Sorpreso insieme ad altre due persone durante un summit di camorra, Paolo Ottaviano - ritenuto l’attuale reggente del clan Mazzarella - è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile della questura di Napoli. Ottaviano, che è nipote del capoclan attualmente in carcere, è destinatario di un provvedimento di fermo, emesso dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, per il reato di associazione a delinquere di stampo camorristico. L’uomo, al momento dell’arrivo della polizia era in compagnia di altri due affiliati al clan, anche loro finiti in manette.
A sorprendere i tre esponenti del clan “Mazzarella” - Paolo Ottaviano di 35 anni, Biagio Aiello Rapicano di 27 e Francesco Rinaldi di 50 anno, questi ultimi due arrestati in flagranza per il reato di associazione camorristica di stampo mafioso - sono stati gli agenti dei “Falchi” della VI sezione della Squadra Mobile della Questura di Napoli, in piazza Mercato.
I tre, nel corso di una riunione, erano intenti ad effettuare i conti della gestione del mercato di calzature griffate false. I poliziotti hanno sequestrato un catalogo di calzature “Hogan” ed un elenco di commercianti, a cui i prodotti falsificati erano imposti per la vendita sul mercato. Gli agenti hanno, inoltre, sequestrato denaro contante ed un libro mastro attestante la contabilità del clan per la gestione dell’illecito mercato del falso.

“La camorra ci protegge, e se qualcuno vuole farci male i clan ci difendono”.
Parole forti. Parole scritte, secondo quanto pubblica il quotidiano Il Mattino, in un tema in classe da una alunna di 13 anni della scuola “Salvo D’Acquisto” di Miano, periferia nord del capoluogo campano. “Quando esco” scrive un coetaneo “vedo nel mio quartiere grandi mappaglie di persone che spacciano, ma a noi della zona ci proteggono”.
Temi scritti nella stessa scuola in cui è stato realizzato un fotoromanzo anticamorra. “Nel mio quartiere vedo di tutto, come droga, spacciatori ecc., ma non mi spavento. Noi cittadini siamo abituati” scrive un terzo alunno. “C’è gente che odia la camorra, io invece no, anzi a volte penso che senza la camorra non potremmo stare, perché ci protegge tutti, pure il fatto che che tutti pagano il pizzo non è giusto, ma chi paga resta protetto”. “Se qualcuno di un’altra zona avesse l’intenzione di farci del male o di ricattarci - scrive ancora la tredicenne - loro ci difendono, ma se c’è tra loro una discussione non guardano in faccia proprio a nessuno e ci vanno di mezzo persone innocenti”.
Temi che mostrano, fra l’altro, una vera conoscenza del fenomeno: “La camorra a Miano c’è e noi la conosciamo bene” scrive un altro ragazzino “perché si svolge tutto davanti a noi, come per esempio a spacciare la droga che è una cosa che noi vediamo tutti i giorni. Molti ragazzi cominciano a spacciare a 13 anni, diventano più importanti, e una volta che ci sei entrato non ne esci più e se provi a uscirne vieni ucciso”.
Padre Fabrizio Valletti, rettore gesuita della chiesa Santa Maria della Speranza di Scampia, commenta così questi temi: “Non mi meraviglia. Sono elaborati del vissuto giovanile. Il sistema criminale di cui parliamo fornisce risposte concrete, spesso garantisce stabilità economica e punti di riferimento territoriali. Bisogna partire da queste analisi, per moltiplicare punti di aggregazione e centri di formazione permanenti nelle aree di periferia”.
L’istituto per la verità è lo stesso dove i ragazzi hanno realizzato un fotoromanzo anticamorra per dire no alla criminalità e alle violenze striscianti che spesso subiscono solo perché studiano nel quartiere.

Se la ‘Ndrangheta ha un marchio forte come una catena di fast food e ramificazioni globali come al Qaeda, la mafia barese non è da meno. Un presunto clan di Bari disponeva - secondo gli investigatori - di giovani “kamikaze”, cioè ragazzi di 20 anni pronti a fare “qualsiasi cosa” e a “sacrificarsi” per il bene dell’organizzazione. Il gruppo è stato smantellato dai carabinieri del comando provinciale della città pugliese, che hanno eseguito 24 arresti e sequestrato 8 kg di droga, armi e munizioni di vario calibro.
Agli indagati, ritenuti affiliati all’agguerrito clan Telegrafo, vengono contestati i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione di armi ed estorsioni.
Telegrafo è uno dei più vecchi e temuti gruppi criminali baresi. È capeggiato - secondo l’accusa - dal quarantenne Lorenzo Valerio e dal suo luogotenente Carlo Iacobbe, di 38 anni, ed è già stato duramente colpito con 46 arresti nell’ottobre del 2003. L’ordinanza di custodia cautelare è firmata dal gip del tribunale di Bari Michele Parisi, che ha parzialmente accolto le richieste del pm inquirente della Dda Desiré Digeronimo.
La presenza dei “kamikaze” ventenni emerge dall’esame dei tre assetti del sodalizio mafioso dove i ruoli e le competenze sono definiti nel dettaglio, con una vera e propria cura manageriale. Al livello più basso, il primo, ci sono quelli che i militari chiamano i “kamikaze”, ragazzini di 20 anni pronti a fare qualsiasi cosa per difendere e valorizzare l’attività del clan. Al secondo gli addetti allo spaccio della droga e alla riscossione dei pizzo; al terzo i responsabili di zona, addetti alla gestione dei kamikaze e dei pusher. Nel corso dell’indagine, in cui sono indagate 61 persone, sono state sequestrate nove pistole, un fucile a canne mozze, circa 900 munizioni, 700 grammi di cocaina e sette chili di hascisc.
Il presunto coinvolgimento dei ventenni kamikaze, che il clan mafioso barese Telegrafo avrebbe avuto a disposizione per difendere i propri interessi, è provato da intercettazioni telefoniche. Nell’intercettazione di una conversazione tra due indagati uno dice all’altro, parlando sottovoce e consapevole di rivelare un segreto: “Qualche giorno…ti devo portare…ti devo portare a vedere i… i kamikaze; ragazzini di 20 anni!… di 20 anni… kamikaze!… ti dico kamikaze… che non… non ci pensano”. All’inizio i militari quasi non credevano al contenuto di questo colloquio intercettato, ma la prova la raccolsero nel corso di controlli compiuti il 25 novembre del 2004 in via Riccardo Ciusa, al san Paolo. Per impedire la scoperta di una “cupa” (un nascondiglio di armi), i vertici del clan decisero di mandare i kamikaze a sparare ai militari.
L’agguato fu evitato solo perché i carabinieri avevano in corso un’attività di intercettazione e riuscirono ad anticipare per tempo le mosse del clan bloccando i responsabili di zona che non riuscirono più ad impartire i loro ordini ai kamikaze.
Il VIDEO servizio: