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Cina

Il Dalai Lama è cittadino di Roma e la Cina insorge.
Da Roma è partito un appello, quasi una supplica corale, per rifiutare la violenza, per difendere i diritti umani, i diritti dei popoli e soprattutto quelli del popolo tibetano.
Queste parole sono diventate così un gesto concreto con il conferimento da parte del consiglio comunale della cittadinanza onoraria a Yeshe Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama. Un gesto “simbolico”, come ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ribadisce la richiesta dell’Italia e dell’Unione Europea nei confronti della Repubblica Popolare Cinese affinchè riprenda il dialogo con gli esponenti della nazione tibetana per ottenere l’autonomia del Tibet.
Il leader spirituale del Tibet entrando in Campidoglio nell’aula Giulio Cesare è stato accolto da un lungo applauso e grida: “free Tibet” ed in molti hanno esposto bandiere tibetane, mentre in piazza del Campidoglio si sono radunate alcune centinaia di persone con cartelli e striscioni pro Tibet, tra cui uno di Foro 753, centro sociale di destra, “contro l’oppressione comunista boicotta il made in Cina”. L’aula era gremita, con un parterre d’eccezione con molti politici, tra i quali il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi e il capogruppo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri.
Il Dalai Lama ha ammesso che “questi premi”, riferendosi alla cittadinanza onoraria di Roma e al Nobel, “sono un incoraggiamento a sostegno dell’azione non violenta e ciò mi dà coraggio. Penso che i tibetani sapendo che io sono qui a Roma a prendere la cittadinanza onoraria non si sentiranno abbandonati”. Il leader spirituale del Tibet ha detto che sono tre gli impegni a cui si dedicherà fino alla sua morte: “Promuovere il valore umano, l’incontro e l’armonia interreligiosa e risolvere la causa del Tibet”. Tenzin Gyatzo ha ricordato che sta invecchiando ma che non può ùritirarsi perchè andrà il mio sostegno al Tibet finché vivrò”.
Una presenza quella del Dalai Lama in Campidoglio che rappresenta” ha sottolineato Alemanno “la nostra rivolta morale di fronte all’ingiustizia, alla violenza, all’oppressione. Una rivolta morale a difesa dell’identità dei popoli e del diritto che ha ognuno di noi di esprimere la sua spiritualità e la sua cultura”.
Un messaggio non violento lanciato dal colle capitolino che acquista ancora più valore in un momento in cui la repressione della Cina in Tibet è sempre più dura, come ha detto lo stesso il Dalai Lama durante un incontro svoltosi prima della cerimonia in Campidoglio con l’intergruppo parlamentare per il Tibet. Un segnale di pace e di dialogo che parte “dal centro ideale della romanità”, come ha affermato il sindaco, proprio in vista del cinquantesimo anniversario dell’insurrezione pacifica del popolo tibetano, avvenuta a Lhasa il 10 marzo 1959.
Un messaggio di pace non compreso, anzi respinto, da Pechino. Il conferimento al Dalai Lama, il leader tibetano in esilio, della cittadinanza di Roma “offende il popolo cinese” e costituisce “un’interferenza” negli affari interni di Pechino, ha detto oggi la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu. La Cina ha annunciato conseguenze nelle relazioni con l’Italia per la decisione del Comune di Roma di conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. L’anno scorso Pechino cancellò una summit franco-cinese dopo che Nicolas Sarkozy aveva incontrato il leader spirituale tibetano. La concessione della cittadinanza onoraria di Roma al Dalai Lama, ha detto Jiang Yu, “ferisce profondamente la sensibilità del popolo cinese. Manifestiamo il nostro forte malcontento e la nostra contrarietà”.
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Terza nel mondo (dopo gli Usa e la Spagna) per numero di bambini accolti, l’Italia sta vivendo - almeno sul piano quantitativo - una positiva stagione in tema di adozioni internazionali. Il 2008 ha registrato un “record” di ingressi: sono stati sfiorati i 4 mila, ossia il 16,3% in più rispetto all’anno precedente. E poi, entro il mese arriveranno le prime bambine dalla Cina (22) mentre nuovi accordi si delineano per alcuni paesi africani, come il Gambia e la Burkina Faso.
A fare il punto sulle adozioni internazionali è stato il sottosegretario Carlo Giovanardi che oggi, a Palazzo Chigi, ha presentato insieme a Paolo Bonaiuti l’ultimo rapporto della Commissione per le adozioni internazionali (dati al 31 dicembre 2008: la maggior parte è giunta da Ucraina, 640 bambini; dalla Federazione russa: 466; dalla Colombia: 434).
“E questa è” spiega Giovanardi “una risposta positiva per le tantissime coppie italiane che stanno aspettando di adottare un bambino all’estero e anche la speranza che nasce dal fatto che si sono aperte strade nuove con la Cina”.
“Sulle adozioni non esistono né scorciatoie, né bacchette magiche” sottolinea Giovanardi “dipendono in gran parte dai rapporti che si instaurano con i paesi di provenienza dei bambini e questi sono frutto di un lungo lavoro diplomatico. I paesi inoltre hanno regole e norme che vanno rispettate. La Cina ad esempio chiede ai genitori non solo redditi alti ma anche che non siano obesi, affinché in futuro non abbiano problemi cardiaci”.
Poi Giovanardi si sofferma sui rapporti bilaterali con alcuni paesi su questo fronte: “Arriveranno i primi bambini cinesi proprio in questo mese di gennaio. Inoltre c’è anche la convenzione sottoscritta con la Russia che ampia la possibilità di intervento in quel paese e tanti altri paesi del mondo, soprattutto dell’Africa, con cui stiamo allacciando rapporti per avere più possibilità, attraverso gli enti, di avere bambini in adozione in Italia”.
Quanto al numero degli enti presenti nel nostro paese, settantatrè, Giovanardi afferma che “non è un handicap perché se gli Enti agiscono, come avviene in Italia, sotto il controllo della Commissione con criteri di professionalità che sono in grado di coprire tutto il mondo, l’Africa, l’Asia e l’America Latina, questo rende più probabile alle coppie la possibilità di soddisfare la loro esigenza di genitorialità. “Non andiamo in cerca di bambini che hanno già una famiglia e che vengono acquistati come purtroppo avviene in tanti paesi” afferma con forza Giovanardi “da noi la questione è morale: si tratta di dare a un bambino abbandonato una famiglia”.
Sulla Romania che ha di fatto chiuso le porte alle adozioni dall’estero Giovanardi precisa: “Prendiamo atto della decisione della Romania. Speriamo ci possa essere un ripensamento perché situazioni di disagio certamente esistono”. Con la Bielorussia invece, altro paese da cui non giungono bambini in adozione, Giovanardi conferma che sono in corso contatti diplomatici. Infine, sul perché ci siano pochi bambini italiani adottati in Italia, Giovanardi conclude: “Il nostro è il paese con meno bambini e quelli orfani in condizione di adottabilità si contano sulle dita di una mano per cui la difficoltà è oggettiva”.
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Dalla Cina, dove si trova per il vertice euroasiatico Asem, il premier ribatte alle critiche che arrivano da Roma sulle parole pronunciate ieri a Pechino. “Non mi interessa” afferma rispondendo ai giornalisti “io ho una maggioranza in Parlamento, ho avuto un voto e degli apprezzamenti pubblici. Siccome da sinistra non sono mai venute cose giudiziose e positive, io vado avanti a realizzare il mio programma. Indipendentemente da tutti i teatri e teatrini che mette in campo la sinistra. Chiaro? Non c’è nessuna possibilità di dialogo con questa sinistra”.
“Affermano che sono un dittatore. E allora, se sono un dittatore, perché dovrei dialogare? Dò ordini e mi impongo. Se invece non è vero che sono un dittatore e non cè un regime, se la realtà è che siamo un paese democratico in cui c’è una maggioranza assolutamente democratica, che credibilità posso dare a chi afferma che siamo in un regime?”. “Non ci può essere nessun dialogo con chi è su queste posizioni irrealistiche” conclude. “Non si può pensare di avere uno scambio di idee con chi è in una posizione del genere, con chi è totalmente inattendibile”.
Poi, a proposito delle manifestazioni degli studenti universitari, Berlusconi ha denunciato la presenza di “facinorosi”, che a giudizio del premier hanno “l’appoggio della sinistra estrema e dei centri sociali” ed “il supporto dei giornali”.
