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Permessi lenti, soggiorno a rischio: le due facce della burocrazia

Africani a una manifestazione della Cisl - Ansa

Africani a una manifestazione della Cisl - Ansa

Il vero nemico dell’integrazione e del lavoro in regola? Forse sono proprio le carte bollate. E i ritardi cronici della burocrazia italiana. Continua

Lo sciopero non basta più, la lotta operaia si fa in cima alle gru. Così la Innse ha fatto scuola

Photostream - Operai sul tetto della fabbrica a Melfi
Tutto è cominciato alla Innse, fabbrica metalmeccanica milanese che sfornava anni fa la mitica Lambretta. Il 4 agosto cinque operai stavano partecipando alla protesta contro la chiusura dello stabilimento. Poi a uno di loro è venuta un’idea: salire sul carroponte a 17 metri d’altezza. E lo hanno fatto sul serio. Con viveri e bottiglie d’acqua sono stati lì per ben otto giorni. Sono scesi pochi giorni prima di Ferragosto, quando l’azienda è stata venduta da Silvano Genta al gruppo Camozzi che ha assicurato la continuazione dell’attività (e dei posti di lavoro). Insomma, un braccio di ferro vinto dagli operai con una protesta dura e, soprattutto, ”mediatica” (con tanto di gruppo di sostegno su Facebook). Il caso ha fatto scuola. Ovviamente. E così nel mese di agosto le proteste in stile Innse si sono moltiplicate in tutt’Italia. E quasi sempre con la vittoria degli operai, che minacciano di buttarsi giù.

Da Roma a Potenza, tutti sulle gru
Il 10 agosto è la volta di sette operai della Cim, una ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che sono saliti su una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Protestavano contro la possibile chiusura dell’azienda, che avrebbe dovuto cambiare sede perchè sorge su un terreno comunale in vendita. Anche loro, però, hanno vinto: sono scesi tre giorni dopo, quando il Comune ha sospeso l’ordinanza di sgombero del terreno pubblico. E ancora.

Quattro giorni dopo, sempre nella capitale,  sette vigilantes dell’istituto Urbe, durante una manifestazione contro la privatizzazione dell’azienda che avrebbe provocato il licenziamento di circa 300 guardie giurate, hanno raggiunto il terzo anello del Colosseo. Sono scesi due giorni dopo, quando hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di trattativa con il governo. Non è finita. Passato Ferragosto sono cominciate le proteste di “classe” in tutt’Italia. Una dietro l’altra.

Il 24 agosto gli operai della cartiera ex Cdm di Saluzzo (Cuneo) hanno organizzato un presidio all’ingresso dello stabilimento: sono preoccupati per l’acquisizione o l’affitto della ditta da parte della società Ital Tissue, che potrebbe mettere a rischio molti posti di lavoro. Non salgono però sul tetto della fabbrica.
Il giorno dopo, invece, ancora episodi “estremi” in stile Innse. Stavolta nelle Marche e in Basilicata. Una decina di operai di una cooperativa che lavora ai cantieri navali di Pesaro sono saliti su due gru al porto per protestare: da due mesi non prendono lo stipendio. Lo stesso giorno sette operai della Lasme, azienda di Melfi (Potenza) che produce per la Fiat e che nelle settimane scorse ha deciso di chiudere collocando in mobilità 174 persone, sono saliti da una scala esterna sul tetto della fabbrica dove hanno passato la notte all’addiaccio, mentre gli altri lavoratori hanno “occupato” il piazzale dello stabilimento. “Rimarremo qui fino a quando non riavremo il lavoro”, hanno dichiarato i lavoratori.

Le reazioni
“Una protesta modernissima”, il commento di Fausto Bertinotti, l’ex leader di Rifondazione comunista, che non si faceva sentire da tempo.
Ma sono in tanti, e soprattutto a sinistra, a leggere positivamente il gesto “estremo” degli operai sulla gru. “Il punto critico non è se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l’ assenza di una politica della sicurezza socio-economica”, ha scritto su Repubblica il sociologo Luciano Gallino.
E il segretario nazionale della Cgil, Guglielmo Epifani, intervistato dal Corriere della sera, è entusiasta. “È una vittoria di questi lavoratori perché hanno creduto nella propria lotta e hanno avuto argomenti forti da spendere”. La vicenda Innse? “È stata una bella pagina di lotta operaia”.
“Il caso della Innse ci offre molti spunti di riflessione”, ha affermato il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano. “Si tratta di una vicenda che si conclude positivamente. In un autunno che si preannuncia estremamente caldo si tratta di un caso che farà, per molti versi, scuola, anche sotto il punto di vista del positivo uso dei media con cui è stato rotto il silenzio che di solito avvolge le lotte degli operai”.
E infatti, riflette Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori “la prima considerazione politica”da fare è questa: “la lotta radicale paga. La dove falliscono i tradizionali scioperi simbolici o i vecchi minuetti delle relazioni istituzionali, la lotta radicale strappa il risultato. Ora si tratta di far tesoro di questa lezione e di generalizzarla”.
Per Gianni Baratta, segretario confederale Cisl, intervistato da il Giornale, la morale è invece un’altra. “Qui i lavoratori credevano nelle capacità della propria azienda, avevano un progetto in testa, e invece di provocare disagio ai cittadini hanno attivato l’interesse dei media, delle istituzioni e degli imprenditori. Se invece l’obiettivo è la mera protesta, allora non mi pare una buona strategia per uscire da questa crisi (…) Capiamoci, non è che i 49 dell’Innse hanno vinto perché cinque di loro sono saliti su una gru. Ma perché sono riusciti a spiegare, in modo intelligente, che la loro azienda aveva un futuro. Se però non ci fosse stato un contenuto a riempire la loro protesta, non avrebbero trovato nessuno disposto a investire per salvare l’azienda”.


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La doppia vita di Cofferati: l’ex leader Cgil condannato per condotta antisindacale

Sergio Cofferati

Sette anni fa, a guida della Cgil, aveva portato al Circo Massimo tre milioni di persone per difendere lo Statuto dei lavoratori. Sergio Cofferati, sindaco uscente di Bologna ed ex segretario nazionale della Cgil, lunedì è stato condannato per non aver rispettato proprio quello stesso statuto: condotta antisindacale.

I ruoli nella storia, diceva Hegel, per paradosso si invertono: il servo diventa padrone. E a Bologna, il “Cinese” si trasforma: da “girotondino” in sindaco “sceriffo” e da ex leader sindacale contrasta gli scioperi. Prima una cosa, poi il suo contrario.
Il 23 marzo del 2002, infatti, il “Cinese” era ancora il numero uno della Cgil e aveva guidato una folla di 3 milioni di persone al Circo massimo per protestare contro la riforma dell’articolo 18. Dopo sette anni, è stato condannato dal tribunale del Lavoro di Bologna per condotta “antisindacale” in qualità di rappresentante legale e presidente della Fondazione del Teatro Comunale di Bologna: non ha rispettato l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Tutto è nato durante la rappresentazione a fine marzo della Gazza ladra: i rappresentanti dei lavoratori dell’Ente lirico della Cisl e Fistel-Cisl e Fisals-Cisal presentano un esposto al tribunale del Lavoro in seguito all’affissione in bacheca di un annuncio, firmato dal direttore del personale del teatro, in cui si avvisava che, in caso di adesione allo sciopero proclamato per quattro giornate a partire dallo scorso 22 marzo (che avrebbero fatto quindi saltare la rappresentazione della Gazza ladra), non sarebbero stati pagati anche i dipendenti non aderenti allo sciopero. “Un comportamento intimidatorio per il quale abbiamo presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale del lavoro sulla base dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori”, ha detto Marica Morara, il legale della della Cisal. Lo stesso sindaco di Bologna, melomane appassionato si era presentato, la scorsa settimana, durante l’udienza per difendere il Teatro.
E all’Ansa il “Cinese” aveva sostenuto che a termini di statuto il responsabile non è il presidente della Fondazione, ma il sovrintendente, Mario Tutino. E che comunque in occasione di questi scioperi veniva violato da parte degli scioperanti uno dei principi cardine di una corretta lotta sindacale: e cioè che al danno inflitto al datore di lavoro con lo stop alle attività, corrispondesse un danno dei lavoratori, con la perdita della paga nelle ore di sciopero. Secondo Cofferati, in alcuni casi, in quel teatro era sufficiente che una sola categoria di dipendenti, magari gli addetti alle luci, alcune unità, bloccasse il lavoro di tutti. Col risultato che il danno era massimo per il teatro, mentre alle altre decine di dipendenti doveva essere riconosciuto per intero lo stipendio. In questo modo, aggiunse, diventava molto facile scioperare.
Ma non è bastato: il giudice del tribunale del Lavoro, Filippo Palladino, lunedì lo ha condannato per comportamento anti sindacale, disponendo di “astenersi da tali comportamenti” e comminando il versamento delle spese di lite di 1.300 euro. Fistel Cisl e Fisal Cisal hanno commentato duramente: “Lo dice lo Statuto” ha detto l’avvocato Cristiani della Cisl “che è Cofferati il responsabile legale”. Secondo i legali e i sindacati, la lettera era “intimidatoria” perché mirava “a condizionare la libertà di sciopero e il suo svolgimento sereno” e aveva l’effetto di dividere i lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri.

Insomma, non è davvero un buon periodo per il sindaco (agli sgoccioli) di Bologna. A ottobre, infatti, aveva dichiarato in un’affollata conferenza stampa che non si sarebbe mai candidato alle prossime amministrative e nemmeno alle europee. “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati davanti a una folla di cittadini, curiosi e giornalisti. Ma poi si è candidato lo stesso, alla faccia della promessa, e dell’epiteto, come capolista nel Nord Ovest, mandando su tutte le furie il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, che un pensierino a Bruxelles lo aveva fatto. Ma Sergio Cofferati è fatto così. Dopo aver guidato la Cgil dal 1994, nel settembre del 2002 è tornato alla Pirelli e ha iniziato a partecipare ai girotondi di Nanni Moretti. Passa un anno e ha deluso pure i girotondini accettando di essere lo sfidante di Guazzaloca per la conquista della poltrona di primo cittadino a Bologna e riportare al governo la sinistra nella città rossa per eccellenza. Vinse e dopo un anno Cofferati ha deluso pure la sinistra: nel 2005, infatti, si fa notare come sindaco “sceriffo” per la sua battaglia per la legalità contro lavavetri e baracche abusive, che lo portano alla rottura con Rifondazione, facendogli guadagnare il nomignolo di “podestà di Bologna” (Striscia la Notizia gli consegnò un Fez, qui il VIDEO) e attirando le simpatie della Lega che gli donò la tessera di “aspirante leghista”.

Ribellismo 2009 e caccia ai manager: ecco chi soffia sul fuoco

polizia

“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia.
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.

Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web  www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.

Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.

Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.

