Leggi tutte le notizie su:
cibo
- Tags: affollamento, boss, camorra, carcere, cibo, Cosa-Nostra, cronaca, detenuto, ndrangheta, Poggioreale, polizia-penitenziaria, rose, san-vittore, soldi, sopravvitto, sprechi, Sulmona
-

La cella di un carcere | (Credits: estrelas e limóns by Flickr)
Le carceri italiane? Come banche svizzere: movimentano milioni di euro al mese, trasferiscono soldi all’estero, aprono e chiudono centiniaia di conti correnti al giorno. Insomma, costudiscono ed amministrano un vero e proprio tesoro. Quello dei detenuti. Continua
- Tags: alimenti, cadmio, cibo, controlli, crostacei, dogana, importazioni, inchiesta porti, ispezioni, mercurio, ministero-della-salute, pesce, salmonella, Unione-Europea, UVAC
-

Pesce spada su un peschereccio | (ANSA)
Additivi e conservanti nei crostacei. Istamina, cadmio, mercurio e anisakis (parassita intestinale presente in numerosi mammiferi marini) nel pesce preparato. Echinococco, bluetongue o febbre catarrale maligna, negli ovini e bovini.
Se state pensando ai prodotti di Cina, Vietnam, Egitto o Indonesia siete fuori strada. Questi sono solo alcuni degli elementi risultati presenti, grazie alle analisi chimiche, batteriolochiche, parassitarie e virali, negli alimenti che arrivano in Italia dai Paesi dell’Unione. Continua
- Tags: aeroporto, alimenti, aviaria, cibo, controlli, dogana, epidemie, frontiere, inchiesta porti, ministero-della-salute, PIF, Pisa, valigia, viaggio
-

Bagagli dei passeggeri in aeroporto
Gli alimenti pericolosi viaggiano anche in valigia? Sì, eccome.
Le verdure contaminate o le carni tossiche non arrivano sul nostro territorio solamente all’interno dei container che sbarcano nei porti italiani, come ha dimostrato il viaggio di Panorama.it, ma anche negli scali aeroportuali. Continua
- Tags: alimenti, cibo, container, controllo, crociera, cronaca, inchiesta porti, ispettori, Livorno, ministero-della-salute, navi, PIF, USMAF
-

Controllo effettuato dal PIF, Posto d’Ispezione Frontaliera, di Livorno sugli alimenti congelati destinati ai croceristi
Curiosare all’interno dei container di alimenti che arrivano e stazionano nei porti italiani non è un lavoro per deboli di stomaco. O per chi darebbe torto al ministro Rotondi sulla pausa pranzo “rito da abolire”. Garantito.
E non solo per il cattivo odore della carne o della verdura che spesso arriva sulle banchine completamente ammuffita, o addirittura marcia, ma soprattutto per quei prodotti tossici e radioattivi provenienti dai Paesi non appartenenti alla Comunità Europea: molluschi, pistacchi, gamberi, formaggi e persino tartufi. Continua

