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Dei quasi 250 mila documenti segreti della diplomazia americana (3.012 sull’Italia) contenuti nei file di Wikileaks, ne sono stati resi pubblici finora soltanto una parte. Ma le bombe sganciate su internet da Julian Assange, il fondatore di questo sito che ha sostituito Bin Laden nella top ten dei nemici della Cia, stanno già esplodendo in serie, una dopo l’altra. Colpendo in tutte le direzioni e rischiano di compromettere in modo serio, secondo la Casa Bianca, i rapporti diplomatici tra Stati e le relazioni anche personali tra centinaia di rappresentanti americani all’estero e i governi ospitanti. Continua

Antonio Di Pietro, ex pm di Mani pulite e leader Idv
Come nelle migliori spy story, l’unico che forse avrebbe potuto raccontare come andarono veramente le cose, purtroppo, è appena morto. L’architetto Bruno De Mico, costruttore milanese e alla fine degli anni Ottanta “pentito” ante litteram di Mani pulite, è scomparso l’8 gennaio: esattamente una settimana prima che Antonio Di Pietro si lanciasse nella preoccupata difesa preventiva contro un “falso dossier in circolazione”, dove si parlerebbe delle protezioni e addirittura di uno stipendio che la Cia gli avrebbe garantito ai tempi di Mani pulite. Continua
- Tags: allevatori, Arcore, Cia, confagricoltura, Gemonio, governo, Luca-Zaia, marcia, ministro-delle-Politiche-agricole, quote-latte, trattori
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Le prime decine di trattori provenienti dalle province lombarde e anche dal Piemonte sono entrate poco dopo le 10 nel piazzale di fronte al centro commerciale di Villasanta, a poca distanza dall’abitazione del presidente del Consiglio ad Arcore, per la manifestazione organizzata da Confagricoltura e Cia contro il decreto del ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, sulla distribuzione delle quote latte.
Altre centinaia di trattori, più di mille secondo i manifestanti, sono partiti all’alba dalle province di Cremona, Brescia, Bergamo, Mantova, Milano e Lodi. I manifestanti di Varese, Como, Sondrio e Lecco hanno invece fatto rotta su Gemonio, in provincia di Varese, dove risiede il ministro delle Riforme, Umberto Bossi.
All’arrivo dei primi trattori i manifestanti hanno esposto striscioni con le scritte “traditi dallo Stato”, “onesto non paga” e “allevatori padani contro Zaia”. Tra i manifestanti ci sono anche il segretario del Pd per la Lombardia, Maurizio Martina e il presidente della Provincia di Cremona, Giuseppe Torchio.
Una delegazione di manifestanti, intorno alle 11, si muoverà in direzione di Villa San Martino ad Arcore.
Tre sono le principali richieste di modifica al decreto promosse dai manifestanti: la rinuncia preliminare al contenzioso da parte degli allevatori beneficiati dal decreto Zaia, la distribuzione delle nuove quote latte non solo ai cosiddetti “grandi splafonatori” e la creazione di un fondo di solidarietà per gli allevatori che in questi anni si sono indebitati per l’acquisto di nuove quote dal valore di almeno 500 milioni di euro. “Chi ha rapinato gli interessi del nord” ha detto Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura “e poi è andato a Roma a fare gli interessi di pochi deve essere cacciato via a calci nel sedere”.
Chiamato, indirettamente, in causa il ministro Luca Zaia non ci sta e rivendica che provvedimento del governo sulle quote latte è stato comunicato e condiviso. Dai microfoni di Radio Padania, ribadisce che “non si tratta di una sanatoria”. Guardando alle proteste il ministro precisa di non aver “scritto il decreto nel sottoscala di casa mia e con pochi amici. Tutti” ha ribadito “avevano ricevuto informazioni”. “Posso confermare” ha proseguito Zaia “di aver parlato con civiltà , di aver comunicato alle associazioni il decreto in tempi non sospetti”.
Il ministro ha respinto quindi le accuse di quanti hanno sostenuto che il decreto costituisca un favore ai furbi e una discriminazione per chi, invece, ha sempre rispettato le regole. “Non è cosi” ha spiegato Zaia. “Avevamo due possibilità : o far fallire le aziende o dare la possiblità di pagare a rate la multa. Sbaglia chi vede in questo una sanatoria perché chi non paga una sola rata perde una quota. Oltretutto è riprorevole che chi lo dice sono persone che hanno rateizzato nel 2003 pagando interessi zero. È stato detto poi” ha proseguito “che questo decreto è per pochi amici: è un’altra bugia riprorevole. La ricaduta ufficiale sarà su 17.200 aziende”. In ultimo, il ministro Zaia ha voluto chiarire l’indipendenza del prezzo del latte: “Non mi si venga a dire che un decreto condiziona il prezzo del latte”.
