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Coldiretti

Bye bye mozzarella italiana. Oltre la metà dei prodotti caseari presenti sugli scaffali dei supermercati d’Italia sono prodotti con latte liofilizzato e cagliate provenienti dall’estero oppure con latte per lo svezzamento di vitelli, agnelli e capretti. Solamente nel 2010 sono arrivati sul nostro territorio ben 86 milioni di chili di cagliate prodotte in Lituania, Ungheria, Polonia e Germania che sono stati utilizzati per produrre mozzarelle “made in Italy”, dietro nomi di brand italiani. Continua
Confezioni di latte
Nove italiani su dieci chiedono massima sicurezza alimentare e misure efficaci per reprimere sofisticazioni e adulterazioni dei prodotti. Sette su dieci, invece, vogliono un’etichetta “trasparente” che permetta di riconoscere la provenienza del prodotto. Sono alcuni elementi di una ricerca sui consumi e sulle tendenze a tavola delle famiglie italiane promossa e elaborata dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia) in base alle rilevazioni territoriali delle sue strutture e dei dati Istat e Ismea. Sulle risposte hanno sicuramente influito i casi di cronaca di questi giorni, come il famigerato latte cinese alla melanina o la presunta contraffazione della data di scadenza di prodotti della Galbani in uno stabilimento vicino Perugia.
Ma anche i rincari sui banconi del mercato e la crisi globale, la fanno da padrone: il 60 per cento delle famiglie italiane ha modificato il menù, il 35 per cento ha limitato gli acquisti. Gli acquisti agroalimentari, a fine 2008, dovrebbero scendere del 3,8 per cento. Consumi che nei primi mesi di quest’anno sono diminuiti, in quantità, del 4 per cento, ma la spesa alimentare mensile familiare (482 euro), in termini monetari, è cresciuta, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 2,5 per cento. Al nord la spesa alimentare mensile è pari a 458 euro (più 1,9 per cento nei confronti del 2007), al centro è di 496 euro (più 2,4 per cento) e al sud è di 492 euro (più 2,8 per cento). Sempre nei primi otto mesi del 2008 è cresciuta, sottolinea la Cia, la percentuale di famiglie che ha acquistato prodotti agroalimentari presso gli hard-discount (dal 9,7 del 2007 al 10,2 per cento). Comunque, gli iper e i supermercati restano i punti vendita dove si ha la maggiore concentrazione degli acquisti da parte degli italiani con il 68,2 per cento, a seguire il negozio tradizionale (64,9 per cento), in particolare nel sud (77,1 per cento). Da rilevare che per la spesa nei mercati rionali ha optato il 21 per cento delle famiglie residenti nel centro-nord e il 31,7 per cento quelle delle regioni meridionali”. Dalla ricerca risulta che “nelle regioni del mezzogiorno alla spesa alimentare è destinata più di un quinto di quella totale. Percentuale che scende sia al centro che al nord”. Campania e Calabria guidano la classifica della spesa per acquisti di prodotti agroalimentari (25,9 per cento del totale). Seguono Sicilia, Puglia e Basilicata. Al centro si va dal 20 per cento del Lazio al 17,6 per cento della Toscana. Al nord le percentuali sono molto più basse: dal 17,2 per cento del Piemonte al 15 per cento del Veneto.
Secondo un’indagine realizzata da Coldiretti-Swg, la crisi finanziaria ha provocato un cambiamento delle abitudini alimentari di quattro italiani su dieci (37 per cento) e si è così trasferita dalle borse alla tavola, facendo sentire i suoi primi effetti concreti sull’economia reale. La Coldiretti rileva che “i cambiamenti nei comportamenti di acquisto sono giustificati dal fatto che la spesa alimentare è la seconda voce dopo l’abitazione e assorbe il 19 per cento della spesa mensile totale delle famiglie”. Si sono ridotti i consumi di pane (- 2,5 per cento), carne bovina (- 3,0 per cento) frutta (- 2,6 per cento) e ortaggi (- 0,8 per cento), mentre tornano a salire quelli di pasta (+ 1,4 per cento), latte e derivati (+1,4 per cento) e fa segnare un vero boom la carne di pollo (+ 6,6 per cento), secondo i dati Ismea Ac Nielsen relativi al primo semestre del 2008. Per la grande maggioranza degli italiani (48 per cento) gli aumenti dei prezzi sono imputabili ai passaggi intermedi dal produttore al consumatore, ma sotto accusa sono i ricarichi dei commercianti e le speculazioni.
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La prudenza è d’obbligo, ma “posso annunciare che si tratta di circa 10-15 quintali di latte alla melamina, latte cinese, si parla anche di carni, di pesce e altri prodotti che non si potrebbero commercializzare”.
A parlare è il ministro per le Politiche Agricole e Forestali, Luca Zaia, intervenendo a Radio Anchi’io. E si riferisce il ministro al ritrovamento a Napoli di latte cinese alla melamina, latte killer.
Questa mattina, nel corso di una operazione del corpo Forestale a Napoli, ne sono stati sequestrati dieci-quindici quintali provenienti dalla Cina. Si tratta del risultato di “una grossa operazione che fa parte di una stagione tolleranza zero” ha annuciato il responsabile dell’Agricoltura. Che lancia poi un appello e un consiglio ai consumatori. “Chi va a comprare latte legga sulle confezioni da dove viene e faccia altrettanto per tutti gli altri prodotti, perché spesso ci facciamo male da soli”.
Il blitz del corpo Forestale dello Stato con la collaborazione delle Asl ha riguardato diverse attività commerciali gestite da cinesi. L’operazione è stata denominata “Lanterne rosse”. Secondo il comandante provinciale del corpo, Vincenzo Stabile, “bisogna attendere le analisi per vedere se si tratta di latte contaminato con la sostanza pericolosa, ma ci sono ragionevoli dubbi sia perché era nascosto sia perché non ha elementi per la tracciabilità”.
Nel mirino della Forestale in particolare, aree e magazzini portuali. Tra i generi alimentari sequestrati, oltre al latte, anche carni di animali come alcune specie di meduse e datteri di mare considerati in via di estinzione e, quindi, non commerciabili.
Positivi i commenti delle organizzazioni di coltivatori e allevatori italiani: gli italiani hanno il diritto di conoscere la provenienza del latte e dei suoi derivati che portano ogni giorno in tavola e occorre quindi immediatamente rendere obbligatoria l’etichetta di provenienza per tutti gli alimenti, ha detto il presidente della Coldiretti Sergio Marini. Un po’ più polemico il commento di Valentina Coppola, responsabile Agroalimenatre CODICI: “Apprendiamo con grande sorpresa dei dieci quintali di latte cinese alla melanina sequestrati in un capannone di Napoli, perché le istituzioni ci avevano rassicurato che il latte incriminato non sarebbe arrivato in Italia e invece, come il CODICI aveva sospettato, è evidente il rischio e la facilità con cui tali prodotti possano raggiungere il nostro paese. E la stessa Unione Europea aveva dichiarato fermamente chiuse le sue frontiere alle importazioni di latte e i prodotti lattieri importati dalla Cina”.
Le importazioni in Italia di prodotti agroalimentari dalla Cina nel corso del primo semestre del 2008 hanno superato, stima ancora la Coldiretti, il valore di 260 milioni di euro e riguardano principalmente ortaggi e legumi (secchi, conservati o loro preparazioni) per un valore di 88 milioni di euro tra le quali spicca il concentrato di pomodoro (29 milioni). Sulla base dei dati Istat, dal gigante asiatico, continua la Coldiretti, arrivano anche pesci, crostacei e molluschi per 18 milioni, semi, sementi e piante medicinali per 14 milioni, frutta per 7 milioni, gomme, resine ed estratti vegetali per 6 milioni e aglio per un milione. “Di fronte all’estendersi dell’allarme sui rischi dei prodotti cinesi occorre immediatamente” conclude la Coldiretti “estendere l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti”.
Intanto si registrano i primi tre casi di prodotti contaminati in Italia, portando a 26 il totale dei casi accertati in Europa. I campioni risultati positivi alla melamina, ha spiegato il comandante dei Nas Cosimo Piccinno, “sono rappresentati da due campioni di latte sequestrati a Modugno (Bari) ed un campione di yogurt sequestrato a Poggio Marino (Napoli)”. “In questi tre campioni” ha precisato Piccinno “sono stati rilevati dai 3 ai 22 milligrammi per chilogrammo di melamina, contro un limite previsto pari a 2,5 milligrammi per chilogrammo”.
I campioni, ha reso noto il comandante dei Nas, sono stati sequestrati in punti di vendita etnici: “Non si tratta” ha sottolineato Piccinno “di quantità di sostanza letale, ma comunque nociva”. A destare allarme, ha inoltre precisato, è il fatto che si tratta “in sostanza di alimenti destinati all’infanzia”. Al momento comunque, ha affermato dal canto suo il direttore generale sicurezza alimenti al ministero del Welfare Silvio Borrello: “non ci sono pervenute segnalazioni di conseguenze alla salute dei cittadini”. Finora, ha reso noto l’esperto ministeriale: “Sono 26 i campioni di prodotti alimentari provenienti dalla Cina e risultati positivi alla melamina in tutta Europa, inclusi i tre campioni italiani”.
