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codice

Vorresti viaggiare bendato a 110 Km all’ora?

Un poliziotto di pattuglia con l'autovelox

Un poliziotto di pattuglia con l'autovelox

L’italiano medio, bontà sua, ritiene pericoloso utilizzare un pc, mangiare o digitare un sms mentre si guida. In teoria. “Invece a Milano ho visto un automobilista inviare un’email dal computer che teneva sulle ginocchia“. Sandro Salvati è un fiume in piena.

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Ferragosto: tempo incerto, traffico intenso e codice nuovo

Una pattuglia della Polizia stradale controlla lil traffico sull'autostrada A14 nei pressi di Bologna

Una pattuglia della Polizia stradale controlla lil traffico sull'autostrada A14 nei pressi di Bologna

Traffico intenso con un test per le norme previste dal nuovo codice della strada, maltempo al centro-nord e anche tanta gente, soprattutto anziani, che resterà in città. Si presenta così, da previsioni, il ferragosto 2010, con gli esiti del peggioramento delle condizioni meteo che si sono fatto sentire tra mercoledì e giovedì soprattutto in Lombardia.
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Zaia al volante: due bicchieri di vino non sono pericolosi per chi guida

Luca Zaia

Dalla proposta del dialetto nelle fiction e nelle edizioni regionali dei Tg Rai, al sì per le gabbie salariali, all’immagine dei leghisti come nuovi corciati: non c’è questione, tra quelle aperte nel dibattito politico estivo dal Carroccio, in cui il veneto Luca Zaia, ministro delle Politiche Agricole, non abbia fatto sentire la sua voce.
Ora, in un’intervista a Quattroruote, (il cui contenuto è anticipato dalle agenzie di stampa: qui e qui e qui) il minsitro leghista apre un altro tema di confronto: “Bisogna finirla di considerare ubriaco chi beve due bicchieri: è in atto una criminalizzazione del vino che non ha senso alcuno e che sta uccidendo uno dei comparti più pregiati del made in Italy”.

Accetta il limite zero solo per i neopatentati, introdotto di recente da una norma approvata alla Camera. Per il resto, il ministro afferma di non credere nella cultura del proibizionismo: “Il limite attuale, 0,5 grammi di alcol per litro di sangue è ragionevole e stradigerito dall’opinione pubblica, entro questi livelli si è sobri e perfettamente in grado di guidare. Corrisponde a due bicchieri di un vino che abbia non più di 11 gradi, diciamo uno spumante o un rosso non strutturato”.

Una voce fuori dal coro della maggioranza che vorrebbe estendere a tutti il divieto assoluto di bere prima di mettersi al volante. Zaia invita a guardare con attenzione le statistiche sugli incidenti: solo il 2,09 per cento è causato da guidatori in stato d’ebbrezza, gente ben al di sopra dello 0,5: “Non vedo perché dovrei rinunciare a bere con intelligenza e moderazione, solo perché ci sono irresponsabili che si ubriacano”, osserva Zaia. Vogliamo parlare del fumo o dei farmaci che danno sonnolenza? Degli antistaminici che migliaia di italiani prendono in primavera per combattere le allergie? O dei tranquillanti? Temo” sottolinea il ministro “siano più pericolosi dei fatidici due bicchieri. Ma nessuno se ne occupa. E poi mi vengono a parlare delle stragi del sabato sera…”.
Il picco degli incidenti “si ha il giovedì pomeriggio” sottolinea il ministro “quando la gente rientra dall’ufficio, mentre gli incidenti del fine settimana hanno una motivazione evidente che è la stanchezza. Ragazzi che stanno in piedi 24 ore filate, senza un minuto di sonno, arrivano alla domenica mattina in totale assenza di lucidità alla guida”.

La replica al ministro viene dall’Osservatorio Nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità, per bocca di Emanuele Scafato, secondo il quale l’alcol è la prima causa di morte tra i giovani sotto i 24 anni. “Gli interessi economici del comparto del vino” dice Scafato all’Agi ” dovrebbero e possono convivere con quelli della salute dei cittadini, soprattutto di quelli più giovani”. “Non esistono livelli sicuri di alcol per mettersi alla guida” sottolinea Scafato, che è anche presidente nazionale della Società Italiana di Alcologia “l’unica sicurezza è non bere, neanche due bicchieri di vino”. E al ministro che ha indicato la stanchezza come causa principale delle stragi del sabato sera, ma l’esperto ribadisce: “L’alcol è la prima causa di morte tra i giovani al di sotto dei 24 anni, noi andiamo nelle discoteche e sappiamo che i ragazzi ‘usano’ l’alcol, vino compreso e poi si mettono in macchina”.

Rivolta sul taglia-autovelox. I sindaci fanno lobby in Parlamento

Un autovelex a Roma

MULTIMEDIA: Giro di vite sulla sicurezza stradale
Inserite fra le pieghe del pacchetto sicurezza, le nuove norme del Codice della strada rischiano di fare una vittima illustre: i comuni. Entrato in vigore l’8 agosto, il decreto dovrebbe diventare legge a settembre, quando il Senato potrebbe licenziare il testo già approvato alla Camera.

Le novità sono tante, ma a preoccupare gran parte dei sindaci è la norma taglia-autovelox. Secondo il nuovo codice, ora le amministrazioni comunali devono riversare i proventi delle multe ad Anas e province. Che a loro volta sono obbligate a spenderli per garantire una migliore sicurezza stradale.
Fine degli affari d’oro, dunque: i comuni, con i proventi, hanno finora risanato i bilanci invece di reinvestire appunto in sicurezza.

Eclatante il caso di Offida (Ascoli Piceno): installato un autovelox, ha iscritto a bilancio preventivo 183 mila euro. Ma la pacchia rischia di finire per tutti: nel 2007 (ultimo dato disponibile) gli accertamenti hanno raggiunto la cifra record di 1 miliardo 643 milioni di euro. Non è però detta l’ultima parola.

I primi cittadini puntano a modificare il decreto e sono pronti a fare lobby attraverso l’Anci, l’associazione che li raccoglie, e i parlamentari-sindaci, una trentina. Puntano a raggiungere almeno il 50-50, cioè a far restare metà dei proventi ai comuni.
E poi perché prendersi gli improperi dei cittadini quando l’incasso finisce ad altri? La minaccia, per ora velata, è quella di rimuovere gli autovelox comunali. La pacchia, a quel punto, sarebbe tutta degli automobilisti indisciplinati o incoscienti.

Sicurezza stradale, arriva la stretta. Zero alcol per i neopatentati

Giro di vite sulla sicurezza stradale

La GALLERY: le principali novità del nuovo codice della strada

- Divieto assoluto di assumere alcol per neopatentati e autisti di professione
- Insegnamento obbligatorio dell’educazione stradale nelle scuole
- Foglio rosa a 17 anni
- Introduzione del narco-test sulle strade
- Limite di velocità a 150 Km/h su alcuni tratti autostradali
- Divieto per gli enti locali di far uso di autovelox se non di loro proprietà

Queste le principali novità del codice approvato e licenziato dalla commissione Trasporti della Camera in materia di sicurezza in strada.
Il testo, approvato in sede legislativa, passerà ora direttamente al Senato e per poter entrare in vigore entro la fine del mese, cioè prima del grande esodo estivo, anche a Palazzo Madama verrà esaminato ed emanato tramite il lavoro della Commissione Trasporti.

