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Rosy Bindi, presidente Pd, ed Enrico Letta, vice segretario
Non il 5 dicembre, ma l’11 e il 12. Non una, ma mille piazze. Non con l’Idv, ma con “il popolo delle primarie”. Non “per i suoi (del premier, ndr), ma per “i nostri”. Continua
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Un manifesto del Partito Democratico
Una volta erano le Botteghe Oscure: rigidi e fumosi rituali, dietro ai quali si avvolgevano macchinose procedure per nominare i direttivi del vecchio partito comunista. Oggi, invece, sono le Primarie. Continua
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Adesso anche Enrico Letta sa che sugli elenchi delle primarie aleggia il segreto. Non di Stato, ma quasi: le liste sono top secret, chiuse “in un armadio. E nessuno, neanche Veltroni, può consultarle senza il via libera di tutte le forze della coalizione”, dice il tesoriere diessino Ugo Sposetti, rispondendo alla provocatoria ma ufficiale richiesta di Enrico Letta e Mario Adinolfi di tirare fuori le liste dei cittadini che parteciparono alle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre 2005.
Nell’armadio dovrebbero dunque esserci quei dischetti. Fine del mistero? E dei sospetti? Sì, ma la polemica sugli indirizzari è solo uno degli ingredienti della battaglia per le primarie. Mancano circa 65 giorni al via della corsa per la leadership del futuro partito democratico e messo così il Pd non sembra possa contare su un futuro sereno. E non solo per la corsa per la leadership ma anche per il malumore per come sta maturando il progetto che ha ormai contagiato tutti e tutte le questioni.
La contesa infatti infuria sul peso degli apparati di partito. Ieri il diessino Goffredo Bettini, grande elettore del sindaco, ha difeso Walter Veltroni: “La sua candidatura nasce proprio contro il pericolo del verticismo”. Ma perché Bettini si è sentito in dovere di intervenire? Non solo perché Walter e famiglia sono in vacanza per due settimane alla Maldive. Più probabile perché, nonostante i proclami della vigilia, il Partito Democratico si sta sempre di più caratterizzando come una sommatoria tra Ds e Margherita. A denunciarlo sono proprio i principali protagonisti di questa avventura. Sabato 4 agosto è stato il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani (che ha dovuto rinunciare a correre a fianco di Enrico Letta) a mettere in guardia dal rischio di un “eccessivo verticismo”. Rischio che preoccupa un altro ministro Ds, Vannino Chiti: “Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo - ha detto in un’intervista all’Unità di domenica 5- non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto”. Se più o meno tutto viene deciso nelle stanze chiuse dei due partiti di maggioranza, naturale che a rimanere tagliata fuori sia la società civile, la vera sconfitta di questo avvio. Dei tre candidati alla leadership, per potenza mediatica e rilevanza politica, tre sono considerati pesi massimi (Veltroni, Bindi e Letta) e tre sono pesi piuma: Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere), Piergiorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica e il giovane Mario Adinolfi, (il blogger che ha lanciato la “generazione U: “La U di Ulivo, di Unione, di U2 e di Ue”): nomi e volti, questi ultimi, che dicono poco al popolo che andrà a votare il 14 ottobre. Anche per questo Enrico Letta, un big, si è lamentato, durante la sua campagna “Sette temi per sette spiagge” (al sottosegretario sembra piacciano più gli improvvisati incontri al mare che le kermesse in stile Lingotto): “Sto facendo una campagna sui contenuti, ma è bene dire qualcosa anche sulle regole che potevano essere migliori. Sono state costruite non intorno alla società civile ma intorno all’idea del Candidato Unico” (leggi Walter Veltroni). Le primarie per lui devono essere “un’operazione che parte dalla base, dagli elettori e non dal vertice”.
Altro terreno di scontro in vista del 14 ottobre: le liste. Tutti ne vorrebbero una e gli accordi sottobanco sarebbero già in stadio avanzato. A parte il listone Ds-Margherita che appoggerà il sindaco di Roma e che dovrebbe rispecchiare l’accordo tra la Quercia e i Popolari di Fioroni e Marini, ci sono i teodem della Margherita, i “coraggiosi” di Francesco Rutelli, c’è Ciriaco De Mita, ci sono gli under 30, le donne e chi più ne ha più ne metta. Inoltre Quercia e Dl si sarebbero già equamente divisi le segreterie regionali del Pd (in particolare in Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio), come più volte denunciato da Rosy Bindi e su cui ha ironizzato anche il prodiano Franco Monaco: il territorio, a suo dire, “è esattamente il terminale delle logiche spartitorie romane” che hanno stabilito “12 segretari regionali ai Ds e 8 ai Dl”. Ultimo caso scoppiato, quello della Lombardia, con i rutelliani irritati per l’applicazione del ticket anche in Regione (il ventinovenne segretario regionale dei Ds Maurizio Martina e la margheritina Patrizia Toia, sostenuti da Letta). Come se non bastasse le liste sono rigorosamente bloccate e senza preferenza. Esattamente quello che prevede l’attuale legge elettorale nazionale. Una “porcata” che l’Unione vorrebbe cambiare a tutti i costi.
L’ultima ferita aperta, il confronto tv. Rosy Bindi ha lanciato il guanto di sfida a Walter Veltroni mandando su tutte le furie gli altri candidati per il suo “singolare concetto di democrazia”. Marcia indietro e tutti d’accordo: bene il confronto tv. Ma Enrico Letta avanza dubbi: “Chissà se Veltroni ci starà ”.
Nel tentativo di arginare il “gallinaio”, non hanno invece avuto dubbi quelli del Collegio dei Garanti del Pd che hanno pubblicato sul sito ulivo.it il “Regolamento di autodisciplina” per la campagna elettorale delle primarie, che dovrà essere “sobria, contenuta nei costi” e non ammettere “propaganda a pagamento su radio, tv e giornali” ma solo manifesti o mezzi informativi regionali e locali, dibattiti, tavole rotonde conferenze eccetera, con un tetto di spesa fino a 250mila euro per i candidati segretari nazionali, 50mila per gli aspiranti segretari regionali, 5mila per i componenti dell’Assemblea. Ci sarà un’ulteriore guerra su come e dove i candidati andranno a battere cassa?
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Sulla via che porta al Pd, non tutto fila liscio tra i compagni (o amici) di strada. Oltre ai nodi politici, ci sono anche quelli patrimoniali e di gestione di immobili, feste e giornali. Su quest’ultimo punto in particolare, pare che il Partito Democratico manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Ma i due fogli dovranno vedersela con una nuova lobby rossa. Non politica, ma free press. Il tentativo mai visto in natura prima è frutto dell’astuto editore sardo Nicky Grauso, che sta inondando la Penisola con le varie edizioni del suo giornale gratuito E polis. Frullato dell’Unità , di Liberazione, del Manifesto, del Tg3 e dei Santoro boys, E polis di Grauso è sostenuto, per esempio, dal governatore della Sardegna Renato Soru e da quello del Lazio Piero Marrazzo. E si offre al popolo rosso con le firme pop più amate dal suddetto.
C’è la lobby Tg3-Primo piano: editorialisti i conduttori Fabio Cortese, Maurizio Mannoni. C’è la lobby dell’Unità : scrive il meglio, Luca Bottura, Silvia Garambois, Valeria Parboni. C’è la colonna di Radio radicale con il suo direttore Massimo Bordin. C’è il filone Anno zero santoriano: Vauro il vignettista e l’alter ego di Michele, Sandro Ruotolo. C’è lo zampino di Rifondazione con il suo deputato Salvatore Cannavò dell’associazione Sinistra critica. E anche gli infiltrati di Giuliano Ferrara, con Ritanna Armeni e Stefano Di Michele.
E polis gode del plauso della famiglia Marrazzo: quando è uscita l’edizione romana il presidente della Regione Lazio Piero ha lodato l’iniziativa e sua moglie, la giornalista Roberta Serdoz, per esempio, il 14 aprile ha fatto la sua figura scrivendo il fondo della rubrica “A ruota libera”.
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Una cosa è la gestione comune, un’altra la proprietà . Lo sa bene il 56 per cento degli italiani che opta per la separazione dei beni. Anche Ds e Margherita, prossimi al matrimonio nel Partito democratico, scelgono lo stesso regime. Ma i partiti sono persone giuridiche, per loro non valgono le leggi per le persone fisiche. Perciò, guidati dal tesoriere Ugo Sposetti, i diessini hanno studiato un escamotage. E lo hanno pure trovato.
Una proposta di legge “ad partitum” è stata presentata nel settembre 2006 per favorire la Südtiroler Volkspartei, in ritardo sulla presentazione della domanda per i rimborsi elettorali. Subito dopo è arrivato un emendamento del deputato Marco Boato (verdi) che permetterebbe ai partiti di costituire “fondazioni politico-culturali” utili per gestire l’attività patrimoniale (oltre che per ricevere più facilmente i finanziamenti privati).
Così la “fondazione Ds” e la “fondazione Margherita” continuerebbero a gestire i rispettivi patrimoni ognuno per proprio conto. Con cattiva pace del ministro Rosy Bindi, che vuole “dotare il Pd di nuove sedi” attraverso la vendita di tutte le proprietà attuali per acquisirne di nuove.
Piero Fassino ha detto no. Il Pci-Pds-Ds ha 60 anni di storia patrimoniale. Tra federazioni, sezioni, case del popolo e persino negozi e terreni, non c’è storia con la Margherita, che ha appena cinque anni di vita. È vero, le sezioni diessine sono 6.937 e i circoli “margheriti” 15.165, ma pochi sono di proprietà e molti sono per rappresentanza. Inoltre la Quercia ha un debito altissimo (139 milioni di euro nel 2006) rispetto ai circa 11 milioni della Margherita. Ma il debito diessino è ampiamente superato dal valore degli immobili, anche se è difficilmente quantificabile. Nei Ds vige il “federalismo proprietario”: gran parte dei beni “sono delle federazioni cittadine e delle direzioni regionali. Alcune sedi sono anche intestate a singole persone. Altre a società ” (parole di Sposetti).
Fassino deve per di più affrontare la scissione del correntone di Fabio Mussi. Entrambi hanno scelto un basso profilo, difficilmente si arriverà alla guerra. Tra l’altro, sull’Unità Sposetti aveva già avvisato lo scissionista: “Se ci sarà una divisione dei beni, divideremo anche i debiti”. La possibile soluzione è che le singole (e rare) federazioni locali dove Mussi ha la maggioranza diventino di proprietà del suo schieramento, Sinistra democratica, che con i circa 2 milioni di euro l’anno provenienti dai gruppi parlamentari proverà a lanciare un nuovo quotidiano. Nome provvisorio della testata è Il progressista.

Il Pd manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Quanto alle feste di partito, tutti dicono che verranno mantenute entrambe. Ma dovranno scontrarsi con la volontà di Romano Prodi, che proprio con una grande “festa democratica” intende battezzare il Pd.
E il doppio tesoriere? Fra Sposetti e il margheritino Luigi Lusi spunterà un terzo nome. Riservatamente, Rutelli ha avanzato l’idea di affidare la gestione finanziaria a un manager da individuare sul mercato, come avviene per il Pd americano. Ma è davvero presto per inviare i curriculum.