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Tanta sicurezza, pochi eventi. Perché Alemanno piace ai romani

Alemanno ed emergenza Tevere

Più 9%. A tanto ammonta l’aumento del gradimento del sindaco di Roma Gianni Alemanno e della sua giunta (+ 5% la giunta) negli ultimi tre mesi da parte dei cittadini capitolini. A fornire i dati, l’Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Il 60% dei romani ha espresso infatti parere positivo sull’operato del primo cittadino. Più precisamente: il 42 per cento ha promosso il sindaco con un voto fra il 6 e il 7, il 18 con un voto dall’8 al 10. A settembre a dare un giudizio positivo era stato il 51 per cento degli intervistati.
Alla domanda: “Lei si sente sicuro nella zona in cui vive?” più di 6 intervistati su 10 hanno risposto positivamente. Un dato in netta controtendenza con quello di fine 2007, in piena gestione Veltroni, quando il dato oscillava attorno al 48%.
Piace molto, inoltre, la decisione della giunta di centrodestra della Zona a traffico limitato e la reazione dell’amministrazione capitolina ai disagi dopo l’ondata di maltempo del dicembre scorso.
Unico neo, la flessione di due punti percentuali sui servizi erogati ai cittadini e sulle attività culturali. Quest’ultimo aspetto, ha sottolineato il primo cittadino: “resta comunque a livelli altissimi.
È chiaro che nel passaggio da una politica che puntava molto, se non tutto, sulla cultura, come quella operata da Veltroni, a una politica che tende a meglio distribuire le risorse e in cui c’è stata sicuramente meno enfasi, si registri una lieve flessione. La settimana prossima, presenteremo tuttavia il nuovo programma degli eventi culturali della città”. Positivo anche il gradimento rispetto a parcheggi pubblici, traffico e viabilità, servizi di cura e manutenzione del verde, scuole comunali e mense.

Ai sindaci superpoteri da sceriffi. Maroni firma il decreto

Militari in cittÃ

Dalla prostituzione all’accattonaggio, dallo spaccio all’occupazione di case; questo il nuovo ambito di competenza che il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha assegnato ai sindaci per difendere “l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”. Lo ha annunciato lo stesso ministro in una conferenza stampa al Viminale, dopo aver firmato il decreto (qui il .pdf) che su questi punti dà attuazione al decreto legge sulla sicurezza.

Insomma, secondo il ministro dell’Interno, con i nuovi poteri assegnati dal decreto, i sindaci diventano “protagonisti e non comprimari della sicurezza sul territorio”. Ma i nuovi strumenti avranno anche bisogno di finanziamenti ad hoc, come si è precipitato a chiedere il primo cittadino di Torino, Sergio Chiamparino. E così già a settembre sarà tempo di valutare in che modo i primi cittadini avranno espresso la loro “creatività” nelle ordinanze consentite dai nuovi poteri loro concessi. Per l’autunno, ha spiegato ancora Maroni, verrà siglata un’intesa con l’Anci (che ha espresso soddisfazione per il decreto) per stabilire, dopo un monitoraggio sui primi risultati, come utilizzare al meglio i 100 milioni di euro che verranno messi a disposizione delle amministrazioni comunali per il 2009. Un primo stanziamento che consentirà di assicurare copertura finanziaria alle iniziative avviate nel frattempo in tema di sicurezza urbana.

Ma ecco in che modo, e in quali settori, i sindaci potranno ora utilizzare i nuovi poteri. Nello specifico, spetterà a loro decidere, visto che come ha spiegato il ministro “noi non siamo un prontuario di interventi sul campo”, ma solo l’ampliamento dei “margini di operatività”.
Grazie all’input di Maroni, ai sindaci sarà consentito di emanare ordinanze in materie che erano di competenza statale, relativamente a “incolumità pubblica” e “sicurezza urbana”. Con la prima, recita il decreto del ministro dell’Interno, “si intende l’integrità fisica della popolazione”, mentre la sicurezza urbana “è un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa del rispetto delle norme che regolano la vita civile”. Su queste premesse, i sindaci possono dunque intervenire “per prevenire e contrastare le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio con impiego di minori e disabili e i fenomeni di violenza legati anche all’abuso di alcool”. Come ha già fatto a Verona il sindaco Flavio Tosi, dunque, non sarà più necessario contrastare il fenomeno appoggiandosi a stratagemmi quali la multa ai clienti per divieto di fermata, ma si potranno emanare ordinanze mirate per sanzionare chi contratta prestazioni sessuali.