La GALLERY: le principali novità del nuovo codice della strada

Codice della strada, si cambia: stretta sui cellulari e multe più salate

Una pattuglia della polizia stradale

Velocità eccessiva, telefonino incollato all’orecchio, passeggeri senza cinture: il governo alza la guardia sul rispetto del codice della strada e, per arginare incidenti e morti stradali, annuncia maggiori controlli, sanzioni più severe, esami più difficili per patente e recupero punti.
Un deciso giro di vite insomma, a 6 anni di distanza dall’ introduzione della patente a punti, con la riforma del codice della strada - dice all’Ansa il sottosegretario ai Trasporti Bartolomeo Giachino - che partirà da settembre sotto la guida del ministero delle Infrastrutture. A far scattare il campanello d’allarme, un rallentamento della curva di diminuzione degli incidenti e delle mortalità negli ultimi anni ma soprattutto, una recrudescenza della mortalità legata alle due ruote, in particolare nei week end, una curva in controtendenza rispetto al resto d’Europa: le morti tra i centauri sono arrivati a coprire il 40% del totale sulla strada dal venerdì alla domenica. E stavolta a snocciolare i dati è l’associazione sostenitori amici della polizia stradale (Asaps) non ha dubbi e snocciola dati che evidenziano un’emergenza tutta italiana: “Moto e motocicli rappresentano il 20% del parco veicoli in Italia con un indice di mortalità molto alto, pari al 26% lungo le strade della Penisola contro appena il 16% della media europea”, dice Giordano Biserni, presidente Asaps. Dati allarmanti “Soprattutto nel Centro Nord dove ci sono più moto in circolazione” spiega Biserni. “Rispetto al 2007, i primi otto mesi di quest’anno registrano 38 incidenti mortali in meno nei week end ma crediamo sia dovuto alla primavera particolarmente piovosa che ha determinato meno moto in circolazione”.
Tornando alla riforma annunciata da Giachino, anche la segnaletica cambierà, di notte nei punti critici i segnali stradali diverranno luminosi. “Tolleranza zero” per alcol o droghe al volante ma anche regole più stringenti per le “minicar” guidate dai minorenni senza bisogno di patente. Il governo accende poi i riflettori su velocità e abuso del telefonino alla guida, senza auricolare, che causa un pericoloso calo di attenzione. Maggiori controlli su tutta la rete è la parola d’ordine: ispezioni a sorpresa, e domani giornata straordinaria di controlli sulle strade. Dall’inasprimento delle pene, da metà giugno, per chi guida in stato alterato, “i veicoli sequestrati sono stati 800, evitando così di allungare la lista delle vittime” dice Giachino, che ha la delega alla sicurezza stradale e sarà il coordinatore del tavolo sulla revisione del codice.
Ma rischia grosso anche chi guida con il telefonino incollato all’orecchio: stop alla tolleranza, “la guida deve diventare responsabile e guai a chi sgarra - dice il sottosegretario - i cittadini dovranno avere questa netta percezionè.
