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Italia nelle retrovie in Europa per numero di stranieri in rapporto al totale dei residenti (sono il 5%). Ma c’è una netta differenza tra il Centro-Nord, dove gli immigrati rappresentano il 6,8% della popolazione ed il Sud, dove la quota di stranieri si ferma all’1,6%. è quanto emerge dal primo Rapporto del ministero dell’Interno sull’immigrazione in Italia (curato da Marzio Barbagli) presentato oggi dal ministro Giuliano Amato.
Quindi, rileva il Rapporto, se l’Italia ha oggi un numero di stranieri ancora di gran lunga inferiore a quello del resto d’Europa, il dato del Centro-Nord si colloca vicino, o anche superiore, a quelli di Francia, Svezia, Danimarca, Irlanda e Paesi Bassi. “La crescita solo modesta della presenza straniera al Sud e quella assai più forte al Nord” sottolinea lo studio “potrebbero rendere, in assenza di fattori che ne cambino la direzione, questa forbice ancora più ampia, avvicinando rapidamente le zone centro-settentrionali ai Paesi di più antica immigrazione”. Secondo l’Istat, all’1 gennaio 2007, più dell’88% della popolazione straniera risiede al Centro-Nord, ben un quarto in Lombardia; seguono Veneto, Lazio ed Emilia Romagna.
Tra gli stranieri prevalgono i minori e le persone in età attiva e riproduttiva. L’età media è di 30,4 anni, inferiore a quella dei residenti complessivi (42,3 anni). Quasi un quarto degli stranieri residenti in Italia è minorenne. Inoltre, un cittadino straniero su due ha tra i 18 e i 39 anni, contro il 29,2% della popolazione totale nella stessa classe di età.
Per quanto riguarda le nazionalità, negli ultimi anni c’è stato un calo per marocchini, tunisini e filippini, con aumento di albanesi e cinesi. A partire dalla seconda metà degli anni ‘90 hanno cominciato a guadagnare posizioni anche i romeni che all’1 gennaio 2007 sono una delle comunità più numerose (278.000 permessi), subito dopo quella albanese (280.000). Incrementi straordinari sono stati poi registrati per ucraini (in quattro anni da 12.730 a 120.070) e moldavi (da 6.974 a 55.803): sono soprattutto donne.
Nel 2006 i bambini nati in Italia da genitori stranieri sono stati 57.765 (+11% rispetto all’anno precedente), pari a circa il 10% del totale dei nati in Italia. Il numero dei nati per mille stranieri residenti in Italia è praticamente raddoppiato nel corso di poco più di 10 anni: da 11,6 nati per mille stranieri nel 1993 si è passati a 22 nel 2006. In totale sono presenti circa 398 mila cittadini stranieri residenti nati in Italia; questi rappresentano la seconda generazione di immigrati, che è pari al 13,5% del totale della popolazione straniera residente. Dato che il fenomeno migratorio è relativamente recente, nota il Rapporto, è probabile si tratti, per la quasi totalità, di cittadini minorenni.
I matrimoni misti celebrati nel 2004 sono stati 17.835 e costituiscono il 9% del totale delle unioni registrate in quest’anno, fino a punte del 12% nelle aree centro-settentrionali del Paese. Nel 76% dei casi si tratta di uomini italiani che scelgono una moglie straniera. Nella categoria immigrati irregolari coesistono tipi assai diversi di stranieri: ci sono quelli che entrano legalmente, ma poi rimangono oltre i tempi consentiti; poi ci sono tutti coloro che entrano illegalmente; seguono quelli che entrano per l’azione delle organizzazioni dedite al traffico di esseri umani; infine, parzialmente sovrapposta alla precedente, c’è una forma di immigrazione illegale con scopi direttamente criminali, o per sfuggire a indagini o arresti al Paese di origine. Sono particolarmente elevate le presenze irregolari dall’Europa dell’Est, in particolare Romania e Ucraina.
