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In ricordo di Zhou e Joy: sfilano italiani e cinesi per dire no alla violenza
Le saracinesche dei negozi tirate giù a lutto, un fiore bianco in una mano, una candela in un’altra. Lo stricione “No alla violenza, più sicurezza” scritto in italiano e in cinese, le foto di Zouth e Joy con sotto la scritta “nel paradiso non c’è violenza, riposi in pace”. Il lungo lenzuolo bianco dove centinaia di persone hanno lasciato la loro firma e che ha sfilato con i manifestanti da Piazza Vittorio a Roma fino a Tor Pignattara. Continua


” La comunità è nel mirino della criminalità . Sono due anni che dalle pagine del nostro giornale denunciamo le violenze e i danneggiamenti che i nostri concittadini sono costretti a subire nella città di Roma”. Sarah M. Fang, direttrice de Il tempo Europa Cina, il primo per diffusione dei giornali in lingua cinese in Italia, non nasconde il disagio che vive la comunità orientale residente nella Capitale, la più numerosa nel nostro Paese dopo quella toscana di Prato. “L’omicidio di Zhou Zeng e della sua bambina di nove mesi avvenuto la sera del 4 gennaio- spiega la direttrice nell’intervista rilasciata a Panorama.it- è l’epilogo tragico di una serie di aggressioni e violenze che i commercianti cinesi subiscono ogni giorno nei numerosi quartieri di Roma” Continua

(Credits: ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)
Rabbia, sgomento, paura, ma anche tanta solidarietà . La notizia di una bambina cinese di 6 mesi uccisa in braccio al padre per 5mila euro spezza il fiato in gola. E’ veloce a correre on-line l’orrore della cronaca e altrettanto velocemente il web organizza la propria rete di alleanza intorno al cuore bruciato della città . Su Twitter #torpignattara conta decine di tweet, facebook apre pagine a accoglie like. Continua


di Elisabetta Burba
«Fra vent’anni tutti gli italiani lavoreranno per i cinesi»: è categorico Mauro Femminò. Imprenditore nel campo
della ristorazione, i cinesi li conosce bene. E non solo perché ne ha sposata una. Con moglie e cognato è titolare a Milano di un ristorante cinese di tendenza: il Ta Hua. Ponte virtuale fra le due culture, Femminò è lucidissimo: «Invece di arrabbiarci con i cinesi, dovremmo chiederci come mai loro hanno successo e noi no. Semplice, perché lavorano come muli e si accontentano di margini di guadagno inferiori. Condizioni che noi non accettiamo più». Continua
Ancora vittime nella Chinatown milanese. Dopo l’omicidio dello scorso 24 febbraio (ancora senza un colpevole) un morto e un ferito grave è il bilancio di un’aggressione avvenuta in via Paolo Sarpi all’angolo con via Aleardi, nel cuore del quartiere cinese, oggi verso le 13.15. La vittima, un cittadino cinese, è stata uccisa a coltellate davanti a una trattoria, è intervenuta la polizia che indaga sull’episodio.
Il ragazzo è stato ucciso con un grosso coltello da cucina. Secondo la polizia un possibile movente potrebbe essere quello passionale. Il cinese che ha aggredito due suoi connazionali, uccidendone uno e ferendone un altro, sarebbe, secondo alcuni testimoni, l’ex fidanzato di una delle due donne che si trovavano a tavola con gli aggrediti nella vicina trattoria.
Il ferito è stato trasportato in condizioni gravi all’ospedale Fatebenefratelli. Sul posto sono intervenuti gli agenti della squadra volanti di Milano e quelli della squadra mobile. La vittima, di circa 20-25 anni, stava pranzando nella trattoria “Long Chang” di via Sarpi in compagnia di un amico e delle rispettive fidanzate, tutti cinesi. Poco dopo le 13 l’aggressore, armato di coltello, è entrato nel locale e ha assalito i due ragazzi. Secondo alcuni testimoni, l’uomo sarebbe l’ex fidanzato di una delle due giovani. La lite è continuata all’esterno: l’aggressore ha colpito prima uno dei due ragazzi, poi l’altro, mentre le ragazze guardavano terrorizzate.
