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La morte di Gabriele Sandri, ma anche l’imprudenza di agenti di polizia (o carabinieri) che sparano e uccidono un fuggiasco al posto di blocco. L’8 settembre scorso è successo a Ivrea, vittima una donna romena che aveva compiuto un furto ed è morta in ospedale, qualche anno fa a Napoli fece scalpore la morte di un 17enne passato davanti a una pattuglia in motorino senza casco. Fatalità o errore, chi lavora con una pistola nella fondina dovrebbe essere addestrato per usarla.
Ma quanto si esercitano i poliziotti al tiro con le armi? Poco, molto meno di quanto preveda la legge, non abbastanza. I primi a sostenerlo sono proprio i sindacati di polizia. In parte è colpa della carenza di personale, che impedisce la turnazione necessaria a staccarsi dal servizio alcune ore per sparare. Ma il vero problema sono i poligoni a disposizione delle forze di commissariati e questure. Troppo costosi da mantenere, spesso inagibili, a volte ristrutturati di tutto punto e con grossa spesa. Ma mai utilizzati.
“Succede quindi che”, spiega Giorgio Innocenzi, segretario generale del Consap, “se le regole prevedono per ogni agente 96 colpi all’anno da sparare con arma corta (circolare del capo della polizia numero 500/A/NTB.6/5979, del 19 aprile 1999), il 50 per cento del personale della Polizia di Stato non si addestra da almeno un anno”. Oppure che, pur di far mettere qualche crocetta sul libretto di tiro dei propri uomini, alcuni dirigenti li mandano a fare pratica in strutture non adatte. Ex cave, greti di fiumi, centri per il tiro a segno come quelli del Coni. “Solo che le munizioni in dotazione agli agenti, che sono para bellum, rovinano sagome e percorsi di questi poligoni e i gestori si rifiutano spesso di metterli a disposizione. E poi la trasferta arriva a costare alla pubblica sicurezza anche 70 euro al giorno”, aggiunge Innocenzi.
Oggi i poligoni sono ufficialmente una cinquantina, secondo una relazione del sindacato ne funziona poco più della metà . “Agli inizi degli anni ‘80 ne sono stati realizzati circa cento, mal distribuiti sul territorio, che nel ‘94 sono stati dichiarati tutti inagibili per problemi tecnici dall’Ispettorato dell’arma del genio. Negli anni successivi ne sono stati ristrutturati e riaperti circa cinquanta, appunto”, conclude Innocenzi. Ma dal 2001, considerato che restare al passo con le normative e mantenere i poligoni in buono stato è molto costoso, si è deciso di ricorrere sempre più spesso a strutture esterne. Il Consap segnala infine il caso del poligono di tiro della questura di Como, ristrutturato e tirato a lucido ma poi trasformato in archivio, perché mancano i fondi per la manutenzione.
Per affrontare questi problemi l’amministrazione della pubblica sicurezza sta pensando a un escamotage virtuale. Far addestrare i poliziotti al computer, con un programma di simulazione di tiro già usato negli Stati Uniti. Potrebbe funzionare.
Ma i tagli alle forze dell’ordine hanno creato altri problemi, ormai cronici. Volanti a secco di benzina, poliziotti costretti a usare il proprio pc per il lavoro d’ufficio o la propria macchina per le operazioni perché, stimano i rappresentanti di categoria, il 50 per cento del parco auto è fermo in officina in attesa di essere riparato, la Stradale di Roma che ha lavorato tutta l’estate con le divise invernali che ora che arriva il freddo si sono usurate.
Per questo il 1 dicembre, per dire che la misura è colma e contro la Finanziaria 2008, “che penalizza le forze dell’ordine”, i poliziotti hanno deciso di scendere in piazza a Roma. A quella che definiscono “la nostra più grande manifestazione da oltre dieci anni, ci aspettiamo 20 mila presenze” partecipa il 90 per cento dei sindacati di categoria: Siulp, Siap-Anfp, Silp-Cgil, Consap, Fsp-Ugl, Coisp, Uilps. Manca solo il Sap, che organizza una protesta parallela a Milano. “Contro un governo che si riempie la bocca con la parola ’sicurezza’, ma poi toglie risorse alla polizia”, spiega il segretario generale, Filippo Saltamartini. Anche il Cocer dell’Esercito, pur non scendendo in piazza, condivide con una nota le motivazioni dell’iniziativa degli agenti, definiti “interpreti anche del nostro profondo disagio”. Mentre il Cocer dei carabinieri promette “forme democratiche di contestazione”, se il governo approverà la norma che esclude “dai lavori particolari-usuranti gli appartenenti ai comparti di Sicurezza e Difesa”.
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“Riaffidare le deleghe sulla Guardia di finanza al viceministro Vincenzo Visco? Il governo potrebbe farlo, è una sua prerogativa. Ma devono avere ben chiaro che per noi finanzieri in questo momento l’obiettivo più importante è ritrovare la serenità che ci è stata tolta, per tornare in fretta a lavorare al meglio negli interessi della collettività , contro l’evasione fiscale e contro i reati economici. Per questo ci permettiamo rispettosamente di suggerire all’esecutivo il massimo di cautela e sensibilità prima di prendere qualsiasi decisione che potrebbe provocare altre lacerazioni e suscitare altre polemiche”.
Eliseo Taverna, Daniele Tisci, Raffaele Dalessandro e Salvatore Trinx, delegati del Cocer delle Fiamme gialle, l’organismo di rappresentanza dei finanzieri, in questa intervista a Panorama si augurano che il
Far West sulla Finanza
finisca al più presto. E suggeriscono: “Se invece che una rappresentanza militare fossimo stati un sindacato, come chiediamo da tempo, avremmo avuto gli strumenti e la forza per bloccare sul nascere queste bruttissime vicende”.
Il vostro ex comandante, il generale Roberto Speciale, dopo essere stato rimosso e attaccato pesantemente in Senato dal governo, ha annunciato querele contro il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e il capo del governo, Romano Prodi. Che ne pensate?
Era un suo diritto e l’ha esercitato, anche se è difficile ritenere che un’iniziativa del genere, senz’altro anomala, contribuisca a riportare serenità all’interno del corpo.
Non pensate che uno dei presupposti per la riconquista della serenità sia l’accertamento rigoroso dei fatti?
Questo aspetto ci interessa molto, naturalmente. In Senato il ministro Padoa-Schioppa ha parlato di separatezza del corpo e di favoritismi fatti dall’ex comandante: roba grave. Se la mossa di Speciale favorisse davvero quella chiarezza che chiediamo, allora potrebbe risultare utile.
State dicendo che Speciale con quell’iniziativa si sta procurando un autogol?
Sarebbe così se fossimo convinti che il nostro ex comandante ha davvero agito male. Il governo ne è convinto e Speciale, comprensibilmente, lo nega, mentre noi non abbiamo i mezzi per accertare alcunché; spetta ad altri. Noi abbiamo chiesto a suo tempo al comandante Speciale con una delibera formale la pubblicazione dell’elenco degli encomi solenni concessi.

È importante?
Sì, perché con quel sistema si possono costruire le carriere favorendo alcuni ufficiali a danno di altri. Gli encomi sono una prerogativa del comandante e nessuno la vuole mettere in discussione, ma sarebbe opportuno che fosse esercitata in piena trasparenza e nel rispetto dei regolamenti.
La risposta qual è stata?
È stata avviata la procedura di pubblicazione degli encomi, a partire purtroppo dai più lontani nel tempo. Se avessimo avuto i poteri di un sindacato, probabilmente sarebbe andata in modo diverso.
È molto importante per voi diventare un sindacato?
È importante per tutti gli oltre 60 mila finanzieri e per la collettività . Se un anno fa, quando è cominciata questa brutta storia con l’annuncio degli avvicendamenti degli alti ufficiali di Milano, ci fosse stato un sindacato in grado di intervenire tempestivamente, non saremmo precipitati in questo caos.
A che punto è la vostra richiesta per il sindacato?
In alto mare, purtroppo, e oltretutto il progetto di riforma in discussione alla commissione Difesa del Senato non va nella direzione sperata.
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«È come se il direttore del vostro giornale, Pietro Calabrese, non parlasse con l’amministratore delegato della Mondadori. Sarebbe bello? Alla Guardia di Finanza tra il comandante generale, Roberto Speciale, e il vice ministro, Vincenzo Visco, sta succedendo la stessa cosa e non può continuare. Siamo un’istituzione troppo seria e troppo importante per il paese; occorre trovare una soluzione, subito».
Domenico Minervini è uno degli ufficiali più alti in grado delle Fiamme gialle, Capo di stato maggiore della Legione del Nord ovest e presidente del Cocer, l’organismo di rappresentanza dei finanzieri. In questa intervista a Panorama.it invita la politica, il governo, il Parlamento ad intervenire al più presto per consentire alla Guardia di finanza di poter tornare a svolgere con regolarità il suo compito.
Qual è in questo momento il clima prevalente tra i finanzieri?
C’è molto malumore e vedo anche tanta preoccupazione. Il comando generale non ha un referente politico con cui interloquire e questo in democrazia non è possibile. Normalmente il comandante generale riferisce e si confronta con il ministro o il vice ministro, ma questo oggi è impensabile e quindi bisogna trovare una soluzione.
È possibile che i due, il generale Speciale e Visco, alla fine facciano pace?
Sarei felice, ma francamente mi sembra poco probabile, lo scontro è durissimo e si ripercuote sull’operatività del corpo.
Quindi se ne devono andare entrambi..
Non spetta a me individuare la soluzione, ma in 35 anni di servizio una situazione grave come questa non l’avevo mai vista. Ripeto il concetto: la politica, il governo, il Parlamento devono trovare subito una soluzione che ridia serenità al Corpo e lo metta in condizione di operare al meglio per continuare nella lotta all’evasione e al crimine economico. Siamo un’istituzione importante e seria, dobbiamo essere messi in condizione di funzionare al meglio, non possiamo stare a lungo nella condizione in cui ci hanno cacciato.
Perché siamo arrivati a questo punto?
Non voglio entrare nel merito di ciò che è successo, non è compito mio.
Normalmente le promozioni e i trasferimenti vengono programmati nella Finanza tra febbraio e marzo. Questa vicenda dei trasferimenti dei quattro alti ufficiali della Lombardia risale, però, a luglio di un anno fa. Non è irrituale?
In effetti il piano di impiego dei dirigenti si prepara tra febbraio e marzo e quindi il fatto è avvenuto in un arco temporale anomalo.
Ma si possono effettuare rimozioni e trasferimenti anche fuori da quel periodo?
Sì, si possono fare in qualunque momento, ma per motivi gravi e motivati, per esempio per fatti di rilevanza penale.
Chi decide?
Il responsabile tecnico è sempre il comandante generale.
Quindi in teoria i trasferimenti possono essere effettuati in qualsiasi momento, ma in presenza di fatti seri e motivati. In questo caso quali erano i fatti alla base della richiesta di trasferimento?
Non è chiaro, nessuno ha capito perché è stata avviata la procedura di trasferimento, gli italiani non l’hanno capito. E io mi chiedo: perché il comandante Speciale non ha chiesto subito spiegazioni a Visco? E perché il vice ministro non le ha fornite spontaneamente né a Speciale né agli altri due generali, Sergio Favaro e Italo Pappa, con cui ha parlato successivamente?