Sempre il sondaggio svela che nell’ultimo anno è raddoppiato il numero di italiani che guardano con diffidenza agli immigrati: dal 5,9% al 11,3%. Anche se resta molto più ampio il numero delle persone che si dicono disponibili all’accoglienza, il 42%, per più della metà degli italiani (55,3%): “l’immigrazione da paesi islamici pone più problemi delle immigrazioni da altri paesi”. Il 33% dei cittadini contrario alle moschee.
Quota di stranieri sulla popolazione totale dei Paesi europei
Svizzera 20,2%
Austria 9,4%
Germania 8,8%
Belgio 8,8%
Grecia 8,1%
Francia 5,7%
Irlanda 5,6%
Svezia 5,4%
Danimarca 5,4%
Regno Unito 5,2%
Norvegia 5,1%
Italia 5%
Spagna 4,6%
Paesi Bassi 4,3%
Portogallo 2,7%
Finlandia 2,1%
Il VIDEO servizio:

Non si sono accontentati. Prima hanno colonizzato il mercato del tessile, poi hanno conquistato interi quartieri acquistando case e palazzine, adesso sono approdati anche nel settore agricolo. Da alcuni mesi a Prato, la città toscana che si contende con Milano il primato per la più grande comunità degli occhi a mandorla in Italia, i cinesi hanno deciso di coltivare i terreni.
Alle porte del quartiere a nord della città, dalla parte opposta alla loro Chinatown, da alcuni mesi, sono nate decine e decine di serre. Spuntano cicorie, barbe, broccoli, zucche, zucchine e altre verdure di forme e colori mai visti prima in zona. Le sementi vengono importate direttamente dalla Cina. Si tratta degli ortaggi utilizzati per lo più nella ristorazione cinese come ingredienti base per piatti tipici. Una mossa strategica per la comunità cinese che recuperando le sempre più numerose terre incolte toscane, risparmia sull’importazione dei prodotti. Non arrivano più via container nei porti di Livorno o Ancona ma direttamente dagli appezzamenti di terreno acquistati o presi in affitto a poco più di due chilometri dal centro di Prato.
Proprio lì, tra Fontanelle e Castelnuovo, puntualmente, quasi a scadenza quotidiana, arrivano i furgoni dei vari ristoratori e fruttivendoli cinesi non solo residenti in Toscana ma anche da altre regioni italiane, per acquistare gli ortaggi.
Ma in questa zona, dove ci sono anche alcuni orti di pratesi, scorre il canale di scolo delle acque reflue di uno dei sette depuratori della città, il Baciacavallo.
Una vicinanza che desta non poca preoccupazione e perplessità nelle organizzazioni agricole locali, prima di tutte la Coldiretti, già allarmate per l’assenza di controllo da parte delle autorità sul metodo di coltivazione seguito dai cinesi oltre che relativamente ai semi piantati e al tipo di trattamenti fitosanitari che possono essere impiegati.
“La cosa più grave è l’utilizzo incontrollato delle acque che fuoriescono dall’impianto di depurazione della città - spiega Maurizio Fantini, vice direttore della Coldiretti di Firenze e Prato - acqua sicuramente non utilizzabile per quello scopo senza le dovute autorizzazioni per l’attingimento”.
Prato, città con una forte presenza di industrie tessili, ha sette depuratori di cui sei, raccolgono e depurano le acque dei siti industriali. La presenza di questo tipo di imprese, lascia tracce importanti nelle acque reflue nonostante il trattamento di depurazione. Nelle acque, infatti, rimane un quantitativo di cromo e tensioattivi che potrebbe essere particolarmente pericoloso per l’irrigazione di frutta e ortaggi.

“L’assenza di controlli nel corso dell’intero ciclo produttivo” puntualizza Fantini “lascia che vengano immessi nel circuito commerciale dei cinesi, prodotti privi ogni tipo di garanzia igenico-sanitaria ma soprattutto è a rischio il mantenimento e la protezione della pianta sia per quanto riguarda la contaminazione virale o batterica tra le piante stesse che per l’eventuale contaminazione genetica”.