Per uno dei due cinesi non c’è stato nulla da fare. L’amico è ricoverato in condizioni gravi, dopo essere stato colpito più volte dall’aggressore che si è dato alla fuga. Alcuni testimoni italiani hanno parlato di ritardo nei soccorsi: hanno atteso circa 10 minuti per l’auto medica e circa un quarto d’ora per l’ambulanza. Le due ragazze sono state accompagnate negli uffici della Questura per essere ascoltate. Il loro racconto potrebbe fornire elementi utili alle indagini. L’aggressore è fuggito nelle vie limitrofe abbandonando la lama a terra in via Aleardi.
L’ipotesi passionale, ancora al vaglio degli investigatori, emerge da alcune testimonianze di cittadini cinesi e delle due ragazze, per quanto ancora sconvolte. È presto per dire se il movente è squisitamente passionale o se l’uomo aveva altri motivi, come l’appartenenza a gang diverse, per accanirsi sui connazionali. Tra i cittadini cinesi c’è un’intera gamma di soluzioni per le contese passionali, prima di arrivare alla violenza fisica: scuse ufficiali o risarcimento in denaro. Il responsabile dell’aggressione, grazie alle precise testimonianze delle due ragazze, potrebbe essere identificato in tempi brevi.
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Sessanta posti letto, divisi tra loro da una tavola di compensato: ogni loculo largo appena per farci entrare la branda. Due bagni, fornelli con bombole a gas, vestiti sparsi e sporcizia ovunque. Tutto sotto terra. Per dormire in questa specie di “hotel” clandestino decine di cittadini cinesi pagavano 100 euro mensili a coppia, 200 per il nucleo familiare. Sì, perché confinati nel dormitorio c’erano anche dei neonati.
Gli agenti delle volanti di Milano sono entrati verso le 3 della scorsa notte, dopo che domenica avevano avuto la segnalazione dei vicini di un via vai continuo al piano terra di un palazzo al civico 77 di via Mac Mahon, non lontano dal quartiere San Siro. Prima di bussare alla porta i poliziotti hanno bloccato la botola che dà su via Dupré e che veniva utilizzata dagli “ospiti” come via di fuga in caso di emergenza. In quel momento all’interno c’erano 28 cittadini cinesi, di cui 12 regolari, 12 clandestini e 4 bambini di 6 e 11 anni e di 4 e 8 mesi.
L’albergo di fortuna era ricavato in un ex magazzino sotto a un appartamento, i due locali (in tutto 300 metri quadrati circa) erano collegati da una scala ricavata apposta. La parte sotterranea era suddivisa in 30 vani, ognuno occupato da una coppia. I locali, di proprietà di un italiano, sono sotto sequestro.

Antonio ha un filo di baffi e un piccolo ciondolo di giada al collo. Rappresenta Guanyin, la dea della pietà e della compassione, una delle figure più importanti del Buddismo. Ma Antonio (è il suo soprannome italiano) ha fatto parte dei Daxue, una delle che la pietà non l’hanno mai conosciuta. L’ultimo esempio, a fine febbraio, è l’omicidio del ventiduenne Hu Libin, boss in erba, nell’ennesima guerra per il controllo del territorio milanese e del mercato della droga.
Il pendaglio di Guanyin è un ricordo della remota regione da cui provengono questi ragazzi, lo Zehijang, nel sud della Cina, a 800 chilometri da Shanghai. “La dea mi protegge e spero abbia pietà per gli errori che ho fatto” dice Antonio con un filo di voce. Ha 29 anni, vive in Lombardia dal 2001 e in Italia ha già scontato tre anni di carcere. Ora è pentito.
Nonostante la lunga permanenza nel nostro Paese stenta a parlare l’italiano. Non capisci se è un modo di proteggersi o se abbia davvero difficoltà a comprendere. Per intervistarlo c’è bisogno di un interprete. La sua è una testimonianza unica per chi voglia provare a capire la impenetrabile, e quasi banale, realtà delle bande cinesi.
Come è arrivato in Italia?
Da clandestino. Nel mio paese riparavo televisori. Poi ho deciso di cambiare vita e di venire in Italia. Per questo mi sono rivolto agli “she tou”, le teste di serpente (gli uomini delle organizzazioni che gestiscono il traffico di clandestini, ndr). Mi hanno chiesto 12 mila euro, da pagare una volta arrivato a destinazione.
Perché ha scelto l’Italia?
Qui erano già emigrati alcuni miei amici ed è una meta più facile ed economica da raggiungere. Per andare negli Stati Uniti credo che ci vogliano almeno 50 mila euro. Anche per la Gran Bretagna le tariffe dei trafficanti sono più esose.
Qual è stato il percorso?
Eravamo una ventina e siamo saliti su un aereo per Mosca. Da lì alcuni uomini russi ci hanno trasferiti in Ucraina e in nave abbiamo raggiunto l’Italia. Ricordo che era buio e che non abbiamo subito controlli.
E poi?
Alcuni nostri connazionali ci hanno trasportati in un appartamento. Lì ci hanno permesso di contattare le nostre famiglie. Mia madre dopo una ventina di minuti aveva già pagato la cifra pattuita a uno degli she tou. Ero finalmente libero.
Che cosa è successo allora?
Un amico, informato del mio arrivo, è venuto a prendermi e mi ha portato a Brescia. Là ho trovato quasi subito un lavoro: stiravo vestiti in un laboratorio tessile, a volte per 15 ore al giorno. Era un impiego a cottimo, guadagnavo mediamente 700-800 euro al mese.
Come è entrato nei Daxue?
Me lo ha proposto un compaesano. L’ho incontrato durante una gita a Milano in via Paolo Sarpi (cuore della Chinatown meneghina, ndr). Mi ha offerto 1.500 euro al mese per fare estorsioni. Il doppio del mio stipendio per andare a chiedere soldi in due o tre negozi al giorno: mi sembrò vantaggioso.
Come funzionava il nuovo lavoro?
Giravamo in gruppo, cinque o più persone. Inizialmente ci presentavamo con una scusa. Magari protestando perché una bibita aveva fatto male a uno di noi. Il denaro era una specie di risarcimento. Quindi abbiamo capito che si trattava di un business redditizio e abbiamo iniziato a estorcere soldi anche agli altri commercianti.
Sempre con lo stesso metodo?
Con il tempo abbiamo cambiato copione: per esempio ci presentavamo in un ristorante e chiedevamo un prestito. Solitamente 2 mila euro. A volte offrivamo qualcosa in cambio, per esempio un piatto, e domandavamo la stessa cifra. Il proprietario sapeva di non poter rifiutare. Ma, apparentemente, non si trattava di un’estorsione: noi avevamo domandato un aiuto o venduto un prodotto.
Che cosa succede a chi si rifiuta di fare affari con le bande?
Beh, mettevamo a soqquadro ristoranti e negozi, facevamo scappare i clienti. Qualche volta sono state date delle sprangate. Ma solo per impartire una lezione, non per uccidere. Ora è diverso, per i ragazzi delle bande ammazzare non è più un problema.
Perché nella maggior parte dei casi i commercianti non denunciano questi ricatti, che continuano ancora oggi?
Perché la legge italiana non è incisiva: non c’è un’azione immediata delle forze dell’ordine, le indagini durano a lungo e spesso i giovani restano in libertà in attesa di giudizio. E i miei connazionali hanno paura di subire ritorsioni da parte loro.
Ma le bande con i loro affari non infastidiscono i mafiosi delle triadi cinesi?
Io in Italia non ne ho mai visto uno.
Nelle bande qual è la differenza tra vecchie e nuove leve?
Noi, quasi tutti clandestini e quindi ricattabili, lavoravamo per dare una mano alle famiglie. Adesso invece i giovani sono in maggioranza regolari e vengono mantenuti dai genitori. I soldi non servono loro per sopravvivere, ma solo per ottenere tutto quello che desiderano. Per questo spacciano.
Voi non lo facevate?
Questo è il business del momento. Ai miei tempi ecstasy e cocaina le trovavavamo nelle discoteche “italiane”, qualcuno di noi le assumeva, ma lo spaccio non era considerato un nostro affare. Adesso lo è diventato, eccome.
Per quale motivo è circoscritto alla vostra comunità ?
Perché in mezzo ai “lao wai” (”stranieri”, come i cinesi chiamano gli italiani, ndr) possono infiltrarsi i poliziotti.
Le bande hanno segni distintivi: tatuaggi, capi d’abbigliamento, accessori?
Nessuno. Anche in questo caso per evitare di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. In fondo nel nostro quartiere non c’è bisogno di marchi: i negozianti sanno chi sono i componenti delle bande e li rispettano. Per esempio, nei ristoranti, non pagano mai i conti.
I ragazzi delle gang usano con perizia nunchako, machete e arti marziali…
È una leggenda. Tra di noi non c’erano e, per quanto mi risulta, non ci sono emuli di Bruce Lee.
Dove viveva? A Chinatown?