Parla Franceschini: Perché dico no (per ora) alla Grande riforma

Dario Franceschini

di Stefano Brusadelli

“Fare le riforme costituzionali da soli, senza il consenso dell’opposizione? Berlusconi farebbe bene a ricordarsi che ci ha provato già nel 2005, e l’ha presa sui denti con il referendum confermativo dell’anno seguente”. Grintosissimo nonostante il nuovo stress da segreteria (”ho già perso 4 chili”) e i postumi del jet lag dopo la trasferta cilena al summit mondiale dei progressisti, Dario Franceschini sembra un generale senza requie al quale sia stata consegnata una guerra aperta su troppi fronti: la ricostruzione del Pd, il referendum elettorale di primavera, il testamento biologico, il federalismo, la crisi economica. Su quello che Silvio Berlusconi gli ha aperto domenica 29 marzo, annunciando al congresso del Pdl che è venuto il tempo di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi (”con o senza il consenso dell’opposizione”), però non ha alcuna intenzione di impegnarsi. Perché, spiega, “non è questo il momento”.
La sua è una porta chiusa alla Grande riforma. E senza spiragli.
Io considero la proposta di Berlusconi una tecnica di copertura della crisi.
Non negherà che esiste il problema di ammodernare le istituzioni italiane.
Esiste, ma ora l’urgenza non sono le riforme istituzionali. Vengo dal vertice dei progressisti mondiali in Cile. Ebbene, nessuno dei capi di Stato e di governo che ho incontrato lì (e, aggiungo, nessuno degli altri leader mondiali) sta ora pensando a queste cose. La comune priorità, stiano essi al governo o all’opposizione, è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta incidendo sul livello di vita di tutti.
Il Parlamento può occuparsi di diverse materie nello stesso tempo. Due Camere, in fondo, servono anche a questo.
Ora tutto lo spazio del lavoro parlamentare deve essere dedicato a costruire risposte alla crisi. La gente non capirebbe, se vedesse che in questo momento, con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro e migliaia di imprese che rischiano di chiudere, noi ci mettessimo a ragionare di ingegneria costituzionale. Sarebbe una situazione surreale.
A sostenere l’urgenza delle riforme istituzionali non c’è solo Berlusconi, c’è anche Gianfranco Fini.
Temo che la scelta del governo sia quella di intavolare il decimo dibattito improduttivo in dieci anni sulle riforme istituzionali, non per farle davvero ma per nascondere la gravità della crisi ed evitare il confronto sulle ricette per uscirne.
Eppure lei stesso, alla Camera, ha appena fatto votare un ordine del giorno per sollecitare la revisione dei meccanismi istituzionali.
Vero, ma lo abbiamo fatto contestualmente alla discussione sul federalismo, ossia un cantiere che resterà aperto ancora per anni. Più avanti verrà il tempo per parlare di riforme istituzionali.
Quando, dopo le europee?
Quando usciremo dalla crisi. Il tempo certo non ci mancherà. Questa legislatura, purtroppo, arriverà alla sua scadenza naturale. Ci sono ancora quattro anni a disposizione. Ci saranno alti e bassi nei rapporti tra Pdl e Lega, ma non mi illudo che si potrà rivotare per le politiche prima del 2013.
Difficile che Berlusconi voglia rinviare la questione istituzionale alle calende greche. In tal caso quale sarà, nel merito, la risposta del Pd?
Fa fede il nostro ordine del giorno che rinvia alla bozza Violante. Una sola Camera per fare le leggi, con l’altra che si trasforma in Senato delle regioni e delle autonomie, e dimezzamento del numero dei parlamentari.
Berlusconi mette l’accento sui poteri del premier, che a suo parere sono inadeguati.
Si può discutere dell’ipotesi di concedere la fiducia al solo premier e di dargli la possibilità di nominare e revocare i ministri, ma non certo di farlo diventare padrone dello Stato.
Il Pdl pensa anche alla possibilità di affidare al premier la decisione di sciogliere le Camere, che oggi è affidata al capo dello Stato e ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Appunto. Siamo assolutamente contrari. L’equilibrio dei poteri tra il Parlamento e il governo non può essere stravolto. Questa è la prova che il vero obiettivo di Berlusconi non è far funzionare meglio l’Italia, ma aumentare i suoi poteri.
Berlusconi ha un’ampia maggioranza…
Se una riforma costituzionale non è approvata da due terzi del Parlamento può essere sottoposta a referendum. Nel 2005 il centrodestra volle modificare la Costituzione da solo, e il 60 per cento degli elettori bocciò la riforma.
In verità anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell’opposizione, nella parte che riguarda i rapporti fra Stato e regioni.
E fu un errore, di cui dobbiamo fare ammenda. Voglio però ricordare che le nostre modifiche furono poi approvate dal referendum confermativo.
Per non distrarre il Parlamento dalla discussione sulla crisi economica, si potrebbe instradare quella sulle riforme in una commissione speciale.
Basta bicamerali, abbiamo già dato. Si userà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Resterà deluso chi ha interpretato l’astensione del Pd sul federalismo fiscale come un segnale di disponibilità a procedere subito sulla via della revisione costituzionale…
Quell’astensione è motivata dai miglioramenti che abbiano ottenuto, a cominciare dalla perequazione per le regioni povere e dalla rinuncia a spezzettare l’Irpef regione per regione, e dalla nostra fiducia che per le regioni del Sud un buon federalismo fiscale, con i suoi vincoli rigorosi di spesa, possa rivelarsi benefico quanto i parametri di Maastricht lo sono stati per l’Italia nel suo complesso.
Se questo è il giudizio, avreste anche potuto votare a favore.
Non esageriamo: si tratta nella sostanza di una legge delega che adesso il governo dovrà riempire. E noi vigileremo.
Almeno di riforma dei regolamenti parlamentari siete pronti a discutere?
Certo, si tratta di una discussione già avviata in entrambe le Camere. Ma ci aspettiamo che il governo rinunci all’abuso dei decreti legge.
Il governo potrebbe replicare che ricorre ai decreti con fiducia perché occorre in media un anno per l’approvazione di un disegno di legge. E ricorreva spesso ai decreti anche il governo Prodi.
C’è modo e modo di usare i decreti legge. Questo governo vara i decreti e ci carica automaticamente la questione di fiducia senza nemmeno aspettare l’esito del confronto con l’opposizione. Il governo Prodi usava la fiducia solo quando il tempo a disposizione per la conversione in legge stava davvero per scadere.
Anche il referendum elettorale di giugno è una tessera del mosaico istituzionale. Cosa farà il Pd?
Se ne discuterà in direzione.
Posso chiederle cosa ne pensa personalmente?
Ho sempre detto che lascia intatto il perverso meccanismo delle liste bloccate, sottraendo agli elettori la scelta dei candidati. Ma poi c’è anche il significato politico che il referendum assume, al di là del merito del quesito.
A suo tempo lei lo firmò?
No, non l’ho firmato.