Il VIDEO servizio:
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Confezioni di latte
Nove italiani su dieci chiedono massima sicurezza alimentare e misure efficaci per reprimere sofisticazioni e adulterazioni dei prodotti. Sette su dieci, invece, vogliono un’etichetta “trasparente” che permetta di riconoscere la provenienza del prodotto. Sono alcuni elementi di una ricerca sui consumi e sulle tendenze a tavola delle famiglie italiane promossa e elaborata dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia) in base alle rilevazioni territoriali delle sue strutture e dei dati Istat e Ismea. Sulle risposte hanno sicuramente influito i casi di cronaca di questi giorni, come il famigerato latte cinese alla melanina o la presunta contraffazione della data di scadenza di prodotti della Galbani in uno stabilimento vicino Perugia.
Ma anche i rincari sui banconi del mercato e la crisi globale, la fanno da padrone: il 60 per cento delle famiglie italiane ha modificato il menù, il 35 per cento ha limitato gli acquisti. Gli acquisti agroalimentari, a fine 2008, dovrebbero scendere del 3,8 per cento. Consumi che nei primi mesi di quest’anno sono diminuiti, in quantità , del 4 per cento, ma la spesa alimentare mensile familiare (482 euro), in termini monetari, è cresciuta, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 2,5 per cento. Al nord la spesa alimentare mensile è pari a 458 euro (più 1,9 per cento nei confronti del 2007), al centro è di 496 euro (più 2,4 per cento) e al sud è di 492 euro (più 2,8 per cento). Sempre nei primi otto mesi del 2008 è cresciuta, sottolinea la Cia, la percentuale di famiglie che ha acquistato prodotti agroalimentari presso gli hard-discount (dal 9,7 del 2007 al 10,2 per cento). Comunque, gli iper e i supermercati restano i punti vendita dove si ha la maggiore concentrazione degli acquisti da parte degli italiani con il 68,2 per cento, a seguire il negozio tradizionale (64,9 per cento), in particolare nel sud (77,1 per cento). Da rilevare che per la spesa nei mercati rionali ha optato il 21 per cento delle famiglie residenti nel centro-nord e il 31,7 per cento quelle delle regioni meridionali”. Dalla ricerca risulta che “nelle regioni del mezzogiorno alla spesa alimentare è destinata più di un quinto di quella totale. Percentuale che scende sia al centro che al nord”. Campania e Calabria guidano la classifica della spesa per acquisti di prodotti agroalimentari (25,9 per cento del totale). Seguono Sicilia, Puglia e Basilicata. Al centro si va dal 20 per cento del Lazio al 17,6 per cento della Toscana. Al nord le percentuali sono molto più basse: dal 17,2 per cento del Piemonte al 15 per cento del Veneto.
Secondo un’indagine realizzata da Coldiretti-Swg, la crisi finanziaria ha provocato un cambiamento delle abitudini alimentari di quattro italiani su dieci (37 per cento) e si è così trasferita dalle borse alla tavola, facendo sentire i suoi primi effetti concreti sull’economia reale. La Coldiretti rileva che “i cambiamenti nei comportamenti di acquisto sono giustificati dal fatto che la spesa alimentare è la seconda voce dopo l’abitazione e assorbe il 19 per cento della spesa mensile totale delle famiglie”. Si sono ridotti i consumi di pane (- 2,5 per cento), carne bovina (- 3,0 per cento) frutta (- 2,6 per cento) e ortaggi (- 0,8 per cento), mentre tornano a salire quelli di pasta (+ 1,4 per cento), latte e derivati (+1,4 per cento) e fa segnare un vero boom la carne di pollo (+ 6,6 per cento), secondo i dati Ismea Ac Nielsen relativi al primo semestre del 2008. Per la grande maggioranza degli italiani (48 per cento) gli aumenti dei prezzi sono imputabili ai passaggi intermedi dal produttore al consumatore, ma sotto accusa sono i ricarichi dei commercianti e le speculazioni.
Il Parmigiano, così desiderato da andare a ruba (in senso letterale) e allo stesso tempo così poco redditizio per i produttori, che sono in crisi.
Da una parte infatti il celebre formaggio risulta tra i prodotti più spesso trafugati dagli scaffali dei supermercati, dall’altra il consorzio depositario del marchio ha chiesto lo stato di crisi per gravi difficoltà economiche.
Il primo dato è contenuto nel “Barometro mondiale dei furti nel retail” relativo al 2007 e citato dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia). Il Parmigiano Reggiano risulta essere il preferito dai ladri da supermercato, più di dvd, cd e videogame. In Italia le sottrazioni del re dei formaggi sono aumentate dell’11,1 per cento in un anno. Ogni dieci confezioni regolarmente pagate una esce dai negozi nascosta nelle borse o sotto i cappotti. Seguono nella classifica dei prodotti alimentari che vanno a ruba la carne, i salumi, i vini e i superalcolici.
Oltre ad essere uno dei marchi più “taroccati” al mondo quindi, il Parmigiano è finito anche nel mirino dei taccheggiatori. Con il 10 per cento della merce sottratta occupa il terzo posto assoluto dopo le lamette da barba (22%) e le cartucce per stampante (15%). Per la Cia, questi numeri sono il segno della crisi economica che colpisce i consumatori, facendo aumentare i furti da parte delle fasce più deboli. Nel 2007 gli ammanchi mondiali di merce sono cresciuti dell’1,5 per cento arrivando a 72,424 miliardi di euro e rappresentando l’1,36 per cento del fatturato di supermercati e centri commerciali.
Dal giugno 2006 al giugno 2007 il valore dei beni sottratti negli ipermercati ha toccato i 3,08 miliardi di euro contro i 2,61 del periodo precedente. In termini assoluti si tratta di un aumento del 17,8 per cento del valore contro una crescita dello 0,85 per cento del sottratto registrata a livello europeo. Il nostro Paese si piazza al quarto posto, alle spalle di Regno Unito, Germania e Francia. Il fenomeno interessa soprattutto le regioni del Nord (53,3% del totale), con la Lombardia in testa con circa 720 milioni di euro di merci rubate. Seguono poi, al centro (28,4%), Lazio e Toscana con 250 e 249 milioni di euro. Mentre è la Sicilia la prima tra le regioni del Sud (18,3%), con 139 milioni di euro di prodotti trafugati.
E proprio gli alimentari sono i preferiti dai ladri. Non solo Parmigiano Reggiano, ma anche carni e salumi (5,5% del totale), vini e superalcolici (passati dall’1,1 al 2%). Le sottrazioni di questi ultimi sono aumentate del 21,8 per cento, quelle di carni e formaggi del 10,8 per cento. Nonostante questo pare che i produttori di Parmigiano siani in una grave crisi, proprio perché il prezzo del loro prodotto è troppo basso e i loro guadagni di conseguenza insufficienti. Qualche giorno fa il consorzio ha chiesto al ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, che venga dichiarato lo stato di crisi.
Uno dei motivi per cui un settore che occupa 20 mila persone rischia il collasso (dal 2004 nessuna delle attività del consorzio produce utili) sarebbe, appunto, il prezzo. Secondo il consorzio, il costo alla produzione (per i 429 caseifici e i 28 stagionatori) oscilla tra i 7,97 e gli 8,23 euro al chilo, mentre il prezzo all’ingrosso è di 7,20-7,80 euro. Il costo medio nei negozi va da 13,90 a 15,90 euro, ma la maggior parte del Parmigiano (il 70% circa) viene venduta nei supermercati, grazie alle promozioni, a 7,90-9,50 euro al chilo.
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Ci sarebbero anche la Cia e il Vaticano tra gli editor di Wikipedia, la grande enciclopedia gratuita su Internet, da molti ormai considerata “la nuova frontiera democratica del sapere”. Ma gli interventi dell’agenzia di 007 americani e della Santa Sede sarebbero non poco interessati.
A rivelarlo è un nuovo strumento online che, come riferisce la Bbc, è capace di individuare chi edita e corregge le pagine dell’enciclopedia a “contenuto libero, redatta in modo collaborativo da volontari e sostenuta dalla Wikimedia Foundation, organizzazione non-profit”, come recita il portale della versione italiana che offre oltre 335mila voci.
Il particolare scanner, si legge, mostra per esempio che le pagine sul presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sono state modificate con uno dei computer dell’agenzia di intelligence statunitense, mentre le informazioni su Gerry Adams, il leader del partito cattolico nordirlandese Sinn Fein (braccio politico dell’Ira, prima che i guerriglieri deponessero le armi), sarebbero state editate da una mano ignota da un pc del Vaticano. Lo strumento, messo a punto da ricercatori Usa, traccia una lista dei 5,3 milioni di testi editati nella versione americana e li collega all’indirizzo Internet dell’editor. La maggior parte degli interventi sono finalizzati a correggere imprecisioni, ma alcuni sono serviti a rimuovere informazioni potenzialmente dannose. Riguardo a Gerry Adams, per esempio, sarebbero spariti i “link” a pagine di quotidiani del 2006 e un intero paragrafo dal titolo “nuovi interrogativi nel caso di omicidio”, dove si sollevavano dubbi su un presunto coinvolgimento del leader del partito repubblicano irlandese nel caso di un doppio omicidio avvenuto nel 1971.
“Naturalmente non possiamo sapere anche chi ci sia alla tastiera”, ha precisato Virgil Griffith, ricercatore del California Institute of Technology, che è l’ideatore dello strumento. Delle stessa idea il portavoce vaticano padre Federico Lombardi: sono accuse “prive di ogni serietà e di ogni logica” quelle rivolte alla Santa Sede di aver manipolato una “voce” dell’enciclopedia on line. “In Vaticano” spiega Lombardi “ci sono più di mille persone che hanno accesso ai computer e sono ancora di più i visitatori dei Musei, della Biblioteca e dell’Archivio Apostolico che possono ugualmente navigare su Internet da una postazione. È ovviamente possibile che qualche privato, possa aver avuto accesso a Wikipedia da un pc del Vaticano. Ma la Santa Sede non c’entra nulla”.
In realtà è piuttosto lunga la “lista nera” dei manipolatori occulti della celebre enciclopedia online. E comprenderebbe governi (Usa e Portogallo), multinazionali (Microsoft), organizzazioni internazionali (Onu, Amnesty International) e il “gotha” dei media internazionali (BBC, New York Times, Reuters).
A volte i “ritocchi” apportati sono veri e propri interventi a gamba tesa per far sparire dal web informazioni scomode; ma nella magior parte dei casi sono chiaramente opera di qualche navigatore in vena di scherzi. Una delle schede prese maggiormente di mira è quella del presidente americano George W. Bush. Da un computer dell’agenzia Reuters qualcuno ha aggiunto la poco esaltante qualifica di “omicida di massa” alle note biografiche del capo della Casa Bianca. Da un pc della BBC, qualcun altro ha modificato il secondo nome del presidente Usa da ‘Walker’ in ‘wanker’, termine estremamente volgare che in inglese denota una persona abitualmente dedita all’autoerotismo.
Lo scanner è stato salutato con favore dalla casa madre di Wikipedia: “Noi siamo per la trasparenza più assoluta” ha detto un portavoce “e questo strumento per così dire ci fa salire di livello”. Trasparenza apprezzata da i milioni di utenti che ogni giorno digitano l’indirizzo dell’enciclopedia per avere informazioni sui più svariati argomenti. E infatti,
pur essendo soggetta regolarmente ad accuse di imprecisione e scarsa affidabilità , Wikipedia continua in ogni caso a crescere: è pubblicata in varie lingue (e dialetti italiani, dal furlan al sardo, dal veneto al siciliano, dal piemontese al lombardo e al napoletano) ed è tra i 10 siti più cliccati del mondo.
Il VIDEO servizio:
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Come ai tempi di Tangentopoli, quando da un lato c’era Antonio Di Pietro, dall’altro Fabio Salamone che lo mise sotto inchiesta nel 1995, o nel 2003 quando la procura della Leonessa indagò su Ilda Boccassini e Gherardo Colombo (finì sempre con l’archiviazione), anche oggi volano stracci e denunce tra i palazzi di giustizia di Milano e Brescia.
Forse più pacatamente di allora, con la formula dell’atto dovuto, si ripete la stessa sceneggiatura: il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini con i sostituti Chiappani e Pinatoni, ha iscritto nel registro degli indagati i colleghi milanesi Manlio Minale (procuratore capo), Armando Spataro e Ferdinando Pomarici (gli aggiunti), Enrico Manzi (il gip) e i funzionari della Digos Ignazio Coccia e Bruno Megale, con il capo uscente della polizia, Gianni De Gennaro.
All’origine dei provvedimenti, l’esposto dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga secondo il quale, nell’indagine sul caso Abu Omar che ha fatto finire sotto accusa la Cia e il Sismi, gli investigatori avrebbero violato il segreto di Stato.
Agli incroci pericolosi tra apparati dello Stato (servizio segreto militare da una parte, magistratura dall’altra) si aggiungono ora quelli tra due procure che anche in passato si sono trovate in rotta di collisione.