Al fianco di tanti dubbi ne nascono altri ancora. Nei campi coltivati dai cinesi ci sono anche carciofi e molte altre verdure utilizzate nei supermercati italiani. Il costo della verdura in Italia, si sa, è tra i più elevanti in Europa e l’acquisto a prezzi decisamente concorrenziali potrebbe invogliare non un solo ristoratore o commerciante al di fuori dal circuito cinese. Niente contro i nuovi agricoltori, puntualizza la Coldiretti, purché rispettino tutte le norme che regolano la produzione e tutelano il consumatore.


di Terry Marocco
Nelle grandi città, sostiene Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore della rivista Abitare, crescono “anticittà parallele a quelle ufficiali. Crescono invisibili fino al momento in cui sprigionano forme radicali di antagonismo e rivolta”.
Saranno le banlieue italiane?
No, da noi le periferie sono una condizione mobile. Arcipelaghi e non ultima cintura prima della campagna, come a Parigi. Si alternano a quartieri popolari, a villette del ceto medio, oppure sono dentro i centri storici che, in certe ore del giorno, diventano a loro volta periferia. Così accade a Milano, nella zona intorno al Duomo che, dopo l’happy hour si svuota e, con gli uffici chiusi, si popola di chi non ha spazio per abitare.
Periferie dentro i centri storici?
Pensi ai Quartieri Spagnoli di Napoli, dove il degrado fa posto all’immigrazione, collocandosi al centro della città. Ma ci sono immigrati, come i cinesi, che tendono a ricreare veri quartieri monoculturali. Quello è un fenomeno antico e unico. La Chinatown di Milano è un quartiere che con i suoi cortili interni, i piccoli magazzini, si è prestato perfettamente all’isolamento. Negli altri casi le nostre città sono come caleidoscopi: realtà diverse che si mischiano, una divisione più socioeconomica che etnica. In Italia non ci sono i ghetti, intesi in senso tradizionale.

E via Anelli a Padova, con il suo muro?
Credo che neanche via Anelli possa essere definito un ghetto etnico. È una concentrazione di marginalità.
Sono città nelle città?
Non sempre. La grande crescita della comunità romena, che non ha i legami di quella cinese, essendo una società di individui, è l’esempio perfetto di una dispersione nella società.
Con il melting pot si costruisce in modo diverso?
Sì, dopo anni di abbandono dell’edilizia sociale oggi si sta ricominciando. Si costruisce prevedendo edifici più piccoli. Pensando a chi verrà a viverci, con spazi variabili per famiglie più numerose.
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Ou Xin Qian arriverà a Roma il 5 giugno. In rappresentanza della commissione nazionale Riforme e sviluppo cinese, incontrerà il premier Romano Prodi non per discutere della rivolta nella Chinatown milanese, ma di affari. Pechino ha grandi liquidità da impiegare (si parla, per il mercato europeo, di 900 miliardi di dollari in riserve valutarie). E tutti i paesi corrono per accaparrarsi questi capitali.
Il piano del governo affidato al ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, vuole fare della Penisola la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa e attirare investimenti di Pechino. “Vogliamo trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per la distribuzione” spiega Santagata. “Valutiamo se e a quali condizioni il Paese può diventare l’attracco per il mercato Europa-Cina e viceversa”.
Il traffico commerciale fra le due aree cresce del 13 per cento annuo, ma occorre battere la concorrenza di greci, spagnoli e francesi. La rosa dei porti, per ora, comprende: Gioia Tauro, Taranto, Trieste, Genova, Ravenna e Napoli (dove la cinese Cosco controlla già il 70 per cento dello smercio). I cinesi decideranno se e dove mettere risorse. Quanto agli aeroporti, l’Enac ha condotto uno studio per individuare i più appetibili: Fiumicino, Malpensa e Brescia.
