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Il libro era uscito già in estate. Ma la Finanziaria in discussione in Parlamento in questo periodo rende la fatica editoriale di Gabriella Carlucci e Willer Bordon, Il mercante e l’artista, un libro di piena attualità per comprendere il funzionamento dell’industria del cinema. La deputata Pdl, Gabriella Carlucci, racconta le novità per il mondo del cinema a Panorama.it.
Onorevole Carlucci, qual è la novità del libro che avete scritto e che sta pure nella Finanziaria?
Il credito d’imposta e il tax shelter.
Ci spieghi.
Il tax shelter e credito d’imposta sono agevolazioni fiscali che si sostanziano in risparmi che il contribuente ottiene dal fisco. Col credito d’imposta l’agevolazione si manifesta con maggiore facilità (il contribuente nonn paga Iva, Irpef, Irap o contributi e li reinveste nella produzione cinematografica) e quindi la sua utilizzabilità è più ampia. Con il tax shelter il contribuente è ammesso a ridurre il proprio reddito imponibile, purchè l’utile detassato sia reinvestito nella produzione. In entrambii casi di tratta di molto denaro che sarà a disposizione della produzione cinematografica.
E ci sono in questa Finanziaria?
Per la verità c’erano già nella precedente. Io mi ero battuta per anni per averle. Poi ho incontrato Willer Bordon. Lui mi disse che d’accordissimo con me.
E insieme, in maniera bipartisan, le avete presentate?
Esatto. Lui, che aveva i pochi voti disponibili con cui teneva in vita il governo Prodi, riesce a farle inserire nella Finanziaria 2007.
E quando siete andati voi al governo?
Bondi le ha mantenute. E nei prossimi giorni, dopo i pareri attuativi della Ue, saranno legge. Tra l’altro con valenza retroattiva.
Ovvero?
Cioè tutti gli sgravi fiscali potranno essere utilizzati nell’Iva fino da settembre 2008.
Ma cosa vi proponete?
Vogliamo aiutare il cinema a finanziarsi da solo. E a non essere dipendente dallo Stato.
Parla del FUS? Del Fondo unico per lo spettacolo?
Esattamente. Dal 1985 esiste il Fondo unico spettacolo. Che negli ultimi anni è andato via via diminuendo. E poi essendo fondi dati da una commissione non avete idea degli sprechi.
Amici degli amici…
Pensi che Veltroni nel 1996 da vicepremier e ministro della Cultura aveva dato un sacco di soldi a fondo perduto. Anche a film che erano brutti e non andavano in sala.
Con le misure defiscalizzanti Bordon e Carlucci invece?
Noi siamo per promuovere il merito. Ci saranno soldi solo che verranno assegnati solo tramite una graduatoria. E solo a film con cast di livello. E che, magari, ricevono pure dei premi e dei riconoscimenti a livello internazionale.
Significa che vedremo anche film con attori celebri?
Con il nostro sistema tornerà lo star system. Sapendo che pantalone non paga più i produttori si ingegneranno. E richiameranno grandi attori nei loro film, se vogliono avere un aiuto dallo Stato. Inoltre chi investirà in un film diventerà titolare dei diritti di sfruttamento di quel film e ci guadagnerà nella quota commisurata al suo investimento. E di conseguenza avrà tutto l’interesse che il film incontri i gusti del pubblico ed è ovvio che un attore molto amato può fare la fortuna di una pellicola.

Era dato come il “primo cadavere” dell’amministrazione Alemanno, e già si recitavano pianti greci per la sua precoce dipartita. A dare retta a certe cronache, la Festa del Cinema di Roma - ribattezzata Festival dal suo nuovo presidente, Gian Luigi Rondi - avrebbe dovuto durare qualche anno o poco più, e d’ora in avanti le sue performance sarebbero state tutte in discesa.
Vero: i dati presentati ieri dal CNA di Roma segnano un’inversione netta di tendenza. Ma la sorpresa è che lo fanno in positivo e, considerati gli allarmi di recessione economica internazionale, soprendono un settore che a Roma si sta attrezzando per diventare una vera industria.
Con audiovisivo e spettacoli la Capitale mantiene infatti una leadership saldissima a livello nazionale (30 mila gli addetti, tre volte quelli di Milano). Il volume d’affari sfiora quota 550 milioni di euro e - Rai a parte - a farla da padrone sono proprio le imprese che hanno a che fare con le pellicole del grande schermo, con un reddito complessivo di 314 milioni di euro.
Ma il Festival del Cinema è anche l’occasione per solcare la “Business Street”, e cioè il mercato nascosto sotto il red carpet dove sfilano divi e star del cinema. È lì che si fanno i veri affari ed è lì che arriva l’altra buona notizia per l’economia romana. Quest’anno gli accreditati sono infatti ulteriormente aumentati: da 600 a 650. Tra loro, anche 60 società di venditori disposte a fare man bassa di contratti e pellicole di ogni sorta. E persino il pubblico sembra gradire: i biglietti finora acquistati registrano anche qui una nota positiva, + 27%.
