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Liberalizzazioni: il D-day dei tassisti dalla piazza del Circo Massimo - VIDEO

La protesta di un gruppo di tassiti al Circo Massimo  - ANSA/GUIDO MONTANI

La protesta di un gruppo di tassiti al Circo Massimo - ANSA/GUIDO MONTANI

Liberalizzazioni, è il D-day. E il Circo Massimo, ormai da cinque giorni luogo simbolo della protesta dei tassisti, torna ad animarsi dopo la tregua di ieri. Arrivano alla spicciolata, prima una sparuta rappresentanza non organizzata, poi la piazza si popola fino a 400-500 persone. Continua

Liberalizzazioni: Tassisti in rivolta, in migliaia al Circo Massimo

Sono centinaia i tassisti arrivati da tutt'Italia a Roma per protestare contro il Governo

Sono centinaia i tassisti arrivati da tutt'Italia a Roma per protestare contro il Governo (Credits: Marino Petrelli)

“Oggi non si lavora”. Questo lo slogan più ricorrente tra le migliaia di tassisti arrivati al Circo Massimo, a Roma,  in attesa del nuovo incontro col governo. Dopo la giornata interlocutoria di ieri, questa mattina le sigle sindacali si sono date appuntamento per il secondo round.

Arrivano da Milano, Torino, Firenze, Palermo e soprattutto da Napoli, il gruppo più numeroso dopo quello capitolino. Protestano uniti, in attesa del nuovo confronto tra sindacati e governo. Il leader di Uritaxi, Loreno Bittarelli, dice di essere “pronto alla guerra: se ieri sera il Governo ci ha solo ascoltato allora scateniamo la guerra. E se è stata solo un’audizione, allora faremo sentire le nostre ragioni”.

Continua

Parla Franceschini: Perché dico no (per ora) alla Grande riforma

Dario Franceschini

di Stefano Brusadelli

“Fare le riforme costituzionali da soli, senza il consenso dell’opposizione? Berlusconi farebbe bene a ricordarsi che ci ha provato già nel 2005, e l’ha presa sui denti con il referendum confermativo dell’anno seguente”. Grintosissimo nonostante il nuovo stress da segreteria (”ho già perso 4 chili”) e i postumi del jet lag dopo la trasferta cilena al summit mondiale dei progressisti, Dario Franceschini sembra un generale senza requie al quale sia stata consegnata una guerra aperta su troppi fronti: la ricostruzione del Pd, il referendum elettorale di primavera, il testamento biologico, il federalismo, la crisi economica. Su quello che Silvio Berlusconi gli ha aperto domenica 29 marzo, annunciando al congresso del Pdl che è venuto il tempo di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi (”con o senza il consenso dell’opposizione”), però non ha alcuna intenzione di impegnarsi. Perché, spiega, “non è questo il momento”.
La sua è una porta chiusa alla Grande riforma. E senza spiragli.
Io considero la proposta di Berlusconi una tecnica di copertura della crisi.
Non negherà che esiste il problema di ammodernare le istituzioni italiane.
Esiste, ma ora l’urgenza non sono le riforme istituzionali. Vengo dal vertice dei progressisti mondiali in Cile. Ebbene, nessuno dei capi di Stato e di governo che ho incontrato lì (e, aggiungo, nessuno degli altri leader mondiali) sta ora pensando a queste cose. La comune priorità, stiano essi al governo o all’opposizione, è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta incidendo sul livello di vita di tutti.
Il Parlamento può occuparsi di diverse materie nello stesso tempo. Due Camere, in fondo, servono anche a questo.
Ora tutto lo spazio del lavoro parlamentare deve essere dedicato a costruire risposte alla crisi. La gente non capirebbe, se vedesse che in questo momento, con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro e migliaia di imprese che rischiano di chiudere, noi ci mettessimo a ragionare di ingegneria costituzionale. Sarebbe una situazione surreale.
A sostenere l’urgenza delle riforme istituzionali non c’è solo Berlusconi, c’è anche Gianfranco Fini.
Temo che la scelta del governo sia quella di intavolare il decimo dibattito improduttivo in dieci anni sulle riforme istituzionali, non per farle davvero ma per nascondere la gravità della crisi ed evitare il confronto sulle ricette per uscirne.
Eppure lei stesso, alla Camera, ha appena fatto votare un ordine del giorno per sollecitare la revisione dei meccanismi istituzionali.
Vero, ma lo abbiamo fatto contestualmente alla discussione sul federalismo, ossia un cantiere che resterà aperto ancora per anni. Più avanti verrà il tempo per parlare di riforme istituzionali.
Quando, dopo le europee?
Quando usciremo dalla crisi. Il tempo certo non ci mancherà. Questa legislatura, purtroppo, arriverà alla sua scadenza naturale. Ci sono ancora quattro anni a disposizione. Ci saranno alti e bassi nei rapporti tra Pdl e Lega, ma non mi illudo che si potrà rivotare per le politiche prima del 2013.
Difficile che Berlusconi voglia rinviare la questione istituzionale alle calende greche. In tal caso quale sarà, nel merito, la risposta del Pd?
Fa fede il nostro ordine del giorno che rinvia alla bozza Violante. Una sola Camera per fare le leggi, con l’altra che si trasforma in Senato delle regioni e delle autonomie, e dimezzamento del numero dei parlamentari.
Berlusconi mette l’accento sui poteri del premier, che a suo parere sono inadeguati.
Si può discutere dell’ipotesi di concedere la fiducia al solo premier e di dargli la possibilità di nominare e revocare i ministri, ma non certo di farlo diventare padrone dello Stato.
Il Pdl pensa anche alla possibilità di affidare al premier la decisione di sciogliere le Camere, che oggi è affidata al capo dello Stato e ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Appunto. Siamo assolutamente contrari. L’equilibrio dei poteri tra il Parlamento e il governo non può essere stravolto. Questa è la prova che il vero obiettivo di Berlusconi non è far funzionare meglio l’Italia, ma aumentare i suoi poteri.
Berlusconi ha un’ampia maggioranza…
Se una riforma costituzionale non è approvata da due terzi del Parlamento può essere sottoposta a referendum. Nel 2005 il centrodestra volle modificare la Costituzione da solo, e il 60 per cento degli elettori bocciò la riforma.
In verità anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell’opposizione, nella parte che riguarda i rapporti fra Stato e regioni.
E fu un errore, di cui dobbiamo fare ammenda. Voglio però ricordare che le nostre modifiche furono poi approvate dal referendum confermativo.
Per non distrarre il Parlamento dalla discussione sulla crisi economica, si potrebbe instradare quella sulle riforme in una commissione speciale.
Basta bicamerali, abbiamo già dato. Si userà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Resterà deluso chi ha interpretato l’astensione del Pd sul federalismo fiscale come un segnale di disponibilità a procedere subito sulla via della revisione costituzionale…
Quell’astensione è motivata dai miglioramenti che abbiano ottenuto, a cominciare dalla perequazione per le regioni povere e dalla rinuncia a spezzettare l’Irpef regione per regione, e dalla nostra fiducia che per le regioni del Sud un buon federalismo fiscale, con i suoi vincoli rigorosi di spesa, possa rivelarsi benefico quanto i parametri di Maastricht lo sono stati per l’Italia nel suo complesso.
Se questo è il giudizio, avreste anche potuto votare a favore.
Non esageriamo: si tratta nella sostanza di una legge delega che adesso il governo dovrà riempire. E noi vigileremo.
Almeno di riforma dei regolamenti parlamentari siete pronti a discutere?
Certo, si tratta di una discussione già avviata in entrambe le Camere. Ma ci aspettiamo che il governo rinunci all’abuso dei decreti legge.
Il governo potrebbe replicare che ricorre ai decreti con fiducia perché occorre in media un anno per l’approvazione di un disegno di legge. E ricorreva spesso ai decreti anche il governo Prodi.
C’è modo e modo di usare i decreti legge. Questo governo vara i decreti e ci carica automaticamente la questione di fiducia senza nemmeno aspettare l’esito del confronto con l’opposizione. Il governo Prodi usava la fiducia solo quando il tempo a disposizione per la conversione in legge stava davvero per scadere.
Anche il referendum elettorale di giugno è una tessera del mosaico istituzionale. Cosa farà il Pd?
Se ne discuterà in direzione.
Posso chiederle cosa ne pensa personalmente?
Ho sempre detto che lascia intatto il perverso meccanismo delle liste bloccate, sottraendo agli elettori la scelta dei candidati. Ma poi c’è anche il significato politico che il referendum assume, al di là del merito del quesito.
A suo tempo lei lo firmò?
No, non l’ho firmato.

