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Le dritte di Altroconsumo: Microonde, risultati scottanti

microonde

Poco tranquilli anche a casa, nel rassicurante focolare domestico. Tre modelli di forni combinati, quelli che accorpano le funzioni di un forno elettrico con quelle di un microonde, sono stati bocciati nel test di Altroconsumo perché sono poco sicuri. Le superfici degli apparecchi raggiungono temperature che possono provocare gravi scottature se toccate accidentalmente. In altre parole, dalle nostre prove è emerso che la parte superiore dei forni eliminati raggiunge i 100°C e anche di più: praticamente ci si potrebbe cucinare una bella bistecca alla piastra. E non è una battuta. Un bell’uovo fritto potrebbe essere cotto sul vetro bollente dello sportello, anche questo soggetto a un surriscaldamento eccessivo. Per non parlare della maniglia e del bordo dello sportello, arroventati durante il funzionamento.
Ma come è possibile? Cattiva volontà e mancanza di regole ferree, che vincolino i produttori più “distratti”. Le aziende che investono in sicurezza (e ce ne sono) non mettono a repentaglio la salute dei consumatori. La presenza sul mercato di prodotti sicuri ne è la riprova.

Chi sbaglia invece deve rimediare, ecco perché Altroconsumo ha segnalato i prodotti rischiosi al ministero dello Sviluppo Economico.
Anche le prestazioni in parte deludono. I modelli del test scongelano bene i cibi, in compenso riscaldano male i piatti già pronti: questa dovrebbe essere invece una delle funzioni principali di questi apparecchi.
Il prezzo dei forni combinati è l’unica consolazione. Il modello che costa meno è il migliore del test, mentre quello più costoso è risultato poco sicuro.
In definitiva, dobbiamo rinunciare a un valido aiuto in cucina? Certo che no, ma è meglio orientarsi sul classico microonde (che riscalda e scongela), lasciando perdere i modelli combinati.

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Cibo cinese avariato e mozzarelle scadute da anni: maxisequestro a Catania

Produzione delle mozzarelle di bufala

Un supermarket con circa 900 chilogrammi di alimenti cinesi e 5,5 tonnellate di prodotti caseari scaduti è stato scoperto dalla guardia di finanza di Catania nel rione Lineri di Catania. Le Fiamme gialle hanno sequestrato due locali e denunciato quattro persone, due cinesi e due italiani.
I sigilli sono stati posti a due punti vendita attigui. Nel primo lavoravano i due orientali e vi sono stati trovati milk drink, caramelle White Rabbit, biscotti con tracce di melamina, confezioni di uova e verdure, bevande a base di latte, carni e pesce, tutto di origine asiatica, in cattivo stato di conservazione. Nell’altro punto vendita gli investigatori della guardia di finanza hanno trovato due catanesi, padre e figlio, che preparavano mozzarella con burro e altri preparati di latte scaduti da diversi anni.
Nella struttura sono stati sequestrati prodotti caseari scaduti, cagliata, burro, grassi vegetali e carciofini per un peso complessivo di 5.500 chilogrammi. All’operazione delle Fiamme gialle hanno collaborato medici e esperti dell’Asl 3 di Catania.

Cibi alterati o contraffatti: 121 milioni il valore dei sequestri da gennaio

Confezioni di prodotti
Firmato l’accordo di collaborazione tra Nas e Coldiretti per combattere frodi e sofisticazioni. Ammonta a 121 milioni di euro il valore dei cibi e bevande sequestrati nelle operazioni a tutela della salute dei cittadini effettuate dal Comando Carabinieri per la tutela della salute (Nas) nei primi otto mesi dell’anno. Nei primi otto mesi del 2008 con 16.804 ispezioni effettuate dai Nas sono state sequestrate derrate alimentari e bevande per 17,2 milioni di confezioni e per 30.000 tonnellate di prodotti sfusi, con l’arresto di 48 persone e sequestri di cibo e bevande per un valore di oltre 121 milioni. Il maggior numero di arresti si è verificato nel settore degli oli e grassi con 41 persone interessate, 5 nella ristorazione e 2 nel settore delle carni e degli allevamenti. Mentre tra i settori maggiormente interessati dai sequestri ci sono quelli delle conserve alimentari con il 39,4 per cento del valore sequestrato, quello delle carni e degli allevamenti con 25,1 per cento, dei vini e degli alcolici con il 18,8 per cento del latte e derivati con il 10,9 per cento e quello della ristorazione con l’1,4 per cento del valore sequestrato. Oasi, Nozze di Cana, Fedro, San Leo, Superciuk, Latte spot, Sint2006, Labirinto, Falsi sapori e Spremuta d’oro sono i nomi di alcune delle operazioni condotte con successo dai carabinieri dei Nas dal 2005 ad oggi. Una attività che ha coinvolto diversi settori merceologici dal latte al vino, dalle uova all’olio, dalla carne ai prosciutto e che ha portato a sequestri per un valore complessivo di 400 milioni di euro dal 2005 ad oggi.
Tra le frodi smascherate quella del vino comune illecitamente commercializzato come vino ad Indicazione Geografica, riciclaggio a fini alimentari di sottoprodotti destinati allo smaltimento, commercializzazione di capi bovini fraudolentemente dichiarati appartenenti a razze pregiate come la chianina, marchi falsificati per timbrare falsi prosciutti di Parma o San Daniele, olio di oliva contraffatto mediante l’utilizzo di oli di semi di soia e/o girasole insaporiti e colorati con betacarotene e clorofilla industriale. Con i rincari nei prezzi degli alimenti aumentano i rischi di frodi e sofisticazioni con l’utilizzazione di ingredienti a basso costo e scarsa qualità anche pericolosi per la salute - ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini - nell’esprimere soddisfazione per l’attività dei Nas a garanzia dei produttori e dei consumatori. Lo dimostra ad esempio il fatto che sul mercato mondiale si sta registrando un forte aumento delle vendite di surrogati destinati a sostituire il latte in gelati, formaggi, yogurt e bevande o di sottoprodotti dei cereali una volta utilizzati solamente per l’alimentazione animale ma anche di aromi artificiali utilizzati per nascondere la bassa qualità degli alimenti. Le preoccupazioni - continua la Coldiretti - riguardano anche l’Italia che è un forte importatore di prodotti alimentari. Il rischio concreto è che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità come il concentrato di pomodoro cinese, l’extravergine tunisino, le mozzarelle taroccate ottenute da latte in polvere, paste fuse e cagliate proveniente dall’estero e carni di seconda scelta (ad esempio ali di pollo al posto delle cosce).

