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Lavoratori immigrati in presidio per richiedere un permesso di soggiorno
In Italia la disoccupazione continua ad aumentare, ma per gli immigrati presenti nel nostro paese il lavoro non manca, specie se in nero. Gli stranieri irregolari (422mila, dati Ismu), quelli senza un permesso di soggiorno, lavorano di più e guadagnano di meno rispetto a chi ha i documenti in regola. E’ più facile per loro trovare un impiego sottopagato, magari senza contratto e contributi e con turni più pesanti. Lavorano di sabato (80%), di domenica (31,8%), di notte (38%) e guadagnano meno di 5 euro l’ora (il 40% ), in media il 12,4% in meno di chi è in regola (il 17% se donne). Sono questi i dati riportati nell’indagine “sicurezza, lavoro nero, immigrazione” condotta dall’economista Tito Boeri per la Fondazione Debenedetti e l’Università Bocconi di Milano. A dare il buon esempio di integrazione è invece il capoluogo lombardo, dove un’azienda su cinque aiuta i dipendenti stranieri.
Continua

Tutto è cominciato alla Innse, fabbrica metalmeccanica milanese che sfornava anni fa la mitica Lambretta. Il 4 agosto cinque operai stavano partecipando alla protesta contro la chiusura dello stabilimento. Poi a uno di loro è venuta un’idea: salire sul carroponte a 17 metri d’altezza. E lo hanno fatto sul serio. Con viveri e bottiglie d’acqua sono stati lì per ben otto giorni. Sono scesi pochi giorni prima di Ferragosto, quando l’azienda è stata venduta da Silvano Genta al gruppo Camozzi che ha assicurato la continuazione dell’attività (e dei posti di lavoro). Insomma, un braccio di ferro vinto dagli operai con una protesta dura e, soprattutto, ”mediatica” (con tanto di gruppo di sostegno su Facebook). Il caso ha fatto scuola. Ovviamente. E così nel mese di agosto le proteste in stile Innse si sono moltiplicate in tutt’Italia. E quasi sempre con la vittoria degli operai, che minacciano di buttarsi giù.
Da Roma a Potenza, tutti sulle gru
Il 10 agosto è la volta di sette operai della Cim, una ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che sono saliti su una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Protestavano contro la possibile chiusura dell’azienda, che avrebbe dovuto cambiare sede perchè sorge su un terreno comunale in vendita. Anche loro, però, hanno vinto: sono scesi tre giorni dopo, quando il Comune ha sospeso l’ordinanza di sgombero del terreno pubblico. E ancora.
Quattro giorni dopo, sempre nella capitale, sette vigilantes dell’istituto Urbe, durante una manifestazione contro la privatizzazione dell’azienda che avrebbe provocato il licenziamento di circa 300 guardie giurate, hanno raggiunto il terzo anello del Colosseo. Sono scesi due giorni dopo, quando hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di trattativa con il governo. Non è finita. Passato Ferragosto sono cominciate le proteste di “classe” in tutt’Italia. Una dietro l’altra.
Il 24 agosto gli operai della cartiera ex Cdm di Saluzzo (Cuneo) hanno organizzato un presidio all’ingresso dello stabilimento: sono preoccupati per l’acquisizione o l’affitto della ditta da parte della società Ital Tissue, che potrebbe mettere a rischio molti posti di lavoro. Non salgono però sul tetto della fabbrica.
Il giorno dopo, invece, ancora episodi “estremi” in stile Innse. Stavolta nelle Marche e in Basilicata. Una decina di operai di una cooperativa che lavora ai cantieri navali di Pesaro sono saliti su due gru al porto per protestare: da due mesi non prendono lo stipendio. Lo stesso giorno sette operai della Lasme, azienda di Melfi (Potenza) che produce per la Fiat e che nelle settimane scorse ha deciso di chiudere collocando in mobilità 174 persone, sono saliti da una scala esterna sul tetto della fabbrica dove hanno passato la notte all’addiaccio, mentre gli altri lavoratori hanno “occupato” il piazzale dello stabilimento. “Rimarremo qui fino a quando non riavremo il lavoro”, hanno dichiarato i lavoratori.
Le reazioni
“Una protesta modernissima”, il commento di Fausto Bertinotti, l’ex leader di Rifondazione comunista, che non si faceva sentire da tempo.
Ma sono in tanti, e soprattutto a sinistra, a leggere positivamente il gesto “estremo” degli operai sulla gru. “Il punto critico non è se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l’ assenza di una politica della sicurezza socio-economica”, ha scritto su Repubblica il sociologo Luciano Gallino.
E il segretario nazionale della Cgil, Guglielmo Epifani, intervistato dal Corriere della sera, è entusiasta. “È una vittoria di questi lavoratori perché hanno creduto nella propria lotta e hanno avuto argomenti forti da spendere”. La vicenda Innse? “È stata una bella pagina di lotta operaia”.
“Il caso della Innse ci offre molti spunti di riflessione”, ha affermato il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano. “Si tratta di una vicenda che si conclude positivamente. In un autunno che si preannuncia estremamente caldo si tratta di un caso che farà, per molti versi, scuola, anche sotto il punto di vista del positivo uso dei media con cui è stato rotto il silenzio che di solito avvolge le lotte degli operai”.
E infatti, riflette Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori “la prima considerazione politica”da fare è questa: “la lotta radicale paga. La dove falliscono i tradizionali scioperi simbolici o i vecchi minuetti delle relazioni istituzionali, la lotta radicale strappa il risultato. Ora si tratta di far tesoro di questa lezione e di generalizzarla”.
Per Gianni Baratta, segretario confederale Cisl, intervistato da il Giornale, la morale è invece un’altra. “Qui i lavoratori credevano nelle capacità della propria azienda, avevano un progetto in testa, e invece di provocare disagio ai cittadini hanno attivato l’interesse dei media, delle istituzioni e degli imprenditori. Se invece l’obiettivo è la mera protesta, allora non mi pare una buona strategia per uscire da questa crisi (…) Capiamoci, non è che i 49 dell’Innse hanno vinto perché cinque di loro sono saliti su una gru. Ma perché sono riusciti a spiegare, in modo intelligente, che la loro azienda aveva un futuro. Se però non ci fosse stato un contenuto a riempire la loro protesta, non avrebbero trovato nessuno disposto a investire per salvare l’azienda”.
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di Stefano Brusadelli
“Fare le riforme costituzionali da soli, senza il consenso dell’opposizione? Berlusconi farebbe bene a ricordarsi che ci ha provato già nel 2005, e l’ha presa sui denti con il referendum confermativo dell’anno seguente”. Grintosissimo nonostante il nuovo stress da segreteria (”ho già perso 4 chili”) e i postumi del jet lag dopo la trasferta cilena al summit mondiale dei progressisti, Dario Franceschini sembra un generale senza requie al quale sia stata consegnata una guerra aperta su troppi fronti: la ricostruzione del Pd, il referendum elettorale di primavera, il testamento biologico, il federalismo, la crisi economica. Su quello che Silvio Berlusconi gli ha aperto domenica 29 marzo, annunciando al congresso del Pdl che è venuto il tempo di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi (”con o senza il consenso dell’opposizione”), però non ha alcuna intenzione di impegnarsi. Perché, spiega, “non è questo il momento”.
La sua è una porta chiusa alla Grande riforma. E senza spiragli.
Io considero la proposta di Berlusconi una tecnica di copertura della crisi.
Non negherà che esiste il problema di ammodernare le istituzioni italiane.
Esiste, ma ora l’urgenza non sono le riforme istituzionali. Vengo dal vertice dei progressisti mondiali in Cile. Ebbene, nessuno dei capi di Stato e di governo che ho incontrato lì (e, aggiungo, nessuno degli altri leader mondiali) sta ora pensando a queste cose. La comune priorità, stiano essi al governo o all’opposizione, è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta incidendo sul livello di vita di tutti.
Il Parlamento può occuparsi di diverse materie nello stesso tempo. Due Camere, in fondo, servono anche a questo.
Ora tutto lo spazio del lavoro parlamentare deve essere dedicato a costruire risposte alla crisi. La gente non capirebbe, se vedesse che in questo momento, con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro e migliaia di imprese che rischiano di chiudere, noi ci mettessimo a ragionare di ingegneria costituzionale. Sarebbe una situazione surreale.
A sostenere l’urgenza delle riforme istituzionali non c’è solo Berlusconi, c’è anche Gianfranco Fini.
Temo che la scelta del governo sia quella di intavolare il decimo dibattito improduttivo in dieci anni sulle riforme istituzionali, non per farle davvero ma per nascondere la gravità della crisi ed evitare il confronto sulle ricette per uscirne.
Eppure lei stesso, alla Camera, ha appena fatto votare un ordine del giorno per sollecitare la revisione dei meccanismi istituzionali.
Vero, ma lo abbiamo fatto contestualmente alla discussione sul federalismo, ossia un cantiere che resterà aperto ancora per anni. Più avanti verrà il tempo per parlare di riforme istituzionali.
Quando, dopo le europee?
Quando usciremo dalla crisi. Il tempo certo non ci mancherà. Questa legislatura, purtroppo, arriverà alla sua scadenza naturale. Ci sono ancora quattro anni a disposizione. Ci saranno alti e bassi nei rapporti tra Pdl e Lega, ma non mi illudo che si potrà rivotare per le politiche prima del 2013.
Difficile che Berlusconi voglia rinviare la questione istituzionale alle calende greche. In tal caso quale sarà, nel merito, la risposta del Pd?
Fa fede il nostro ordine del giorno che rinvia alla bozza Violante. Una sola Camera per fare le leggi, con l’altra che si trasforma in Senato delle regioni e delle autonomie, e dimezzamento del numero dei parlamentari.
Berlusconi mette l’accento sui poteri del premier, che a suo parere sono inadeguati.
Si può discutere dell’ipotesi di concedere la fiducia al solo premier e di dargli la possibilità di nominare e revocare i ministri, ma non certo di farlo diventare padrone dello Stato.
Il Pdl pensa anche alla possibilità di affidare al premier la decisione di sciogliere le Camere, che oggi è affidata al capo dello Stato e ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Appunto. Siamo assolutamente contrari. L’equilibrio dei poteri tra il Parlamento e il governo non può essere stravolto. Questa è la prova che il vero obiettivo di Berlusconi non è far funzionare meglio l’Italia, ma aumentare i suoi poteri.
Berlusconi ha un’ampia maggioranza…
Se una riforma costituzionale non è approvata da due terzi del Parlamento può essere sottoposta a referendum. Nel 2005 il centrodestra volle modificare la Costituzione da solo, e il 60 per cento degli elettori bocciò la riforma.
In verità anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell’opposizione, nella parte che riguarda i rapporti fra Stato e regioni.
E fu un errore, di cui dobbiamo fare ammenda. Voglio però ricordare che le nostre modifiche furono poi approvate dal referendum confermativo.
Per non distrarre il Parlamento dalla discussione sulla crisi economica, si potrebbe instradare quella sulle riforme in una commissione speciale.
Basta bicamerali, abbiamo già dato. Si userà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Resterà deluso chi ha interpretato l’astensione del Pd sul federalismo fiscale come un segnale di disponibilità a procedere subito sulla via della revisione costituzionale…
Quell’astensione è motivata dai miglioramenti che abbiano ottenuto, a cominciare dalla perequazione per le regioni povere e dalla rinuncia a spezzettare l’Irpef regione per regione, e dalla nostra fiducia che per le regioni del Sud un buon federalismo fiscale, con i suoi vincoli rigorosi di spesa, possa rivelarsi benefico quanto i parametri di Maastricht lo sono stati per l’Italia nel suo complesso.
Se questo è il giudizio, avreste anche potuto votare a favore.
Non esageriamo: si tratta nella sostanza di una legge delega che adesso il governo dovrà riempire. E noi vigileremo.
Almeno di riforma dei regolamenti parlamentari siete pronti a discutere?
Certo, si tratta di una discussione già avviata in entrambe le Camere. Ma ci aspettiamo che il governo rinunci all’abuso dei decreti legge.
Il governo potrebbe replicare che ricorre ai decreti con fiducia perché occorre in media un anno per l’approvazione di un disegno di legge. E ricorreva spesso ai decreti anche il governo Prodi.
C’è modo e modo di usare i decreti legge. Questo governo vara i decreti e ci carica automaticamente la questione di fiducia senza nemmeno aspettare l’esito del confronto con l’opposizione. Il governo Prodi usava la fiducia solo quando il tempo a disposizione per la conversione in legge stava davvero per scadere.
Anche il referendum elettorale di giugno è una tessera del mosaico istituzionale. Cosa farà il Pd?
Se ne discuterà in direzione.
Posso chiederle cosa ne pensa personalmente?
Ho sempre detto che lascia intatto il perverso meccanismo delle liste bloccate, sottraendo agli elettori la scelta dei candidati. Ma poi c’è anche il significato politico che il referendum assume, al di là del merito del quesito.
A suo tempo lei lo firmò?
No, non l’ho firmato.
LEGGI ANCHE: Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani -Cgil in piazza. Epifani: “Il governo apra un tavolo vero contro la crisi”
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Piazza, nomi, Europa. Ecco gli incubi che tormentano i sogni di Dario Franceschini e agitano il Partito Democratico.
Piazza: il dilemma riguarda questa volta l’adesione alla manifestazione della Cgil di sabato 4 aprile. A differenza dello sciopero generale del dicembre scorso, il Pd sarà a fianco della Cgil, al Circo Massimo. “Futuro sì, indietro no” è lo slogan dell’incontro. E tra i sì e i no, i Democrats sono tuttora: il Pd non avrà una delegazione ufficiale “o un’adesione formale che non ci è stata richiesta” ma il segretario - dopo aver nicchiato per giorni - ha confermato che sarà in piazza, come molti altri parlamentari democratici (un centinaio) presenti singolarmente.
Per l’annuncio Franceschini non ha usato parole sue, ma quelle di Gordon Brown: “Dove c’è un disoccupato, un povero, qualcuno che perde il lavoro, non può non esserci un progressista al suo fianco”. E per quanto riguarda le divisioni che ci sono tra sindacati sul modello contrattuale? “Spero che non diventino un argomento per mettere i sindacati l’uno contro l’altro”.
Ma intanto un piccola divisione lui stesso ha contribuito a crearla, deludendo tutta la pattuglia del Pd vicina al sindacato di Bonanni o i centristi alla Marco Follini (”Andando in piazza non credo che Franceschini aggiungerà moltissimo alla protesta. Temo invece che toglierà più di qualcosa all’autonomia del Pd. Lo considero un errore politico da matita rossa e blu”, ha fatto sapere il senatore Pd).
Comunque, Franceschini sarà in prima fila accanto a Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e un centinaio di deputati, che hanno sottoscritto un appello in cui annunciano l’appoggio alla manifestazione. “È giusto che chi ha responsabilità politiche vada lì e ascolti i lavoratori in un momento così difficile”, ha commentato il presidente di Italianieuropei, che ha usato parole dolci nei confronti della Cgil: “Il più grande sindacato italiano”. Ma non solo gli ex Ds si schierano a sostegno della protesta di Epifani e compagni. Rosy Bindi, pur non potendo essere in piazza, ha scritto un messaggio di “adesione convinta” al leader della Cgil.
La posizione del segretario è stata in bilico, fino alla vigilia della manifestazione, sospesa tra l’esigenza di tenere uniti i sindacati e quella di non scoprire il fianco sinistro, rischiando di lasciare spazio (ed elettori) a Idv e alla sinistra: “Saremo con la Cgil come con Cisl e Uil; insomma, a tutte le manifestazioni che chiedono un impegno a sostegno del lavoro, contro la disoccupazione e contro le scelte sbagliate e inadeguate del governo”, spiegava di ritorno da Bruxelles.
A proposito di Europa, ecco l’altro scoglio che Franceschini deve superare: il rapporto con i socialisti del Pse. Ancora alla ricerca di una collocazione nell’emiciclo di Strasburgo, il segretario ha argomentato: “Il Pd non entrerà nel Pse, ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste”, dopo una serie di incontri con i leader dei partiti socialisti europei. Quindi no al tetto Pse, e nemmeno al rischio che gli eurodeputati del Pd confluiscano separatamente in diversi gruppi: “Abbiamo già deciso” ha spiegato Franceschini “che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare”. Perché “non è più la stagione dei Ds e Margherita che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi”.
Ma la nuova casa delle forze progressiste ancora non esiste, e per crearla il segretario non prevede un percorso rapido: “I tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo”.
Del resto chiedere tempo è diventata, in queste ultime settimane di luna di miele con l’elettorato democratico, la strategia del leader di Largo del Nazareno. Perché se qualcosa è cambiato dal partito liquido di Walter a quello più solido di Dario, sono sempre gli stessi nodi che restano e finiscono per venire al pettine.
Ce n’è ancora uno, infatti. Chi mandare a Strasburgo. Sì, Franceschini va ripetendo che, a differenza delle candidature acchiappavoti del Pdl, il Pd chiamerà personaggi che poi all’Europarlamento ci dovranno stare per davvero. E allora chi? Serve tempo pure qui, per sciogliere le riserve sui pezzi grossi del partito (tipo Leonardo Domenici, Sergio Cofferati, Goffredo Bettini, ecc…). Ma un nome (noto soprattutto ai più giovani e ai frequentatori di YouTube) pare certo: “La Direzione per chiudere le liste per l’europee si terra il 21 aprile. Ma intanto un nome ve lo posso dare: Debora Serracchiani”. Sì, la nuova stella della sinistra (l’Obama d’Italia l’ha definita El Paìs). Sconosciuta fino all’assemblea del partito, la 39enne avvocato, consigliere provinciale e segretaria di un circolo del Pd ad Udine, suscitò l’entusiasmo prima dei segretari dei circoli e poi del popolo del Pd e dei gruppi di fan su Facebook con il video-cult del suo intervento di forte critica (in stile Moretti di Piazza Navona) nei confronti dei dirigenti del Pd. “È una persona che ha dimostrato grande energia e qualità, anche se come voto mi ha dato 6-”, ha scherzato Franceschini. “La sua candidatura” ha precisato “non è stata chiesta dall’alto, ma è partita dal basso, è partita dai circolo del Friuli”.
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Più chiaro di così: “La nostra posizione è quella di chi ritiene inaccettabile una tassa che è meglio definire balzello”.
A esprimersi sul discusso contributo proposto dalla Lega, che chiede un contributo agli immigrati per il rinnovo del permesso di soggiorno, è don Gianromano Gnesotto, responsabile migranti e profughi della Fondazione Migrantes della Cei nel corso della presentazione del messaggio per la Giornata mondiale delle migrazioni che si celebra domenica prossima. “Fantasie di questo genere” ha aggiunto don Gnesotto “che penalizzano ulteriormente gli immigrati ci sembrano una caduta e un passo indietro rispetto a politiche di integrazione che devono invece avere una mentalità aperta e intelligente in grado di mettere in atto politiche adeguate”.
E comunque, il ddl sicurezza (nel quale è contenuto il provvedimento sul contributo per il permesso di soggiorno) approda in Senato ma si aggiorna di un altro capitolo pieno di polemiche. Dopo la querelle fra Lega e maggioranza e la decisione di confermare il “contributo”, di importo variabile tra 10 e 400 euro, arriva lo stop dei vescovi.
“Ci rendiamo conto che nell’attuale congiuntura economica critica ci sarà una flessione di immigrati in Italia” ha detto don Gnesotto durante la conferenza stampa di presentazione della Giornata mondiale delle Migrazioni 2009, “ma di immigrati l’Italia ha bisogno, ne ha avuto bisogno e avrà ancora bisogno per il futuro”. Secondo Gnesotto le conseguenze della crisi vanno “correttamente lette con il fatto che gli immigrati coprono quei settori che restano di fatto scoperti dagli italiani”. “Non trovando infatti italiani volenterosi che si accollano fino a 24 ore di lavoro giornaliere nell’assistenza alle famiglie, o lavori come nelle acciaierie o altri gravemente penalizzanti la salute” ha aggiunto Gnesotto “di questi immigrati l’Italia ha bisogno e avrà ancora bisogno per il futuro”. L’Italia, prosegue Migrantes, si allontana dalla propria tradizione cristiana di accoglienza: “si registra fra le due ultime leggi sull’immigrazione, quella del 1998 e del 2002, un brusco passaggio, che fa scivolare verso posizioni ispirate al principio della indesiderabilità”. “Non si vuole chiudere gli occhi su quanto di scabroso comporta l’attuale convulso fenomeno migratorio” ha spiegato poi ai giornalisti “tanto meno su comportamenti incivili o criminosi di alcuni migranti, ma è aberrante mettere tutto questo e solo questo in primo piano, metterlo tanto a fuoco e con lenti di ingrandimento, da non lasciar vedere il resto della realtà migratoria, e da alimentare giudizi e pregiudizi, umori e malumori, minacce e prese di posizione che sono in stridente contrasto col Vangelo”.
Gnesotto è stato anche critico nei confronti di alcuni indirizzi di governo, come quello che imporrebbe ai medici di denunciare alle autorità gli immigrati clandestini. “No ai medici gendarmi, al personale medico non compete la delazione” perchè non si può negare l’accesso alla salute degli immigrati, ha detto Gnesotto. “L’accesso alla salute dell’immigrato” ha continuato il prete “non può essere limitato da alcun tipo di segnalazione alle autorità, il diritto alla salute va garantito a tutti senza preclusioni o invenzioni. Al personale sanitario non compete la delazione”. “Questo possibile emendamento” ha aggiunto don Gnesotto in riferimento alla proposta della Lega nord “che ci auguriamo non passi assolutamente confligge con l’art. 32 della Costituzione nel quale si parla della tutela della salute della collettività”.
Anche la Cisl si mette sulla linea tenuta dai vescovi. “L’Italia avrebbe bisogno di riconoscere i diritti civili elementari delle persone che partecipano alla costruzione del reddito del paese” commenta il leader Raffaele Bonanni. “Sono persone che pagano le tasse danno il logo contributo di lavoratori è un segnale contrario mentre invece dovremo garantirgli i diritti civili. Noi insisteremo nella battaglia per rendere questi cittadini uguali agli italiani”.
Intanto una delegazione di tecnici italiani si recherà nei prossimi giorni in Libia per concordare e predisporre con i colleghi di Tripoli un programma attuativo per il pattugliamento congiunto contro l’immigrazione clandestina, come stabilito dal trattato bilaterale firmato il 30 agosto. A copmunicarlo è un comunicato dell’ambasciata libica, diffuso dopo che l’ambasciatore libico Hafed Gaddur ha incontrato il ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Che dalla sua replica così alle dure critiche dei vescovi: “Sono francamente meravigliato da queste polemiche, perchè noi abbiamo fatto né più né meno di quanto fanno tutti i paesi europei”. E assicura che: “queste reazioni non ci toccano minimamente” dal momento che il governo sta “facendo né più né meno di quanto hanno fatto da tempo altri paesi europei”. E spiega: “In Olanda c’è una tassa di 800 euro sui permessi di soggiorno, c’è in Inghilterra, c’è in Germania c’è in quasi tutti i paesi europei non capisco perchè ciò che si fa in quei paesi va bene, se lo facciamo in Italia diventa una misura intollerabile”.
FORUM: “Permesso di soggiorno, rilascio e rinnovo a pagamento. Sei d’accordo?”
Il VIDEO servizio:
I segretari sindacali confederali (da sin.) Guglielmo Epifani (Cgil), Luigi Angeletti (Uil) e Raffaele Bonanni (Cisl) alla manifestazione del 31 ottobre
Sindacato sempre più diviso: Guglielmo Epifani teme di essere lasciato solo nelle rivendicazioni antigovernative. Al segretario della Cgil non è andata giù la riunione che Angeletti e Bonanni avrebbero tenuto a palazzo Grazioli con Berlusconi, esponenti del governo e Emma Marcegaglia. “Un fatto gravissimo, senza precedenti” lo definisce il numero 1 di Corso d’Italia. Gli risponde oggi su Repubblica il segretario Cisl Bonanni: il vertice “è un’invenzione bella e buona creata da Epifani per preparare il terreno allo sciopero generale della Cgil”. Secondo Bonanni, ”la Cgil ha voluto costruire un fatto che non c’è per spiegare una posizione radicale, presa da sola senza alcun consulto. D’altra parte sono tre mesi che ci troviamo davanti alle sue iniziative unilaterali e tre mesi che, comunque vada, Epifani si arrabbia”. E stamattina, a proposito dello sciopero indetto dalla Cgil, ha aggiunto: ”E’ velleitario, sbagliato, antiunitario ed è quello che non serve oggi al Paese”. ”.
Per Angeletti è la Cgil ad “aver rotto l’unità più volte con scelte sconsiderate”. E intanto Epifani rilancia e indice uno sciopero generale per il 12 dicembre contro la politica economica del governo. Una decisione che per il ministro del lavoro Sacconi è “di matrice politica”.
Intanto la divisione tra i leader sindacali avrà i suoi primi effetti già da venerdì: la Cisl di Raffaele Bonanni, con Ugl e Snals, ha deciso di revocare lo sciopero proclamato per il 14 novembre. Una defezione che non bloccherà la protesta: Cgil, Uil e, soprattutto, gli studenti, restii a farsi condizionare dalle polemiche sindacali, scenderanno in piazza per protestare contro la legge 133 e poco convinti delle novità introdotte con il decreto legge ”tecnico” n.1 180 varato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri e pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale (quello su concorsi e alleggerimento del blocco del turn over).
Il ministro Gelmini, che ieri aveva avuto una riunione-fiume con i sindacati, oggi ha incontrato la Conferenza dei rettori la quale ha ribadito il proprio apprezzamento sul decreto legge appena firmato dal presidente della Repubblica, che contiene provvedimenti a favore delle università più virtuose e prevede, tra l’altro, l’assunzione di nuovi ricercatori.
Oltre che dalla rappresentanza istituzionale dei rettori, un’apertura di credito al governo è arrivata dunque anche dalla Cisl. ”Abbiamo deciso la revoca dello sciopero” ha spiegato Antonio Marsilia, segretario generale Cisl Università “perché il ministro con il documento sottoscritto ieri si è impegnato a modificare alcuni passaggi importanti della manovra governativa sull’università”.
Insomma, Mariastella Gelmini si è data da fare per scongiurare un ”bis” del 30 ottobre, quando lo sciopero del settore scuola si era rivelato un successo. Ma gli studenti vanno avanti con le loro iniziative di protesta: anche stasera la facoltà di agraria di Firenze ha organizzato lezioni alla loggia del Porcellino; alcune centinaia di studenti della superiori e delle università hanno “invaso” pacificamente stamani il Salone Italiano dell’Educazione a Genova intonando canti, cori e slogan contro il ministro Gelmini; e ancora domani lezioni in piazza a Pisa con docenti della Normale e Notte bianca della ricerca a Roma. Per il corteo di venerdì sono già stati chiesti treni speciali e organizzati pullman: è anche su una loro massiccia adesione che puntano Cgil e Uil.
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Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani
La Cgil prepara un novembre rovente: mobilitazione a ciclo continuo contro il governo. Senza escludere lo sciopero generale. Epifani va per la sua strada, ma gli altri leader dei maggiori sindacati difficilmente lo seguiranno nello scontro con l’esecutivo. ”Non finiremo all’angolo”, ha detto il segretario generale ieri, ma Cisl e Uil intanto hanno già firmato il protocollo d’intesa per il rinnovo dei contratti. Ieri nell’assemblea del sindacato di corso Italia riunita al Palalottomatica di Roma è stata indicata la via. “La prossima settimana il direttivo dell’organizzazione si riunirà per decidere le modalità di unificazione delle svariate iniziative di mobilitazione previste da qui a fine anno”. Un autunno caldo che già ha in calendario scioperi proclamati per molte categorie, dagli statali (7 e 14 novembre) ai lavoratori del commercio (15 novembre), dai pensionati (13 novembre) agli studenti (14 novembre) fino ai metalmeccanici (12 dicembre).
Sulla spaccatura con Bonanni e Angeletti, Epifani ha citato le divergenze sulla proposta di rinnovo contrattuale per gli statali. “In questi mesi ho trovato consenso alla scelta di dire “No” a Brunetta perché la sua proposta prevede un aumento pari alla metà dell’inflazione, non dà risposte ai precari e non cambia l’impegno sugli oneri accessori. Ma” ha continuato Epifani “se è così perché allora Cisl e Uil accettano ad ottobre quello che non hanno accettato prima?”. “La Cgil mi sembra più guidata da Cremaschi che dal segretario generale, Guglielmo Epifani” gli ha risposto il leader della Uil, Luigi Angeletti, per cui il sindacato di Corso Italia sembra mosso dall’ala più vicina a Rifondazione guidata dal segretario nazionale della Fiom.
“Abbiamo il massimo rispetto del ruolo del sindacato e del suo diritto a indire lo sciopero generale ma l’annuncio fatto oggi da Epifani ci sembra francamente una forzatura, frutto di una scelta meramente ideologica che rischia di isolare la Cgil e rendere più difficile il confronto tra le parti sociali”. Questo il commento, in una nota, del sottosegretario allo Sviluppo Economico Adolfo Urso.
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di Laura Maragnani
La sede centrale era di alta rappresentanza, a Roma, perfetta per una società di rango internazionale che puntava all’opera più ambiziosa e discussa degli ultimi 30 anni: il ponte sullo Stretto, investimento in project financing da 6 miliardi. E sede dunque adeguata: quattro piani più attico, più seminterrato, più giardino, nella centralissima via Po, al numero 19. In tutto 3.600 metri quadrati (lordi) a 75 mila euro di affitto al mese, puntualmente incassati dalla srl Fosso del ciuccio. L’immobiliare della Cisl.
Dalle stelle alle stalle: in via Po l’Anas manderà ora l’ispettorato di vigilanza sulle concessionarie autostradali, mentre la Stretto di Messina spa (di cui l’Anas controlla l’82 per cento) verrà spostata in piazza dei Cinquecento. Nuovo biglietto da visita del ponte: la stazione Termini, sopra la galleria centrale. Tra viaggiatori, barboni e fumi di hamburger la rappresentanza sarà pochina, il risparmio relativo (l’affitto al metro quadrato sarà infatti più alto), però non mancherà un certo imbarazzo.
Il nuovo padrone di casa è la società Grandi stazioni, tra i cui azionisti c’è la Sintonia del gruppo Benetton. Sintonia controlla Atlantia, ossia Autostrade per l’Italia, che attraverso Igli detiene un terzo di Impregilo.
Ed ecco il punto: la Impregilo è capofila italiana dell’Eurolink, associazione di imprese che con la Stretto di Messina spa ha in corso una dura vertenza per danni. Ogni mese i suoi avvocati recapitano alla società del ponte una richiesta di risarcimento da 3 milioni di euro, per un totale che ha già raggiunto quota 100 milioni. In attesa della liquidazione i Benetton si metteranno in tasca almeno una quota della pigione.
La vicenda, paradossale, ha una data di inizio: a marzo 2006, pochi giorni prima della vittoria di Romano Prodi, contrario alla costruzione, l’amministratore delegato della Sdm, Pietro Ciucci, firmava il contratto da 3,9 miliardi di euro con il general contractor Eurolink (oltre all’Impregilo ne fanno parte la spagnola Sacyr, la giapponese Ishikawajima-Harima e altre imprese italiane). Prima dell’apertura dei cantieri il centrosinistra aveva però dato l’altolà. E su mandato dell’allora ministro alle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, Ciucci ha iniziato lo smantellamento della Sdm proprio alla vigilia delle elezioni 2008, vinte da un centrodestra per cui il ponte sarebbe tornato a essere «una priorità».
Ora è tutto da rifare. Secondo il nuovo programma messo a punto da Ciucci, riconfermato in Sdm (ricopre anche le cariche di amministratore delegato, consigliere e direttore generale della controllante Anas), bisogna ripartire coi contratti nel 2009 e aprire i cantieri nel 2010. Inaugurazione ufficiale del ponte prevista entro il 2016. Ma con quali soldi?
Sparito il miliardo e mezzo accantonato dalla Fintecna (è stato assegnato ad altro dal governo Prodi, e il governo Berlusconi l’ha usato per compensare il taglio dell’Ici), di nuovi finanziamenti non c’è ancora traccia. Sei mesi dopo le elezioni le sedi di Villa San Giovanni e Messina sono chiuse, mobili e computer sono stati venduti, il personale tecnico ridotto all’osso; il sito del ponte non è più online. I cantieri rimarranno fermi ancora a lungo.
C’è tutto il tempo per traslocare con calma, e al nuovo indirizzo ricevere le richieste di danni del padrone di casa.