Il sindaco cioè “agirà come ufficiale di governo”, ha detto Maroni, e saranno tenuti ad informare preventivamente dei loro provvedimenti i prefetti, i quali dovranno collaborare per dare attuazione a tali provvedimenti. Nel caso di contrasti fra sindaco e prefetto la situazione dovrebbe essere risolta in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. “Noi diamo un margine di operatività ai sindaci con i soli limiti rappresentati dal loro territorio e dalle leggi vigenti”, ha spiegato Maroni.
Che, parlando poi del dispiegamento dei tre mila soldati nelle città d’Italia, si è detto molto soddisfatto di come è iniziata l’operazione: “È la strada giusta per garantire maggior sicurezza ai cittadini e per far capire ai delinquenti che lo Stato c’è e non arretra”. L’accoglienza da parte dei cittdini, aggiunge: “È stata un’ottima e il dispositivo ha dato subito i suoi frutti”. Il ministro ha aggiunto che entro 2/3 giorni il contingente di 3 mila militari sarà interamente schierato ed ha ribadito che tra 6 mesi ci sarà una verifica sul loro operato. “La loro presenza non è lasciata all’improvvisazione ma è definita da protocolli chiari” ha concluso “valuteremo nelle singole città come sono andati i servizi per decidere se continuare o meno l’esperienza di ulteriori 6 mesi”.
Nessuna verifica, men che meno una schedatura, assicura il ministro, è invece in corso sugli agenti in malattia: “Non c’è in corso nessuna operazione a tappeto, come hanno denunciato i sindacati. Non c’è e non ci sarà alcuna schedatura di nessuno” a proposito della denuncia dei sindacati di polizia secondo cui sarebbe stato chiesto alle questure di fornire i dati relativi agli agenti in malattia. “Contrariamente a quanto è stato scritto” ha ribadito Maroni “non è una iniziativa del Viminale ma di una singola questura, quella di Nuoro”.

Roberto Maroni e Gianni Alemanno

Smentita infine l’ipotesi, riportata da alcuni quotidiani, che il governo stia pensando a nuove sanatorie per gli immigrati: “Il governo italiano non procederà ad alcuna sanatoria generalizzata”. “Sono stufo di ripetere sempre le stesse cose” ribadisce Maroni “il ‘Patto per l’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea’ dice chiaramente che non bisogna procedere con sanatorie generalizzate e noi non lo faremo”. Quanto ai numeri del prossimo decreto flussi, il titolare del Viminale si è limitato a sottolineare che “non possono essere superiori a quelli dell’anno precedente. E comunque” ha concluso “attendiamo risposte dal Ministero del Welfare e poi valuteremo”.

Il VIDEO servizio:

Con i 3000 soldati dispiegati nelle città italiane, è aumentata la vostra sensazione di sicurezza?