La seconda fase punta al sistema produttivo. “Non possiamo diventare solo un terreno di transito” prosegue Santagata. “Dobbiamo cogliere la possibilità di portare qui alcune fasi di lavorazione dei prodotti”. Fra le aziende interessate a partnership con i cinesi: Eni, Fiat, Candy, De’ Longhi, Zegna, Venchi, Poste italiane, Finmeccanica, Costa, Fata, Snaidero, Alitalia, AirCargo e Livingstone (gruppo Ventaglio).
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La questione cinese porta addirittura il governo a Milano. Enrico Letta, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, e Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico, si sono messi in viaggio questa mattina presto per raggiungere Letizia Moratti, Roberto Formigoni e Filippo Penati. Un incontro già stabilito da giorni, per discutere dei lavori del Tavolo per Milano, ma che inevitabilmente sarà occupato dalle polemiche sul quartiere di via Paolo Sarpi. Perché se dopo i tafferugli nella cosiddetta Chinatown milanese sembra essere tornata la tranquillità, il dibattito è ancora molto caldo.
A destra come a sinistra si sentono opinioni stranamente unanimi. L’accusa di xenofobia da parte dell’ambasciatore cinese in Italia è respinta in blocco. E il problema - dicono molti - non è il razzismo, ma le regole.
Una dopo l’altra, piovono le dichiarazioni in linea con le parole pronunciate, nel giorno della protesta, dal sindaco di Milano: “Non intendiamo tollerare zone franche in città. Vogliamo fare rispettare le regole che non venivano fatte rispettare”. Alla Moratti fa eco Ignazio La Russa: “Il nostro governo si faccia rispettare, e imponga il rispetto delle leggi del nostro Paese. I cinesi in Italia” ha detto l’esponente di An “in troppi casi violano decine di norme”. Simili le posizioni di Formigoni. E anche Emma Bonino, ministro per le Politiche comunitarie, dice che il punto è “ristabilire diritti e doveri”. A sinistra, tra gli altri, parlano di rispetto delle regole anche Di Pietro e il presidente della Provincia Filippo Penati.
Tutti d’accordo, insomma. Ma è sufficiente il rispetto delle norme per garantire la convivenza tra diverse culture? Panorama.it lo ha chiesto a Don Virginio Colmegna, ex direttore della Caritas Ambrosiana, che sulla gestione delle questioni sociali e sul rispetto delle regole ha fondato la sua Casa della Carità. Lì, chiunque viva situazioni di disagio è accolto. Ma niente buonismo né assistenzialismo: chi non sta ai patti se ne va. Come è successo ai 24 rom “insofferenti verso gli impegni di pacifica convivenza” che don Virginio ha rispedito ieri in Romania a spese della stessa associazione.
Ma le regole di cui tutti parlano bastano a scongiurare la conflittualità sociale?
“Assolutamente no” risponde Don Colmegna “occorrono investimenti economici, un grande lavoro culturale sulle resistenze di molte persone che si percepiscono minacciate dagli immigrati. Ma serve anche molta onestà. Non si può pensare che non nascano contraddizioni dalla convivenza tra culture diverse” continua don Virginio “e dunque bisogna assumersi la responsabilità dei propri limiti sociali. Per superarli” dice “occorrono nuove strategie economiche ed urbanistiche”.
“Bisogna creare sviluppo” conclude don Colmegna “e per fare questo occorrono investimenti nella città, una riqualificazione che metta a disposizione tutte le risorse possibili come le tante aree dismesse e inutilizzate”. Dunque regole ma anche ridefinizione degli spazi cittadini? “L’urbanistica è fondamentale, perché è lo spazio pubblico quello su cui nascono gli attriti. È lì che entriamo in contatto con i nostri vicini. Ed è lì che può nascere la sensazione di condividerlo o al contrario di esserne deprivati”.
Insomma, da una parte c’è chi punta tutto sul rispetto delle regole e dall’altra c’è chi prospetta nuove strategie più complesse per l’accoglienza degli stranieri. Ma non si può trascurare anche un’altro registro su cui vibra il dibattito. È il repertorio di argomentazioni che si ripete nelle strade, nei bar, nei forum e nei commenti agli articoli in rete, in cui, molto spesso, l’immigrazione è percepita soltanto come una minaccia.