Per quanto riguarda i controlli effettuati in Italia dal 22 settembre al 13 ottobre, sono state ispezionate dai Nas 855 strutture che si occupano di importazione e distribuzione di prodotti alimentari cinesi. Sono stati quindi prelevati 127 campioni e inviati ai competenti laboratori di analisi. Finora sono pervenuti i risultati dei 48 campioni inviati all’Istituto zooprofilattico di Teramo e che mostrano, appunto, tre positività alla melamina”.
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Firmato l’accordo di collaborazione tra Nas e Coldiretti per combattere frodi e sofisticazioni. Ammonta a 121 milioni di euro il valore dei cibi e bevande sequestrati nelle operazioni a tutela della salute dei cittadini effettuate dal Comando Carabinieri per la tutela della salute (Nas) nei primi otto mesi dell’anno. Nei primi otto mesi del 2008 con 16.804 ispezioni effettuate dai Nas sono state sequestrate derrate alimentari e bevande per 17,2 milioni di confezioni e per 30.000 tonnellate di prodotti sfusi, con l’arresto di 48 persone e sequestri di cibo e bevande per un valore di oltre 121 milioni. Il maggior numero di arresti si è verificato nel settore degli oli e grassi con 41 persone interessate, 5 nella ristorazione e 2 nel settore delle carni e degli allevamenti. Mentre tra i settori maggiormente interessati dai sequestri ci sono quelli delle conserve alimentari con il 39,4 per cento del valore sequestrato, quello delle carni e degli allevamenti con 25,1 per cento, dei vini e degli alcolici con il 18,8 per cento del latte e derivati con il 10,9 per cento e quello della ristorazione con l’1,4 per cento del valore sequestrato. Oasi, Nozze di Cana, Fedro, San Leo, Superciuk, Latte spot, Sint2006, Labirinto, Falsi sapori e Spremuta d’oro sono i nomi di alcune delle operazioni condotte con successo dai carabinieri dei Nas dal 2005 ad oggi. Una attività che ha coinvolto diversi settori merceologici dal latte al vino, dalle uova all’olio, dalla carne ai prosciutto e che ha portato a sequestri per un valore complessivo di 400 milioni di euro dal 2005 ad oggi.
Tra le frodi smascherate quella del vino comune illecitamente commercializzato come vino ad Indicazione Geografica, riciclaggio a fini alimentari di sottoprodotti destinati allo smaltimento, commercializzazione di capi bovini fraudolentemente dichiarati appartenenti a razze pregiate come la chianina, marchi falsificati per timbrare falsi prosciutti di Parma o San Daniele, olio di oliva contraffatto mediante l’utilizzo di oli di semi di soia e/o girasole insaporiti e colorati con betacarotene e clorofilla industriale. Con i rincari nei prezzi degli alimenti aumentano i rischi di frodi e sofisticazioni con l’utilizzazione di ingredienti a basso costo e scarsa qualità anche pericolosi per la salute - ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini - nell’esprimere soddisfazione per l’attività dei Nas a garanzia dei produttori e dei consumatori. Lo dimostra ad esempio il fatto che sul mercato mondiale si sta registrando un forte aumento delle vendite di surrogati destinati a sostituire il latte in gelati, formaggi, yogurt e bevande o di sottoprodotti dei cereali una volta utilizzati solamente per l’alimentazione animale ma anche di aromi artificiali utilizzati per nascondere la bassa qualità degli alimenti. Le preoccupazioni - continua la Coldiretti - riguardano anche l’Italia che è un forte importatore di prodotti alimentari. Il rischio concreto è che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità come il concentrato di pomodoro cinese, l’extravergine tunisino, le mozzarelle taroccate ottenute da latte in polvere, paste fuse e cagliate proveniente dall’estero e carni di seconda scelta (ad esempio ali di pollo al posto delle cosce).
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”Abbiamo fatto il primo Consiglio dei ministri a Napoli 58 giorni fa e oggi sarò orgoglioso di dire che i rifiuti per strada non ci sono più”.
Berlusconi è convinto del successo delle operazioni di smaltimento dei rifiuti nel capoluogo campano e lo dice a gran voce da Roma, all’assemblea della Coldiretti e già pensa al Consiglio dei ministri che, nel pomeriggio, terrà nel capoluogo partenopeo.