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Il Pd di Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani

Dario Franceschini

Piazza, nomi, Europa. Ecco gli incubi che tormentano i sogni di Dario Franceschini e agitano il Partito Democratico.
Piazza: il dilemma riguarda questa volta l’adesione alla manifestazione della Cgil di sabato 4 aprile. A differenza dello sciopero generale del dicembre scorso, il Pd sarà a fianco della Cgil, al Circo Massimo. “Futuro sì, indietro no” è lo slogan dell’incontro. E tra i sì e i no, i Democrats sono tuttora: il Pd non avrà una delegazione ufficiale “o un’adesione formale che non ci è stata richiesta” ma il segretario - dopo aver nicchiato per giorni - ha confermato che sarà in piazza, come molti altri parlamentari democratici (un centinaio) presenti singolarmente.
Per l’annuncio Franceschini non ha usato parole sue, ma quelle di Gordon Brown: “Dove c’è un disoccupato, un povero, qualcuno che perde il lavoro, non può non esserci un progressista al suo fianco”. E per quanto riguarda le divisioni che ci sono tra sindacati sul modello contrattuale? “Spero che non diventino un argomento per mettere i sindacati l’uno contro l’altro”.
Ma intanto un piccola divisione lui stesso ha contribuito a crearla, deludendo tutta la pattuglia del Pd vicina al sindacato di Bonanni o i centristi alla Marco Follini (”Andando in piazza non credo che Franceschini aggiungerà moltissimo alla protesta. Temo invece che toglierà più di qualcosa all’autonomia del Pd. Lo considero un errore politico da matita rossa e blu”, ha fatto sapere il senatore Pd).
Comunque, Franceschini sarà in prima fila accanto a Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e un centinaio di deputati, che hanno sottoscritto un appello in cui annunciano l’appoggio alla manifestazione. “È giusto che chi ha responsabilità politiche vada lì e ascolti i lavoratori in un momento così difficile”, ha commentato il presidente di Italianieuropei, che ha usato parole dolci nei confronti della Cgil: “Il più grande sindacato italiano”. Ma non solo gli ex Ds si schierano a sostegno della protesta di Epifani e compagni. Rosy Bindi, pur non potendo essere in piazza, ha scritto un messaggio di “adesione convinta” al leader della Cgil.
La posizione del segretario è stata in bilico, fino alla vigilia della manifestazione, sospesa tra l’esigenza di tenere uniti i sindacati e quella di non scoprire il fianco sinistro, rischiando di lasciare spazio (ed elettori) a Idv e alla sinistra: “Saremo con la Cgil come con Cisl e Uil; insomma, a tutte le manifestazioni che chiedono un impegno a sostegno del lavoro, contro la disoccupazione e contro le scelte sbagliate e inadeguate del governo”, spiegava di ritorno da Bruxelles.
A proposito di Europa, ecco l’altro scoglio che Franceschini deve superare: il rapporto con i socialisti del Pse. Ancora alla ricerca di una collocazione nell’emiciclo di Strasburgo, il segretario ha argomentato: “Il Pd non entrerà nel Pse, ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste”, dopo una serie di incontri con i leader dei partiti socialisti europei. Quindi no al tetto Pse, e nemmeno al rischio che gli eurodeputati del Pd confluiscano separatamente in diversi gruppi: “Abbiamo già deciso” ha spiegato Franceschini “che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare”. Perché “non è più la stagione dei Ds e Margherita che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi”.
Ma la nuova casa delle forze progressiste ancora non esiste, e per crearla il segretario non prevede un percorso rapido: “I tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo”.
Del resto chiedere tempo è diventata, in queste ultime settimane di luna di miele con l’elettorato democratico, la strategia del leader di Largo del Nazareno. Perché se qualcosa è cambiato dal partito liquido di Walter a quello più solido di Dario, sono sempre gli stessi nodi che restano e finiscono per venire al pettine.
Ce n’è ancora uno, infatti. Chi mandare a Strasburgo. Sì, Franceschini va ripetendo che, a differenza delle candidature acchiappavoti del Pdl, il Pd chiamerà personaggi che poi all’Europarlamento ci dovranno stare per davvero. E allora chi? Serve tempo pure qui, per sciogliere le riserve sui pezzi grossi del partito (tipo Leonardo Domenici, Sergio Cofferati, Goffredo Bettini, ecc…). Ma un nome (noto soprattutto ai più giovani e ai frequentatori di YouTube) pare certo: “La Direzione per chiudere le liste per l’europee si terra il 21 aprile. Ma intanto un nome ve lo posso dare: Debora Serracchiani”. Sì, la nuova stella della sinistra (l’Obama d’Italia l’ha definita El Paìs). Sconosciuta fino all’assemblea del partito, la 39enne avvocato, consigliere provinciale e segretaria di un circolo del Pd ad Udine, suscitò l’entusiasmo prima dei segretari dei circoli e poi del popolo del Pd e dei gruppi di fan su Facebook con il video-cult del suo intervento di forte critica (in stile Moretti di Piazza Navona) nei confronti dei dirigenti del Pd. “È una persona che ha dimostrato grande energia e qualità, anche se come voto mi ha dato 6-”, ha scherzato Franceschini. “La sua candidatura” ha precisato “non è stata chiesta dall’alto, ma è partita dal basso, è partita dai circolo del Friuli”.

Pd dei tormenti: il governo ombra nel cono d’ombra

Il segretario del Pd Walter Veltroni

di Laura Maragnani

Alzi la mano chi se n’è accorto. Praticamente nessuno. Il 4 dicembre il prestigio del governo ombra del Pd ha subito un fierissimo colpo: l’intervista alla Repubblica del premier ombra Walter Veltroni. Proprio là, nel passaggio in cui puntigliosamente elencava i risultati “straordinari” ottenuti dal suo Pd in meno di un anno (”la summer school è stata un successo”, “la nostra tv sta andando benissimo”, “il Circo Massimo è stato un trionfo”, “abbiamo vinto le elezioni in Trentino e in Alto Adige”, “abbiamo gioito per la vittoria di Obama”), Veltroni ha dimenticato qualcosa. L’arma segreta dell’opposizione: il governo ombra.
“Una squadra pronta a proporre soluzioni alternative ai problemi che affliggono il Paese, e a contrastare le azioni del governo della destra” lo definiva trionfalmente l’8 maggio il Pd. Ma ora? Dov’è finito l’entusiasmo? Non chiedetelo all’ulivista Arturo Parisi, che già in agosto, alla festa nazionale democratica, aveva liquidato il governo ombra come “un fallimento” e ora con Panorama ne invoca “la sfiducia”.

Un fallimento (anzi: “la cosa più fallimentare che ci siamo inventati”) anche per Luca Sofri, membro di direzione del Pd. Giovanni Bachelet, cattolico democratico, ai compagni di direzione in ottobre ha raccontato: “Io faccio un gioco con tutti quelli che incontro nei circoli. Gli chiedo: ditemi cinque nomi di ministri ombra. Ebbene, a cinque non arriva mai nessuno”. In realtà sono 21. Più un presidente ombra del consiglio, Walter Veltroni, un vice, Dario Franceschini, un portavoce, Ricardo Franco Levi. Bisogna aggiungere un viceministro più 22 sottosegretari e responsabili di settore, più due consiglieri, più sette coordinatori, più un supercoordinatore (l’elenco nella pagina a destra). Più i capigruppo di Camera e Senato. Totale: 59.
Non si può certo dire che il governo ombra sia leggero. Per forza, è un capolavoro da manuale Cencelli: “Sette i ministri veltroniani, cinque quelli dalemiani, quattro i popolari e tre i fassiniani” stimava il 9 maggio Claudia Fusani su Repubblica.it. Eppure, non sarebbe esagerato definirlo monocolore: dai Ds vengono il presidente del consiglio e i ministri chiave, Marco Minniti (interno), Pierluigi Bersani (economia e finanze), Piero Fassino (esteri). Diessini anche Lanfranco Tenaglia (giustizia), Roberta Pinotti (difesa) e Andrea Martella (infrastrutture e trasporti).

Agli osservatori più smaliziati è sorto un dubbio. “Se davvero ’sto governo ombra avesse avuto delle chance, gli ex Margherita lo avrebbero lasciato in mano ai Ds?” ironizza Mario Adinolfi, altro membro della direzione Pd.
Cosa non ha funzionato nell’ambizioso tentativo di resuscitare l’esperienza del primo “shadow cabinet” italiano, quello del 1989, tanto voluto da Achille Occhetto per “dare una cultura di governo al Pci”? Una squadra ormai mitica, con Giorgio Napolitano agli esteri e tanti pezzi da novanta, da Anna Finocchiaro a Vincenzo Visco. “Ci riunivamo ogni venerdì in vicolo Valdina, alla stessa ora del governo in carica” ricorda Occhetto. “Preparavamo documenti e proposte di legge su cui poi lavorava tutto il partito, fino alla sezione più sperduta. Una palestra grandissima”. Ma ora?
Che cosa faccia il governo ombra, a parte riunirsi ogni giovedì, non l’ha capito nessuno. Qualche big dichiara, altri sono desaparecidos. In Parlamento l’attività legislativa è ai minimi termini. Zero proposte di legge per i “ministri” deputati Fassino, Merloni, Minniti, Melandri, Letta, Colaninno, Picierno e Ventura. Zero disegni di legge per il ministro senatore Alfonso Andria. Otto proposte di legge per il premier ombra Walter Veltroni, che però risulta assente all’82,33 per cento delle votazioni. Servirebbe un Mario Pochetti, detto “la Frusta”, il deputato pci che monitorava le presenze in aula: ai bei tempi bacchettava perfino Enrico Berlinguer per le sue rare assenze.
Oggi basta fare un giro sui blog “de sinistra” e dintorni (Leftwing, Wittgenstein, Fondazione Daje, Generazione U) per vedere che aria tira. Il carisma latita. Il blogger Diego Bianchi, in arte Zoro (ospite fisso di Serena Dandini a Parla con me), compila pagelle impietose: “Letta e Bersani 5: piacciono, piacciono, ma l’impressione è che in questo momento dovrebbero dire e fare qualcosa di più”; “Melandri 3, impreparata: perché il ministro ombra per la comunicazione non ha avvisato il Pd della possibile contromossa di Giulio Tremonti che ha sventolato fogli firmati da Romano Prodi sull’aumento dell’iva alla Sky?”.

E che dire di Levi, ex sottosegretario prodiano all’Editoria, lapidariamente definito in rete “l’ammazzablogger” grazie al suo disegno di legge che prevede l’obbligo di iscrizione al Roc (registo degli operatori della comunicazione) per i titolari dei blog? Lo aveva presentato un anno fa, quando era al governo. Apriti cielo! Lo ha ripresentato a giugno. Proteste a non finire, Beppe Grillo in prima fila. Risultato: il 19 novembre Levi ha deci so di prendersi “una pausa di riflessione”.
Governo ombra, figuracce vere. Pina Picierno, già responsabile dei giovani della Margherita, 26enne ministro fantasma alle politiche giovanili, è gettonatissima su Youtube (qui il VIDEO) grazie alla puntata di Porta a porta in cui legge impappinandosi il suo intervento, fino a quando un’inviperita Alessandra Mussolini non le sequestra gli appunti gridando “vediamo se sei capace di parlare senza leggere una velina”.

Anche Matteo Colaninno, ministro veltroniano allo sviluppo economico, è stato crocifisso su Youtube. Figlio di Roberto, presidente della contestatissima (dal Pd) cordata Cai salva Alitalia, Matteo tuttora siede nel cda della Immsi, che entrerà nella Cai; è vicepresidente e amministratore delegato della Omniaholding, holding di famiglia, che controlla la Omniainvest, di cui è consigliere, e che controlla la Immsi; per tale conflitto di interessi è stato bacchettato dal Riformista, da Europa e dal Giornale. Alla festa Pd di Milano è stato addirittura inseguito dai fan di Piero Ricca e fischiato in nome del codice etico del partito.
Roberta Pinotti, ministro ombra della difesa, va in trincea: “Il governo ombra è un’idea bellissima, ma forse bisognava crederci un po’ di più”. Cioè? “Metterci in grado di lavorare meglio, darci delle strutture, delle stanze, uno staff. Dei fondi, magari”. Dal Pd i ministri ombra hanno avuto una segretaria; per il resto si appoggiano ai gruppi parlamentari. E qui, ammette un ministro ombra che vuole rimanere nell’ombra, cominciano i guai: “Forse bisognava concordare prima e meglio”.
Traduzione: neanche il rapporto tra il governo ombra e i suoi parlamentari funziona. Già il 25 maggio Furio Colombo sull’Unità ne spiegava il motivo: il governo ombra fa ombra al deputato, trasformandolo a sua volta in un’ombra. Parisi è ancora più duro: “Questo accentramento di poteri ha di fatto espropriato i parlamentari della loro autonomia. Li ha mortificati e deresponsabilizzati. Ha creato disaffezione”.
Come stupirsi, allora, se i gruppi parlamentari hanno bocciato Stefano Ceccanti, il senatore ultraveltroniano autore di un ddl di modifica costituzionale per il riconoscimento ufficiale del governo ombra (e garantirgli pure una sede e dei fondi)? Spiegazione alla Marina Sereni, vicecapogruppo a Montecitorio: “Con il nostro impianto costituzionale e con il sistema bicamerale esistente non riteniamo possibile istituzionalizzare il governo ombra”. Dunque sì alla riforma dei regolamenti parlamentari e no alle modifiche costituzionali.
Il governo ombra, verso cui pure Berlusconi ha mostrato un’apertura, è meglio che resti un’ombra. Tanto ombra che perfino Veltroni a volte spegne la luce.

Il Pd, la questione morale e il silenzio di Veltroni su Bassolino

Walter Veltroni, perplesso

All’angolo per la questione morale, evocata dall’alleato(?) Di Pietro, il segretario democratico Veltroni tenta di uscire. Risfoderando il meglio della sua filosofia “maanchista”.
Da un lato dice che il Partito Democratico “È nato innanzitutto per rinnovare la politica in questo Paese: non si sottrae quindi e non si sottrarrà a questo esame, mettendo al centro della sua riflessione e delle sue iniziative le questioni dell’etica della politica, del rispetto delle regole e della legalità. E della questione morale, che nasce spesso da un improprio rapporto di commistione tra affari e politica e da processi troppo lenti di rinnovamento delle classi dirigenti”.
Dall’altro, sempre nella stessa nota, esprime piena solidarietà ai sindaci di Napoli e Firenze Rosetta Iervolino e Leonardo Domenici.
Ricordando inoltre “che ci sono nel Pd e nel centrosinistra migliaia di amministratori onesti, seri e competenti. Non si può quindi fare di ogni erba un fascio, ma vanno distinte responsabilità e comportamenti di ciascuno. Noi faremo la nostra parte perchè si affermi nel Paese una politica e una azione di governo e amministrativa davvero trasparenti e corrette e ci auguriamo che tutti si muovano con coerenza in questa direzione”.
E allora, vai con gli attestati di vicinanza ai due primi cittadini Pd: “Voglio esprimere a due sindaci di importanti realtà, sia pure tra loro diverse, come Napoli e Firenze il sostegno convinto mio e del Partito Democratico”. Il leader del Pd prende dunque il toro per le corna e prova a sbaragliare l’opposizione interna. Ma è un contrattacco debole o, meglio, un contrattacco a metà. Il tenutario del Loft appoggia pubblicamente i due sindaci nel momento in cui a Napoli e Firenze sono in corso inchieste giudiziarie che coinvolgono le giunte ed è sorta una questione morale nel partito. E Bassolino? Silenzio assoluto.
Il leader democratico mette la mano sul fuoco per Domenici e Iervolino, spiega di “conoscerli da anni”. E afferma: “Li ho sempre stimati e ho avuto occasione con loro di avere in questi anni, da dirigente politico e da sindaco di Roma, una fruttuosa collaborazione”. Non solo. Veltroni esprime “apprezzamento per le loro qualità politiche, amministrative, per la loro serietà e per il loro rigore morale” e si dice “convinto che il loro impegno e la loro dedizione saranno decisivi per le città che amministrano e, più in generale, per l’innovazione necessaria della politica italiana”.

L’uscita di Veltroni segue di 24 ore l’avviso del sindaco di Napoli al segretario: “Comincio a essere stufa. Anche il più integro dei meccanismi alla fine si rompe”. La situazione del Pd in Campania sembrava essersi logorata dopo il suicidio dell’assessore Nugnes e le dimissioni di Cardillo. Sulla giunta pende l’inchiesta della procura di Napoli, inchiesta che travolgerebbe di fatto un’ampia parte del ceto politico napoletano. Anche se al momento, nessuno della commissione voluta dal sindaco per scrivere il nuovo regolamento dell’ente sugli appalti sarebbe stato chiamato dalla magistratura a riferire al riguardo.
Nervi tesi anche a Firenze, dove, mentre proseguono gli incontri in procura, continuano anche i tormenti interni al Pd. Sono gli effetti giudiziari-politici dell’inchiesta sulla trasformazione urbanistica di Castello, 168 ettari di proprietà di Fondiaria-Sai, destinati ad alloggi, al centro direzionale della Regione, a uffici della Provincia, a un parco di 80 ettari. Domenici ha spiegato di aver fatto “il suo mestiere di sindaco”. Il partito, però, sta subendo il contraccolpo.

Ma a dire del momento horribilis del segretario, basta ascoltare le riflessioni del capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro: la cosiddetta “questione morale interna” si affronta “innanzitutto partendo da una discussione nel partito per il bene del Pd”. Ne è tanto convinta Finocchiaro che invita il partito a “metterci le mani dentro” senza “sostituirsi ai giudici”, ma “cercando di capire se, come e quando, la presenza di una persona che a torto o a ragione sia oggetto di un’indagine giudiziaria, giovi o meno al partito”.

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L’eterno scontro a sinistra: e se il Pd andasse al Massimo?

Massimo D'Alema

di Carlo Puca

Massimo D’Alema prossimo segretario del Partito democratico? Se un paio di mesi fa l’ipotesi sembrava fantapolitica, oggi è assai viva. Se ne sono accorti in pochi, per esempio Il Foglio di Giuliano Ferrara, che pure aveva spinto per la leadership di Walter Veltroni. Ma d’improvviso è caduta ogni pregiudiziale politica e ideologica. Anzi, a essere precisi, ne resistono soltanto due. La sua personale, di D’Alema s’intende, e quella del suo storico avversario, Veltroni. La premiata coppia Max e W.
Il vento che spinge Max è partito dal basso. Spiega a Panorama il senatore Riccardo Villari: “Su tutto il territorio nazionale, nelle periferie abbandonate dal Pd centrale, militanti ed elettori riconoscono a D’Alema un’affidabilità sconosciuta ad altri leader. Mentre tutti straparlano, lui fa, senza esagerare, con una umiltà che lo ha reso più simpatico”. A Nord la fondazione Italianieuropei è un punto di riferimento per la migliore imprenditoria settentrionale, “a Sud la sua associazione, Red, viene considerata la scialuppa della nave in rotta”.
Tra l’altro Villari è un cattolico ex Margherita, mica un qualsiasi postcomunista d’apparato sempre caro all’ermo Max piuttosto che al socievole Walter. Aggiunge il senatore: “E che c’è di strano? Noi cattolici da tempo abbiamo cambiato idea su Massimo. Lui e Franco Marini costituiscono la coppia più solida del partito, una garanzia per il futuro”.
Una conferma arriva dalla corrente di Francesco Rutelli con l’opinione di Renzo Lusetti: “D’Alema segretario del Pd non è più un tabù”.
Quanto ai prodiani, capitanati da Arturo Parisi, per la segreteria qualsiasi soluzione è migliore di Veltroni. E Paolo De Castro, altro storico collaboratore di Romano Prodi, è il presidente di Red. Il 28 settembre, non un secolo fa, è stato chiaro: “Veltroni e i suoi dovrebbero riconoscere di aver sbagliato tutto e trarne le dovute conseguenze, come si fa negli Stati Uniti, il secondo paese di Walter”.
C’è poi il resto della truppa di sinistra, da sempre legata a filo doppio con D’Alema più che con Veltroni. Eppure, i socialisti di Riccardo Nencini martedì 21 ottobre hanno di fatto chiuso l’accordo politico-elettorale con il Pd che Veltroni alle politiche aveva rifiutato, e nonostante le pressioni dalemiane: “In effetti il segretario del Pd ha cambiato totalmente idea” commenta Marco Di Lello, coordinatore del Partito socialista. Il punto è esattamente questo.
Nel chiuso delle stanze del Nazareno W. ha affrontato il tema D’Alema una quindicina di giorni fa con i suoi più stretti collaboratori, Giorgio Tonini e Goffredo Bettini compresi. Hanno deciso che la strategia migliore per fronteggiare l’offensiva di Max era privarlo dei suoi argomenti preferiti. Da qui il “recupero” di Claudio Petruccioli alla presidenza della Rai, la rottura con Antonio Di Pietro, l’accordo con i socialisti e quello in divenire con i Verdi, incontrati in gran segreto insieme con Ermete Realacci. Mentre la conferenza programmatica di gennaio si annuncia conciliante con tutte le parti in causa.
Perché è vero, come dice Lusetti, che “D’Alema ora non sta affatto pensando a fare il segretario”, visto che lo stesso Max si è imposto una pregiudiziale negativa (”Ho già fatto il segretario di un grande partito, per me sarebbe come tornare indietro” ripete sempre, riservatamente, ai fedelissimi). Ma è anche vero che di fronte a una chiamata a salvatore della patria, magari dopo una batosta alle elezioni europee, difficilmente direbbe no. Né potrebbe farlo.

Veltroni e l’ora delle scelte: dopo il Circo Massimo dove portare il Pd?

ll segretario del Pd Walter Veltroni

“Se c’è qualcuno nella maggioranza che pensa che le regole non si cambiano da soli è il momento di farsi avanti, di battere un colpo e di cominciare a discutere”. Marina Sereni parla della legge elettorale per le Europee (approdata alla Camera, dopo il via libera della Commissione), ma sembra che l’invito della vice capogruppo dei deputati Pd vada oltre. Una voglia di dialogo tra i due poli quella, evocata da Sereni, che si fa sempre più difficile da soddisfare. Soprattutto, si direbbe, dopo la kermesse “Democrat” di sabato scorso, il cui primo effetto sembra l’ulteriore irrigidimento del confronto Pdl-Pd.
In effetti, nel day after del Circo Massimo, per Veltroni è già il momento di scegliere. Di decidere cioè quale sarà la linea da tenere nei confronti del governo, ora che ha vinto la scommessa della piazza ed è tornato a prendere in mano il partito. Il suo discorso di sabato ha “virato” decisamente sui toni che sono più congeniali ad Antonio Di Pietro, tornando a un’opposizione da muro contro muro. Mentre partono dal Pd i primi contatti a sinistra, per la corsa a Bruxelles. Con il numero due del partito Dario Franceschini che, stante la legge elettorale, nonostante il Pd si ostini ancora a correre da solo, “nelle nostre liste potremmo dare spazio a esponenti diversi della cultura riformista, da quella ambientalista a quella socialista”.

Del cambiamento di toni e di atteggiamento dell’ex sindaco, si è accorto anche il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, accolto come un vero leader sabato e dimostratosi insolitamente amichevole nei confronti degli (ex) alleati in tv. Se neanche una settimana fa, l’ex pm voleva che il suo partito definisse in un documento (poi bocciato dalla direzione) Pd e Pdl “la stessa cosa”, domenica pomeriggio, nella trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata si è spinto a dire che l’Italia dei Valori è per il Pd “come il cacio sui maccheroni”.
Parole che possono far piacere a una parte del popolo del Partito Democratico, ma che lasciano un po’ di perplessità nella parte più moderata del Pd che non ha mai apprezzato i toni eccessivi dell’ex pubblico ministero di Mani Pulite. E per i quali il richiamo al linguaggio usato a piazza Navona dall’Idv è davvero difficile da digerire. Uno come Marco Follini, ad esempio, ieri metteva in guardia il segretario chiedendogli di evitare la deriva del populismo e della “radicalizzazione” sui cui “vincerà sempre Berlusconi”. Piuttosto, è il suggerimento, bisogna costruire “un ponte verso gli indecisi” che possano guardare con fiducia a “un partito con un’agenda al passo con i tempi. Che vuol dire, in questa fase, una cosa sola: affrontare la crisi economica”. Aggiungendo un’appendice velenosa: “La manifestazione è stata forte, sobria, civile. Punto. Detto questo, continuo a chiedermi se per noi del Pd il primo problema era davvero quello di scendere in piazza”.
Ecco dunque qual è il bivio a cui si trova ora Veltroni: darsi in tutto e per tutto a un’opposizione “dura e pura” come suggerisce Di Pietro o votarsi a quella più dialogante come invece vorrebbe la parte più moderata e come ha più volte sottolineato di volere il Presidente della Repubblica.
Se la folla del Circo Massimo gli ha insomma permesso di “elaborare il lutto” della sconfitta di aprile, ora il segretario democratico deve decidere dove portare i suoi. Se lo aspetta la sua base, come se lo aspetta il governo. Dietro la faccia dura di chi ribatte colpo su colpo, il Cavaliere preme perché Veltroni si liberi al più presto (e in modo definitivo) di Di Pietro. Al punto tale che, una volta tolto di mezzo l’Idv, se l’opposizione avanzasse delle proposte utili, “noi voteremmo i loro suggerimenti”, dice il premier. E allora la prospettiva di Marina Sereni non sarebbe più un’illusione.

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