. “Cesare era intelligente e generoso, ma pure ribelle e manesco” ricorda il fratello Vincenzo, 68 anni, pensionato. Preferiva leggere piuttosto che sgobbare e, terminata la terza media, si iscrive a un istituto privato di Latina, senza successo.
Nel tempo libero corre con il go-kart dell’amico Pino, “sgasa” con il 48 della Benelli, pesca con la rete nei canali. Va a ballare al Pescheto o al ritrovo di Borgo Carso: liscio e shake. “Pensavamo solo a divertirci e lui non parlava mai di politica” ricorda oggi Pino, 56 anni. Il primo vero reato lo commettono insieme. È il 13 marzo 1972. I verbali di polizia raccontano che a Ciampino alle 7.20 del mattino quattro persone vengono fermate dai carabinieri mentre scaricano 31 macchine per scrivere e da calcolo Olivetti da una 1.500 e da una 500, entrambe Fiat. Le auto sono rubate, come la merce, che vale circa 6 milioni, una piccola fortuna per l’epoca. Cesare, 17 anni, Pino, 19, e Pier Carlo, 30, la stanno rivendendo per 600 mila lire a un meccanico ventisettenne, il ricettatore. “Battisti non aveva bisogno di quei soldi: i fratelli lo pagavano bene per dare una mano nell’azienda di famiglia” sostiene Pino, passato turbolento e presente senza lavoro. La vita di Battisti è sempre più adrenalinica, le ragazze non gli mancano. Scalda i muscoli nella palestra dell’estremismo politico e ogni tanto va a fare a pugni con i giovani neofascisti di Latina nei bar vicino allo stadio. Ama le auto e viene arrestato per guida senza patente. Acquista una Mini minor rossa K2 con cui sfreccia nelle strade dell’Agro pontino.
A Latina frequenta una prostituta di vent’anni, Clara. Il 1° maggio 1974, insieme con un amico, convince due ragazzine di origine calabrese (una di 16 e l’altra di 13 anni) a seguirli in treno. Arrivano sino in Sicilia. In albergo fanno l’amore. La “fuitina” dura quasi due settimane. Battisti viene denunciato per “sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace”. Poche settimane dopo lui, invece di scusarsi, aggredisce lo zio della tredicenne. Sabato 3 agosto 1974, insieme con Claudio e Luciano, due coetanei, decide di esagerare. Viaggiano su una Giulia 1.600, “trombe potenti e carburatori rumorosissimi ” informa un giornale dell’epoca. Sgommano sul lungomare di Sabaudia, si fanno notare dai vigili. Poi si calano tre calzemaglie sul volto: con una pistola calibro 7,65 e una lupara entrano nella villa di Giuseppe Cerquetti, dentista romano. L’uomo ospita per le ferie un’amica e tre ragazzini. Due di loro sentono dei rumori ed escono in giardino impugnando una pietra e un bastone. Si trovano di fronte Battisti e compagni con le armi spianate. “Sebbene travisati erano facilmente riconoscibili ” ricorda 35 anni dopo Cerquetti. “A parlare era solo Battisti e, anche se ci hanno legati e imbavagliati, onestamente non sono stati violenti”. Alla fine il bottino è magro e dopo un paio d’ore i tre sono già in manette. Battisti finisce prima nel carcere di Spoleto, poi in quello romano di Rebibbia. Il 20 febbraio 1976 esce per decorrenza dei termini della custodia preventiva. A maggio parte militare, destinazione Casale Monferrato (Alessandria).
Fa di tutto per abbandonare la divisa: lamenta diversi malanni, dalle vertigini alle coliche. Un ufficiale medico lo riconosce “demente” e lo spedisce nell’ospedale pischiatrico di Torino. Alle visite successive risulta “abile e arruolato”. Viene mandato al gruppo artiglieri di Udine. All’inizio del 1977 finisce nella casa circondariale del capoluogo friulano per i suoi precedenti reati da borghese. Qui conosce Arrigo Cavallina, insegnante e aspirante rivoluzionario, futuro fondatore dei Pac, i sanguinari Proletari armati per il comunismo. Il 16 maggio per Battisti arriva la scarcerazione e viene trasferito al distretto militare di Latina. Qui si rifiuta con altri compagni di partecipare alle esercitazioni per l’ordine pubblico. Battisti invia una lettera al nuovo amico, il terrorista Cavallina: “L’associazione a delinquere cossighiana ha pensato bene di tenere pronto l’esercito (…) il colonnello ha tenuto il suo bravo discorsetto e da qui sono cominciati i casini” scrive. Il 1° giugno un caporalmaggiore viene picchiato da due giovani mascherati e inizialmente viene incolpato lui. È anche accusato di aver minacciato “di dare una scarpata in testa” allo stesso sottufficiale. Il 9 giugno viene arrestato e incarcerato a Forte Boccea. Alla fine viene condannato per insubordinazione.
Per alcuni mesi entra ed esce dal carcere. In quel periodo frequenta Lucia, una giovanissima studentessa di Latina, e Gianni, ventiduenne scapestrato: “Eravamo entrambi fuori di cervello” ammette oggi l’ex compagno, di professione bidello. Il 3 febbraio i due, insieme con Roberto, ventenne incensurato, prendono d’assalto l’ufficio postale di Montecchio, frazione di Sermoneta. “Entrarono armati e mi piantarono la pistola contro la nuca” ricorda l’allora direttore Guido Mancini. “Se non sono crollato a terra per la paura è solo perché avevo le ginocchia appoggiate al muro”. Il furgone portavalori non è ancora arrivato e l’assalto è un fallimento: nelle casse ci sono 297 mila lire e altre 300 mila di marche per patenti. Gianni e Roberto vengono arrestati poco dopo. Battisti riesce a fuggire. “È il più pericoloso, con sé ha la pistola e i soldi” scrive il Messaggero.
Il fuggitivo trova ospitalità a casa del compagno Cavallina, a Verona. “Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata” si rammarica il fratello, Vincenzo Battisti, con la sigaretta tra le dita. Così, quasi per caso, un piccolo malvivente si fece terrorista. E ora fa il perseguitato politico.

Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare”

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Caso Battisti, rispondono gli accusati: “Abbiamo già pagato”

Alla lettera di Cesare Battisti dal carcere di Rio de Janeiro rispondono gli ex terroristi chiamati in causa: “Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri. Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti”. Così scrivono gli ex Pac (Proletari armati per il comunismo) Sebastiano Masala e Giuseppe Memeo, insieme alla moglie di Gabriele Grimaldi (morto nel 2006), Pia Ferrari, replicando alla lettera, diffusa ieri, in cui Battisti li indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La dichiarazione non è sottoscritta da Sante Fatone, che diventò collaboratore di giustizia. “Siamo stati condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato”, aggiungono nella dichiarazione gli ex Pac. “Abbiamo scontato la pena fino all’ultimo minuto - spiegano - usufruendo dei benefici, previsti dall’ordinamento penitenziario per tutti i detenuti”.

Battisti: “Ecco i nomi degli assassini”

“Non sono responsabile per nessuna delle morti di cui sono accusato e so che il dolore che hanno causato è immenso ancora oggi”: dal carcere di Papuda, vicino Brasilia, dove è detenuto, Cesare Battisti si dichiara innocente e, in una lettera resa nota dai suoi avvocati, fa i nomi di quelli che indica come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. La lettera (quattro pagine, scritta a mano in portoghese, con qualche errore di grammatica e qualche cancellatura) ha la data odierna e porta la firma dello stesso ex terrorista, sia in corsivo sia in stampatello.

La lettera. Il testo si apre in questo modo: ”Amici giornalisti, sono sicuro che comprendete la mia difficile situazione che sto vivendo da quando ho saputo della concessione dell’asilo politico in Brasile e sono rimasto agli arresti”. Nella lettera l’ex terrorista afferma che i responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato sarebbero quattro suoi ex compagni dei Pac (Proletari armati per il comunismo), con lui condannati, mentre lui stesso sarebbe innocente. Il colpo che ferì e rese invalido il figlio del gioielliere Torregiani, sempre secondo Battisti, sarebbe partito invece dall’arma del padre del ragazzo. Dopo aver ribadito i principali punti della linea difensiva adottata dai suoi legali, l’ex terrorista afferma che “è provata la responsabilità degli omicidi, specialmente quello del gioielliere Pier Luigi Torregiani”, del quale - scrive - “sappiamo dalle autorità italiane che gli autori sono le seguenti persone: Memeo, Fatone, Masala e Grimaldi, tutti collaboratori di giustizia, ‘pentiti’, e che la pallottola che colpì il figlio del gioielliere Torregiani proveniva dalla pistola di suo padre”. I quattro chiamati in causa da Battisti sono Gabriele Grimaldi, Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Sante Fatone, processati con lui per omicidio a banda armata. “La persona che mi ha accusato è stata torturata”, scrive ancora Battisti, senza farne il nome. Nella lettera, l’ex membro dei Pac ringrazia ”lo sforzo del senatore (Eduardo) Suplicy, della mia amica Fred Vargas e dei miei avvocati per avermi messo in contatto con la stampa”. Battisti esprime infine sentimenti di “ansietà, tensione e nervosismo” a causa - spiega - della “difficile situazione che sto vivendo dal momento che ho saputo della concessione dell’asilo politico in Brasile e continuo agli arresti”. “Spero che la mia situazione venga compresa” conclude Battisti nella lettera “e che io possa vivere in liberta, con la mia famiglia gli ultimi anni della mia vita”.

Gli accusati. I quattro, in particolare - in qualità di componenti dei Pac, i Proletari armati per il comunismo - sono stati definitivamente condannati quali responsabili dei quattro omicidi attribuiti a Battisti e ai Pac: quelli del gioielliere Pierluigi Torregiani e del macellaio Lino Sabbadin, avvenuto nello stesso giorno, il 16 febbraio 1979, il primo a Milano ed il secondo a Mestre (Venezia) e quelli del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Torregiani e Sabbadin furono condannati a morte dai Pac perché entrambi, reagendo a tentativi di rapina, avevano ucciso due banditi.
Grimaldi, Memeo, Masala e Fatone (quest’ultimo gravemente ferito alla testa in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 15 giugno 1984) sono stati condannati a pene variabili dopo una lunga vicenda processuale: hanno poi ottenuto la semilibertà, essendosi alcuni pentiti (in particolare Fatone), altri dissociati dalla lotta armata.

La sentenza dell’omicidio Torregiani. Nel verdetto è fornita anche una ricostruzione del delitto e del ruolo svolto da alcuni degli imputati citati oggi dall’ex terrorista che si trova in Brasile. “Alle ore 15 del 16 febbraio 1979″ si legge nella sentenza “mentre a piedi in compagnia dei due figli minori si dirigeva verso il proprio negozio, Pierluigi Torregiani cade vittima di un agguato. Due giovani (Memeo e Grimaldi) che lo precedevano, voltandosi improvvisamente, sparano due colpi contro di lui; il giubbotto antiproiettile, attutendo l’impatto, gli consente di difendersi a sua volta. Viene nuovamente colpito, questa volta al femore, e crolla a terra. Spara ancora contro gli aggressori, ma un proiettile colpisce il figlio, ferendolo gravemente; il gioielliere viene infine colpito alla testa. Trasportato all’ospedale, vi arriverà cadavere; il figlio resterà paraplegico ed incapace di camminare” per le conseguenze di un colpo di pistola partito dall’arma del padre nel tentativo di difendersi, circostanza ribadita da Battisti.

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Latitanti italiani: Battisti e i suoi fratelli

Cesare Battisti

In molti a Parigi hanno applaudito l’asilo politico concesso dal Brasile a Cesare Battisti, fuggito dalla Francia nel 2004 alla volta di Copacabana. Tomàs, 20 anni, studente in legge, è uno di loro. Ha gli occhi chiari della madre e vive in un palazzo liberty sulla Rive gauche. Scende di corsa lo scalone di marmo con in corrimano in ferro e raggiunge il cronista alla porta. Lo squadra come se fosse un fantasma: «È la prima volta da quando sono nato che qualcuno tira fuori il passato di mia madre. Quella pagina per noi è girata».
La madre è Paola Filippi, 56 anni, padovana, «emigrata» a Parigi nel 1982, ex compagna di lotta di Battisti, condannata in via definitiva dal tribunale di Milano a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio. Oggi fa l’interprete e l’aiuto-psicologa negli ospedali (ha dato qualche esame ai tempi della lotta armata). Nella capitale francese gli ex terroristi sono una piccola comunità: in base agli elenchi più aggiornati (qui sotto quello del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) i latitanti di estrema sinistra residenti in Francia e incolpati di reati legati all’eversione sono una quarantina. Per dieci di loro lo Stato italiano ha in corso una richiesta di estradizione.
Dunque non c’è solo il caso Battisti. Per esempio Oltralpe vivono alcuni suoi vecchi compagni dei Proletari armati per il comunismo che hanno preferito la fuga al carcere. Tra questi Luigi Bergamin, ideologo dei Pac, condannato a 26 anni di reclusione. La Francia ha rifiutato la sua estradizione e lui continua a fare il traduttore a Metz. Non rischia il rimpatrio neppure Filippi, naturalizzata francese grazie al matrimonio. Secondo la giustizia italiana, questa signora di mezza età, il 16 febbraio 1979 partecipò insieme con Battisti e con l’allora fidanzato Diego Giacomini all’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia), condannato a morte per aver ucciso un rapinatore. Paola e Diego, autonomi duri, all’epoca erano soprannominati Bonnie e Clyde, a causa della passione per le rapine e per il tiro a segno con la pistola. Scrisse di lei Pietro Forno, giudice istruttore nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti».
Il figlio, vittima di anni che non ha mai vissuto, non crede ai magistrati: «Mia madre mi ha assicurato che le accuse sono false. Ora non intende più parlarne, ha cancellato tutto. Vive nel futuro». Difficile spiegarlo ai parenti delle vittime. «La sua pena è l’esilio» ribatte Tomàs. «Per non essere arrestata non ha potuto partecipare neppure ai funerali dei genitori». Era un bimbo di 7 anni quando ha chiesto per la prima volta alla madre perché non tornasse mai in Italia: «Da allora, ne abbiamo riparlato solo quando sono diventato maggiorenne, poi basta». Il ragazzo conosce le vicende dei Proletari armati per il comunismo attraverso i giornali francesi e dice con tono fermo: «Sono contento che il Brasile non abbia concesso l’estradizione per Battisti. Contro di lui ci sono solo le dichiarazioni dei pentiti». Probabilmente ripete la versione della madre, che al figlio non ha mai confidato il suo pentimento. Dice il ragazzo: «Quella è la sua storia, non la mia»
La stessa di altri latitanti, fuggiti a Parigi quando il presidente François Mitterrand concesse asilo ai protagonisti degli anni di piombo in cambio della buona condotta. Un patto che ha resistito sino al 2002, quando è stata concessa l’estradizione dell’ex Br Paolo Persichetti. In altri 15 casi è stata rifiutata: 4 richieste riguardavano latitanti condannati all’ergastolo. Nel 2008 Marina Petrella si è salvata dall’espulsione per «ragioni umanitarie», minacciando il suicidio dopo aver perso in prigione quasi 20 chili.
Nello stanzino al secondo piano del ministero della Giustizia francese, in place Vendôme, Teresa Angela Camelio, magistrato di collegamento italiano ed esperta di terrorismo (in Toscana ha combattuto nuove Brigate rosse e anarcoinsurrezionalisti), mette a punto le richieste. La sua scrivania, dopo il trasferimento del predecessore Stefano Mogini, era rimasta vuota per quasi due anni: ora ha ripreso a funzionare a pieno ritmo. Le posizioni dei latitanti italiani sono di nuovo sotto esame. Non è facile riportarli in patria: nonostante l’età, la dottrina Mitterand sopporta bene gli assalti dei magistrati italiani. Come la recente richiesta di fermo per Bergamin da parte della procura di Milano. Anche perché in Francia il mandato di arresto europeo è applicabile solo per i reati successivi all’agosto del 1993, ponendo di fatto gli anni di piombo sotto l’egida dell’istituto dell’estradizione e quindi del potere politico anziché di quello giudiziario.