“Ho letto ancora un po’ di titoli di giornali…”, allarga le braccia il premier alla fine di una mattinata di incontri. Berlusconi insomma fa capire di non aver fatto alcuna retromarcia e sostiene: “Le persone di buon senso sanno dare giudizio su quello che leggono. Io non ho cambiato atteggiamento né giudizio. Ho parlato con il ministro degli Interni e penso che lo Stato deve difendere i diritti dei cittadini, tra cui quello di frequentare le scuole e le università. Se poi ci sono dei facinorosi che vogliono manifestare, manifestino pure. Hanno tutte le strade possibili e immaginabili per farlo” aggiunge il premier “ma non impediscano l’accesso di altri nelle strutture pubbliche”.
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La prudenza è d’obbligo, ma “posso annunciare che si tratta di circa 10-15 quintali di latte alla melamina, latte cinese, si parla anche di carni, di pesce e altri prodotti che non si potrebbero commercializzare”.
A parlare è il ministro per le Politiche Agricole e Forestali, Luca Zaia, intervenendo a Radio Anchi’io. E si riferisce il ministro al ritrovamento a Napoli di latte cinese alla melamina, latte killer.
Questa mattina, nel corso di una operazione del corpo Forestale a Napoli, ne sono stati sequestrati dieci-quindici quintali provenienti dalla Cina. Si tratta del risultato di “una grossa operazione che fa parte di una stagione tolleranza zero” ha annuciato il responsabile dell’Agricoltura. Che lancia poi un appello e un consiglio ai consumatori. “Chi va a comprare latte legga sulle confezioni da dove viene e faccia altrettanto per tutti gli altri prodotti, perché spesso ci facciamo male da soli”.
Il blitz del corpo Forestale dello Stato con la collaborazione delle Asl ha riguardato diverse attività commerciali gestite da cinesi. L’operazione è stata denominata “Lanterne rosse”. Secondo il comandante provinciale del corpo, Vincenzo Stabile, “bisogna attendere le analisi per vedere se si tratta di latte contaminato con la sostanza pericolosa, ma ci sono ragionevoli dubbi sia perché era nascosto sia perché non ha elementi per la tracciabilità”.
Nel mirino della Forestale in particolare, aree e magazzini portuali. Tra i generi alimentari sequestrati, oltre al latte, anche carni di animali come alcune specie di meduse e datteri di mare considerati in via di estinzione e, quindi, non commerciabili.
Positivi i commenti delle organizzazioni di coltivatori e allevatori italiani: gli italiani hanno il diritto di conoscere la provenienza del latte e dei suoi derivati che portano ogni giorno in tavola e occorre quindi immediatamente rendere obbligatoria l’etichetta di provenienza per tutti gli alimenti, ha detto il presidente della Coldiretti Sergio Marini. Un po’ più polemico il commento di Valentina Coppola, responsabile Agroalimenatre CODICI: “Apprendiamo con grande sorpresa dei dieci quintali di latte cinese alla melanina sequestrati in un capannone di Napoli, perché le istituzioni ci avevano rassicurato che il latte incriminato non sarebbe arrivato in Italia e invece, come il CODICI aveva sospettato, è evidente il rischio e la facilità con cui tali prodotti possano raggiungere il nostro paese. E la stessa Unione Europea aveva dichiarato fermamente chiuse le sue frontiere alle importazioni di latte e i prodotti lattieri importati dalla Cina”.
Le importazioni in Italia di prodotti agroalimentari dalla Cina nel corso del primo semestre del 2008 hanno superato, stima ancora la Coldiretti, il valore di 260 milioni di euro e riguardano principalmente ortaggi e legumi (secchi, conservati o loro preparazioni) per un valore di 88 milioni di euro tra le quali spicca il concentrato di pomodoro (29 milioni). Sulla base dei dati Istat, dal gigante asiatico, continua la Coldiretti, arrivano anche pesci, crostacei e molluschi per 18 milioni, semi, sementi e piante medicinali per 14 milioni, frutta per 7 milioni, gomme, resine ed estratti vegetali per 6 milioni e aglio per un milione. “Di fronte all’estendersi dell’allarme sui rischi dei prodotti cinesi occorre immediatamente” conclude la Coldiretti “estendere l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti”.
Intanto si registrano i primi tre casi di prodotti contaminati in Italia, portando a 26 il totale dei casi accertati in Europa. I campioni risultati positivi alla melamina, ha spiegato il comandante dei Nas Cosimo Piccinno, “sono rappresentati da due campioni di latte sequestrati a Modugno (Bari) ed un campione di yogurt sequestrato a Poggio Marino (Napoli)”. “In questi tre campioni” ha precisato Piccinno “sono stati rilevati dai 3 ai 22 milligrammi per chilogrammo di melamina, contro un limite previsto pari a 2,5 milligrammi per chilogrammo”.
I campioni, ha reso noto il comandante dei Nas, sono stati sequestrati in punti di vendita etnici: “Non si tratta” ha sottolineato Piccinno “di quantità di sostanza letale, ma comunque nociva”. A destare allarme, ha inoltre precisato, è il fatto che si tratta “in sostanza di alimenti destinati all’infanzia”. Al momento comunque, ha affermato dal canto suo il direttore generale sicurezza alimenti al ministero del Welfare Silvio Borrello: “non ci sono pervenute segnalazioni di conseguenze alla salute dei cittadini”. Finora, ha reso noto l’esperto ministeriale: “Sono 26 i campioni di prodotti alimentari provenienti dalla Cina e risultati positivi alla melamina in tutta Europa, inclusi i tre campioni italiani”.
Per quanto riguarda i controlli effettuati in Italia dal 22 settembre al 13 ottobre, sono state ispezionate dai Nas 855 strutture che si occupano di importazione e distribuzione di prodotti alimentari cinesi. Sono stati quindi prelevati 127 campioni e inviati ai competenti laboratori di analisi. Finora sono pervenuti i risultati dei 48 campioni inviati all’Istituto zooprofilattico di Teramo e che mostrano, appunto, tre positività alla melamina”.
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Il VIDEO servizio:
Quanto è vicina la Cina? Tanto, troppo. Basta fare un giro nei supermercati italiani per accorgersene e acquistare i suoi prodotti alimentari.
Su quelli a base di latte, carne e vegetali, dopo lo scandalo e l’allarme del latte alla melanina (che ha già provocato la morte di 4 neonati ed oltre 50.000 bambini intossicati), è scattato il giro di vite: oltre 1.000 carabinieri dei Nas impegnati in tutta Italia in controlli a tappeto su negozi alimentari cinesi ed etnici e sui distributori; misure di controllo alle frontiere e una nuova certificazione ‘ad hoc’ su una vasta gamma di alimenti made in China per attestare che non contengono latte o suoi derivati.
E proprio durante le operazioni di controllo, dal Nord al Sud del Paese, sono stati molti i sequestri da parte dei Nuclei Antisofisticazione, che hanno anche denunciato 7 persone e chiesto la chiusura delle strutture commerciali.
In particolare, si precisa in una nota, “il Nas di Firenze, nel capoluogo e a Prato, ha operato il vincolo sanitario su oltre 2.500 confezioni di prodotti dolciari preparati o farciti con latte in polvere e burro di provenienza orientale, la cui importazione è vietata da una direttiva comunitaria”. I Nas di Ancona hanno invece individuato un esercizio commerciale etnico dove erano esposti biscotti, dolciumi e caramelle contenenti latte: è stato bloccato, rende noto il Comando carabinieri per la salute, “oltre un quintale di merce, destinato prevalentemente a giovani consumatori”.
Analoghe attività, proseguono i Nas, sono state condotte a Napoli e Catania, “con il sequestro complessivo di 400 confezioni di latte e yogurt e 600 di prodotti a base di carne avicola e vegetali di importazione cinese”. Gli alimenti sottoposti a sequestro “secondo i primi accertamenti” affermano i Carabinieri dei Nas “non sembrano contenere la sostanza ‘melamina’ o altri contaminanti pericolosi per la salute pubblica”.
Anche se i prodotti del latte distribuiti legalmente in Italia sono “assolutamente sicuri”, ha affermato il sottosegretario alla salute Francesca Martini (”Da anni” ha sottolineato “in Italia è vietata l’importazione di latte e derivati dalla Cina. I prodotti del canale legale della distribuzione sono sicuri”), resta il rischio delle importazioni illegali (per questo un rafforzamento dei controlli è previsto alle frontiere) o legate ad altri canali.