Per un Festival dato per spacciato, non c’è male. Adesso resta solo da aspettare l’inizio, programmato per domani alle 20 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. È li che Al Pacino ritirerà il Marc’Aurelio d’oro alla carriera, attribuito quest’anno all’Actor Studio, di cui l’oriundo italiano è uno dei presidenti.
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Dino Risi è morto nella tarda mattinata di oggi nel suo appartamento nel residence Aldovrandi, nel quartiere romano dei Parioli, dove abitava da anni. Il regista aveva 91 anni, era nato a Milano il 23 dicembre 1916. Nella sua lunga carriera, è stato regista e sceneggiatore e soprattutto uno dei maggiori interpreti della commedia all’italiana insieme a Mario Monicelli, Luigi Comencini, Nanni Loy ed Ettore Scola.
Per capire il cinema di Dino Risi, il suo impasto di popolarismo e rigore, simpatica cialtroneria e moralismo segreto, bisogna rintracciarne le radici nella sua formazione. Secondo di tre fratelli (era nato da una famiglia discreta e benestante, suo padre era il medico del teatro La Scala, sua madre Giulia amava la pittura e le belle lettere), rimase orfano a 12 anni, fu allevato in una girandola di zii e amici di famiglia divisi da passioni politiche contrapposte, tra fascisti e liberali, si laureò in medicina dopo la guerra, tornato a casa dopo due anni in Svizzera.
L’approdo al cinema è fortuito: l’amicizia con Lattuada e Soldati, la formazione a Ginevra con Jacques Feyder. In realtà , come lui stesso ricordava, già nei tardi anni Trenta si era cimentato con la critica, per poi debuttare come assistente di Soldati (Piccolo mondo antico) e Lattuada (Giacomo l’idealista), tra il 1941 e il 1942. Sfuggito alla campagna di Russia per un attacco di epatite (da quella spedizione si salvò invece fortunosamente suo fratello Nelo, anch’egli laureando in medicina), Risi ritrova il cinema, a Milano, dirigendo una fitta serie di documentari e cortometraggi (a partire da Barboni e cortili) prodotti da Gigi Martello tra il 1946 e il 1950. Intanto la sua prima sceneggiatura, Anna, diventa un film di Lattuada prodotto da Carlo Ponti. Così Risi entra da protagonista nel cinema italiano.
Il successo arriva grazie a Pane, amore e… nel 1955, sequel dei fortunati Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia, che raccontano le comiche imprese del maresciallo Carotenuto (interpretato in tutte le pellicole da Vittorio De Sica). Arriva poi Poveri ma belli (1956). Lavora con Alberto Sordi, Nino Manfredi e Vittorio Gassman. Con Sordi dirige Il vedovo (1958), satira di costume, mentre dirige Gassman in un film che consacra l’attore genovese, Il mattatore (1959). Sono gli anni ‘60 a salutare l’apice della sua carriera. Arriva Una vita difficile (1961), a fianco di Lea Massari, e Il sorpasso (1962), ancora con Gassman, forse il suo film più famoso.

di Laura Delli Colli
“Le ragazze che ho conosciuto le ricordo tutte, potrei elencare nomi e cognomi di tutte le mie compagne di scuola” racconta al telefono con voce inconfondibile Giulio Andreotti. Solo pochi giorni fa, parlando proprio con Panorama di Anna Magnani nel centenario della nascita, un flashback fulminante: “Ah, la Magnani… Una foto innocente mi costò una ripassata da mia moglie”. Facile immaginarla, visto che alla signora Livia, compagna e spettatrice discreta e fedelissima di ormai oltre sessant’anni di vita, calza a pennello quel soprannome familiare, “la Marescialla”.
Ma che effetto fanno le donne di oggi al “divo Giulio”? Qualche secondo di pausa, poi la risposta: “Vorrei dire quello di sempre… Va bene, ci sto, facciamola una chiacchierata”. E così con Panorama Andreotti per la prima volta attraversa cinema, politica e costume al femminile. “Pensi che quando ero bambino le donne portavano vestiti, diciamo, medio-lunghi. Seppi poi che era scandaloso mostrare persino le caviglie”.
E oggi?
Diciamo che l’evoluzione, chiamiamola così, ha visto un risparmio di tessuti.
Scandalizzato dalle ragazze che sognavano Miss Italia e oggi vogliono fare le veline?
Miss, veline… Magari per qualcuna sarà ancora un sogno. Per fortuna non credo che tutte le ragazze di oggi siano così. Mi metterei le mani nei capelli.
Troppo diverse da quelle dei suoi tempi?
