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Clementina-Forleo
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Ma insomma, Silvio Berlusconi è indagato oppure no? Ha davvero tentato di corrompere dei senatori ulivisti per dare la spallata al governo sulla Finanziaria? E che c’entra in tutto questo il presidente di Rai Fiction, Agostino Saccà?
Gli accusati smentiscono e minacciano querele. Dai parlamentari eventualmente coinvolti arrivano smentite (il “Senador” Luigi Pallaro) o conferme, però “politiche” (quella di Nino Randazzo). In ogni caso, se tutto fosse vero e dimostrato, il Cavaliere non ci farebbe una bella figura: ma siccome la spallata non c’è stata, pare arduo dimostrare che abbia corrotto qualcuno. Basandoci però sui dati certi, alcune cose altrettanto certe si possono dire fin da ora.
La prima è che le intercettazioni risalgono a novembre e neppure un mese dopo sono su La Repubblica. Il giornale fa il suo lavoro di cronaca, qualcun altro no. La procura di Napoli, quella che indaga, si avvolge nel riserbo. Forse farà un comunicato tra qualche ora. Di sicuro, ciò che doveva uscire è già uscito. E a tempi di record.
La seconda cosa certa è che l’indagine è partita dagli appalti Rai ed è planata su Berlusconi. Qui appaiono evidenti due fatti: le intercettazioni non attinenti con l’indagine, in base alla legge Boato, non dovrebbero essere utilizzate, né tanto meno divulgate. Qui invece si fanno i nomi non solo del Cavaliere, ma di terze persone (i senatori appunto, ma anche attrici di fiction che avrebbero chiesto niente meno che una raccomandazione) che con la vicenda Saccà non sembrano entrarci per nulla. Secondo fatto, se l’intercettato è un parlamentare, ed emergono ipotesi di reato nei suoi confronti, bisogna chiedere al Parlamento l’autorizzazione ad usare le intercettazioni come prova. Anche questa è legge.
Pochi giorni fa di uso improprio delle intercettazioni sono stati accusati, dal ministero della Giustizia e dal Csm, il gip Clementina Forleo e il pm Luigi De Magistris. Entrambi privati delle indagini, sottoposti a procedimento disciplinare, rimossi con ignominia dalle funzioni e dalla sede (la Forleo) o in attesa di punizione (De Magistris). Loro indagavano su Massimo D’Alema, Nicola Latorre, Romano Prodi e Clemente Mastella.
Come minimo, due pesi e due misure. E anche questo è un dato certo. Tutti gli altri argomenti - tipo: rispunta l’arma giudiziaria contro Berlusconi proprio mentre va avanti il dialogo con Walter Veltroni - li lasciamo al campo delle speculazioni. Almeno per ora.
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Tutto come previsto: la prima commissione del Csm ha aperto all’unanimità la procedura di trasferimento d’ufficio, per incompatibilità, nei confronti del Gip di Milano, Clementina Forleo.
Già nei giorni scorsi si era verificata “una convergenza di opinioni” tra i consiglieri del Csm a favore dell’avvio della procedura. E se il giudice milanese si era trincerata dietro un “niente da dire”, a parlare è stata la sua amica e legale Giulia Bongiorno, dicendosi certa “dell’assoluta correttezza” della sua assistita.
A spingere il Csm su questa strada sarebbe stato soprattutto l’impatto che hanno avuto nell’ambiente giudiziario le dichiarazioni di Forleo sul presunto complotto ai suoi danni. Denunce che non hanno trovato riscontro negli accertamenti compiuti dalla Prima Commissione che, oltre alla diretta interessata, ha ascoltato i vertici degli uffici giudiziari di Milano. Ma il problema non è solo l’assenza di riscontri.
“Le sue dichiarazioni, eccessive, forzate e gravissime, hanno creato preoccupazione negli ambienti giudiziari e sono state lesive dell’immagine dei magistrati di Milano, che si sono sentiti offesi”, ha spiegato la vicepresidente del Csm Letizia Vacca. Insomma, si è determinata una situazione di “disagio”, ma anche di “isolamento” del gip di Milano, a partire dal suo stesso ufficio. Sull’apertura della procedura potrebbero aver pesato anche - racconta un altro consigliere - i rapporti non facili persino con il personale amministrativo. “Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano. Lo spirito che ci muove non è certo persecutorio nei confronti di Forleo” assicura Vacca, che intanto però pronuncia un giudizio durissimo sul magistrato milanese e sul pm di Catanzaro Luigi De Magistris, anche lui, nei prossimi giorni, oggetto di una pronuncia della Prima Commissione: “Sono cattivi magistrati”. “Dire ‘ho fatto il nome di D’Alema e per questo mi perseguitano, non è un sillogismo che può valere. Questa non è una magistratura seria” incalza Vacca “e questi comportamenti sono devastanti. I magistrati devono fare le inchieste e non gli eroi; altrimenti sono figure negative”.
Nella scorsa settimana il Procuratore Generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli, ha promosso nei suoi confronti l’azione disciplinare per i contenuti dell’ordinanza con cui il gip chiese alla Camera l’autorizzazione a utilizzare le telefonate tra parlamentari e alcuni indagati nell’inchiesta sulle scalate bancarie.
Il VIDEO servizio:
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Quanti magistrati sono stati puniti dalla Cassazione per avere intercettato politici che non dovevano, espresso giudizi sopra le righe, avere addirittura offeso l’onore delle forze dell’ordine? Quanti hanno subito il trasferimento d’ufficio ad opera del Csm?
Perché questo è capitato e sta capitando a Cementina Forleo, il Gip di Milano che indaga sull’affaire Unipol e che ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione ad utilizzare le intercettazioni di alcuni esponenti di Forza Italia, ma soprattutto dei diessini Massimo D’Alema e Nicola Latorre. Ricevendo tra l’altro una risposta da Comma 22: la legge dice che richieste simili vanno indirizzate alla Camera di appartenenza o a quella di provenienza, ma all’epoca dei fatti il ministro degli Esteri era europarlamentare, dunque la richiesta va indirizzata a Strasburgo; ma siccome oggi non lo è più sarebbe irricevibile anche là. Insomma, quella lettera “o” non è chiara ai legislatori che l’hanno scritta.
È evidente che la Forleo non è una Giovanna D’Arco ed è chiaro anche ai non addetti ai lavori che ha peccato di protagonismo, accettando di comparire in tv e parlando di manovre politiche e istituzionali nei suoi confronti. Ciò che invece non è per nulla evidente, e che probabilmente non sapremo mai, è se nel merito dell’indagine Unipol ed i suoi sospetti sui politici erano fondati. Così come non sapremo se era fondata l’indagine sui potenti di De Magistris.
In passato altri magistrati avevano esternato in pubblico e avevano ceduto al protagonismo, come e ben più della Forleo. Basta pensare a Saverio Borrelli, ad Tonino Di Pietro (quando faceva il pm), a Giancarlo Caselli, ad Agostino Cordova, a molti altri. Erano stati discussi, soggetti a ispezioni ministeriali, ma mai era stato impedito loro di portare avanti le indagini. Che erano andate a segno con esiti assai fragorosi.
Altri giudici erano incorsi in clamorosi errori giudiziari - il più noto quello per Enzo Tortora - senza tracce di punizioni e trasferimenti. Proprio oggi un gip ha archiviato buona parte delle accuse di estorsione dell’inchiesta Vallettopoli messa in piedi dal pm Henry John Woodcock , altro magistrato che non vola precisamente basso. Perché questi due pesi e due misure?
Ora, a distanza di pochi giorni, sia la Forleo sia il pm di Catanzaro Luigi De Magistris vengono messi in condizioni di non lavorare. Che entrambi abbiano toccato politici della maggioranza (e dell’opposizione), incorrendo nelle ire sia del governo sia di parte del centrodestra non può apparire un caso. Il garantismo è un principio sacrosanto, ma andrebbe applicato a tutti: quante intercettazioni illegittime o discutibili si fanno ogni giorno in Italia? Quanti magistrati dicono la loro il politica e in tv? Quanti si trasferiscono direttamente in partiti o nei governi?
Il miglior modo per giudicare un magistrato resta quello di sottoporlo al giudizio di un organismo davvero terzo. Per un pm dovrebbe essere naturalmente un giudice, se esistesse una reale divisione delle funzioni e soprattutto delle carriere. Se compie delle palesi infrazioni disciplinari, c’è in Italia il Csm: a condizione però che usi per tutti lo stesso metro di giudizio. Ma sarebbe meglio anche in questo caso evitare gli organi di autogoverno e ricorrere, anche qui, ad organismi terzi. Si torna insomma alla netta distinzione tra procuratori e giudici; che però in Italia non c’è.
Infine due parole sulle parole scelte dalla Cassazione per promuovere l’azione disciplinare di fronte al Csm: “abnorme invasione di campo”, “osservazioni stupefacenti e illegittime” “grave e inescusabile negligenza aver richiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere”. Non siamo abituati a sentire magistrati che rompono lo spirito di casta per processare in questi termini uno di loro. Forse è l’inizio di un’inversione di tendenza, magari salutare. Forse, come per De Magistris, è invece un modo per giustificare la sostituzione di colleghi scomodi. Il problema è che non lo sapremo mai, perché la politica ha già abbondantemente strumentalizzato i casi Forleo e De Magistris. La Cassazione e il Csm dovrebbero dunque spiegare e documentare le loro accuse all’opinione pubblica. In fondo i magistrati agiscono “in nome del popolo italiano”, ma il popolo italiano si fida sempre meno, e qualche buona ragione ce l’ha.

Il sito dell’Associazione contro tutte le mafie da oggi è chiuso, messo sotto sequestro dalla Procura di Brindisi. La motivazione dei giudici è la violazione della legge sulla privacy, per aver citato il nome di un avvocato di Avetrana, in provincia di Taranto, che è sotto inchiesta. Ma il presidente dell’associazione, che ha sede sempre ad Avetrana e che raccoglie le denunce delle vittime di racket e usura, parla di censura. “Il nome di quell’avvocato è pubblico”, sottolinea Antonio Giangrande, “perché noi lo abbiamo denunciato per una vicenda risalente al 2001“. Una vicenda che sarebbe un pretesto e non avrebbe niente a che fare con quello che per Giangrande è il vero motivo del sequestro.
Quale? “La nostra presa di posizione a favore del giudice Clementina Forleo“. Sul sito dell’associazione erano infatti riportati articoli di giornale e testi riguardanti la denuncia del gip milanese a carico di due pm della procura brindisina e di un ufficiale dei carabinieri che non avrebbe indagato sulle minacce da lei ricevute. Gli stessi contenuti, sia il nome dell’avvocato che secondo la Procura non doveva essere rivelato, sia gli appelli in favore di Clementina Forleo, si trovano sui due siti gemelli del portale sequestrato: www.malagiustizia.eu e www.illegalità.altervista.org. Che però non sono stati oscurati.
“Non mi spiego il motivo”, continua Giangrande, “ma credo che presto censureranno anche gli altri siti. La nostra associazione è riconosciuta dai Comitati provinciali di solidarietà per le vittime dell’usura e del racket e per l’ordine e la sicurezza pubblica. Da anni denunciamo ingiustizie e insabbiamenti di inchieste, simile a quello che sta subendo il giudice Forleo. Per questo diamo fastidio ai poteri forti e veniamo messi a tacere”.
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Il magistrato è un uomo (o una donna) in carne e ossa che può esprimere le proprie opinioni in pubblico come fa un qualunque cittadino? Oppure è un funzionario dello Stato che deve rimanere chiuso nella torre d’avorio del proprio ruolo istituzionale, votato alla solitudine e al silenzio? Dopo le puntate di Anno Zero in cui Clementina Forleo e Luigi De Magistris hanno denunciato intimidazioni e ostacoli al proprio lavoro, nei corridoi dei tribunali non si parla d’altro che delle toghe in tv.
Tra i magistrati c’è chi prende le difese dei colleghi milanese e calabrese, chi richiama al basso profilo e chi arriva a ipotizzare che le dichiarazioni a mezzo stampa siano finalizzate alla ricerca del consenso per una futura discesa in campo politico. Di certo la questione non si risolve nella lettera delle norme da seguire in questi casi. “Norme che sono carenti”, spiega Salvatore Boemi, numero uno dell’Antimafia a Reggio Calabria. “Mancano disposizioni precise, ad esempio, sulle comunicazioni dei giudici, mentre per quanto riguarda i pm l’unico autorizzato a rilasciare dichiarazioni è il loro procuratore capo. In generale credo sia buona regola non parlare mai delle inchieste in corso o appena concluse, perché si possono generare fraintendimenti e polemiche che danneggiano la magistratura stessa. Il privato di un magistrato non esiste, esiste solo la sua dimensione pubblica che rende inopportuno chiamare in causa altri poteri dello Stato”.
È d’accordo Giuseppe Scelsi, procuratore della Divisione antimafia di Bari che si è occupato di affari illeciti tra la Puglia e i Balcani: “Se avessi problemi personali nello svolgimento del mio lavoro, riferirei agli organismi preposti alla nostra tutela, in primo luogo il Csm”. “Mi sono chiesto cosa possa portare un magistrato a fare certe esternazioni in televisione”, dice Francesco Bretone, sostituto procuratore a Trani che in passato ha guidato le indagini sull’omicidio della piccola Graziella Mansi ad Andria. “Può capitare di sentirsi isolati, di non sapere più a chi rivolgersi e di sfruttare lo spazio mediatico a disposizione. Ma a conti fatti credo che la sovraesposizione individuale per la nostra categoria sia controproducente”.
Quando ha avuto dei problemi legati a un’inchiesta su alcuni esponenti della Lega, il procuratore capo di Verona Guido Papalia si è sentito tutelato dalle istituzioni. “Mi sono sempre rivolto agli organismi competenti, non ho mai scelto la via pubblica e finora mi è andata bene. Anche se non voglio criticare i colleghi che fanno scelte diverse”. Simonetta Matone, sostituto procuratore del Tribunale dei minori di Roma, frequenta i salotti televisivi. “Ho una regola: non mi sottraggo ai microfoni, ma non parlo mai dei casi che riguardino me o il mio ufficio”, risponde mentre si prepara alla registrazione della nuova puntata si Porta a Porta su Cogne. “Mi occupo solo di vicende che non ho trattato direttamente. In ogni caso mi limito a spiegare atti già noti, a fine divulgativo, e riduco al minimo i commenti”.
Angelo Canale, viceprocuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, che ha all’attivo le indagini sullo scandalo della missione Arcobaleno, lamenta invece la scarsa attenzione dell’opinione pubblica nei confronti del suo ufficio. “Abbiamo il problema contrario alla sovraesposizione”, afferma, “a volte sui procedimenti che riguardano lo sperpero di denaro pubblico, e che quindi hanno importanti ripercussioni sulla vita dei cittadini, regna il totale silenzio mediatico”.
Nei giorni successivi alle dichiarazioni di De Magistris e della Forleo altri magistrati o ex magistrati hanno espresso la propria opinione. Su La Stampa Francesco Saverio Borrelli ha detto di aver apprezzato la collega milanese: “Mi è sembrata non solo determinata, anche coraggiosa. È giusto che i cittadini ci vedano come siamo in carne e ossa”. Mentre Piero Alberto Capotosti, ex vicepresidente della Corte costituzionale, sul Messaggero ha ammonito: “La solitudine è la condizione esistenziale del giudice, altrimenti diventa di parte. I giudici dovrebbero agire in silenzio”. Felice Casson, oggi senatore Ds, all’Unità ha dichiarato: “Difendo, per chiunque sia accusato, la facoltà di ricorrere a qualsiasi strumento di difesa, purché siano rispettate le regole. Ma non si possono tenere discorsi politici dal palco della magistratura”.
Luciano Violante, intervistato in 1/2 ora da Lucia Annunziata, ha definito “pericolosa” la ricerca del consenso dell’opinione pubblica da parte di un magistrato, nonostante le difficoltà. Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso infine, “i magistrati che vanno in tv possono tranquillamente parlare di politica giudiziaria e legislativa. A parte questi temi non ne vedo però la necessità”.
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Ha vinto lui, il pm di Catanzaro Luigi De Magistris? Ha vinto la piazza (quella vera e quella mediatica) che lo difende e lo venera come un eroe? Di sicuro non ha vinto il Guardasigilli, Clemente Mastella: la sua richiesta urgente di trasferimento cautelare d’ufficio del pm di Catanzaro Luigi De Magistris e del suo capo Mariano Lombardi può aspettare.
Il Csm deciderà solo il 17 dicembre, perché il ministro della Giustizia ha aggiunto solo nelle ultime ore altre carte alle carte d’accusa. Nella delibera si legge che “il tribunale dei giudici” del Csm ha rinviato la decisione preso atto che “dopo aver richiesto il 20 settembre scorso il provvedimento cautelare il Guardasigilli ha fatto pervenire ulteriore documentazione e in data 4 ottobre ha comunicato di avere esercitato l’azione disciplinare per nuovi fatti; preso atto della richiesta di rinvio avanzata sia dalla procura generale che dalle difese, rilevato a seguito della originaria richiesta ministeriale, prima di ogni decisione sull’acquisizione di ulteriore documentazione delle contestazioni per le quali ha chiesto il trasferimento, è indispensabile attendere le determinazioni della Procura generale”. A premere perchè il rinvio non fosse solo di qualche giorno (la difesa di De Magistris, in particolare, aveva chiesto 5 giorni di tempo) è stato fin dalle prime battute dell’udienza proprio il rappresentante dell’accusa, il sostituto pg della Cassazione Vito D’Ambrosio: gli atti sono tanti e vanno esaminati con attenzione, il caso è delicato, in ballo c’è la richiesta di un provvedimento cautelare, il trasferimento d’ufficio urgente, ha fatto presente. Richiesta accolta.
Il fatto è che quando Clemente Mastella ha iniziato l’azione disciplinare il 20 settembre, chiedendo un provvedimento cautelare di allontanamento, ha documentato le sue accuse facendo riferimento solo alla gestione dell’inchiesta sulle “toghe lucane” di De Magistris, mentre il 4 ottombre ha comunicato di aver esercitato l’azione disciplinare per “nuovi fatti” che riguardano altre due inchieste iniziate dal pm: la “Poseidone” (che poi gli è stata sottratta da Lombardi) e la “Why Not”, nella quale è indagato il premier Romano Prodi e il cui principale indagato. Le nuove carte arrivate dalla prima Commissione del Csm (dove sono in corso già altri procedimenti su De Magistris) sono tante: 6 grossi faldoni, circa 5mila pagine: una valanga di nuove accuse, proprio nel bel mezzo delle polemiche sulla rovente trasmissione Annozero di Michele Santoro, che hanno già fatto parlare di un possibile rinvio. Certo, non si prevedevano 2 mesi e mezzo di attesa, ma al Csm si sostiene che il 17 dicembre è la “prima data utile”. Ma la decisione di oggi lascia impregiudicato il possibile sbocco della vicenda. Studiati a fondo i documenti, il 17 dicembre il rappresentante dell’accusa si presenterà in udienza chiedendo di confermare o meno la richiesta di trasferimento d’ufficio urgente, oppure di rifiutare quest’ultima ma di procedere con l’esame nel merito dell’azione disciplinare vera e propria.
Intanto, De Magistris continuerà a lavorare “alacremente” alle sue inchieste, forte del sostegno dei cittadini: fuori dal Csm, il magistrato è stato accolto dagli applausi di alcuni giovani giunti dalla Calabria per sostenerlo.
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”Ho letto i resoconti sulla trasmissione Anno Zero. Mi sembra che non vi si possa riscontrare nulla della serietà, della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la giustizia”. Lo afferma il presidente del Consiglio, Romano Prodi, a proposito della puntata dedicata alla vicenda De Magistris. Fin qui l’Ansa. Che dire? Quanto meno che appare singolare come ci si possa sbilanciare in giudizi tanto severi, impegnativi e definitivi sulla base di “resoconti”. Tanto più da parte di chi ha la responsabilità del governo.
Forse se Prodi avesse visto la puntata del programma di Michele Santoro - ma soprattutto se avesse ascoltato dal vivo le testimonianze di Luigi De Magistris e Clementina Forleo - oggi qualche dubbio in più ce l’avrebbe. O forse quei dubbi se li terrebbe paludandoli egualmente di certezze pro-Mastella. Perché il problema è tutto qui: non la professionalità o l’imparzialità (non è quella la caratteristica di Santoro) di un programma televisivo, non la situazione della giustizia, ma la questione Mastella.
Il Guardasigilli è da tempo finito nel tritatutto mediatico-televisivo. Forse, anzi probabilmente, senza troppe colpe dirette. Magari ha peccato di ingenuità per essersi prestato al gioco, ma neppure questo è il punto. Il punto è che Mastella è decisivo per la sopravvivenza del governo, e dunque Prodi lo difende a priori. Così come, sempre a priori, rassicura Antonio Di Pietro che vorrebbe far fuori Vincenzo Visco, o Lamberto Dini che farebbe a fette l’estrema sinistra e i sindacati. Salvo poi ripetere lo stesso copione, con le battute al rovescio, con Visco, sindacati ed estrema sinistra.