Una cosa però è certa: “Per il ‘made in China’ alimentare” ha detto il sottosegretario dopo un vertice con il comandante dei Carabinieri della sanità Nas, Saverio Cotticelli, per fare il punto sull’emergenza “in Italia saranno tempi duri”. Da oggi viene infatti introdotta una nuova certificazione, una sorta di ‘bollino’ di qualità, che gli importatori di merce alimentare dalla Cina saranno tenuti a presentare per assicurare l’assenza negli alimenti di latte e derivati del latte di origine cinese. I prodotti, ha spiegato Martini “saranno bloccati alla dogana fino al completamento dei controlli; il tempo massimo di permanenza sarà di 60 giorni, dopo di che la merce verrà distrutta. La stessa cosa accadrà se gli alimenti analizzati risulteranno contenere latte cinese”. La certificazione riguarderà una vasta gamma di merci: integratori alimentari, bevande ai cereali, salse piccanti di soia, biscotti e dolci, alimenti dietetici, caramelle, cioccolato, zuppe e lieviti.
L’obiettivo, ha precisato il direttore generale Sicurezza alimenti del ministero del Welfare, Silvio Borrello, è anche quello di prevenire le “possibili triangolazioni di prodotti provenienti dalla Cina e importati da paesi terzi”.
I rifiuti italiani sono arrivati anche in Cina. Migliaia di tonnellate di materiali di scarto pericolosi di aziende e industrie italiane sono stati venduti come materie prime plastiche e acciaio in Oriente e smaltiti illegalmente nella foresta della Repubblica Popolare Cinese.
Con documentazione falsa, centinaia di container carichi di plastica non trattata e rifiuti pericolosi, sono partiti dal porto calabrese di Gioia Tauro, diretti a Hong Kong. Da qui, sono stati portati e scaricati nel nord della Cina dove una parte della merce è stata trasformata in “materia prima” (da riutilizzare nella fabbricazione di giocattoli, piatti e bicchieri) e una parte abbandonata.
Il traffico illecito di rifiuti dall’Italia all’Oriente è stato scoperto nel 2005, dai carabinieri del Noe di Reggio Calabria ma i gli arresti per i responsabili sono arrivati solamente tre giorni fa, con l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale del riesame di Salerno.
Dal 2004, undici imprenditori di Napoli, Roma, Gioia Tauro, Salerno e Bari, titolari di società di lavorazione di materie plastiche e cartone, raccoglievano i rifiuti dalle aziende presenti nel territorio italiano e invece di trattarli li spedivano in Cina. Un’operazione che gli permetteva di evitare le onerose spese per il normale recupero dei rifiuti e di non pagare l’Iva. Per poter imbarcare le balle e i sacchi di rifiuti nei container ed eludere i controlli, li trasformavano in materia prima secondaria, falsificando i documenti doganali.
L’organizzazione era riuscita a creare aziende, apparentemente legali, presentando false dichiarazioni alle amministrazioni provinciali per l’iscrizione all’Albo delle ditte specializzate. Queste aziende erano in grado di cedere, ricevere e trasportare gli ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi attraverso l’Europa, Asia e l’Africa. Secondo le stime dei carabinieri, in poco più di un anno di indagini, sono partite dal porto di Gioia Tauro 2.648 tonnellate di rifiuti per un giro di affari illecito stimato in quasi 400 mila euro. Nonostante vi fossero le richieste di materie prime plastiche anche dai Paesi europei, Hong Kong e la Cina, rimanevano le destinazioni preferite dal sodalizio criminale italiano. In Oriente sono arrivati dall’Italia, assieme alle materie plastiche contaminate anche sostanze corrosive, legnami, capi d’abbigliamento, materiale elettrico, scatole in alluminio, ferro e migliaia di contatori Enel. Ad occuparsi della lavorazione e dello smaltimento dei rifiuti, in laboratori improvvisati in mezzo alla foresta, centinaia di cinesi schiavizzati da società commerciali che acquistavano i carichi italiani. Le donne avevano il compito di salire sulle montagne di rifiuti per smistare e separare la plastica da riutilizzare dal resto della merce pericolosa. Gli uomini, invece, si occupavano dei processi di trasformazione degli scarti in plastica riutilizzabile che veniva confezionata e venduta nuovamente in Italia e in Europa. I militari dell’Arma, diretti dal capitano Paolo Minutoli, hanno ricostruito anche il percorso dei rifiuti in territorio italiano prima di essere imbarcati; Dai porti di Livorno, Genova, Civitavecchia, Venezia e Bari, con piccole navi mercantili, arrivavano sulle banchine di quello di Salerno. Nello scalo campano i rifiuti venivano stivati e sottoposti ad una prima “lavorazione” che gli faceva perdere le caratteristiche originarie di rifiuti per diventare “materia prima”. Poi venivano trasportati in quello di Gioia Tauro, ultima destinazione prima di lasciare l’Italia.
Nell’organizzazione ormai ramificata sul territorio italiano, anche due cinesi. Il loro compito era quello di raccordo con società orientali che operavano nel settore della lavorazione della plastica. Enzo e Yu, il primo legato ad un’azienda di Bari e ad una di Boscoreale, in provincia di Napoli, il secondo invece a due società romane, avevano il compito di individuare i rifiuti che potevano essere trasportati in Cina e di organizzarne la consegna. Erano sempre loro che stabilivano quale doveva essere il quantitativo che l’organizzazione italiana doveva riuscire a raccogliere presso le varie ditte, quest’ultime ignare di quale fosse la destinazione finale della merce di scarto, e soprattutto in quanto tempo. Attraverso uno spedizioniere doganale di Napoli, infine, i rifiuti venivano spediti alla Golden Fame Limited e alla Sinostar Corporation di Hong Kong che li acquistavano per poi rivenderli alla Heng Feng Plastic Factory e ad altre società sconosciute della Cina. Alcuni degli imprenditori arrestati avevano precedenti penali legati allo smaltimento di rifiuti altri invece, erano incensurati. Ma gli stessi investigatori non escludono che dietro al traffico internazionale di rifiuti pericolosi con Hong Kong e la Cina ci sia la criminalità organizzata: legami forti con la camorra e l’ndrangheta.
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Dopo che ieri l’Ue si era detta soddisfatta delle misure adottate dall’Italia per scongiurare l’emergenza diossina nelle mozzarelle di bufala Campana e la Francia aveva ritirato il blocco delle importazioni, il caso sembrava chiuso. Invece dall’estremo oriente è arrivata una sorpresa: la Cina ha deciso di boicottare il formaggio filante. Ma il pugno di ferro di Pechino sui prodotti a rischio sembra essere una “bufala”. “Non esportiamo mozzarella campana in Cina”, ha fatto sapere il governo italiano.
Secondo l’agenzia ufficiale Nuova Cina, il blocco delle importazioni è stato deciso oggi dall’Ammistrazione generale della quarantena. In un comunicato diffuso attraverso il suo sito web, l’organo di controllo cinese ha stabilito che le richieste di importazione della mozzarella devono essere respinte e che tutti gli altri tipi di formaggio italiano devono essere sottoposti a test di laboratorio prima che sia consentito il loro ingresso in Cina.
Anche Singapore ha bloccato la vendita delle mozzarelle di bufala italiane. L’Autorità agricola e veterinaria di Singapore (AVA) ha spiegato che le vendite sono state bloccate come misura precauzionale mentre si stanno effettuando analisi di laboratorio. L’ultima importazione di mozzarelle di bufala italiane a Singapore risale al 6 gennaio scorso, ma per mancanza di informazione non è risultato chiaro se il prodotto importato fosse contaminato, ha precisato l’AVA.
Per quanto riguarda la Cina invece, il ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro, ha dichiarato che “non esportiamo in Cina neanche un chilo di mozzarella, quindi chissà da dove arriva il prodotto, stiamo cercando di definire meglio i contorni di questo blocco. Siamo nella stessa situazione della Corea del Sud”, ha aggiunto De Castro, “sono stati avviati contatti con l’ambasciata cinese in Italia e, attraverso la Farnesina stiamo cercando di capire meglio la questione”. Dai dati del Consorzio di tutela emerge che la Cina non è compresa tra le destinazioni dell’export della mozzarella di bufala.

Tu chiamali se vuoi, paradossi della storia. Fino a qualche anno fa in tanti avrebbero fatto a gara per una photo opportunity accanto a quel “vecchio saggio” che gira il mondo con le infradito e la tunica rossa e gialla. Ora che il Dalai Lama arriva in Italia (i primi di dicembre per alcune lezioni seguite da una conferenza pubblica a Cologno Monzese; il 16 dicembre a Torino; seguiranno poi Udine e Roma), sono in molti a fingersi distratti.
Già, Tenzin Gyatso (dal 1959 in esilio in India e insignito nell’89 del premio Nobel per la Pace) è diventato un ospite scomodo, visto che la Cina intima di non ricevere questo mite vecchietto che agli occhi dei dirigenti del gigante asiatico, non è un leader spirituale, ma un capo politico che punta all’indipendenza del Tibet, da Pechino notoriamente considerato una provincia interna.
E di fronte ai diktat cinesi, le istituzioni italiane iniziano a tentennare: che fare con l’ospite che scotta? L’agenda del governo di questi tempi è, guarda caso, piena di altri impegni: welfare, Finanziaria, legge elettorale e riforme costituzionali; il presidente della Camera, il pacifista Fausto Bertinotti, ha detto che di accoglierlo nell’aula di Montecitorio non se ne parla, al limite lo si farà accomodare nella Sala Gialla. Insomma nessun discorso ufficiale alla platea dei deputati, al massimo due chiacchiere nel salotto del Palazzo, perché l’unica autorità religiosa che ha parlato in Aula, sottolinea Bertinotti, è il Pontefice: “Tuttavia si riconoscerà che il Papa ha qualche legame particolare con il Paese”.
E a proposito di Vaticano, rispetto alle voci che davano come possibile un incontro con il Papa intorno al 13 dicembre, è stato netto padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede: “Non mi risulta in nessun modo. Non è inserito nel programma“, ha detto all’Ansa. Anche se secondo l’agenzia AsiaNews del Pontificio Istituto Missioni Estere, il governo cinese ha minacciato nei giorni scorsi il Vaticano di “serie ripercussioni” alle relazioni bilaterali se il Papa dovesse incontrare il Dalai Lama.
Insomma, una non edificante corsa allo scaricabarile. Da cui si sta distinguendo una brigata di coraggiosi deputati, guidati dal forzista Benedetto della Vedova (ex Radicale): 165 onorevoli, di entrambi gli schieramenti, hanno firmato una petizione per richiedere che il Dalai Lama possa essere accolto alla Camera. L’obiettivo di Della Vedova è raggiungere le 315 firme, corrispondenti alla metà del Parlamento, per dare risposta simbolica e politica al messaggio che ha lanciato al governo italiano “autorevole membro dell’Unione europea e della comunità internazionale” che può richiamare l’attenzione sul “tragico destino del popolo tibetano”.

Recentemente, davanti a questo bivio si sono trovati tanto la Germania di Angela Merkel quanto gli Stati Uniti di George W. Bush: entrambi non hanno avuto il minimo dubbio, accogliendo il Dalai Lama con tutti gli onori. Angela Merkel ha ricevuto l’ospite il 23 settembre in Cancelleria a Berlino, rispondendo picche alle minacce cinesi: “Decido io chi ricevere e dove” ha detto la cancelliera. Bush è andato addirittura oltre, insignendolo ad ottobre della Medaglia d’Oro del Congresso statunitense, la più alta onorificenza americana.
L’arma di ricatto di Pechino? Gli affari, naturalmente. Ne sanno qualcosa alcune imprese canadesi, americane e tedesche con base in Cina, che stanno pagando in rappresaglie e commesse sfumate l’accoglienza che i loro governi hanno tributato al leader tibetano.
E questo timore regna a Milano. Il problema del capoluogo lombardo è semplice e duplice: imprese ed Expo 2015. Sul piano imprenditoriale, sono molti i milanesi che hanno forti interessi in Cina: una presa di posizione del governo cinese contro l’Italia certo non favorirebbe coloro che hanno investito in Asia. Ma l’incubo di Letizia Moratti resta l’esposizione universale. Come ripicca, la Cina potrebbe votare contro la candidatura milanese favorendo la turca Smirne, così il sindaco meneghino si limiterà a incontrare il Dalai Lama nel corso di una serie di incontri con altre personalità insignite del Premio Nobel per la Pace. Tra queste il Presidente di Israele, Shimon Peres, l’ex Presidente della Repubblica di Polonia Lech Walesa e l’ex Vice Presidente USA, Al Gore.
E mentre il governatore Roberto Formigoni chiede lumi a Roma sul comportamento da tenere in occasione della visita, è stata Torino a mostrare coraggio, anche perché non ha candidature da difendere. Il 16 dicembre il Dalai Lama, invitato dal sindaco Sergio Chiamparino, parlerà di fronte alle assemblee piemontesi e Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, lo riceverà.
Anche Veltroni dovrebbe stringergli la mano, durante l’incontro annuale a Roma con i premi Nobel. E vuoi vedere che a risolvere la questione potrebbe essere proprio l’ecumenico leader del Pd: siamo con lui ma anche con gli interessi delle aziende italiane a Pechino.
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