Da settembre quindi, al via un’analisi attenta per rendere più stringenti ed efficaci le regole della strada, da parte un pool di tecnici ed esperti tra cui l’ex ministro Pietro Lunardi, “padre” della patente a punti, Regioni (chiamate a elaborare i piani regionali sicurezza stradale) ed enti locali. “Nonostante continui la flessione sia del numero degli incidenti che dei morti, assistiamo a un cambiamento del tipo di incidenti, legati soprattutto alla velocità eccessiva e alle due ruote” evidenzia Giachino. Dai 7.100 morti del 2001 si è passati a 5.500 nel 2007. Ma il gap rispetto all’Europa resta alto: la congestione infrastrutturale costa all’Italia quasi il 2% del Pil, contro lo 0,9% della Ue. E 30 miliardi di euro è il costo annuale ulteriore dell’incidentalità per famiglie e Stato.
Il bilancio pubblico incamera notevoli risorse dalla tassazione sui trasporti ma al settore ritorna una parte minima. Occorre invece - dice il sottosegretario - rilanciare le infrastrutture e spostare le merci dalla strada. I trasporti sono fattore di sviluppo”. “I morti sulle strade, soprattutto giovani, sono un costo sociale troppo alto che l’Italia non può permettersi. La gente - prosegue - deve capire che l’auto non è un proiettile e che si deve tornare a una guida responsabile”. “L’intervento del Santo Padre deve interpellare tutti” afferma Giachino “anche un governo e una maggioranza che pure nella legislatura 2001-2006 hanno portato avanti una politica complessiva e organica sulla sicurezza. Purtroppo l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui temi della sicurezza stradale” continua il sottosegretario “è massima solo nei periodi di grande spostamento, intorno a Ferragosto“. In questi primi tre mesi, sottolinea il sottosegretario alle Infrastrutture, “il nuovo governo si è mosso coerentemente con tre provvedimenti importanti: sblocco degli investimenti autostradali; sequestro dei veicoli a chi assume alcol o droghe (e ad oggi sono circa 800 i veicoli sequestrati); accordo con gli autotrasportatori per la sicurezza stradale e il rinnovo del parco mezzi, 120 milioni di contributi nel triennio 2007-2009″.
Da settembre l’azione del ministero sarà quindi incentrata sulla prevenzione e si estenderà anche alle case automobilistiche: “Dobbiamo spiegare che è inutile puntare sulla velocità per i nuovi modelli, quando a causa delle strade congestionate non si può correre. Bisogna privilegiare invece le dotazioni di sicurezza”.
La stretta a tutto campo, riguarderà anche le revisioni degli automezzi (oltre 1 milione l’anno) e, annuncia Giachino, “sarà più difficile l’esame della patente ma anche riottenere i punti una volta persi. E per i rinnovi della patente sarà necessario seguire un corso. Il tutor verrà esteso a tutta la rete autostradale”.
E soprattutto controlli, più numerosi e a tappeto. Due milioni di multe l’anno elevate ai mezzi pesanti, un dato questo destinato ad aumentare e non solo per i tir.
Ma sulla pericolosità delle strade italiane si è alzata anche la denuncia di alcuni importanti quotidiani internazionali: meglio evitare di guidare sulle strade italiane se non si vuole andare incontro a incidenti anche mortali. L’allarme è unanime: secondo Les Echos ogni anno si registrano in Italia 5.669 decessi per incidenti stradali, contro i 3.279 del Regno Unito, i 4.709 della Francia e i 5.091 della Germania. Siamo, come evidenzia Peter Kiefer del New York Times, il Paese con le strade più pericolose e piene di cantieri, in assoluto. Polemici anche i toni de El Pais, che sottolinea come su un totale di 627 pedoni rimasti vittime di incidenti, ben 197 sono stati uccisi sulle strisce pedonali da guidatori distratti o sotto effetto dell’alcol.