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Il Pd di Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani

Dario Franceschini

Piazza, nomi, Europa. Ecco gli incubi che tormentano i sogni di Dario Franceschini e agitano il Partito Democratico.
Piazza: il dilemma riguarda questa volta l’adesione alla manifestazione della Cgil di sabato 4 aprile. A differenza dello sciopero generale del dicembre scorso, il Pd sarà a fianco della Cgil, al Circo Massimo. “Futuro sì, indietro no” è lo slogan dell’incontro. E tra i sì e i no, i Democrats sono tuttora: il Pd non avrà una delegazione ufficiale “o un’adesione formale che non ci è stata richiesta” ma il segretario - dopo aver nicchiato per giorni - ha confermato che sarà in piazza, come molti altri parlamentari democratici (un centinaio) presenti singolarmente.
Per l’annuncio Franceschini non ha usato parole sue, ma quelle di Gordon Brown: “Dove c’è un disoccupato, un povero, qualcuno che perde il lavoro, non può non esserci un progressista al suo fianco”. E per quanto riguarda le divisioni che ci sono tra sindacati sul modello contrattuale? “Spero che non diventino un argomento per mettere i sindacati l’uno contro l’altro”.
Ma intanto un piccola divisione lui stesso ha contribuito a crearla, deludendo tutta la pattuglia del Pd vicina al sindacato di Bonanni o i centristi alla Marco Follini (”Andando in piazza non credo che Franceschini aggiungerà moltissimo alla protesta. Temo invece che toglierà più di qualcosa all’autonomia del Pd. Lo considero un errore politico da matita rossa e blu”, ha fatto sapere il senatore Pd).
Comunque, Franceschini sarà in prima fila accanto a Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e un centinaio di deputati, che hanno sottoscritto un appello in cui annunciano l’appoggio alla manifestazione. “È giusto che chi ha responsabilità politiche vada lì e ascolti i lavoratori in un momento così difficile”, ha commentato il presidente di Italianieuropei, che ha usato parole dolci nei confronti della Cgil: “Il più grande sindacato italiano”. Ma non solo gli ex Ds si schierano a sostegno della protesta di Epifani e compagni. Rosy Bindi, pur non potendo essere in piazza, ha scritto un messaggio di “adesione convinta” al leader della Cgil.
La posizione del segretario è stata in bilico, fino alla vigilia della manifestazione, sospesa tra l’esigenza di tenere uniti i sindacati e quella di non scoprire il fianco sinistro, rischiando di lasciare spazio (ed elettori) a Idv e alla sinistra: “Saremo con la Cgil come con Cisl e Uil; insomma, a tutte le manifestazioni che chiedono un impegno a sostegno del lavoro, contro la disoccupazione e contro le scelte sbagliate e inadeguate del governo”, spiegava di ritorno da Bruxelles.
A proposito di Europa, ecco l’altro scoglio che Franceschini deve superare: il rapporto con i socialisti del Pse. Ancora alla ricerca di una collocazione nell’emiciclo di Strasburgo, il segretario ha argomentato: “Il Pd non entrerà nel Pse, ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste”, dopo una serie di incontri con i leader dei partiti socialisti europei. Quindi no al tetto Pse, e nemmeno al rischio che gli eurodeputati del Pd confluiscano separatamente in diversi gruppi: “Abbiamo già deciso” ha spiegato Franceschini “che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare”. Perché “non è più la stagione dei Ds e Margherita che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi”.
Ma la nuova casa delle forze progressiste ancora non esiste, e per crearla il segretario non prevede un percorso rapido: “I tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo”.
Del resto chiedere tempo è diventata, in queste ultime settimane di luna di miele con l’elettorato democratico, la strategia del leader di Largo del Nazareno. Perché se qualcosa è cambiato dal partito liquido di Walter a quello più solido di Dario, sono sempre gli stessi nodi che restano e finiscono per venire al pettine.
Ce n’è ancora uno, infatti. Chi mandare a Strasburgo. Sì, Franceschini va ripetendo che, a differenza delle candidature acchiappavoti del Pdl, il Pd chiamerà personaggi che poi all’Europarlamento ci dovranno stare per davvero. E allora chi? Serve tempo pure qui, per sciogliere le riserve sui pezzi grossi del partito (tipo Leonardo Domenici, Sergio Cofferati, Goffredo Bettini, ecc…). Ma un nome (noto soprattutto ai più giovani e ai frequentatori di YouTube) pare certo: “La Direzione per chiudere le liste per l’europee si terra il 21 aprile. Ma intanto un nome ve lo posso dare: Debora Serracchiani”. Sì, la nuova stella della sinistra (l’Obama d’Italia l’ha definita El Paìs). Sconosciuta fino all’assemblea del partito, la 39enne avvocato, consigliere provinciale e segretaria di un circolo del Pd ad Udine, suscitò l’entusiasmo prima dei segretari dei circoli e poi del popolo del Pd e dei gruppi di fan su Facebook con il video-cult del suo intervento di forte critica (in stile Moretti di Piazza Navona) nei confronti dei dirigenti del Pd. “È una persona che ha dimostrato grande energia e qualità, anche se come voto mi ha dato 6-”, ha scherzato Franceschini. “La sua candidatura” ha precisato “non è stata chiesta dall’alto, ma è partita dal basso, è partita dai circolo del Friuli”.