Non con i magistrati, però. Quelli sembrano improvvisamente diventati figli di nessuno. Non stanno a cuore al governo e alla maggioranza di sinistra, dal momento che indagano su alcuni pezzi grossi dell’Unione , così come fino a poco tempo fa si erano dedicati al centrodestra. E infatti i De Magistis e le Forleo, non stanno a cuore neppure all’opposizione, in nome del garantismo. Perfino il Csm, organo lottizzato di autogoverno della magistratura, sembra non sapere più che pesci prendere: lunedì dovrebbe decidere se togliere o meno a De Magistris l’indagine sulle collusioni tra toghe, politici e business in Basilicata e Calabria. Ma il Csm guidato da Nicola Mancino, ex maggiorente della Dc, ha già detto che magari dovrà prendersi un rinvio.
Non si può certamente stabilire ora se De Magistris stia facendo il suo lavoro o se si sia anche lui ammalato di protagonismo come altri suoi colleghi. Così come è evidente che nei programmi di Santoro c’è un sovrappiù di partigianeria e antipolitica, a cominciare dalle lettere di Marco Travaglio. Ma in quest’ultimo caso siamo nel campo delle opinioni, discutibili quanto si vuole; nel primo caso - i magistrati - siamo invece nel minatissimo campo della separazione dei poteri. Ed è singolare che appena la Forleo approfondisce l’indagine sull’Unipol la Camera alzi le barricate intorno a Massimo D’Alema, mentre appena De Magistis sfiora Prodi e Mastella piombino gli ispettori.
Non vogliamo che la magistratura torni ed essere arbitra della politica e del Paese, come negli anni Novanta? Si desidera combattere il grillismo e il populismo? Il modo migliore sarebbe lasciar fare ai magistrati il loro lavoro, e lasciare che i politici eventualmente coinvolti si difendano nelle sedi proprie: non gli mancano certo mezzi e strumenti. Diversamente non sapremo mai se De Magistris è una vittima o un mitomane. Soprattutto non sapremo se i D’Alema, i Mastella, i Prodi, i Fassino, come ieri i Berlusconi ed i Previti, si sono davvero macchiati di qualche reato, oppure sono esposti ad una indebita “gogna mediatica”. “Comportamento illegittimo ma non illecito” ha del resto stabilito la Procura di Roma a proposito di Visco nell’affaire del generale Speciale. Bel modo di fare chiarezza e rispondere all’opinione pubblica.
Questo, preso da YouTube, è l’intervento di Clementina Forleo a Anno Zero:

Incompetente a deliberare su Massimo D’Alema, in quanto quest’ultimo era all’epoca dei fatti parlamentare europeo; ma via libera per quello che riguarda Piero Fassino e Salvatore Cicu. Alla fine la Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha preso le sue decisioni sulle intercettazioni telefoniche che coinvolgono il ministro degli Esteri, il segretario dei Ds e il deputato azzurro, nella vicenda processuale di Giovanni Consorte per il caso Unipol. Ora su Fassino e Cicu la parola passa all’assemblea di Montecitorio per l’eventuale e definitiva conferma del sì.
In teoria, almeno secondo il calendario d’aula tuttora vigente, dovrebbe pronunciarsi già domani; ma in pratica dovrà verosimilmente aspettare che vengano licenziati due decreti in corso d’esame.
Se il gip Forleo volesse però iscrivere nel registro degli indagati i due parlamentari, dovrebbe chiedere una nuova autorizzazione alla Camera. È quanto ha spiegato Lanfranco Tenaglia (Ulivo) al termine della riunione della Giunta.
“L’autorità giudiziaria - ha osservato l’esponente dell’Ulivo - potrà andare avanti nel procedimento aperto nei confronti di Giovanni Consorte accusato di aggiotaggio e insider trading, ma se dovesse emergere qualcosa a carico dei parlamentari coinvolti, la Forleo dovrà chiedere un’altra autorizzazione”.
Per quello riguarda il computo dei voti su ciascuno dei tre casi va segnalato che sull’incompetenza per D’Alema ha votato contro solo l’Italia dei Valori, mentre tutta la Casa delle libertà si è astenuta; sul sì per Fassino invece tutti favorevoli e un solo contrario, Enrico Buemi (Rosa nel pugno); unico a dire no anche per Cicu la dove tutti gli altri hanno votato a favore con la sola eccezione di An che si è astenuta.
La decisione della Giunta è stata accolta positivamente dal segretario Ds: “Essendo assolutamente sicuro della totale correttezza dei miei comportamenti”, ha detto Fassino, “condivido la decisione della Giunta di accogliere la richiesta della dottoressa Forleo”.