Una notte di primavera con le ronde di sinistra

La ronda di Rozzano
I casermoni popolari di viale Lombardia non ricordano le ville di Ocean drive, né l’antennone della Telecom ha il fascino evocativo della collina di Hollywood, anche perché qui non c’è un James Ellroy che trasformi il degrado in mistero. Eppure, da tempo, Rozzano, 40 mila abitanti alle porte di Milano, ha un soprannome: Rozzangeles. Non certo per le spiagge o i negozi esclusivi, ma per quel senso di insicurezza che si respira in certe zone della metropoli californiana. Sarà per questo che il sindaco Massimo D’Avolio, 42 anni ben portati dentro un giubbotto sportivo, e l’assessore alla Protezione civile Stefano Apuzzo, ex deputato verde, hanno deciso di indossare i panni un po’ rigidi degli sceriffi americani, degli sbirri di L.A. confidential o Clandestino.
E certo in questo cambiamento ha influito la batosta del Partito democratico alle ultime elezioni. Eh sì, perché la giunta rozzanese è targata centrosinistra e il voto amministrativo è previsto nel 2009. Per questo ora la parola d’ordine in città è sicurezza. Declinata in tutti i modi.
Sono in progetto l’associazione Rozzano SiCura, corsi di autodifesa per signore, un’assicurazione contro scippi e rapine in strada per donne e over 70 e un sistema di videosorveglianza collegato alle centrali di vigilanza privata.
Un nuovo corso che non poteva ignorare il forte significato simbolico delle ronde. Così da maggio le notti rozzanesi sono sorvegliate dai “pattuglioni della città”, squadre di vigili, uomini e donne della protezione civile e i City angels, volontari di strada che da anni bazzicano le zone più pericolose di Milano. Pattuglioni, con tanto di cani al seguito, del tutto simili alle ronde padane della Lega Nord. Ma guai a chiamarle così davanti agli amministratori di Rozzano. Politicamente scorretto pure il termine “ronde democratiche”. Panorama ha seguito l’esordio dei pattuglioni, domenica 4 maggio. Ecco la cronaca.
L’appuntamento è dopo il tramonto all’ingresso di Rozzano. Apuzzo, 42 anni, si presenta su una vecchia Thema con impianto gpl. In auto ha un cappuccio bianco simile a quelli degli attivisti del Ku klux klan. Il cronista si preoccupa, Apuzzo sorride: “È uno di quelli che abbiamo regalato all’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri alla fine degli anni Ottanta perché rifiutò il voto agli immigrati. Ma i tempi cambiano per tutti”. Oggi l’assessore vuole controllare abusivi e rom. L’autoironia diventa antidoto per l’imbarazzo.
Arriva un furgoncino dei City angels, scendono una donna e due uomini con la maglietta rossa dell’organizzazione. Sentono che è in programma uno sgombero di un gruppo di nomadi. La donna, Paola, protesta: “Noi stiamo dalla parte dei deboli, che per ora sono ancora loro”. Apuzzo non ci sta: “I deboli sono le vecchiette che gli zingari scippano”. La prima tappa è nella zona degli orti di via Perseghetto, ripulita dagli abusivi il mese scorso. In un boschetto c’è una baracca con una decina di romeni. All’arrivo del cronista ci sono ancora il capofamiglia, Johan, 42 anni, disoccupato, il figlio Christian, 18 anni, lavavetri ai semafori, una ragazza che allatta un neonato circondata da vigili, carabinieri, uomini della protezione civile. Il sindaco discute con Johan: “Ve lo avevamo detto che non potevate più stare qui”. Quindi, con tono piatto, ripete più volte: “Via da Rozzano”.
Johan ribatte che vuole casa e lavoro. Sembra facile. “Cumpa’ te ne a ì a ccà”, te ne devi andare di qua, sibila l’assessore Apuzzo. Uno dei volontari gli fa notare che l’uomo è romeno, non napoletano. Apuzzo replica che il dialetto partenopeo è internazionale. La ruspa abbatte le lamiere che circondano la baracca. La scena è illuminata dalla luce di molte torce. I cani abbaiano. I rom spostano una carrozzina e un gioco per bambini che inizia a trillare e lampeggiare. La giovane mamma adesso allatta seduta per terra. L’ordine è di lasciare la zona entro le 7 del mattino e di non farsi più vedere.
“Garantire la sicurezza ai propri cittadini e soprattutto alle proprie cittadine non è una questione ideologica o una risposta fobica ed emotiva alle notizie di cronaca di queste settimane, è un dovere di chi governa” spiega a Panorama il sindaco, un po’ impacciato nel ruolo di sceriffo.
Il lavoro del pattuglione non è finito. È il momento di spostarsi verso il ponte della tangenziale. Sotto vivono in condizioni igieniche disastrose due famiglie. Quando appaiono le ronde democratiche c’è il fuggifuggi. Il più anziano si chiama Stefan, ha 48 anni, accoglie i visitatori con un sorriso sgangherato: “Non siamo mica mafiosi” dice, riferendosi allo spiegamento di forze. Al cronista dice di essere senza lavoro: “Per 5 mesi ho fatto il manovale in un cantiere, ora cerco un altro impiego”. “Mi sa che a te lavorare non piace. Sei sempre davanti al centro commerciale a fare niente” ribatte il sindaco che quel romeno lo ha ben presente.
Anche per loro arriva il foglio di via. Devono sparire entro il mattino. Il sindaco mostra la faccia più determinata che gli riesce: “Voi a Rozzano non dovete più tornare”. “Va bene” ribatte Stefan “verrò solo per incontrare gli amici”. “No. Fatti venire a trovare da loro, fuori dalla nostra città”. Due giovani carabinieri seguono il pattuglione e commentano: “Il clima è cambiato. C’è più intransigenza”.
A guidare le operazioni per la polizia locale è il vicecomandante dei vigili, Vincenzo LaVecchia. Ha faccia e baffi da film poliziesco anni 70: “A Rozzano scoraggiamo anche chi chiede l’elemosina, sebbene non sia un reato”. Con ottimi risultati. “Per esempio ai semafori sono spariti i lavavetri”. La riscossa è partita nelle scorse settimane. E ha molti padri. Tra questi c’è anche Luigi, capelli candidi e occhi azzurri. È lui che con altri operai ha scoperto che una delle ruspe del comune era finita nel campo nomadi di via Chiesa Rossa, al confine con Rozzano. E l’ha fatta recuperare dalle forze dell’ordine. “Da soli non avremmo potuto farlo. C’è da aver paura anche solo a fermarsi là, hanno le vedette e sono aggressivi”.
I rom, però, non sono la sola emergenza cittadina. Anzi, il problema più serio sembrano gli italiani. Il 40 per cento dei residenti di Rozzano abita in centro, nelle case popolari Aler. E i giardinetti di via Magnolie sono quasi off limits pure per il pattuglione. Sono circondati da una corona di palazzi alti dieci piani, tutti uguali: quando arrivano le divise, le luci degli appartamenti si illuminano e dalle finestre spuntano molte sagome. Sotto i ragazzi, boss in erba, si compattano e squadrano minacciosi i nuovi arrivati. Un vigile viene bersagliato da insulti, il più gentile è “pinguino”. Un giovanotto grida: “Viva Totò Riina”. Il padrino abita poco lontano da qui, nel carcere di Opera.
Il sindaco (che presenzia a tutti gli sgomberi degli occupanti abusivi delle case popolari) e i suoi uomini preferiscono non incrociare lo sguardo dei ragazzi. Apuzzo parla con Renato Porciello, presidente del nucleo della Protezione civile: “Poco per volta dovremo avvicinarli e fargli capire che questo non è il loro territorio. Le regole valgono per tutti”.
Donato, un altro volontario, consiglia al cronista di non fissarli: “Vivo qui e quando nel mio palazzo abbiamo protestato perché una signora si era allacciata abusivamente alla rete elettrica, alcuni vandali hanno distrutto l’atrio del palazzo e hanno rigato le nostre auto”.
È quasi l’ora di andare a dormire e il sindaco lancia l’ultimo messaggio: “Vogliamo che gli uomini e le donne del pattuglione siano presenti negli uffici postali quando gli anziani ritirano la pensione, nei parchi e nei quartieri Aler dove pochi bulli e malviventi tengono in scacco una maggioranza di persone oneste e lavoratrici”. Questa volta sembra convinto. Si capisce che la parte dello sceriffo democratico inizia a piacergli.

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Controlli Rom a Firenze, città governata dal centrosinistra

Di Carmelo Abbate

Via le prostitute dalle strade, calci nel sedere a chi occupa case o chiede l’elemosina; fedina penale immacolata e 730 alla mano per chi chiede la residenza. Quando, fino a pochi mesi fa, nei consigli comunali arrivavano quelli della Lega con richieste come queste, sindaci e assessori soprattutto di sinistra non nascondevano risatine di scherno. E nei salotti o nei convegni preferivano discettare di integrazione, multiculturalismo, globalizzazione, terzomondismo pacifista.

Così, davanti all’iniziativa di due giovani primi cittadini del centrodestra, Flavio Tosi di Verona e Pietro Vignali di Parma, che cercavano di coinvolgere i colleghi delle città del Nord in un documento con specifiche richieste in tema di sicurezza da indirizzare al governo di Roma, rispondevano con mezzi sì e mezzi no.
Poi sono arrivati i risultati elettorali e all’improvviso i telefoni di Vignali e Tosi hanno preso a squillare. Vengo anch’io! Firmo anch’io! Risultato: il 18 aprile 16 sindaci delle medie città italiane del Nord (Parma, Verona, Cremona, Pavia, Belluno, Mantova, Treviso, Padova, Asti, La Spezia, Alessandria, Novara, Modena, Lodi, Como, Piacenza) hanno approvato un documento con il quale chiedono al governo misure ben precise in fatto di sicurezza.
Ne hanno abbastanza di dover ricorrere al Codice della strada per combattere la prostituzione. Vogliono più poteri della multa per divieto di fermata. Ne hanno abbastanza di essere costretti a dichiarare pericolante un immobile occupato per poterlo sgomberare. Vogliono mettere l’elmetto e ripulirlo per motivi di ordine pubblico. E ne hanno abbastanza di ritrovarsi nuovi residenti che non si capisce da dove vengono e che cosa pensano di fare per guadagnarsi da vivere. Vogliono aprire le porte solo a chi ha un reddito minimo e la fedina penale pulita. E vogliono inoltre più mezzi e soldi per le forze dell’ordine, per impianti di illuminazione e videosorveglianza. E nuovi poteri per la polizia municipale.
Ma più di tutto chiedono certezza della pena: galera. Ne hanno le scatole piene di donne stuprate, topi e balordi negli appartamenti e ubriachi al volante che ammazzano a destra e a manca. Soprattutto quando si tratta di gente che è già stata arrestata 15-16 volte per lo stesso reato.

Lo spirito dell’iniziativa, che vede coinvolti primi cittadini di tutti gli schieramenti politici, è bipartisan. Un aspetto che nessuno dimentica di sottolineare. “I sindaci di sinistra si sono accorti che la solidarietà non basta più” dice Pietro Vignali, del Pdl. “E quelli di destra che la sicurezza passa anche per l’inclusione sociale e non solo per il rispetto delle regole. È proprio questa sintesi l’elemento di forza del nostro documento”. Processo che è stato favorito non poco dal risultato uscito il 13 aprile dalle urne. Che ha fatto venire allo scoperto molti sceriffi a sinistra. Tra questi il sindaco Pd di Modena, Giorgio Pighi, che tirato in ballo mostra le medaglie sul petto: vicepresidenza del Forum europeo sulla sicurezza urbana, ordinanze per sgombrare accattoni e lavavetri dai luoghi pubblici, spray al peperoncino e manganello in dotazione alla polizia municipale, e soprattutto la concezione della sicurezza come “condizione essenziale per la fruizione dello stato sociale, per la fruibilità della città”.
Il linguaggio non sarà ancora da camicia verde, ma la strada è quella.

Sicurezza, ecco il nuovo decreto: sì alle espulsioni per terrorismo

Una perquisizione prima di far entrare i nomadi sul pullman, dopo aver controllato il campo dietro la stazione ferroviaria Tor Di Quinto dove risiedeva il rumeno arrestato per l'omicidio di Giovanna Reggiani
Espulsione immediata dei cittadini dell’Unione europea non solo per motivi imperativi di pubblica sicurezza ma anche per prevenzione del terrorismo. È questa la principale novità del decreto legge sulla sicurezzache il Consiglio dei ministri ha approvato assieme a un decreto legislativo che integra il provvedimento che recepiva le norme Ue sulla libera circolazione dei cittadini comunitari.
Il nuovo decreto Amato, 5 articoli in tutto, dà anche una definizione più circostanziata di quelli che sono i “motivi imperanti di pubblica sicurezza” che consentono l’allontanamento dei cittadini Ue, oltre ad attribuire al giudice monocratico (e non più al giudice di pace) la titolarità della convalida delle espulsioni. Il primo articolo ddl sull’allontanamento per motivi di terrorismo è di fatto la proroga del pacchetto-Pisanu varato nel luglio 2005, ma in scadenza al 31 dicembre 2007. Sul varo del provvedimento sulle espulsioni è intervenuto in Consiglio dei ministri il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che ha condizionato il suo sì al decreto, alla richiesta di una corsia preferenziale per la legge sull’immigrazione, di riforma della Bossi-Fini, la cui disciplina transitoria scade a fine anno.
Con il nuovo pacchetto di norme sulla sicurezza il governo intende soprattutto porre rimedio al pasticcio tecnico-procedurale delle scorse settimane, quando al Senato, durante la conversione del decreto legge approvato (d’urgenza su pressione del sindaco di Roma, Walter Veltroni) all’indomani dell’assassinio di Giovanna Reggiani ad opera di un romeno, è stata introdotta una norma sull’omofobia contenente, però, un riferimento normativo errato. La norma sull’omofobia, come deciso dai capigruppo della maggioranza, finirà nel ddl che riguarda anche lo stalking da varare in aula contestualmente all’approvazione del decreto.
Qui, in sintesi, le principali novità dei due testi.

Immigrati: ma quanto conteranno i loro voti nel 2008?

Musulmani in preghiera a Milano. Oltre un milanese su dieci è di cittadinanza non italiana (la percentuale sulla popolazione totale è del 12,4%).
Non i cespugli del centrosinistra (Dini, Mastella o la Sinistra-Arcobaleno), con il desiderio di essere alternativi al Pd. Tanto meno quelli di centro destra, timorosi che il Pdl berlusconiano, nei fatti, li inglobi. No: il vero, e inaspettato, ago della bilancia nelle elezioni amministrative del 2008 saranno gli immigrati. “Non ci sono studi precisi al riguardo, ma l’idea è che i nuovi cittadini votanti potrebbero determinare sia la vittoria locale della destra che quella della sinistra”, conferma Renato Mannheimer, presidente dell’Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione.

Sempre che nell’anno alle porte venga approvato dal Parlamento (il 26 settembre scorso, dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, è iniziato l’iter alla per la modifica del Testo Unico che regolamenta le politiche sull’immigrazione) il disegno di legge Amato-Ferrero, a firma del ministro dell’Interno e di quello della Solidarietà Sociale.
Insomma, dovesse passare il disegno, avranno diritto di voto attivo e passivo (cioè di eleggere ed essere eletti) più di un milione di stranieri. Il dato è stato calcolato e pubblicato dagli esperti del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes (qui il .pdf).
Secondo le stime, il numero dei votanti oscillerebbe tra il milione e 100mila e il milione e 250mila: a votare infatti sarebbero gli stranieri comunitari e extracomunitari residenti in Italia da almeno 5 anni. “L’ago straniero della bilancia non è uno scherzo” scrive per esempio il mensile di strada Terre di Mezzo nel numero di dicembre. “A Milano, ad esempio, oggi sono circa 100mila i maggiorenni che potrebbero votare. Alle ultime elezioni il sindaco Letizia Moratti ha vinto con uno scarto di meno di 40mila voti…”. Vuol dire, per esempio, che il prossimo sindaco meneghino dovrà anche preoccuparsi di piacere ai cinesi del quartiere di via Paolo Sarpi, soprattutto dopo il caos dell’aprile scorso.
Il Dossier statistico ha calcolato la cifra di oltre un milione di elettori stranieri sommando più fattori. Innanzitutto i 606mila immigrati che già possono accedere alle urne: 224mila comunitari “di prima generazione” (quelli che dal 1992, a seguito del Trattato di Maastricht, hanno diritto di voto sia alle amministrative che alle elezioni del Parlamento europeo) ai quali vanno aggiunti i 342mila romeni e i 20mila bulgari residenti in Italia e che dal 1° dicembre 2007 sono cittadini europei. Infine faranno somma i futuri elettori extracomunitari (qui la mappa del numero 50 di Panorama), compresi tra i 500mila e i 650mila, che possono vantare almeno cinque anni di residenza in Italia, condizione necessaria per il voto locale secondo il disegno di legge Amato-Ferrero. Che a questo punto diventa uno dei capitoli parlamentari più scottanti per l’anno che verrà.

Anche se, come dice il professor Mannheimer: “È difficile dire, attualmente, dove e per chi gli immigrati voteranno”. Pur essendo difficile prevedere che gli extracomunitari possano dare il loro voto alla Lega, “non è detto che preferiscano la sinistra, come una certa tradizione politologica vorrebbe far credere. Da quanto sappiamo, l’articolazione del voto degli emigrati abbraccia tutto l’arco della politica italiana. Nei confronti della quale”, aggiunge il professore, “hanno un atteggiamento simile a quello di noi italiani: nessun interesse. Ma non per sfiducia (che è il sentimento prevalente tra i nostri concittadini, oggi, nei confronti dei loro rappresentanti politici), quanto per totale mancanza di rapporti con il Palazzo”.

Pasticcio alla bolognese: il governo riscrive la ricetta sulla sicurezza

La polizia al campo nomadi dietro la stazione ferroviaria Tor Di Quinto dove risiedeva il rumeno arrestato con l'accusa di aver ucciso Giovanna Reggiani | Ansa
Il pacchetto sicurezza, che era così urgente (e lo era) naufraga affondato non dall’opposizione politica o parlamentare ma dal ridicolo nel quale lo ha infilato la maggioranza di governo. Che ora, per non peggiorare le cose, ha deciso di lasciarlo decadere, per vararne un altro nel Consiglio dei ministri del 28 dicembre. L’antefatto è abbastanza noto: per rendere più politicamente corretto, specie per l’estrema sinistra, un insieme di misure contro l’immigrazione clandestina e violenta si inserì nel pacchetto una norma che richiamava esplicitamente il Trattato di Amsterdam, una dichiarazione di principi europea che mira a impedire discriminazioni razziali e sessuali. In particolare ad eccitare Rifondazione comunista e dintorni fu il richiamo “anti-omofobia”. Ciò che non era stato fatto con le coppie di fatto poteva essere minimamente bilanciato con il contentino del trattato di Amsterdam. Che cosa poi tutto questo avesse a che fare con la sicurezza e con le espulsioni dei clandestini chieste a gran voce non dalla destra, ma dal sindaco di Roma e segretario del Pd, Walter Veltroni, resta un mistero. Quel richiamo al Trattato era però un grossolano errore tecnico e giuridico: la norma era scritta così male da risultare inapplicabile, e il Trattato stesso non era stato ancora recepito dal Parlamento italiano. Dunque non si poteva inserire un reato inesistente per il nostro codice in un decreto che inaspriva altri reati. Tutto ciò venne fuori durante il dibattito, anche se l’unico ad accorgersi della portata di questo pasticcio fu l’ex presidente del Senato, Marcello Pera. Incurante, il governo e la maggioranza andarono avanti. Il ministro dell’Interno, anzi, proclamò: “Se non si approvano queste norme mi dimetto”.

Quando il patatrac è divenuto evidente si è pensato di correggerlo alla Camera per poi rispedire il pacchetto al Senato. Ma a quel punto si doveva nuovamente fare i conti con l’estrema sinistra. Dunque il governo ha deciso, una settimana fa “di lasciare le cose come stanno”. Altro errore: il capo dello Stato ha fatto sapere, irritatissimo, che non avrebbe mai firmato un decreto con simili buchi giuridici. Risultato: il provvedimento viene lasciato decadere, sostituito da un nuovo decreto. Mentre Amato resta ben saldo sulla sua poltrona.
Resta da capire che fine faranno i circa 400 clandestini espulsi in base al decreto.

Potrebbero rientrare? Possibile. Ma soprattutto è intuibile con quale stato d’animo e quali strumenti giuridici si muoveranno ora le forze dell’ordine e i prefetti. La sicurezza, un’emergenza fino a poche settimane fa, dopo l’omicidio di Giovanna Reggani, finisce anche quella nel tritatutto dei contrasti nella maggioranza. Sembra una maledizione.
Walter Veltroni e Romano Prodi, leader del Pd e presidente del Consiglio
Dopo il pasticcio delle nomine nel Cda della Rai, dell’allontanamento del generale Roberto Speciale dalla Guardia di Finanza, dopo gli errori sull’Iva e sulle liberalizzazioni, ora tocca a una questione che interessa direttamente i cittadini. Un tempo si diceva: la sinistra non è allegra, ha il vizietto delle tasse, però tecnicamente è inattaccabile. Beh, ora rischiano di restare l’umor cupo, e le tasse.

Il VIDEO servizio:

Sicurezza: pacchetto, pacco e contropacco. E i poliziotti si infuriano

Il Gen. Gianfrancesco Siazzu comandante generale dell'Arma e Antonio Manganelli capo della Polizia
I vertici delle forze dell’ordine si sono quasi messi le mani nei capelli. Sia Antonio Manganelli, capo della polizia, sia Gianfrancesco Siazzu, comandante generale dei carabinieri, sono convinti che il pacchetto sicurezza, così come sta venendo fuori dalle mediazioni della maggioranza, non servirà praticamente a nulla mentre porterà parecchi guai. Perplessità fatte trapelare finora in maniera più che diplomatica, ma se si scende ai piani più bassi affiora la protesta e perfino la rabbia.
I motivi: il pacchetto è del tutto privo di copertura finanziaria. Non solo: cade proprio mentre il governo introduce tagli alle forze di polizia che vanno ad aggiungersi a quelli, cospicui, del 2007. In totale mancavano all’appello, prima del varo del pacchetto, circa due miliardi di euro. Figuriamoci adesso. Secondo motivo: il governo affida ai prefetti la responsabilità dell’espulsione di cittadini comunitari se si verificano tre condizioni: motivi di sicurezza pubblica, mancanza di risorse economiche per il soggiorno e “quando un cittadino dell’Unione europea o un suo familiare abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona, ovvero l’incolumità pubblica rendendo la sua permanenza incompatibile con l’ordinaria convivenza”.
Una formulazione omnibus che può voler dire tutto o niente (infatti l’estrema sinistra la interpreta in maniera selettiva, mentre il Pd sostiene che basterà a tenere alla larga vaste schiere di malintenzionati), ma soprattutto che fa a botte con il diritto. Nessuna delle tre tipologie è prevista dal codice penale: “Così” ragiona Achille Serra, ex prefetto di Roma “si creano i presupposti per sfilze di interminabili ricorsi”.
Ovviamente anche l’aspetto economico influisce sul malessere delle forze dell’ordine. “Come si fa a varare misure di polizia così vaste senza dotarci dei mezzi adeguati?” sostiene un dirigente dei carabinieri. Per esempio, il solo “accompagnamento coatto”, insomma l’espulsione, tra spese di istruzione della pratica, scorta dei delinquenti e biglietto aereo costerebbe qualche migliaio di euro a caso. Più il costo dell’indagine.
Antonio Manganelli con Giuliano Amato
Il paradosso è che nei mesi scorsi, quando la Romania è entrata nell’Ue, il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha ammesso di aver compiuto un errore tecnico, attribuendo a se stesso e non alle prefetture la responsabilità di proporre le espulsioni. Il che non solo ha privato le forze sul campo della libertà di operare, ma ha creato una serie di conflitti di competenza con la magistratura: quale giudice deve convalidare le espulsioni, con che giurisdizione?
Secondo polizia e carabinieri sarebbe stato molto meglio ampliare i delitti punibili penalmente (per esempio la prostituzione per strada o l’accattonaggio) e perseguibili d’ufficio: un po’ come si è fatto per la violenza negli stadi. O istituire la banca dati delle impronte digitali o del Dna. Ma soprattutto tirar fuori fondi e mezzi che il governo Prodi, finora, ha sempre negato.

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