“Basta discriminazione! Siamo milanesi anche noi!”. Il giorno dopo i tafferugli nel quartiere di via Paolo Sarpi (guarda il video), l’unica anomalia è lo slogan di questo cartello, sulla vetrina di un negozio cinese.
A Milano, gli scontri tra stranieri e residenti sono sistematici. Con gruppi di cittadini che si mobilitano contro le comunità straniere. Generando semplificazioni del tipo “milanesi razzisti” e “stranieri confinati nei ghetti”.
Semplificazioni, appunto. Perché per cogliere le sfaccettature della città bisognerebbe poterci volare sopra, fotografando dall’alto tutte le sue zone critiche. È quello che hanno fatto i ricercatori di Multiplicity lab, un laboratorio promosso dal Politecnico di Milano e da Unidea-UniCredit Foundation. Che ha raccolto l’esperienza di molti studiosi e che ha analizzato per diversi anni le zone critiche della città. Il risultato è nel volume Milano, cronache dell’abitare, a cura di Stefano Boeri. Dove si parte da oltre 400 fatti di cronaca accaduti negli ultimi 5 anni, per individuare i principali modi di abitare gli spazi urbani.
Una parte di questo immenso lavoro è on line. Una città vista dal satellite, dove si può cliccare sui vari quartieri, dalla stazione centrale a Chinatown, e leggere le testimonianze di chi ci ha lavorato, guardare le immagini e i video della realtà quotidiana, accedere ai siti delle associazioni che ogni giorno si battono per migliorare la vita di chi ci abita.
Questo zoom mostra ad esempio che “a Milano non ci sono ghetti”, come spiega a Panorama.it Christian Novak, tra gli autori del libro e docente di Urbanistica al Politecnico di Milano con un corso di analisi della città e del territorio. “In tutta la città non c’è un solo caso in cui chi ha potere relega in un ghetto chi è povero e indesiderato. Nella cosiddetta Chinatown, la maggior parte dei residenti è italiana. Sono i negozi ad essere in maggioranza cinesi. Ma il quartiere è cinese solo visto dal piano terra, e questo è molto significativo, perché dimostra che i conflitti nascono proprio sull’utilizzo dello spazio pubblico”.
E generalizzando che fotografia emerge di Milano? “Ci sono continui processi di riqualificazione urbana e commerciale, che producono scossoni sociali. La maggior parte degli attriti, le cosiddette reazioni di intolleranza, nascono proprio dal modo in cui cambia la città. I quartieri poveri” spiega Novak “diventano ciclicamente chic, si popolano di ricchi e allontanano i pensionati e il ceto medio che non sa più stare al passo con gli affitti. E che si trova davanti a una città sempre più chiusa, che li costringe a ripiegare sulla provincia e produce malessere. Allo stesso tempo, di fianco alla borghesia convivono gli immigrati più poveri che vivono forzatamente in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene. Questo mix produce conflittualità tra le diverse anime della città”.
Non c’è anche una Milano felice? “Ci sono altri due scenari a Milano” conclude il ricercatore “quella temporanea, degli studenti, della nuova migrazione dal sud e dei pendolari che usano la città ma non ci abitano; e poi c’è quella aperta e plurale di cui per ora ci sono pochi esempi ma che speriamo prevalga”. Da cosa dipende? “Dalle politiche sulla casa, dal modo in cui le amministrazioni locali decideranno di gestire gli spazi pubblici, ma anche dalla costruzione di case popolari e da scelte immobiliari legate alla città anziché alle speculazioni, come quella che a suo tempo ha favorito Chinatown”.
Sta solo alla politica decidere se produrre convivenza oppure intolleranza? “No. Anche i cittadini devono scegliere: se costituire comitati di protesta contro grossisti cinesi e campi rom oppure invece cominciare a dialogare con loro”. Per ora sembra prevalere la prima opzione.