Cibo, che cosa mangiamo davvero

La pasta, il piatto preferito dagli italiani
Grano australiano nella pasta, maiale danese nella mortadella, olive siriane nell’olio, manzo brasiliano nella bresaola. Molti dei piatti tipici della nostra cucina sono prodotti con materie prime provenienti dall’estero. Un’inchiesta pubblicata su Panorama, nel numero in edicola da venerdì 8 febbraio, spiega perché rischiamo di mangiare cibi di cui non conosciamo la provenienza.
Secondo i dati pubblicati dal settimanale, il 55 per cento del grano duro utilizzato per la pasta arriva dall’estero, soprattutto da Canada, Usa e Australia, così come il 64 per cento del grano tenero con il quale si impasta il pane (arriva da Francia, Germania, Russia e Ucraina). Per quanto riguarda il latte poi, circa l’80 per cento di quello a lunga conservazione arriva dall’estero, soprattutto da Germania, Austria, Francia e Ungheria. E il 42 per cento della carne suina proviene da allevamenti in Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Francia e Spagna.
L’unione europea, che tutela le produzioni locali con i marchi Dop, Igp e Stg, non ha stabilito ancora norme per un’etichettatura più trasparente, che aiuterebbero i consumatori a capire l’esatta provenienza di quello che mettono in tavola.

Last minute market: contro i delitti alimentari


Succose, perfette, pronte per essere mangiate, fatte per lasciare il loro rosso sulla lingua. Eppure tutti gli anni dobbiamo assistere a uno spettacolo splatter: il macello di tonnellate di arance siciliane sotto le ruspe. O di pomodori, come nella foto. Sono solo alcuni dei “delitti alimentari” che vengono commessi ogni giorno e che vanno sotto il nome di eccedenza.
In Italia lo spreco annuo di prodotti ancora perfettamente consumabili ammonta a 1,5 milioni di tonnellate, per un valore di mercato di 4 miliardi di euro. Ogni giorno finiscono in discarica o all’incenerimento 4 mila tonnellate di alimenti, il 15% del pane e della pasta che gli italiani acquistano, il 18% della carne e il 12% della verdura e della frutta.
La buona notizia è che questo crimine si può contrastare. Il progetto dei Last minute market, nato all’Università di Agraria di Bologna, consiste nel recupero delle merci rimaste invendute, quelle cioè che non sono più commercializzabili ma che sono perfettamente idonee per il consumo.
Queste vengono donate ad enti caritativi, case d’accoglienza per i senzatetto, comunità di recupero dalle dipendenze.
Le attività commerciali che donano i prodotti invenduti riducono i costi di smaltimento di rifiuti e ottengono sgravi fiscali. A Ferrara supermercati e alimentari hanno diritto a una detrazione proporzionale alla quantità di beni recuperati e non più smaltiti come rifiuti. Alla fine, però, il risultato del circolo virtuoso è che molti negozianti rinunciano ai vantaggi economici devolvendoli a un fondo di solidarietà.
“La filosofia di fondo è la stessa che caratterizza i freegan” racconta a Panorama.it Luca Falasconi, il ricercatore dalla cui tesi è partita l’idea del progetto “solo che noi arriviamo prima del cassonetto, quindi prima che il prodotto, anche se non lo merita, diventi di fatto rifiuto”. Anzi, per chi recupera cibo in Italia le regole igienico-sanitarie le ha fissate la Asl, e non sono morbide: solo prodotti con scadenza superiore a ventiquattro ore finiscono nelle mense delle associazioni. Quelli che scadono in giornata, o i pacchi di pasta o biscotti che si sono incidentalmente aperti nel trasporto, verranno preparati per gli amici a quattrozampe.
In Italia soltanto il Last minute market organizza un’intermediazione giornaliera tra donatori e associazioni destinatarie del cibo, senza la necessità dello stoccaggio intermedio. Il Banco alimentare (fondazione legata alla Compagnia delle opere) invece dal 1989 recupera le eccedenze di produzione agricola e dell’industria, più che dalla grande distribuzione. E, una volta l’anno, chiama tutti all’impegno organizzando la Colletta alimentare: chi va al supermercato può scegliere di comprare dei prodotti da donare.

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