È logico che sia così. Ma far paragoni e classifiche non sarebbe cortese.
Un invito all’impertinenza: il potere logora chi non ce l’ha, ma quando uno ce l’ha suscita molti appetiti. E allora, quanto è stato corteggiato?
Piano, piano, su questi argomenti c’è molto millantato credito. Per quanto mi riguarda, poi, sono sempre stato attento e prudente. E non lo dico perché anche mia moglie leggerà quest’intervista.
Teme che la Marescialla le somministri un’altra ripassata?
Non ne avrebbe ragione. Ma se per corteggiamento si intende una certa pressione, un’insistenza, diciamo così, epistolare, beh sì, nella vita ho ricevuto molte lettere femminili.
Ardenti? Imbarazzanti?
Ero in politica, molto vicino al mondo del cinema. E certe missive così esplicite mi divertivano, non posso negarlo. Poi però mi seccavo: ho sempre temuto l’adulazione e leggendo parole in qualche caso così sorprendenti ero terrorizzato dal rischio che certe signorine o signore così intraprendenti si conservassero la minuta.
Delle donne in politica che cosa pensa?
Comincio dall’archeologia e ricordo il debutto della prima, Angela Maria Guido Cingolani: nella politica di allora, una novità folgorante. Oggi ce ne sono molte, alcune bravissime. Ma non parlatemi di quote rosa: sono un insulto alla bravura e alla parità . Provo fastidio al solo pensiero che le donne debbano essere ripartite in quote solo in quanto donne.
Senta questa su sesso e politica: tra le signore più mediatiche della politica italiana, Daniela Santanchè ha fatto outing, dichiarando pubblicamente “di non averla mai data per fare carriera”.
Evviva. Prescindendo dalle parole dell’onorevole Santanchè posso solo dire, però, che indubbiamente si presenta bene.
La voce: quanto le piace in una donna?
Preferisco una racchia che mi affascini con la voce!
E l’immagine quanto conta? Cosa pensa di attrici come Laura Morante, Margherita Buy, Sabrina Ferilli?
Non sarebbe elegante fare classifiche. E sono forse più preparato sulla tv: la presenza frequente in video con un aspetto simpatico crea sempre di più simpatia profonda. Per esempio, quando la sera al Tg1 appare quell’annunciatrice…
La fermo, senatore, oggi si chiamano conduttrici e sono giornaliste…
Sì, sì, lo so, ma l’ho detto all’antica. Mi riferisco a quella giornalista bionda, capelli lunghi: gradevole e sempre preparata.
Vuol dire Maria Luisa Busi?
Ammetto che con garbo riesce a far digerire anche tante notizie su tutto quello che va male.
Insomma, proprio lei che ha fatto il buono e il cattivo tempo nella politica cinematografica ha tradito il cinema per la televisione…
Al cinema non vado più dal 1978, da quando è iniziato il rischio delle aggressioni e andare in giro in pubblico senza protezione cominciò a essermi caldamente sconsigliato. Avrei potuto farlo magari di domenica, scortato dalla polizia. E pensi un po’ se per vedere un film dovevo avere sulla coscienza il tempo libero degli agenti obbligati a rinunciare per un mio divertimento a un pomeriggio con i loro figli. No, non potevo ammetterlo.
Ma i film li potrebbe vedere, però, in dvd o magari in videocassetta…
Sono all’antica, spesso me li portano a casa, ma vedere il cinema in televisione è diverso. Vuoi mettere le emozioni che ti dà la sala?
Sta per uscire Il Divo, il film di Paolo Sorrentino sulla sua vita. Ha già detto proprio a Panorama che lo avrebbe preferito “da morto” ma è sempre dell’idea di non vederlo o, magari, come dice maliziosamente qualcuno, che lo vedrà con gli avvocati al fianco?
Vedremo. Non ho posto veti e non amo le censure. Però, con tutto quello che ho fatto nella vita, spero proprio di non essere ricordato solo per un film.

E stavolta il richiamo del Pontefice è ai mezzi di comunicazione. Tv, cinema, radio, giornali e internet, “con il pretesto di rappresentare la realtà ”, di fatto tendono “a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale”. Questo il messaggio con cui Benedetto XVI, nella 42esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ha denunciato il rischio che i media “si trasformino in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento”.
“È il caso” spiega il Papa “di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva”. “La loro straordinaria incidenza nella vita delle persone e della società ” rileva il Papa “è un dato largamente riconosciuto, ma va posta oggi in evidenza la svolta, direi anzi la vera e propria mutazione di ruolo, che essi si trovano ad affrontare”. Infatti, “l’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili”.
“Occorre” si legge nel testo ancora nel testo “chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze”.
Secondo Papa Ratzinger, “sarebbe doveroso far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore”.
“Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone”. Così “per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita aricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza”.