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Vengono dall’est Europa, dall’Africa, dalla Cina, dall’Asia… E Milano, città storicamente aperta, accogliente e generosa nei confronti dell’emigrante e del “diverso”, da qualche tempo si sta scoprendo cambiata. Solo un po’, in realtà, niente di eclatante. Ma piccoli sintomi di paura e intolleranza, che fanno pensare a un crescente disagio che si manifesta non più, non solo, nei confronti dei clandestini.
Certo, anche in questo caso, Milano è la vetrina, la città laboratorio d’Italia dove i conflitti e le tendenze nascono, montano e finiscono in prima pagina. Specchio di un Paese che cova il rischio banlieue? Dal muro di Padova, a Porta Palazzo a Torino. Da Piazza Vittorio a Roma, al richiamo alla legalità di Cofferati che a Bologna fece sgomberare i nomadi dalle baracche sul lungo Reno. Non è questione di destra o di sinistra, ma uno stillicidio di episodi che mette a rischio, ovunque, la convivenza.
Tornando al capoluogo lombardo, la “rivolta” nel quartiere cinese della città (via Paolo Sarpi, ribattezzata appunto Chinatown) è solo l’ultima spia di un clima di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i meneghini storici che pretendono più sicurezza, legalità senza sconti per nessuno e i nuovi milanesi che reclamano diritti, cittadinanza e rispetto. Sono due realtà che spesso viaggiano sugli stessi binari, ma che a volte, per un piccolo intoppo, scoprono nuove tensioni. Di cui la cronaca cittadina si è riempita, negli ultimi due anni: dalla protesta vibrante dei musulmani che, nel settembre 2005, chiedevano la riapertura delle scuola islamica di via Quaranta (chiusa dal comune, retto allora da Gabriele Albertini), fino alle bombe molotov che oggi, 13 aprile 2007, sono state lanciate da un sedicente Fronte cristiano combattente contro la sede dell’Islamic Relief, un’associazione internazionale di assistenza umanitaria di ispirazione islamica (comparsa in una sentenza del gip di Milano, Guido Salvini, che la indica come possibile “collettore, anche inconsapevole, di gruppi che mettono in pratica l’ideologia jihadista”).
Per non parlare della questione dei “rom di Opera” (qui, il video). Dopo che delle vere e proprie “squadriglie” di abitanti del quartiere a sud est di Milano, nel dicembre del 2006, avevano dato fuoco alle tende che li ospitavano, ora rischiano di dover abbandonare, ancor prima di approdarvi, l’area vicino al Parco Lambro in cui il sindaco Letizia Moratti ha deciso di sistemarli. A opporsi, nei primi giorni di questo mese, sono stati gli stessi politici locali di centrodestra che hanno spalleggiato i presidi (in piazza Udine) dei cittadini e le (immancabili) ronde padane.

Le bandiere rosse (con la stella verde del Marocco) erano sventolate anche a fine febbraio durante il sit-in di protesta, messo in piedi dai parenti e dagli amici del marocchino Abdel Khaled Nakab, 37 anni, ucciso durante un corpo a corpo con un metronotte davanti al residence dei disperati in via Cavezzali 11, zona via Padova. Allora, erano i maghrebini a scandire, insieme a frasi del Corano, le parole d’ordine dei milanesi: giustizia e sicurezza. Sicurezza che non abita da tempo in quella zona della città, mal presidiata dalle forze dell’ordine nonostante sia al centro di quotidiane tensioni tra storici residenti milanesi e nuovi abitanti extracomunitari. Pochi giorni dopo, il 12 marzo, altre scene di vera e propria guerriglia tra forze dell’ordine e immigrati irregolari (soprattutto senegalesi e ghanesi che alzavano le immagini dei loro santoni davanti ai caschi e gli scudi degli agenti) alla “Stecca degli artigiani” (un prefabbricato, nel quartiere Isola, alle spalle della stazione Garibaldi). Il blitz antidroga non ha risolto però il problema: quelli che gli abitanti del quartiere chiamano i “nuovi padroni” sono ancora lì, indisturbati, a smerciare di tutto in quella terra di nessuno che va da via De Castillia e via Confalonieri. Leit motiv dei residenti, il solito: “Non si vive più, abbiamo paura”.