Franceschini: “Assegno a chi perde il posto di lavoro”

Dario Franceschini
Dario Franceschini non ha intenzione di fare da semplice traghettatore. Oggi, da leader pro-tempore del Pd ha lanciato una proposta-sfida al governo: “La prima proposta contro la crisi è di dare un assegno mensile di disoccupazione per tutti quelli che perdono il posto di lavoro”, ha detto Franceschini a Bari, intervenendo a una manifestazione nel teatro Piccinni di Bari. “Berlusconi porti il provvedimento in aula. Se vuole presenti pure un decreto legge e noi lo sosterremo - ha aggiunto Franceschini-. Ci accusano del fatto che diciamo solo dei no? Diciamo invece a Berlusconi: faccia un decreto, ne ha fatti tanti, e noi in parlamento lo sosterremo perché qui l’urgenza c’è”.
Un commento sarcastico alla richiesta di Franceschini arriva da Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia: “A fare proposte e promesse sono bravi tutti, il problema è la realtà” dice Capezzone, “Con cosa li pagheremmo gli assegni di Franceschini? Con il tesoretto inesistente di Prodi?”
La proposta del segretario Pd giunge nello stesso giorno della manifestazione Cgil a Torino, che ha raccolto secondo gli organizzatori 60mila persone (10mila per la questura). In testa al corteo lo striscione “Contro la crisi una soluzione c’è: lavoro e contratti”. Dal palco proteste contro le nuove normative sugli scioperi e il ricorso eccessivo alla cassa integrazione.
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Cgil in piazza: lo sciopero di Epifani (con Bersani) imbarazza Veltroni

Sciopero generale Cgil

Rifondazione: presente. I verdi: ci saranno. Sinistra democratica: in piazza. L’Idv: aderisce pure. Manca solo la diretta Rai, ma gli organizzatori hanno chiesto al neo presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, che venga garantita adeguata copertura.
Scenderanno in piazza venerdì 13 febbraio i metalmeccanici e gli statali della Cgil (Fiom e della FP-Cgil: cosa che non è successa spesso. Tre i cortei: da piazza della Repubblica, dalla stazione Tiburtina e da piazzale dei Partigiani), ma sono entrati nel dibattito interno del Pd, creando l’ennesima divisione.
Sono infatti già oltre cento i parlamentari democratici (tra cui nomi di un certo rilievo: da Anna Finocchiaro a Gianni Cuperlo, da Livia Turco a Vincenzo Vita e Maria Pia Garavaglia, da Walter Vitali a Ignazio Marino, dagli ex ministri Rosy Bindi, Cesare Damiano, Barbara Pollastrini, agli ex sindacalisti Paolo Nerozzi, Achille Passoni, alla portavoce di Romano Prodi Sandra Zampa) che hanno dato la loro adesione allo sciopero, in contrasto con la decisione presa dalla segreteria (nonostante sul tema il leader Veltroni non abbia lasciato “libertà di coscienza”, come sul caso Englaro). Indeciso Massimo D’Alema: i partiti, ha detto mercoledì a Otto e mezzo, meglio che non sovrappongano la loro bandiera a quella del sindacato. Ma poi si è messo in fila al corteo: “Importante essere vicini ai lavoratori che oggi qui esprimono il loro disagio e la loro protesta. Veltroni? Ha altre responsabilità”.
Della pattuglia pro manifestazione anche Pierluigi Bersani, ministro dell’Economia del governo ombra del Pd, che ha annunciato la sua adesione alla mobilitazione con queste parole: “Il Pd deve far sentire la sua presenza nei luoghi dove si muovono i protagonisti della crisi economica: lavoratori, sindacati e piccoli imprenditori”.
Più o meno gli stessi concetti espressi dalla sinistra radicale: “La Cgil sostiene giustamente” dice Claudio Fava, leader Sd “la battaglia per difendere la dignità del lavoro, per il sostegno al reddito dei lavoratori che sta diventando ogni giorno di più una vera e propria emergenza”. Per questo, contro chi cerca di “isolare politicamente la Cgil, mostrando la faccia feroce a tanti lavoratori che stanno perdendo il proprio posto di lavoro, lo sciopero di venerdì non sarà una manifestazione sindacale come ne abbiamo già viste nel passato, ma sarà un atto di civiltà politica”.