No. I ragazzi delle bande vivono lontano da dove fanno affari. Io stavo in zona Mac Mahon, eravamo in cinque e dividevamo due stanze da letto. L’affitto e le altre spese li pagavano i capi. Cercavamo di non dare nell’occhio. Nel tempo libero giocavamo a carte o andavamo negli internet point.
Ragazze?
Nella banda non ce n’erano. Le frequentavamo all’interno della comunità . Avevamo storie uguali a quelle di tutti i giovani. L’unica differenza è che non ho mai visto una ragazza cinese drogarsi.
Vi siete mai scontrati con la banda degli Yuhu?
Due o tre volte. In mezzo alla strada. In un’occasione eravamo sette od otto per parte e un ragazzo degli Yuhu è stato accoltellato a una spalla. A quel punto è arrivata la polizia e siamo scappati.
Non aveva paura?
Mai. Anche perché giravamo sempre tutti insieme. Noi Daxue, all’inizio, eravamo una quindicina.
Quando è finita la sua avventura nella banda?
Dopo pochi mesi un negoziante esasperato ci ha denunciati per un’estorsione e io sono stato arrestato. Sono finito nel carcere di San Vittore. Ero in cella con altre cinque persone, tre malesi e due cinesi. Uno di loro era uno Yuhu, ma lì dentro non abbiamo avuto problemi.
Come è stata l’esperienza del carcere?
Pessima. Vivevamo 24 ore al giorno uno addosso all’altro. In tre anni nessuno è venuto a trovarmi: la mia famiglia era lontana, i miei presunti amici erano spariti. Ero completamente solo. Ho capito di avere sbagliato e sono cambiato.
Non ha pensato di tornare nel suo paese?
Adesso sto bene in Italia.
Va mai a Chinatown?
Sì, a fare acquisti e a scherzare nei bar.
Incrocia qualcuno dei vecchi compagni?
Credo che la maggior parte sia in prigione. Con gli altri ci salutiamo, a volte chiacchieriamo. Ma non parliamo mai delle bande. Chi lo fa rischia la vita. A Chinatown sono un argomento tabù.

Arrivavano clandestinamente in Italia per compiere rapine armati di pistole e coltelli sotto effetto di droghe. Un’organizzazione composta da dieci cinesi, sgominata in queste ore dalla Squadra mobile di Prato, selezionava ragazzi poco più che adolescenti con precedenti penali nelle campagne cinesi e li faceva giungere in territorio italiano per spaventare, ricattare e rapinare i connazionali. La prima tappa del loro viaggio era a Prato, in Toscana. Qui, una parte di loro dopo essere stati drogati, venivano venduti ad un clan cinese di San Giuseppe Vesuviano. Proprio tra la Campania e la Toscana , i ragazzi venivano armati, drogati e istruiti, in gruppi di sette o otto, sulle modalità e i colpi da portare a segno. Dall’ottobre del 2005 ad oggi hanno compiuto centinaia di rapine, poche denunciate alle forze dell’ordine e due omicidi, uno a Napoli e uno a Roma. Entravano nei negozi, sequestravano e maltrattavano i loro connazionali e poi li rapinavano. La violenza e la ferocia di questo gruppo è emersa dalle intercettazioni telefoniche che gli investigatori hanno fatto per mesi dopo la denuncia di sette commercianti cinesi residenti in Toscana. In indagine difficilissima condotta tra l’omertà della comunità cinese e degli stessi commercianti vittime che non si rivolgevano alla polizia per non essere denunciati, a sua volta, per sfruttamento di manodopera clandestina. Al silenzio dei cinesi anche la lentezza della giustizia che ha permesso all’organizzazione, di agire per molti anni e di compiere altre rapine violente. L’indagine condotta dai pm Laura Canovai e Sergio Affronte, infatti, si era conclusa a giugno del 2006 ma solamente nei giorni scorsi il gip Angela Fedelino ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare.
Al momento solo sette sono in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla rapina , al sequestro al porto abusivo di armi, immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione, mentre il boss dell’organizzazione è riuscito a fuggire all’estero. Gli inquirenti lo stanno cercando in Spagna. Ma il clan cinese aveva forti legami con esponenti della camorra. Proprio loro rifornivano i cinesi di armi e forse anche di droga. Al fiancodel terrore che seminavano tra i connazionali, il gruppo gestiva tra Prato e San Giuseppe Vesuviano anche un giro di prostituzione. In un appartamento della città toscana, la polizia ha trovato anche una ragazza minorenne costretta a prostituirsi.