Senza scontri ma con toni piuttosto aspri si era invece conclusa, sabato 24 marzo, la manifestazione degli immigrati scesi in piazza per protestare contro Legge Regionale n. 6 che prevede norme di riorganizzazione dei phone center (ce ne sono 2.400 un Lombardia, 700 solo a Milano), prevedendo la chiusura immediata per chi non rispetti criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La norma, approvata nel febbraio 2006 prevedeva un anno per l’adeguamento degli esercizi. Ma gli immigrati che hanno sfilato per il centro di Milano l’hanno definita così: “Legge 6 legge razzista: ci siamo impegnati ad integrarci e ora volete ghettizzarci”.
A seguito di questi ultimi episodi, su diversi muri della città e, in particolar modo sugli intonaci di alcune case nei dintorni della moschea cittadina di viale Jenner, sono apparse delle gravi scritte anti-islamiche. Non sono le prime e non saranno, purtroppo, le ultime.
Di fronte a messaggi del genere, lasciati da mani e spray ignoti e stigmatizzati da ogni parte politica e istituzionale, l’impressione è che la capitale industriale e morale del Paese sia ormai sull’orlo di una crisi di nervi.
Il video sui Rom di via Triboniano:

Il mattino dopo è tutto tranquillo, in via Paolo Sarpi, l’arteria principale della Chinatown milanese: quiete quasi irreale dopo la guerriglia tra immigrati cinesi e agenti della polizia locale. Ora sventola anche un tricolore, proprio dove giovedì era un tripudio di bandiere rosse a stelle gialle. Ieri a tenerle alte erano i cinesi, al grido di: “Basta razzismo e repressione”, in un italiano chiaro anche se a volte sgrammaticato, per protestare contro vigili e polizia, che per ordine dell’ amministrazione Moratti, hanno recentemente inasprito controlli e sanzioni sul commercio all’ingrosso e la viabilità nel quartiere.
Che, abitato da inizio secolo dagli immigrati cinesi, ora è da loro praticamente dominato (sono più di 12mila in tutta Milano), come si può notare dalle scritte sulle porte dei negozi e persino nei cartelli delle agenzie immobiliari scritti coi caratteristici ideogrammi. Negli anni, nel capoluogo meneghino la comunità cinese, anche limitatamente ai dati ufficiali ritenuti da molti sottostimati, ha fatto registrare una crescita esponenziale: 500 i residenti nel 1986, 5.700 nel 1996, oltre 11mila nel 2004. Ma forte è l’immigrazione clandestina e diverse fonti sottolineano la ridottissima mortalità ufficiale, l’assenza di funerali visibili: il sospetto è che i deceduti non vengano denunciati, per riutilizzare i documenti e le identità dei morti per i nuovi arrivati.
Il mattino dopo, dai balconi sventolano anche un paio di vessilli arcobaleno della pace e diversi stendardi arancione con la scritta “Vivi…Sarpi, no all’ingrosso e all’illegalità”. Sono scoloriti, probabilmente stanno lì da tempo e sono il segno delle proteste dei residenti italiani che da mesi protestano e chiedono al governo della città di intervenire con misure in grado di “riportare la legalità anche in questa zona”.
L’impressione è infatti questa: che gli scontri di ieri - premeditati o scoppiati per una banale multa - siano comunque nati da un contesto di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i cittadini della “vecchia Milano” e i nuovi abitanti orientali, come il ricorso a bandiere e vessilli sta a testimoniare. E ora, se come diceva ieri un poliziotto intervenuto sul luogo degli scontri: “Il dragone ha alzato la testa”, si è creato un pericoloso precedente per altre guerriglie in stile banlieue, come bene racconta questo filmato: