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Dubbi sul voto all’estero: nell’inchiesta sul riciclaggio un senatore eletto in Germania

Scrutunio delle schede elettorali in un seggio (Ansa)

Scrutunio delle schede elettorali in un seggio (Ansa)

Il coinvolgimento del senatore Nicola Di Girolamo (Pdl), eletto nella circoscrizione estero, nell’inchiesta sul riciclaggio di denaro che ha travolto Fastweb e Telecom Sparkle (qui la cronaca e qui i verbali dell’inchiesta da Il Giornale.it), induce a una riflessione sui malfunzionamenti della legge Tremaglia (del 27 dicembre 2001 ed entrata in vigore nelle elezioni del 2006) che concede il voto agli italiani all’estero. Continua

Circoscrizioni: minicasta, ma iperpermalosa

Chi tocca la casta si brucia. Anche se si tratta dello scalino più basso degli eletti della politica, quello delle circoscrizioni, tema di un’inchiesta sul numero 13 di Panorama, titolo “Una casta piccola piccola”.

L’articolo si è occupato anche di Reggio Calabria, dove ci sono ben 315 consiglieri per 15 quartieri. “Non hanno nessun compito e uno stipendio spropositato” ha raccontato Michele Marcianò, capogruppo di FI in consiglio comunale e titolare della delega al decentramento. “Dietro di loro c’è sempre un referente politico di primo piano: li usano come galoppini elettorali e poi li ricompensano con una poltrona comoda e discretamente retribuita”. Dichiarazioni che hanno scatenato ira.
Riunitosi d’urgenza, il cooordinamento dei presidenti di circoscrizione ha firmato un documento per chiedere le dimissioni di Marcianò dal partito e la revoca dei suoi incarichi. “Mi hanno bersagliato solo per avere detto la verità” racconta il consigliere comunale, che ora annuncia la remissione delle deleghe.
A guidare la rivolta dei capi rione, Antonio Eroi, presidente della V circoscrizione, e Giuseppe Eraclini, a capo della VI. Poltrone remunerate: poco meno di 2 mila euro al mese. A cui i due aggiungono i gettoni di presenza di consigliere provinciale, carica a cui sono stati eletti nel 2006. Piccole (e permalose) caste crescono.

Circoscrizioni: una casta piccola piccola. Ma costosa

Assemblea dell' Anci

A Messina gli ingegnosissimi consiglieri di una circoscrizione a nord della città hanno escogitato la “seduta notturna”. Oberati da ordini del giorno impellenti e votazioni improcrastinabili, gli indefessi si ritrovano sempre più spesso poco prima delle 23.30. Frementi, cominciano a dipanare questioni da cui dipendono vita e morte del quartiere, come i sopralluoghi per verificare eventuali discariche abusive. Incursioni lampo, che durano poco più di una mezz’ora. Nottambuli travolti dagli impegni civici? No, solo scaltri: intascano due gettoni di presenza e possono assentarsi dal lavoro per due giorni. Una doppia beffa per le già malconce casse comunali che pagano gli “impegni istituzionali” del devoto servitore e rimborsano pure il datore.
Un caso limite? Mica tanto: in molte città d’Italia le circoscrizioni sono diventate un meccanismo che alimenta piccoli ma pervicaci potentati. Sono obbligatorie solo nei comuni con oltre 250 mila abitanti, però moltissimi capoluoghi di provincia non riescono a farne a meno. Creando situazioni paradossali. A Gorizia ci sono 10 zone, una più di Milano, e 132 consiglieri, tre meno che a Bari. Beati quindi i 36.110 cittadini della città friulana: possono contare su un eletto ogni 273 abitanti, praticamente un amministratore di condominio. Altrove non va meglio: a Perugia ci sono 13 assemblee e 208 rappresentanti. A Reggio Calabria le 15 circoscrizioni danno sostentamento a 315 persone. E in Italia complessivamente sono più di 10 mila quelli a cui viene pagata un’indennità per l’impegno profuso nel risollevare le sorti dei rioni. Un esercito indolente e disarmato, che costa almeno 120 milioni di euro soltanto di retribuzioni. Per questo Mario Valducci, deputato di Forza Italia, ha presentato una proposta per mantenere in vita solo quelle nelle 14 aree metropolitane. Programma che incontra resistenze tenaci e trasversali.

Costano tanto le circoscrizioni? Dipende: al Nord normalmente vengono date ricompense simboliche, con l’eccezione di Trento e Rovereto. Nelle città meridionali, invece, spese strabilianti e retribuzioni cospicue generano meccanismi ai limiti della legalità.
Ma il punto è soprattutto un altro: sono utili? “Nella maggior parte dei casi non fanno nulla” sostiene l’ex senatore della Sinistra democratica Massimo Villone, costituzionalista e coautore del libro Il costo della democrazia. “È solo il primo passo del professionismo politico. Sono organismi svuotati di potere ma costosissimi”.

A Napoli ci sono dieci municipalità, altrettanti presidenti, 300 eletti e perfino 30 assessori. Sulla carta trottano tutti: in media due consigli, tre riunioni di giunta, nove commissioni e una conferenza di capigruppo a settimana. Ferie estive e natalizie comprese. Attivismo che permette di scansare ogni incombenza lavorativa. Per fare cosa, in cambio? Poco o niente, secondo Norberto Gallo, consigliere della V municipalità di Napoli, quella del Vomero. “Appena insediati abbiamo scoperto che le scuole le gestisce la provincia, la cartellonistica è in appalto a una società privata, lo stadio è della regione, di strade si occupa il comune. A noi restano praticamente solo i vicoli ciechi”.
In teoria il lavoro è frenetico: “Ma tutto è organizzato per ottenere il rimborso massimo” spiega Gallo. Nel 2007, l’ultimo dato disponibile, il comune ha pagato 5.669 gettoni di presenza ai 30 consiglieri del Vomero. Ognuno costa 54,10 euro: in totale sono 307 mila euro l’anno. Considerato che le municipalità sono dieci, il costo arriva a 3 milioni.
Ma a Napoli, e in molte altre città del Sud, lo spreco è ben più sostanzioso. Tutti i prodi hanno diritto al rimborso delle giornate lavorative, perlomeno quando risultano oberati da sedute e commissioni. Cioè sempre. Morale: nella V circoscrizione in un anno sono state rimborsate 6.231 ore di assenza dall’impiego. Vale a dire più di 600 mila euro. Anche qui i costi vanno moltiplicati per dieci. Così il conto del sistema napoletano arriva, per difetto, a 10 milioni di euro.
In alcuni casi, ritiene Gallo, i consiglieri vanno oltre lo sfruttamento parassitario del meccanismo. “Molti colleghi sarebbero stati assunti da imprese compiacenti poco dopo l’elezione e non sono mai andati in ufficio. La magistratura aveva aperto un’inchiesta, ipotizzando la divisione dei rimborsi del comune fra loro e il datore”.

Sprechi e illeciti quasi istituzionalizzati, reiterati e apparentemente irrimediabili. “Non c’è alcun controllo. Ognuno può fare quello che vuole” lamenta Ferdinando Pinto, che insegna diritto degli enti locali alla Federico II di Napoli. “L’indennizzo della giornata lavorativa è aberrante, ha prodotto uno stuolo di fannulloni. E di aspiranti tali: il più grande concorso pubblico fatto a Napoli sono state le elezioni nelle municipalità”.
A Messina le cose non vanno diversamente. Il comune l’anno scorso ha pagato 1,6 milioni di euro di rimborsi. “Si dovrebbe indagare su un meccanismo che ormai sarebbe frequente: il neoeletto viene assunto da una cooperativa” spiega Alessandro Russo, 30 anni, presidente della V circoscrizione. “Firma la presenza alle sedute, poi va a lavorare. A fine mese l’amministrazione paga gli oneri previdenziali per la sua assenza. Lui ha il gettone. E l’azienda gli oneri previdenziali, che poi decide se dividere con il consigliere. Un gioco delle tre carte fatto in maniera lampante, che conviene a tutti. Tranne che ai contribuenti”.
In Sicilia le circoscrizioni negli ultimi dieci anni si sono trasformate in stipendifici: luoghi dorati dove siedono capibastone di ogni schieramento. “Sono quelli che devono controllare il territorio. Portano il verbo dei vari potentati locali e assicurano che funzioni la macchina del consenso” sostiene Russo. Anche qui le incombenze sarebbero sterminate.

Il Comune di Messina nel “Regolamento per il decentramento” dell’ottobre 2005 permette ai quartieri di intervenire su tutto: verde, manutenzioni, sport, spettacolo, piccole opere, servizi sociali. E nel 2008 ha passato alle circoscrizioni 110 mila euro. Somma considerevole, soprattutto per un comune prossimo al dissesto finanziario. Ogni euro però è stato destinato ad “attività e manifestazioni ricreative e aggregative, culturali e di socializzazione del territorio”. Tutti soldi finiti ad associazioni ricreative o culturali più o meno vicine ai vari referenti politici. Per farne cosa? Saggi di danza, sagre della salsiccia, emolumenti per la banda musicale della parrocchia e panettoni alle famiglie a Natale. Consegnati personalmente dagli amministratori rionali, ovvio.
E le attività istituzionali? Procedono, seppure un po’ a rilento. Come Penelope, capita di dover tessere e poi disfare. Due settimane fa un consiglio messinese si è riunito in fretta e furia per l’intitolazione di una via. Alla fine tutti d’accordo, chinati sui fogli a firmare la delibera. Peccato che la strada in questione fosse “area di cantiere” e quindi non intitolabile. Due sedute e quattro ore di discussione sul nulla.
Lo stesso consiglio, qualche tempo prima, aveva ingaggiato una disputa su un cassonetto: va spostato di 30 metri? Segue dibattito: due ore di sudori freddi, mozioni e repliche. Ma si fatica anche sul campo. C’è una piccola buca in una strada? Gli amministratori partono in missione. Si dispongono attorno al pertugio e lo fissano per sei ore. E il giorno dopo si chiudono in aula per altre quattro, per discutere sul modo migliore per segnalare al comune di intervenire.
Ovviamente a pagare sono i cittadini: ogni gettone di presenza costa. E pure salato: 60 euro a consigliere, 20 volte quanto veniva elargito solo otto anni fa. Un presidente può arrivare a guadagnare 1.805 euro al mese, un consigliere la metà. L’unica, rigidissima, prescrizione è che ci si ritrovi almeno una volta ogni 30 giorni.

Del resto la Regione Siciliana alle circoscrizioni è sempre più riconoscente. Il 16 dicembre 2008 ha approvato una legge dal titolo promettente: “Misure di contenimento della spesa pubblica sullo status dei componenti delle giunte esecutive degli enti locali”. Ma ai propositi è seguita un’applicazione sbalorditiva. Consiglieri e presidenti di Palermo, Messina e Catania si sono visti praticamente raddoppiare lo stipendio. A dire il vero, nella pratica si è distinta pure una regione del lembo opposto: il Trentino-Alto Adige. Anche qui una legge regionale ha moltiplicato per due i compensi. A
Trento, dove ci sono 12 circoscrizioni e 195 consiglieri
, il costo complessivo dei gettoni è salito a 1,5 milioni di euro. A Rovereto, che ha 37 mila abitanti e sette quartieri, a 800 mila euro.
Un premio giustificato dall’aumento di beghe rionali da risolvere? Macché, tutto è rimasto uguale. Come a Palermo, dove nulla è cambiato. “Facciamo perlopiù da passacarte. Abbiamo compiti solo propositivi” sintetizza Marco Frasca Polara, capogruppo del Pd dell’VIII circoscrizione. “Chiediamo di potare un albero, di invertire un senso di marcia, di sostituire una lampada fulminata o dei pali della luce. È avvilente. E la cosa peggiore è che a tutti va bene così: il consiglio comunale è il primo a non volere delegare niente, temendo di perdere potere”.
Pure Palermo largheggia negli sperperi: fino a qualche mese fa tutti i presidenti avevano diritto all’auto blu, oggi invece si devono accontentare di uno stuolo di segretarie, del cellulare di servizio e di poter viaggiare nelle corsie preferenziali. Solo i capi rione l’anno scorso sono costati al comune 169 mila euro. Un’indennità in cambio della quale, anche loro, hanno l’insostenibile onere di convocare almeno una seduta al mese.

Non va male nemmeno ai presidenti delle circoscrizioni di Reggio Calabria: guadagnano poco meno di 2 mila euro al mese, indipendentemente dalla loro attività. Qui davvero non si lesina. La città ha 185 mila abitanti e 15 quartieri. Gli eletti sono 315. Strapuntini ambitissimi: nel 2007, alle ultimi elezioni, si sono presentati in 3.400. In palio c’erano 600 euro al mese e pochi pensieri.
“Non hanno nessun compito e uno stipendio spropositato” ammette Michele Marcianò, di Forza Italia, il consigliere comunale delegato al decentramento. “In più sono tanti, e ogni tentativo di ridurne il numero incontra resistenze inaudite. Dietro di loro c’è sempre un referente politico di primo piano: li usano come galoppini elettorali e poi li ricompensano con una poltrona comoda e discretamente retribuita”.
Anche nella città dello Stretto è previsto che il comune paghi le imprese pubbliche e private in cui lavorano consiglieri e presidenti alle prese con un tourbillon di sedute e commissioni. L’anno scorso l’amministrazione ha liquidato decine di migliaia di euro alle Ferrovie dello Stato, a banche, ad aziende sanitarie, ai policlinici, all’Enel e all’Unione coltivatori italiani.
In cambio di cosa? Di disquisizioni sul nulla, nella maggior parte dei casi. Altre volte gli eletti del rione si risparmiano pure quelle. Lo scorso novembre la procura di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio 17 persone, accusate di aver trescato per percepire illegalmente i gettoni di presenza nella zona di Ortì, nella periferia della città. I reati contestati sono eloquenti: “falsificazione dei verbali delle commissioni”, “contraffazione”, “false attestazioni”, occultamento”. I magistrati hanno scoperto consiglieri con il dono dell’ubiquità: capaci di partecipare contemporaneamente a diverse commissioni. Riunioni su riunioni, perfino ad agosto, per proporre, deliberare, richiedere. Non c’era tema su cui si astenessero.
Uno sforzo di fantasia che non risparmia alcun quartiere. Una circoscrizione si è vista costretta a convocare una seduta con la massima urgenza. Argomento indifferibile: acquisto di gomme e matite per la segreteria della medesima circoscrizione.

La Sardegna al voto: affluenza bassa, scrutinio a rilento

Ugo Cappellacci, Pdl

Urne chiuse: fino all 15 in Sardegna si votava. Gli elettori (circa 1 milione e mezzo) sono chiamati a scegliere il nuovo presidente della Regione e il Consiglio regionale. Ma non ci sono andati in tanti: solo il 67,58% ha votato fra ieri e questo pomeriggio alle 15 per l’elezione del presidente e del Consiglio regionale. Nelle precedenti consultazioni del 2004 l’affluenza alle urne era stata del 71,2%.
Il dato 2009 nelle 1.812 sezioni allestite nei 377 comuni della Sardegna registra quindi un calo del 3,62%, Secondo i dati diffusi dalla Regione, la provincia dove si è votato di più è Sassari con il 69,19 %. Quella con l’affluenza più bassa è stata Carbonia-Iglesias con il 64,50%. Nel Cagliaritano la percentuale è stata del 67,58%. Nel Medio Campidano ha votato il 64,96%, nel Nuorese il 69,54%, in Ogliastra il 67,14%, in Gallura il 68,85%, nell’Oristanese il 65,72%.
Nel 2004 le consultazioni isolane si svolsero in concomitanza con le europee e una tornata di amministrative, con i seggi aperti dalle 15 alle 22 di sabato 12 giugno e dalle 7 alle 22 di domenica 13. Lo scrutinio cominciò lunedì mattina con le europee e alle 14 per le regionali. Nel 2004 a chiusura dei seggi l’affluenza alla urne fu del 71,2%.

L’afflusso dei dati elettorali nel centro elaborazione dati della Regione Autonoma della Sardegna però sta procedendo con lentezza maggiore del previsto a causa di contestazioni nelle sezioni elettorali soprattutto per il voto disgiunto sul quale si sono avute accese discussioni e richieste di consultazioni “in diretta” con gli uffici elettorali dei comuni. In pratica stanno emergendo dubbi interpretativi, nonostante la Regione abbia distribuito in tutti i seggi un apposito vademecum con le varie ipotesi. Soprattutto quando - come prevede la legge - vi è un voto di preferenza per un candidato in una circorscrizione provinciale e un voto diverso per il presidente, cioè non allo stesso candidato governatore a cui è collegata la lista.
La sfida (con risvolti nazionali) è, notoriamente, tra il presidente uscente Renato Soru (”Lista Soru presidente” appoggiata da Pd, Prc, Pdci, Idv, La sinistra e Rossomori) e il candidato del Pdl, Ugo Cappellacci (Il popolo delle libertà sostenuto da Pdl, Udc, Mpa, Riformatori, Uds-Nuovo Psi e Psd’Az). Ma in corsa ci sono anche tre altri nomi: Peppino Balia (Partito Socialista); Gavino Sale (Irs Indipendentzia Repubrica de Sardigna); Gianfranco Sollai (Unidade indipendentista).
Per i votanti, la scheda di colore verde divisa in ogni metà da due colonne verticali: in una sono stampati i simboli delle coalizioni e i nomi dei candidati alla Presidenza, nell’altra i simboli delle liste presentate nelle 8 Circoscrizioni provinciali e disposte in maniera tale da evidenziare il loro collegamento al candidato presidente. L’elettore può esprimere una sola preferenza scrivendo il cognome del candidato consigliere e può indicare un solo candidato presidente. È ammesso il voto disgiunto, ossia non è necessario che fra le due indicazioni sia rispettato il collegamento tra la lista e la coalizione di riferimento.

Diventa presidente della Regione il candidato che in ambito regionale ottiene più voti, il candidato presidente del listino regionale che arriva secondo diventa consigliere regionale. Per l’attribuzione dei seggi il sistema è uguale a quello adottato per le Regioni a statuto ordinario, ma con diverse variabili (a cominciare dalla possibilità di esprimere un voto disgiunto) e con l’attribuzione di un eventuale premio di maggioranza che viene assegnato al presidente eletto per permettergli di governare.

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