E quando l’Italia bussa, la Rive gauche ribolle: nel caso Petrella si è mobilitata persino Valeria Bruni Tedeschi, cognata del presidente Nicolas Sarkozy. Ecco perché molti latitanti restano a invecchiare in Francia e, magari, ad attendere la prescrizione della pena: «Non sono più ricercata dal marzo scorso» esulta con Panorama, per esempio, l’ex brigatista torinese Olga Girotto. Non hanno la stessa fortuna i suoi dieci ex compagni per cui è in corso la richiesta d’estradizione.
Cinque di loro vivono a Parigi, tre nell’hinterland, gli altri due a Montpellier e Duisans. Hanno tutti cambiato vita. Giovanni Alimonti, 53 anni, fa l’insegnante di italiano; Massimo Carfora, 52, è titolare di una società che organizza fiere e saloni; Giorgio Pietrostefani, 65, accusato dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, fa l’editore; Vincenzo Spanò, cinquntaduenne reggino, ha un ristorante. In cima alla lista dei super ricercati ci sono Roberta Cappelli, 53 anni, commerciante, e l’ex marito Enrico Villimburgo, 54, tecnico informatico, condannati all’ergastolo ed ex componenti della sanguinaria colonna romana delle Br (rapimento e uccisione di Aldo Moro, omicidi Bachelet, Minervini, Galvaligi…). Villimburgo risulta domiciliato in una viuzza a pochi passi dalla chiesa di Notre-Dame-de Lorette. Sulle cassette della posta il nome non c’è e nel cortile del caseggiato nessuno lo ricorda. Nella vicina pizzeria «Cantina clandestina» non l’hanno mai visto. Il proprietario, un piccolo editore, informa che, in compenso, ha conosciuto il fondatore delle Br Renato Curcio.
Cappelli vive, invece a est, in rue Reulley, a pochi passi dalla Camera del lavoro. Il palazzo dove risiede sembra una prigione: è un parallelepipedo di cemento alto 11 piani con 330 finestre tutte uguali sulla facciata. Lei non si nasconde: il nome è sull’elenco telefonico da quando si è rifugiata Oltralpe, nel 1993. Se la Francia concedesse l’estradizione, tornerebbe in Italia a scontare la pena o scapperebbe all’estero come Battisti? Cappelli, con voce stanca, risponde: «Mi scusi signore, è talmente evidente: se sono rimasta qua con tutte queste bufere, che cosa vuol dire secondo lei?». Battisti nega di aver commesso quello di cui lo accusano, l’ex Br, sceglie un’altra linea: «Io mi assumo tutta responsabilità di quella storia». Quindi aggiunge con leggerezza un «voilà», quasi a significare: ecco, mi sono tolta un peso.
Nella lista dei dieci per cui l’Italia ha chiesto l’estradizione c’è anche chi la prende con allegria: «Sono temutissimo: non si sa mai che cosa potrei preparare tra un piatto di pasta e un tiramisù» scherza Maurizio Di Marzio, romano, ex terrorista e oggi ristoratore. Da maggio, dopo la nascita del figlio, ha aperto una piccola brasserie poco distante da piazza della Bastiglia: «Qui vengono a mangiare pure diversi amici poliziotti» assicura. Il suo locale è un punto di riferimento per alcuni latitanti. Di Marzio è fuggito in Francia nel 1994, prima di essere condannato definitivamente a 18 anni per due ferimenti, una rapina e un tentato sequestro. La sua richiesta di estradizione è pronta da 14 anni, ma la Francia non l’ha mai firmata. Lui si sente un perseguitato: «In Italia ho trascorso sei anni in prigione, me ne restano da scontare altri cinque: perché continuo a essere inserito nella lista dei super ricercati? Non ho mai ucciso, al contrario di pentiti come Savasta, Segio, Peci, che mettevano le tacche sulle pistole».
Di Marzio dice i non aver fiducia nella giustizia italiana: «Nei processi sono emerse un sacco di fandonie e se Cesare dice che è innocente gli credo». Parla di Battisti, di cui ricorda le serare passate insieme con Cappelli e Villimburgo a discutere di estradizione, ma anche di politica, «magari prima delle elezioni italiane». Cita Karl Marx, però giura di essere cambiato: «Qui lo siamo tutti. Io sono persino diventato un padrone» prova a sdrammatizzare. Al figlio non sa cosa racconterà della sua storia e si capisce che non ha ancora metabolizzato il passato: «Ho fatto un mare di sciocchezze e non ripeterei l’esperienza della lotta armata, ma prima di giudicare bisogna considerare il contesto, il clima degli anni ‘70». Vuole dire qualcosa ai parenti delle vittime? «Che li capisco, ma mi chiedo anche perché non intervistino mai quelli di chi è morto nelle stragi di Stato». Sembra di riascoltare un vecchio 45 giri: l’orologio di Parigi è fermo al 1993. Chissà se il ministero della Giustizia italiano riuscirà a sbloccarlo. Sarkozy e Lula permettendo.

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Cesare Battisti, l’ex terrorista scrittore a cui il ministro della Giustizia brasiliano Tarso Genro ha concesso lo status di rifugiato politico scatenando una crisi senza precedenti tra Italia e Brasile ha concesso al settimanale brasiliano Istoé un’intervista esclusiva. Riportiamo qui stralci dell’ampia intervista tra Battisti e Istoé che inizia con la domanda se Battisti tema che il Brasile torni sui suoi passi tramite il Supremo Tribunale Federale che si pronuncerà nei prossimi giorni sul suo caso. “No”, risponde Battisti, “la decisione di Genro è ben fondata, ha analizzato tutti i documenti e non è stata una lettura superficiale”. Poi Istoé chiede a Battisti di Pietro Mutti, un suo vecchio compagno dei PAC intervistato sul numero scorso da Panorama nel reportage di Amadori e delle accuse che lui ha confermato a questo giornale. “Io non ho ucciso nessuno, né il gioiellere né il poliziotto. È fuori dal mondo. All’epoca di questi omicidi non ero più membro dei Pac”, si difende Battisti. Istoé poi chiede se ha spiegato queste cose ad Alberto Torregiani, che oggi a causa è costretto su una sedia a rotelle, figlio Del gioiellere ucciso dai Pac e che molto si sta battendo per la sua estradizione. Battisti risponde: “è lamentevole ciò che sta facendo Torregiani. Lui sa che non c’entro nulla. Ho già scambiato molte lettere com lui. Una corrispondenza di amicizia, sincerità e rispetto. Ma Alberto Torregiani soffre la pressione del governo italiano perché, dopo tanti anni di lotte è riuscito ad ottenere una pensione come vittima del terrorismo. Dal 2004 e il governo italiano sta facendo su di lui pressioni perché potrebbe togliergliela”. Poi Istoé torna su Mutti, sottolineando la stranezza della sua intervista a Panorama dopo anni di silenzio e Battisti risponde “Mutti ha ripetuto parola per parola ciò che disse ad Armando Spataro nel 1981 e, come tanti altri “pentiti” aveva parlato sotto tortura”. Alla domanda del settimanale brasiliano che però l’Italia non era una dittatura bensì una democrazia Battisti risponde che “sì c’era una democrazia ma con la mafia al potere. Avevamo un primo ministro che restò per decenni al potere e che è stato condannato per essere mafioso. Sto parlando di Giulio Andreotti. C’erano anche i fascisti che non sono mai stati allontanati dal potere e che oggi, sfortunatamente, sono ritornati”. Su Maria Cecilia B. (Istoé inserisce nella risposta dell’ex terrorista scrittore il cognome depennato da Panorama nel reportage di Amadori) Battisti sostiene che “non è mai stata la mia fidanzata, è stata una collaboratrice di giustizia. Era ciò che in gergo si definiva una collaboratrice secondaria e che confermava dettagli per sostenere l’accusa”. Perché ha tardato 16 anni per dire che non ha ucciso nessuno? chiede ancora Istoé. “Perché gli altri che hanno confessato avevano detto che avevano ucciso davvero. Se io mi fossi difeso mi sarei differenziato aprendo una breccia nella Dottrina Mitterand, che imponeva la stessa difesa per tutti… Ho obbedito a questa regola di condotta e in nessuna fase di questo processo ho rivendicato la mia innocenza. Ho fatto un documentario sugli anni di piombo e questa è la causa della vendetta dei poderosi politici italiani”.
Battisti rivela anche che furono i servizi segreti francesi a consigliargli di fuggire in Brasile e a fornirgli il passaporto falso intestato a un “signor Ferrari” con il quale raggiunse prima la Spagna e poi Rio de Janeiro. “Erano persone dei servizi segreti, l’idea della mia partenza per il Brasile è stata di un loro agente”, afferma. “Nell’ufficio dei miei avvocati, questa persona mi disse che l’Italia stava facendo pressioni per quello che avevo scritto nei miei libri”. Così, secondo l’ex terrorista, “una settimana dopo hanno mandato un individuo a consegnarmi un passaporto italiano con la mia foto e i miei dati”. Battisti racconta inoltre il suo viaggio verso il Brasile: “Sono andato in macchina fino in Spagna e poi in Portogallo, e da Lisbona sono andato sull’isola di Madera, quindi in nave alle Canarie dove ho preso un aereo per Capo Verde e da lì per Fortaleza. “Io non sono mai stato militante in nessuna organizzazione militare”, ribadisce Battisti, “né nel Fronte Ampio (organizzazione insurrezionale brasiliana sorta ai tempi del regime militare; ndr) né nei Pac, da cui uscii nel maggio 1978, dopo la morte di Aldo Moro”.


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Cesare Battisti

La nuova presa di posizione è del procuratore generale Antonio Fernando de Souza, che ha chiesto l’archiviazione del processo di estradizione dell’ex terrorista italiano al Tribunale supremo federale.

La notizia, diffusa dalla tv brasiliana Globo, ha spinto l’Italia ha deciso alla scelta di richiamare per consultazioni l’ambasciatore in Brasile. La decisione “grave” di non concedere l’estradizione in Italia per Cesare Battisti “è francamente inaccettabile” ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini spiegando le motivazioni che hanno condotto il governo ha richiamare in patria per consultazione l’ambasciatore a Brasilia Michele Valensise.
“Avevamo auspicato” dice Frattini “il ripensamento e una riflessione approfondita. Il fatto di decidere solo dopo 48 ore, senza avere oggettivamente valutato con la profondità che avevamo auspicato, ci sembra un po’ di non voler decidere e coprire puramente e semplicemente la decisione politica del ministro della Giustizia“. “Questo” rileva il ministro degli Esteri “è francamente inaccettabile, quindi convochiamo l’ambasciatore d’Italia a Roma per consultazioni sulla vicenda. Voglio capire anche da lui quali sono le strade. Il Brasile” conclude “è un grande Paese, amico dell’Italia da sempre. Dal Brasile non ce l’aspettavamo. Di qui la gravita’ della reazione del governo italiano”.

Il procuratore De Souza ha risposto col suo parere negativo alla domanda che gli era stata posta dal presidente del Supremo Tribunale Federale (Stf), Gilmar Mendes, una settimana fa, sull’estradizione di Battisti. Il procuratore generale brasiliano ha spiegato che non si può più concedere l’estradizione, perché Battisti ha ottenuto dal ministro della giustizia, Tarso Genro, lo status di rifugiato politico. Pertanto l’ex membro dei Pac (Proletari armati per il comunsimo) non potrà essere trasferito in Italia. L’anno scorso lo stesso procuratore De Souza aveva dato parere positivo riguardo all’estradizione di Battisti. Il Stf si riunirà probabilmente a partire dal 2 febbraio per decidere la scarcerazione o meno di Battisti alla luce del parere dato stasera dalla magistratura brasiliana.
Il Brasile ha una lunga consuetudine come rifugio di latitanti. Il caso più eclatante è forse quello del dottor Josef Mengele, detto l’Angelo della Morte di Auschwitz, morto in questo paese nel 1979. In Brasile trovò rifugio anche Ronald Biggs, autore della nota rapina al treno britannico, tornato a Londra nel 2001.
Genro ha citato come esempio della consuetudine del Brasile a ospitare gli esiliati, lo status di rifugiato politico concesso nel 1989 al dittatore paraguayano Alfredo Stroessner, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa privata Estado. Stroessner è stato uno dei più duraturi dittatori sudamericani, che a Brasilia si è rifugiato fino alla morte nel 2006, all’età di 93 anni.

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