Quasi tutti dicono di amare cibo ed ingredienti della tradizione, con il marchio made in Italy: è noto in tutto il mondo che siamo un popolo di buongustai. Ma che nessuno ci chieda i nomi degli alimenti o gli ingredienti dei piatti. Perché infatti per 1 italiano su 3 il salame di Felino conterrebbe carne di gatto e l’aceto balsamico per 1 su 4 è realizzato unendo a normale aceto delle erbe di montagna.
E pensare che per quasi 9 italiani su 10 i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in più: sono più buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%), per non parlare dei sapori unici e inconfondibili che sono in grado di offrire. Ma è quando le domande riguardano la conoscenza dei prodotti e delle tipicità italiane che gli italiani “cadono”: per il 21%, per esempio, il capocollo è un formaggio e un altro 21% pensa che il “culatello” sia un modo dialettale di chiamare il “lato b” dei bambini (21%). Le celebri sarde a beccafico per ben il 51% degli intervistati non sono altro che sarde cucinate in salsa di fichi, mentre la “parmigiana” è, manco a dirlo, un piatto a base di parmigiano (19%). E la tanto decantata dieta mediterranea? Per il 29% si tratta di un tipo di alimentazione ipocalorica che prevede esclusivamente pesce.
Questo è ciò che emerge da un’indagine condotta dal mensile di turismo ed enogastronomia Vie del Gusto, su un campione di 1300 uomini e donne di età compresa tra i 18 ed i 55 anni intervistati sui prodotti della tradizione culinaria italiana che rileva anche come, a sorpresa, le donne siano meno preparate degli uomini: il 62% delle intervistate ha commesso almeno 3 errori nel questionario, contro il 28% degli uomini. Per gli italiani made in Italy è sinonimo di garanzia, genuinità , tradizione e gusto, ma in molti ammettono di non conoscere bene i prodotti e le sigle che ne certificano la qualità . E a sorpresa le donne meno preparate degli uomini.
Infine, la ricerca mette in luce che sulla carta solo il 16% degli italiani non presta cura alla provenienza degli articoli alimentari acquistati o comunque non la reputa una caratteristica degna di nota. Per il 34%, infatti la provenienza rigorosamente italiana rappresenta un elemento irrinunciabile, a cui si aggiunge il 28% che la ritiene molto importante e l’11% che pensa che lo sia abbastanza.
Quando si passa dalla teoria alla pratica queste difficoltà emergono con grande evidenza, tanto che errori e strafalcioni non si contano, sia sugli alimenti e prodotti, sia sui piatti della tradizione.
Il culatello, si diceva, è uno dei salumi più pregiati, che ci viene invidiato da tutto il mondo, cosa di cui il 41% degli intervistati sembra essere a conoscenza, ma per il 21% si tratta di un modo simpatico di chiamare il sederino dei bambini o addirittura un “vezzeggiativo” per una signorina che ha delle curve particolarmente attraenti (17%). Allo stesso modo il capocollo è identificato correttamente dal 22% come insaccato, mentre per il 25%, memore forse di alcuni vecchi film di Lino Banfi, dove l’attore minacciava di “spezzare la noce del capocollo”, si tratta della parte superiore del collo di un uomo. Il salame di Felino? Il 26% sa che il nome deriva dal luogo di produzione, c’è chi lo associa alla diceria per la quale i veneti mangiano i gatti e ritiene quindi che si tratti di un insaccato veneto a base di carne di gatto (33%). E la Tinca Gobba Dorata? Solo il 19% sa che si tratta di un pesce, per il 42% si tratta di una malformazione di un osso della gamba (viene insomma confusa con la tibia), ma c’è anche chi si dice convinto del fatto che sia un pregiato vino delle Langhe (12%).

Non è solo il rialzo dei prezzi dei dolci pasquali ad accompagnare quest’anno, come è ormai consuetudine, l’arrivo delle feste. C’è anche l’ennesimo allarme alimentare. Alcuni dolci pasquali, prodotti da forno confezionati ancora caldi in scatole di cartone, sono esposti al rischio di un composto chimico utilizzato nell’inchiostro di stampa degli imballaggi: il 4-metilbenzofenone. Questa sostanza non è ammessa per legge, mentre è consentita, fino a un limite massimo di 0,6 mg/kg, la presenza di una sostanza molto simile: il benzofenone.
L’allarme era stato lanciato a fine gennaio dall’Afsca, l’Agenzia federale per la sicurezza della catena alimentare del Belgio, informata da un produttore di un problema legato al 4-metilbenzofenone, che era passato dalla superficie esterna del cartoncino all’alimento, un muesli al cioccolato. Il prodotto è stato poi ritirato dal mercato.
Quando è emerso il problema, che ha fatto subito capire come questo allarme, nato dai cereali per la prima colazione, potesse in realtà interessare molte altre categorie di alimenti, Altroconsumo ha fatto delle analisi su colombe e altri dolci pasquali, in quanto prodotti da forno esposti potenzialmente a questo tipo di rischio.
Abbiamo acquistato sette colombe di marca vendute nei supermercati, più La Lemon, la torta di primavera Bauli, e abbiamo cercato in laboratorio i benzofenoni (benzofenone, 4-metil-benzofenone e 4-idrossi-benzofenone) sull’imballaggio ed eventualmente sul prodotto. Nella metà dei casi (Bauli, Maina, Balocco e Paluani), la ricerca sulla confezione è risultata positiva: in tre casi si trattava di benzofenone, presente solo sull’imballaggio, mentre sulla confezione della Colomba Bauli abbiamo trovato la sostanza bandita, il 4-metilbenzofenone. Le marche uscite del tutto pulite sono Motta, Tre Marie e Melegatti. Sugli alimenti, per fortuna, non c’era traccia di queste sostanze indesiderate. Ma la cosa non ci rassicura, un rischio potenziale che la contaminazione passi dalla carta all’alimento comunque c’è, e potrebbe diventare reale.
Auspichiamo che la normativa europea imponga al più presto un giro di vite sull’uso degli inchiostri negli imballaggi destinati ai prodotti alimentari. E ci aspettiamo anche una risposta dal nostro Ministero, che abbiamo sollecitato perché informi i consumatori sulla sicurezza dei prodotti commercializzati nel nostro Paese. Finora non abbiamo ottenuto risposta.
LEGGI ANCHE Le altre dritte di Altroconsumo

Fuori i ristoranti etnici dal centro storico e obbligo del rispetto di un “galateo” comunale per tutti i camerieri, che dovranno conoscere l’inglese. Questa volta la trovata non è di un’amministrazione leghista del Nord, ma viene dalla Toscana, in particolare da Lucca, città di tradizione “bianca” in una regione “rossa” e tutt’ora governata da una maggioranza di centrodestra. Giovedì scorso, al Consiglio comunale, è stato approvato un nuovo regolamento per bar, locali e ristoranti che vieta “l’attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse”. Da quale? Da quella toscana. La giustificazione nel regolamento è quella di “salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo” del centro storico. E la norma vale anche in caso di subentro. Tra i primi a essere colpiti, ovvio, ci sono i kebabbari, ma di fatto la regola può essere estesa anche alla cucina messicana, indiana o francese. Insomma, nel centro di Lucca si potrà mangiare solo toscano, anzi “lucchese”: in un altro punto, infatti, è previsto che nei menù deve essere presente almeno un piatto cittadino e preparato esclusivamente con prodotti riconosciuti tipici della provincia toscana. Inoltre, gli arredi devono essere “confacenti al centro storico stesso” e, specifica il regolamento, i locali devono essere dotati di “sedie in legno, arredamento elegante e signorile anche nei dettagli”, mentre al personale, che deve essere “fornito di elegante uniforme, adatta agli ambienti nei quali si svolge il servizio”, sarà richiesta “la conoscenza della lingua inglese”. Ma la scelta della città toscana non è la sola in Italia. Già lo scorso anno, due consiglieri comunali di Bergamo, Daniele Bellotti (Lega Nord) e Silvia Lanzani (Lega Nord), avevano proposto per la città alta un piano commerciale per la salvaguardia della tipicità dei borghi storici contro l’invasione di fast – food e kebab che ne pregiudicherebbero l’immagine tipica.
Partecipa al FORUM

Irrinunciabile, inevitabile, immodificabile. Nonostante la nouvelle cuisine, gli happy hour, il finger food, i fast food e la cucina molecolare. Vent’anni di sperimentazioni e mode alimentari non sono riusciti a intaccare il rito, tradizionalissimo, del pranzo della domenica. Che continua ad essere celebrato, ogni settimana, da otto milioni di famiglie (52% degli italiani), riproponendo lo stesso menù che veniva portato in tavola 50 anni fa: antipasto di salumi misti, pasta asciutta o ripiena, arrosto, patate e torta di mele. Lo rivela a sorpresa uno studio dell’Accademia Italiana della Cucina, condotto su un campione di 1834 famiglie italiane. In pratica tutte le domenica in almeno in una casa su due ci si ritrova per rispettare la tradizione. “Si usa soprattutto al Sud” dice il presidente del Centro Studi dell’Accademia, Paolo Petroni ad Adnkronos “dove viene celebrato dal 62% degli intervistati, ma resiste anche al Nord con un 45%. Nasce dal piacere di stare insieme e così spesso, insieme a papà e mamma, c’è anche lo zio e la nonna”. Solo il 5% non lo fa mai e, spiega Petroni, “è perché è rimasto solo o abita in un’altra città ”.
Stessa tradizione stesso menu. Antipasto di salumi misto con crostini di carne, pasta - lasagne e tortellini - arrosto con patate, torta e caffé. Tovaglia del giorno di festa e prelibatezze, preparate in casa: l’85% degli italiani dichiara di aver abolito i “piatti pronti almeno in questa occasione”. “In un’epoca, caratterizzata dall’omologazione alimentare” dice il presidente dell’Accademia Italiana della Cucina, Prof. Giovanni Ballarini” e dalla destrutturazione dei pasti il pranzo della domenica rappresenta il baluardo più autentico contro i fast food e il rito attraverso il quale recuperare l’antica tradizione del desco familiare”.
Ed è il Sud il presidio del pranzo della domenica. Un appuntamento che per i cittadini del meridione rappresenta il momento della condivisione familiare (73%) in misura maggiore rispetto a quelli del Centro (61%) e del Nord (56%).
Ma non solo. Al sud il pranzo della domenica rappresenta un appuntamento costante: 6 italiani su 10 lo effettuano ogni settimana contro il 50% dei cittadini del Centro e il 45% di quelli del Nord. Al di là del significativo valore gastronomico le famiglie si incontrano per riaffermare il valore della famiglia e lo spirito di convivialità (63%). E’ la casa (95%), soprattutto quella della famiglia d’origine (solo il 4% sceglie la casa di amici), il luogo per eccellenza del pranzo della domenica: solo il 5% sceglie di mangiare al ristorante.
Il ruolo dello chef rimane in mano alla donna (80%), ma anche gli uomini iniziano ad avere un ruolo attivo nella preparazione del pasto: 2 uomini su 10 hanno preparato l’ultimo pranzo della domenica, mentre solo il 4,7% dei figli partecipa in cucina.