Il VIDEO servizio:

La Cassazione contro la Forleo. Ma abbiamo il diritto di sapere perché

Il giudice milanese Clementina Forleo in una foto d'archivio | Ansa
Quanti magistrati sono stati puniti dalla Cassazione per avere intercettato politici che non dovevano, espresso giudizi sopra le righe, avere addirittura offeso l’onore delle forze dell’ordine? Quanti hanno subito il trasferimento d’ufficio ad opera del Csm?

Perché questo è capitato e sta capitando a Cementina Forleo, il Gip di Milano che indaga sull’affaire Unipol e che ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione ad utilizzare le intercettazioni di alcuni esponenti di Forza Italia, ma soprattutto dei diessini Massimo D’Alema e Nicola Latorre. Ricevendo tra l’altro una risposta da Comma 22: la legge dice che richieste simili vanno indirizzate alla Camera di appartenenza o a quella di provenienza, ma all’epoca dei fatti il ministro degli Esteri era europarlamentare, dunque la richiesta va indirizzata a Strasburgo; ma siccome oggi non lo è più sarebbe irricevibile anche là. Insomma, quella lettera “o” non è chiara ai legislatori che l’hanno scritta.

È evidente che la Forleo non è una Giovanna D’Arco ed è chiaro anche ai non addetti ai lavori che ha peccato di protagonismo, accettando di comparire in tv e parlando di manovre politiche e istituzionali nei suoi confronti. Ciò che invece non è per nulla evidente, e che probabilmente non sapremo mai, è se nel merito dell’indagine Unipol ed i suoi sospetti sui politici erano fondati. Così come non sapremo se era fondata l’indagine sui potenti di De Magistris.
In passato altri magistrati avevano esternato in pubblico e avevano ceduto al protagonismo, come e ben più della Forleo. Basta pensare a Saverio Borrelli, ad Tonino Di Pietro (quando faceva il pm), a Giancarlo Caselli, ad Agostino Cordova, a molti altri. Erano stati discussi, soggetti a ispezioni ministeriali, ma mai era stato impedito loro di portare avanti le indagini. Che erano andate a segno con esiti assai fragorosi.

Altri giudici erano incorsi in clamorosi errori giudiziari - il più noto quello per Enzo Tortora - senza tracce di punizioni e trasferimenti. Proprio oggi un gip ha archiviato buona parte delle accuse di estorsione dell’inchiesta Vallettopoli messa in piedi dal pm Henry John Woodcock , altro magistrato che non vola precisamente basso. Perché questi due pesi e due misure?

Ora, a distanza di pochi giorni, sia la Forleo sia il pm di Catanzaro Luigi De Magistris vengono messi in condizioni di non lavorare. Che entrambi abbiano toccato politici della maggioranza (e dell’opposizione), incorrendo nelle ire sia del governo sia di parte del centrodestra non può apparire un caso. Il garantismo è un principio sacrosanto, ma andrebbe applicato a tutti: quante intercettazioni illegittime o discutibili si fanno ogni giorno in Italia? Quanti magistrati dicono la loro il politica e in tv? Quanti si trasferiscono direttamente in partiti o nei governi?

Il miglior modo per giudicare un magistrato resta quello di sottoporlo al giudizio di un organismo davvero terzo. Per un pm dovrebbe essere naturalmente un giudice, se esistesse una reale divisione delle funzioni e soprattutto delle carriere. Se compie delle palesi infrazioni disciplinari, c’è in Italia il Csm: a condizione però che usi per tutti lo stesso metro di giudizio. Ma sarebbe meglio anche in questo caso evitare gli organi di autogoverno e ricorrere, anche qui, ad organismi terzi. Si torna insomma alla netta distinzione tra procuratori e giudici; che però in Italia non c’è.

Infine due parole sulle parole scelte dalla Cassazione per promuovere l’azione disciplinare di fronte al Csm: “abnorme invasione di campo”, “osservazioni stupefacenti e illegittime” “grave e inescusabile negligenza aver richiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere”. Non siamo abituati a sentire magistrati che rompono lo spirito di casta per processare in questi termini uno di loro. Forse è l’inizio di un’inversione di tendenza, magari salutare. Forse, come per De Magistris, è invece un modo per giustificare la sostituzione di colleghi scomodi. Il problema è che non lo sapremo mai, perché la politica ha già abbondantemente strumentalizzato i casi Forleo e De Magistris. La Cassazione e il Csm dovrebbero dunque spiegare e documentare le loro accuse all’opinione pubblica. In fondo i magistrati agiscono “in nome del popolo italiano”, ma il popolo italiano si fida sempre meno, e qualche buona ragione ce l’ha.

Forleo e De Magistris: Attenti a chi limita la libertà di stampa

Clementina Forleo, giudice per le indagini preliminari a Milano
Parla Clementina Forleo
Magistrati coraggiosi
(…) Mi si deve consentire di ringraziare il collega, il pubblico ministero De Magistris, che con altri colleghi in questo Sud combatte perché si affermi il senso dello stato. Combatte con enorme sforzo, con enorme impegno, con enorme sacrificio perché certa Italia si desti e non volga il suo sguardo ai lavavetri che infastidiscono persone che hanno avuto la fortuna di avere il pane, ma che guardi a chi infanga questo Paese a chi lo sporca dall’alto. (…) Voglio ricordare un telegramma che ho ricevuto dopo gli attacchi di cui sono stata vittima, il telegramma di un collega più anziano, il cui nome non faccio per discrezione, un collega che ha combattuto (…): “Ricordati che quando si toccano i poteri forti si paga. Io li ho toccati: ho pagato, ma non mi pento”.

La legge è (dis)uguale per tutti
Le violente aggressioni, anche le sottili e le brutte intimidazioni di cui molti organi inquirenti, anche giudici titolari di inchieste delicate, sono stati oggetto, a mio avviso, lo dico con serenità, ma anche con una certa amarezza, lo dico da magistrato, ma lo dico anche soprattutto come cittadino, segnalano una certa riluttanza a riconoscere che in uno stato di diritto, in una democrazia moderna, nell’Italia del 2007, non nella Berlino Est prima del crollo del Muro, si debba accettare dignitosamente il principio per cui la legge debba valere per tutti. Questa premessa mi sembra d’obbligo perché il problema delle conversazioni intercettate o di atti di indagine pubblicati è un tema che sembra essere puntualmente ignorato quando anche i media più qualificati sbattono in prima pagina, dando per già condannati, comuni mortali indagati e poi magari scagionati dallo stesso tribunale del riesame, penso, per tutti, al caso di Rignano Flaminio, al di là, ovviamente, del merito delle vicende giudiziarie in questione.

Mastella, nemico della piccola stampa
Analizziamo ora le riforme che si vogliono apportare alla normativa vigente per vedere come uscirne e salvare il diritto di cronaca (…). Tre sono le norme chiave del sistema: una è contenuta nel codice penale, l’articolo 684, e le altre due nel codice di procedura penale, gli articoli 329 e 114. L’articolo 684 è una norma di tipo sanzionatorio che dice che chi pubblica o il gruppo mediatico che dà notizia di un atto di cui è vietata la conoscenza e la pubblicazione è punito. Come? Con una pena che va da 21 euro a 280 euro. È un’ammenda, tra l’altro oblazionabile, che qualunque giornalista si può permettere. È qui la prima novità del disegno di legge Mastella: inasprisce questa sanzione con una finalità evidentemente deterrente perché prevede che in questo caso la sanzione sia da 10 mila a 100 mila euro. (…) Evidentemente di fronte a notizie di forte rilievo pubblico questa sanzione finirà per imbavagliare la piccola stampa, ma le principali testate giornalistiche, cui sono sottesi i grossi interessi economici e politici, ovviamente saranno disposte ad accollarsi queste e ben altre sanzioni.

Salvare il diritto di cronaca
Fino a questo momento l’articolo 114 del codice di procedura penale, una volta caduto il segreto d’indagine, quindi una volta che questi atti sono a conoscenza anche potenziale dell’indagato e del suo difensore, consente di pubblicarne il contenuto. (…) Quindi sino a questo momento, al di là delle ammende, l’opinione pubblica può venire a conoscenza del contenuto di atti di indagine o coperti dal segreto che toccano primari interessi della collettività. Qui il disegno di legge Mastella interviene in maniera significativa, perché dice: “Alt, sino alla fine delle indagini preliminari non è pubblicabile nulla”. Ora le indagini preliminari, soprattutto quando si tratta di indagini complesse che riguardano i cosiddetti poteri forti, durano praticamente due anni. Quindi l’opinione pubblica non dovrebbe avere conoscenza (se non pagando da 10 mila a 100 mila euro) di fatti che la riguardano direttamente, che incidono sui suoi primari interessi. Adesso si tratta di vedere sino a che punto questa norma sia costituzionalmente legittima e, se dovesse esserlo, come si potrebbe salvare il diritto di cronaca per garantire all’opinione pubblica la possibilità di conoscere quello che accade ai suoi danni. A mio avviso, ci può salvare già nell’attuale sistema, senza ricorrere alla Corte costituzionale, l’articolo 51 del codice penale, (…) grazie al quale, questa è ovviamente una mia opinione, in presenza di notizie di forte interesse pubblico, sarebbe possibile evitare di incorrere in un reato.

Un aiuto dall’Europa
Devo dire che ci sono state due recenti sentenze, una della Cassazione del luglio scorso, e una della Corte europea dei diritti dell’uomo, molto importanti. La Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d’appello di Brescia affermando che i media sono i cani da guardia della democrazia; più importante (…) è la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo perché ha sanzionato la Francia che ha un sistema di divieto di pubblicazione di conversazioni e intercettazioni telefoniche analogo a quello che si vorrebbe introdurre in Italia, dicendo che non è assolutamente possibile comprimere la libertà di opinione, soprattutto quando i fatti narrati coinvolgono soggetti politici, quindi poteri forti, persone che si espongono volontariamente a un controllo sia da parte dei giornalisti che della collettività. Questa sentenza è a mio avviso di un’importanza enorme, perché ci consente di reagire a eventuali imbavagliamenti del diritto di cronaca sia da parte del legislatore sia di chi vuole mortificare questo Paese.

Luigi De Magistris, pubblico ministero a Catanzaro
Risponde Luigi De Magistris
Forleo sotto attacco
Io restituisco innanzitutto una cortesia alla collega Forleo che ha usato parole molto garbate e positive nei miei confronti, ricordando quello che accadde dopo la pubblicazione dei verbali della vicenda di cui si è occupata, mi riferisco in particolare alla vicenda della scalata di Unipol. Per alcuni giorni, secondo i politici coinvolti nella vicenda, il problema non era quello di cercare di giustificare le gravi conversazioni intercettate (…); il problema erano il magistrato che aveva eventualmente consentito la pubblicazione di queste intercettazioni e i giornalisti che le avevano pubblicate.

Peggio di Tangentopoli
Perché oggi si mette al centro del dibattito il tema della libertà di stampa? (…) Perché noi stiamo in un periodo in cui a mio avviso il livello di corruzione e di malaffare del Paese, e non solo in Calabria, è ben più elevato di quello del 1992, 1993, di Tangentopoli, al di là del fatto che si voglia dare un’immagine di normalità. Un’immagine che deve passare necessariamente attraverso il controllo della stampa e la soppressione dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura. Senza questi due passaggi non si riesce a raggiungere l’obiettivo di far apparire normale un paese che normale non è.

Dagli al giudice
Una volta si accusava la magistratura di utilizzare il maglio della carcerazione preventiva e della custodia cautelare per dettare l’agenda politica. Attualmente c’è un’insofferenza fortissima addirittura nei confronti delle inchieste della magistratura penale, di quella contabile, un’insofferenza per la stampa che pubblica “fatti”. (…) Io credo che la magistratura, in parte, si sia già narcotizzata: non è, come nel 1992, in grado di contrastare in modo compatto il livello di corruzione così sistemico che c’è nel Paese. Questo perché? (…) Innanzitutto per delle leggi che sono state fatte negli ultimi 15 anni che hanno indubbiamente reso più difficile non solo il percorso della giustizia penale, ma anche quello della giustizia nel campo fallimentare, nel campo civile eccetera. Ma non dobbiamo sempre dare colpe alla politica, perché se uno il magistrato lo vuole fare bene, anche con leggi sbagliate, può fermare l’illegalità. Allora che cosa è avvenuto? A mio avviso, è da segnalare un duplice aspetto. Innanzitutto la campagna di bombardamento contro la magistratura (che si è verificato soprattutto nella precedente legislatura, anche se non vedo grossi segnali di cambiamento), spinge sempre più i colleghi che entrano in magistratura, o quelli che magari ci stanno già da un pezzo e non hanno una schiena particolarmente dritta o non vogliono correre troppi rischi, a prendere le decisioni che creano meno problemi. Nel diritto, come si sa, si può sempre interpretare. Allora è meglio trovare la strada che ti evita l’esposto dell’avvocato, l’interrogazione parlamentare. Stiamo andando verso una magistratura burocratizzata, che si gira dall’altra parte, che non vuole disturbare il manovratore.

Il caso Delfino e gli ispettori del guardasigilli
Recentemente ci sono stati dei casi che hanno colpito l’opinione pubblica. Il caso di Genova, per esempio, quello del ragazzo accusato di essere l’autore di un omicidio, lasciato libero, e che poi ha ucciso di nuovo. (…) A me ha spaventato questo: non appena c’è stata una fortissima ondata mediatica sull’argomento, immediatamente il ministro della Giustizia ha mandato, come fa spesso per la verità, degli ispettori a verificare la corretta interpretazione delle norme. A me perché spaventa questo? Perché se il magistrato ha sbagliato, ci sono gli strumenti per colpirlo in sede giudiziaria. (…) È molto pericoloso che un ministro della Giustizia ogni qualvolta ci sia una decisione impopolare vada immediatamente a sindacare quel tipo di interpretazione. Può creare in qualche modo un precedente. La magistratura si può sentire ancor di più intimidita.

Toghe al ministero
Perché la magistratura è in questo momento un po’ silente rispetto ai fatti che si stanno verificando? Io credo, per esempio, che troppi magistrati con il governo di centrosinistra si siano andati a sedere al ministero della Giustizia (…) magistrati che hanno ricoperto cariche importanti all’interno dell’Associazione nazionale magistrati, del consiglio superiore della magistratura. Perché, con il cambio di governo, magistrati di cultura democratica della sinistra giudiziaria, così come magistrati di cultura più conservatrice, della cosiddetta destra giudiziaria, sono andati immediatamente a sedersi nelle stanze del potere esecutivo? Forse perché il nemico era passato? Questo mi fa riflettere. Perché a fronte degli attacchi violenti che hanno subito alcuni magistrati, come per esempio la collega Forleo, ma anche altri, io ho verificato un silenzio della magistratura associata. Perché questo è pericoloso? Perché talvolta espone il singolo magistrato a doversi difendere pubblicamente, sulla stampa. Questo non dovrebbe mai accadere, perché, è una regola, l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura dovrebbero intervenire ogni volta un magistrato venga denigrato o attaccato nell’esercizio delle sue funzioni.

Il vanesio
Un altro aspetto che io credo vada sfatato è il rapporto che spesso viene ritenuto illecito o comunque anomalo tra magistrati e giornalisti. (…) Il problema è che si vuole evitare che la stampa possa pubblicare e far conoscere fatti di cronaca. (…) In ogni caso io ho sempre pensato che vada criticato fortemente e contrastato (…) il giudice vanesio, il giudice che cerca un consenso senza sostanza, cioè il giudice che sfrutta il proprio lavoro in modo strumentale per avere una notorietà o magari fare una carriera politica o altro. (…) Qualcuno provocatoriamente potrebbe dire che noi dovremmo arrivare al punto che non si dovrebbe parlare più del pm “Mario Rossi”, ma parlare della procura della Repubblica e del procuratore della Repubblica. Ma perché questo non avviene? (…) Evidentemente c’è un problema di affidabilità e di credibilità per alcune istituzioni, in particolare in Calabria, nella loro interezza, e perciò si tende a identificarle con delle singole persone. Questo a lungo andare danneggia proprio quella persona fisica perché la sovraespone, la pone in una condizione di difficoltà e di aggredibilità, una cosa che a quella persona non può fare piacere. In conclusione spero che (…) le persone, la cittadinanza, possano vigilare con la consapevolezza che la libertà di stampa, così come l’indipendenza della magistratura, sono due baluardi dello stato di diritto.

(testo raccolto da Giacomo Amadori)

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