Ma da Veltroni e il suo entourage nessuna presa di posizione: il partito ha preferito andare in piazza a difesa della Costituzione, giovedì 12. Sarebbe stato “troppo” chiedere di riempire una seconda piazza: meglio lasciare l’iniziativa ai singoli deputati sì. Il segretario si è limitato a scrivere una lunga lettera alla Cgil invitando tutte le forze sociali a unirsi, a partire dalle diverse sigle sindacali, come avvenne nel 1992 e spiegando che il Pd ”è vicino” a chi scenderà in piazza.
E invece: “Dobbiamo essere presenti”, ha spiegato Bersani “perché la piattaforma che viene presentata per lo sciopero del 13 febbraio mi sembra ragionevole, non mi pare affatto estremistica”. Bersani ha poi snocciolato i temi “sui quali anche il Pd è impegnato e sui quali mi sembra giusto portare la nostra presenza: riduzioni fiscali per salari, pensioni e stipendi, misure possibili e ragionevoli sul sistema degli ammortizzatori sociali, il tema di investimenti nelle infrastrutture locali e così via”.
Forte della sponda dell’anti-Veltroni, il segretario Epifani ha così deciso di aumentare l’intensità del pressing sui democratici invitandoli ad avere sui grandi temi “una voce chiara”. La crisi economica, che avrà il picco “più devastante” tra marzo e giugno, secondo il segretario della Cgil durante un’intervista a Radio 3, impone a tutti di tenere i “nervi saldi”, perché il malessere è tanto e “può anche esplodere”. E ancora: “Chiedo al Pd che abbia proprie radici nel mondo del lavoro, recuperi una sua capacità di lettura dei processi che riguardano la condizione dei giovani, dei precari e degli anzini ed elabori delle proprie proposte perchè solo così si potrà avere una capacità di confronto” incalza Epifani. Che con Walter ha in sospeso il conto sulla riforma del modello contrattuale, sottoscritta da Cisl e Uil: allora il segretario del Pd aveva invitato la Cgil a non essere “un sodalizio settario”, ad “accettare l’innovazione riformista” e in sostanza a non rimanere isolata dalle altre forze sindacali. “Di fronte ad uno strappo di queste dimensioni, un grande partito deve dire, con forza, quello che ha detto l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: che non si possono fare accordi senza la Cgil”. E l’autonomia tra il sindacato e il Pd”, rincara Epifani “non può essere indifferenza, perchè le ragioni del lavoro non possono stare a cuore solo al sindacato”.
E infatti stanno a cuore anche a Bersani, che venerdì sfilerà accanto a Epifani e nel prossimo congresso d’autunno sfiderà proprio Veltroni per la segreteria dei democratici…

Berlusconi spiega l’anno che verrà: ecco l’agenda del governo per il 2009

Silvio Berlusconi

Che ci sia Di Pietro dietro le inchieste sul Pd, Silvio Berlusconi la ritiene una “sciocchezza assoluta”.
Questo, categorico, è uno dei passaggi dell’intervista che il premier ha rilasciato a Il Giornale: “Non sono un esperto di complotto” dice il premier “so però che in Italia ci sono duemila pm fuori da ogni controllo”. Per questo “affermare che ora sono pilotati da Di Pietro mi sembra una sciocchezza assoluta”.
Il Cavaliere ribadisce la sua posizione “garantista con tutti, specialmente nei confronti dei nostri avversari politici”. Quindi non entra nel merito “di accuse che attendono tre gradi di giudizio”. Però “è certo: la sinistra pensava di essere ‘diversa’, di avere una sorta di monopolio dell’etica. Non è mai stato vero nel passato, non è vero adesso”.
La riforma della giustizia, ha detto inoltre il Cavaliere: “arriverà nella prima seduta del Cdm del nuovo anno”. Con la crisi “è il momento giusto per fare riforme che non incidono drammaticamente sui costi pubblici, come quella della giustizia, del processo civile e di quello penale, oltre che delle intercettazioni telefoniche”. Nella riforma ci sarà la separazione delle carriere, con i “magistrati accusatori, che chiameremo ‘avvocati dell’accusa’: dovranno avere gli stessi doveri e diritti degli avvocati della difesa”. Quanto alle indagini, “restituiremo alla polizia giudiziaria il ruolo che aveva sin dal 1989 mentre ora l’iniziativa è nelle mani dei pm, di fatto sottratti a ogni controllo con conseguenze devastanti”.
Riforma da fare, anche con i soli numeri della maggioranza. Perché il “Veltroni dialogante del Lingotto non si è mai visto” e l’abbraccio con Di Pietro si sta rivelando “mortale per il Pd”, ripete Berlusconi, ribadendo che non siederà “mai al tavolo” con chi “insulta l’interlocutore ogni giorno”.
Berlusconi affronta poi alcuni dei principali temi politici ed economici. Sulla parificazione dell’età pensionabile delle donne dice: “Si potrà fare in modo graduale e volontario. Non è praticabile l’ipotesi di lasciare senza esecuzione la sentenza della Corte di giustizia europea”. Berlusconi esclude poi interventi più generali sulle pensioni. “Già in campagna elettorale avevamo escluso di intervenire di nuovo sulle pensioni - dice il premier - anche se c’era un buon motivo per farlo. Il Governo Prodi, per tenersi buoni i sindacati, aveva infatti manomesso la nostra riforma per eliminare il cosiddetto ’scalone’, con un costo di 10 miliardi di euro per il bilancio pubblico. Si tratta di un onere ingente, del tutto ingiustificato se si pensa che serve per mandare in pensione chi ha appena 58 anni ed ha davanti a sé una aspettativa di vita di almeno altri 20 anni”.
Sulla pressione fiscale: “Sono certo” spiega il premier “che entro la fine della legislatura la rivoluzionaria innovazione della finanziaria per tre anni, inattaccabile dalle lobbies parlamentari, darà i suoi frutti e ci consentirà di far scendere la pressione fiscale”. Per farlo, però, oltre a “ridurre drasticamente il costo della macchina statale” bisogna intervenire anche sull’evasione fiscale, uno dei problemi “più seri” da risolvere. Cui darà un forte contributo l’approvazione del federalismo. “Entro la fine della legislatura la rivoluzionaria innovazione della Finanziaria per tre anni, inattaccabile dalle lobby parlamentari, darà i suoi frutti e consentirà di far scendere la pressione fiscale”. Il federalismo “darà grande aiuto per sconfiggere il malcostume dell’evasione, perché i Comuni saranno coinvolti nell’accertamento dei redditi dichiarati”.
“Il fenomeno è diffuso al di là di ogni immaginazione”, spiega il premier, raccontando che anche a lui hanno tentato di vendere senza fattura una pianta rara per il suo parco botanico in Sardegna. “Se si arriva a questo punto di sfrontatezza, quando c’è di mezzo il presidente del Consiglio, significa che questa prassi è ritenuta addirittura normale”.
E a proposito di federalismo, ecco cosa pensa il premier del ministro delle Riforme: Bossi è un amico, dice Berlusconi. Confermando la “solida amicizia con il leader del Carroccio”: con la Lega “nessun contrasto”, dice, smentendo le frizioni sulla priorità tra federalismo e presidenzialismo.
Da affrontare anche la crisi economica: “La profondità e l’estensione della crisi sono nelle mani dei consumatori”, afferma il premier sottolineando che una riduzione degli acquisti porterebbe a una riduzione della produzione “dando vita a un circolo vizioso molto rischioso”. A conti fatti, “nel 2009 ci sarà un risparmio medio di oltre mille euro per ogni italiano, grazie al minor costo della benzina e delle bollette di luce e gas”. In totale, “ogni famiglia potrebbe trovarsi con un bonus di oltre mille euro per componente”. Somma che andrà ad aggiungersi “al pacchetto di misure decise dal governo per tutelare le fasce più disagiate”.
Berlusconi illustra infine la sua visione dei rapporti con i sindacati, in particolare con la Cgil, divisi in questi mesi sulla strategia da adottare nella firma degli accordi su Alitalia o pubblico impiego: “Il governo prima illustra le sue proposte alle parti, poi ascolta le loro richieste e alla fine decide. Il ricatto permanente non deve più funzionare”. Sul caso Alitalia la Cgil “prima ha agito in simbiosi con la sinistra per ostacolare l’accordo. Poi, resasi conto dell’impopolarità del suo comportamento si è seduta al tavolo con gli altri sindacati e ha contribuito al successo dell’intesa”.

Morti bianche: che cosa è cambiato un anno dopo la Thyssen

Quattro morti in un'acciaieria a Torino
Era la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Una notte come tutte le altre, per gli operai dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino. All’improvviso, durante una normale fase di lavorazione del metallo, partono alcune scintille che raggiungono chiazze d’olio e rimasugli di carta e sviluppano un principio di incendio. Le tute blu corrono agli estintori, sembra che riescano a domarlo. Poi si rompe un tubo, esce olio incandescente, si forma una nube e provoca un’esplosione. Muoiono in sette.
È passato un anno dall’inferno. Un anno in cui sono successe tante cose, a cominciare dalla chiusura dello stabilimento torinese della società tedesca. La multinazionale ha liquidato le sette famiglie degli operai scomparsi con una cifra record: 13 milioni di euro a titolo di risarcimento per vedove, fratelli, orfani, madri e padri. Infine, per la prima volta in Italia, il 17 novembre il Tribunale di Torino ha rinviato a giudizio l’amministratore delegato della Thyssenkrupp, Harald Espenhahn, con l’accusa pesantissima di «omicidio volontario con dolo eventuale». Una pena che prevede fino a 21 anni di carcere. Per gli altri cinque manager, il capo d’imputazione è omicidio colposo. Accolta la linea del pubblico ministero Raffaele Guariniello, secondo il quale Espenhahn e i suoi erano al corrente dei rischi concreti per la salute degli operai e non hanno mosso un dito per prevenire gli incidenti.
Nell’attesa di conoscere i dati 2008 sugli infortuni e le morti sul lavoro, e capire se quella strage è servita a qualcosa, alcuni segnali positivi vanno sicuramente registrati. Soprattutto laddove è c’è stata la strage, in Piemonte, le organizzazioni dei lavoratoi e degli imprenditori si sono seduti attorno a un tavolo e hanno elaborato misure concrete per provare a fare in modo che non accada mai più. «Abbiamo fatto diversi accordi con l’Unione industriale e con le associazioni dei piccoli imprenditori, che hanno mostrato una grande attenzione e disponibilità» spiega Enrica Valfré, responsabile Salute e sicurezza alla Camera del Lavoro di Torino. «A partire da febbraio in molte aziende verranno impiantati schermi sui quali saranno proiettate informazioni specifiche sui rischi che si corrono nel singolo reparto. Poi speciali microchip da applicare alle tute dei lavoratori, che impediranno di entrare senza l’equipaggiamento adeguato. Inoltre verrà sperimentata la cartella sanitaria individuale, che l’operaio si porterà addosso e sulla quale ci sarà scritta la sua storia in fatto di salute».
È chiaro: bisogna invertire la rotta. L’Italia ha il primato in Europa per le morti sul lavoro, che stando a un rapporto del Censis sono il doppio rispetto agli omicidi. Gli ultimi dati disponibili sono quelli dell’Inail riferiti al 2007: oltre 912 mila denunce per infortuni, l’1,7 per cento in meno rispetto all’anno prima. Quanto ai morti se ne sono contati 1.170: nel 2006 erano stati 171 in più. Un trend al ribasso, dunque, che diventa più significativo alla luce del numero degli occupati che nel 2007, stando all’Istat, è cresciuto dell’1 per cento. Un aspetto interessante ai fini dell’analisi è quello che riguarda la forma contrattuale del lavoratore che subisce incidenti: le uniche due categorie con il segno più sono quelle degli interinali e dei parasubordinati, adibiti perloppiù a lavori manuali nei settori dell’industria manifatturiera (più 13,6 e più 5,6 per cento).
Qualcuno, di fronte a queste tabelle, storce il naso. Paola Agnello Modica, della segreteria nazionale Cgil, seduta alla scrivania del suo ufficio romano di corso d’Italia, al termine di una lunga ed estenuante gionata di lavoro scava tra le pile di carte alle sue spalle, si accende una sigaretta e argomenta lenta e chiara: «I dati Inail sono incompleti, mancano quelli relativi alle malattie professionali. L’Organizzazione internazionale per il lavoro stima che in Europa per ogni morte a causa di infortunio ce ne sono altre 4 per malattie di origine professionale». C’è poi un altro motivo che renderebbe quei numeri lacunosi: «Abbiamo segnalazioni sempre più frequenti di gente cui il datore di lavoro consiglia di non denunciare l’infortunio». In buona sostanza, gli incidenti verrebbero mascherati come domestici per far ricadere le cure sul Servizio sanitario nazionale e, soprattutto, per evitare l’innalzamento del premio Inail a carico dell’imprenditore. Chiosa: «E ci credo che poi l’Inail ha i conti in attivo».
In effetti, andando a spulciare i conti dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nel 2006 il saldo attivo è stato di 1,828 miliardi di euro, lo 0,12 per cento del prodotto interno lordo. Mentre gli infortuni hanno un peso per il bilancio pubblico di 40 miliardi di euro, il 2,7 per cento del pil.
C’è di più. Stando ai calcoli dell’Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro) le 3,115 milioni di aziende assicurate in Italia pagano all’Inail un premio medio annuo di 2.630 euro. Di questi, solo 1.900 sarebbero destinati direttamente alle prestazioni in favore di lavoratori e famiglie, mentre il resto si perderebbe tra le pieghe del bilancio. Tanto basta per far dire a Pietro Mercandelli, presidente dell’Anmil, che «se veramente si vuole fare qualcosa per arginare il fenomeno delle morti bianche, bisogna utilizzare quei fondi». Stime alla mano, se si investisse in prevenzione il 50 per cento di quello che pagano le aziende si otterrebbe una riduzione degli infortuni del 25 per cento. Oltre al risultato di salvare la vita delle persone, ci sarebbe anche una ricaduta economica di non poco conto: spesa di 900 milioni di euro in meno e abbattimento del costo sociale di 10 miliardi. In ogni caso, come si evince dalla storie raccolte in questa inchiesta, le rendite elargite dall’Inail in seguito agli infortuni o morti sul lavoro, per Mercandelli sono e rimangono «inadeguate».
Qualcosa va fatto, e qualcosa si sta facendo. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha ripetuto in questi mesi che intende riaprire il confronto con le parti sociali per rimettere mano al Testo Unico, troppo sbilanciato sulle pene ai danni dei datori di lavoro. E dal ministero confermano a Panorama che si lavora per favorire una convergenza delle parti. Se poi non dovesse arrivare, si procederà lo stesso a eliminare molti adempimenti burocratici in capo ai datori di lavoro. Più sostanza e meno forma, questo è il succo del discorso. I sindacati non fanno i salti di gioia: il Testo Unico, figlio del governo Prodi, entrato in vigore nel maggio 2008 per loro va bene così com’è. La Agnello Modica è perentoria: «Non bisogna tornare indietro, con la scusa di rivedere l’impianto sanzionatorio temo si voglia rimettere in discussione l’intera architettura della legge». E porta alcuni dati interni secondo i quali nei mesi successivi all’entrata in vigore del Testo Unico gli infortuni sarebbero crollati del 25 per cento.
Di certo qualcosa verrà fatto. Come auspica da tempo la Confindustria, che giudica il quadro normativo attuale in modo negativo. «Anche la parte sanzionatoria non ci convince, e non certo per una riserva di principio» afferma Samuele Gattegno, presidente del comitato tecnico sulla sicurezza. «Piuttosto vorremmo maggior equilibrio e proporzionalità rispetto alla gravità delle violazioni. Siamo certi della sensibilità del governo e confidiamo in misure correttive».
Si troverà un accordo? È possibile. Specialmente se sul tavolo delle trattative siederà il pragmatismo e il buon senso di gente come Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil (associazione imprenditori edili di Milano, Monza, Lodi e provincia): «Alla luce di quello che sta succedendo da noi tra le parti sociali, credo che un accordo sia possibile. La legge non è da buttare. Ci sono cose buone, a cominciare dalle norme che prevedono la sospensione dei cantieri per lacune sulla sicurezza. E lo dice uno che ha subito questa misura per un mese e mezzo: ci è servita come monito. Detto questo, il Testo Unico va sicuramente migliorato. C’è bisogno di una maggiore semplificazione. Per esempio, in fatto di valutazione del rischio ci si ingarbuglia tra molteplici documenti e adempimenti formali e si perde di vista le questioni concrete. Rimango inoltre scettico sull’entità di alcune sanzioni: talmente elevate da risultare di fatto inapplicabili».

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