Ma il premier non parla solo di Napoli, attacca il Pd per “la presenza di frange estreme e giustizialiste che molto spesso ci fanno disperare in Parlamento” e annuncia “i congressi di scioglimento di Forza Italia, Alleanza Nazionale e la nuova Dc per dare vita al Popolo della Libertà” nel 2009.
”Quello che è successo in Campania è il frutto di una follia generale che ha responsabilità nel mondo civile, politico e criminale” afferma il presidente del Consiglio, che ribadisce gli impegni presi per risolvere la situazione: “Bisogna aspettare tre anni affinché la situazione sia definitiva”, il tempo necessario per mettere a regime tutto il sistema integrato della gestione dei rifiuti, con la costruzione di quattro termovalorizzatori, il decollo, vero, della raccolta differenziata, l’apertura delle discariche. E occorre, soprattutto, che non tornino ad essere protagonisti quell’intreccio di interessi economici e politici, la cattiva gestione e gli sprechi, le proteste di piazza, che finora hanno impedito a tutti quelli che si sono trovati ad affrontare l’emergenza di vincere la battaglia.
Innegabile comunque che, rispetto ad un mese fa, la situazione sia decisamente migliorata, anche grazie all’apertura delle due discariche di Savignano Irpino e Sant’Arcangelo Trimonte. Tanto che Berlusconi ha annunciato che l’esperienza napoletana, quando tutto il sistema sarà a regime, ”dovrà essere imitata anche da altre regioni che sono lì lì ad arrivare ad una situazione di crisi come è successo alla Campania”. Insomma, Napoli da maglia nera a esempio virtuoso.
C’è spazio poi per le battute: “Spero che Ronaldinho sia bravo come il vostro presidente (Sergio Marini, ndr) ” e “sono come il Brunello, con gli anni miglioro”. E per le dichiarazioni per la platea di Coldiretti: “Come vi ho detto quando sono venuto qui a maggio, nel nostro programma abbiamo inserito tutte le richieste. Questo è stato mantenuto, a settembre discuteremo anche delle agevolazioni di cui ha parlato anche il ministro Zaia” e poi rassicura gli agricoltori: “Andremo sempre in Europa a difendere i nostri interessi, cambiando il costume del precedente Governo. Anche il ministro dell’Agricoltura sarà sempre lì in prima persona per difendere gli interessi dell’Italia”.
Discuti nel FORUM: “Napoli sgombrata dalla spazzatura, un altro successo di Berlusconi?”

Dice Bruxelles che le misure messe in atto dall’Italia non bastano, sono “insufficienti”.
Sul caso della mozzarella contaminata alla diossina, la Commissione europea ha preso una posizione netta e ufficiale: chiedere al governo italiano di “adottare ulteriori provvedimenti per garantire che la mozzarella contaminata non entri nel mercato Ue”. Non solo, la Ue minaccia, in caso di inadempienza, “misure di salvaguardia per i prodotti lattiero-caseari originari della regione Campania”.
Termina così, con questa dura presa di posizione che giunge in serata, una giornata campale, sul fronte dei rapporti tra il nostro Paese e Bruxelles, sul caso dei latticini contaminati. Una doccia fredda per il governo, visto che le dichiarazioni rilasciate nelle ore precedenti erano decisamente più concilianti. Col portavoce del commissario Ue alla Salute, Androula Vassiliou, pronta a dichiarare che i campioni sono sì risultati inquinati, ma “non in maniera eccessiva”. E con la precisazione: “I prodotti contaminati non sono usciti dal confine italiano”. In altre parole (inquietanti, per noi): sono rimaste nel mercato nazionale.
Anche se il ministro per le Politiche agricole Paolo de Castro va ripetendo sicuro che “non esiste un caso diossina in Campania”, e il direttore dell’istituto di scienze dell’alimentazione del Cnr Antonio Malorni si affretta a dire che “le diossine sono state sempre presenti nella catena alimentare a livello di tracce. Possono essere estremamente tossici solo in dosi massive”.
Di fatto tra le parole ultimative di Bruxelles e quelle rassicuranti di Roma, Tokyo ha scelto di riportare la mozzarella sulle tavole del Sol Levante. Le autorità sanitarie giapponesi hanno infatti autorizzato lo sblocco parziale delle mozzarelle italiane ferme da giorni alle dogane degli aeroporti di Tokyo e Osaka: nel corso della nottata sono state sdoganate tutte le partite di mozzarella, sia di bufala che di mucca, non provenienti dalla Campania. Ma se dal Giappone arrivano schiarite, la situazione si fa ora difficilissima in Europa. Il ministero dell’Agricoltura di Parigi ha chiesto alle imprese francesi di “bloccare immediatamente” le confezioni provenienti dalla Campania.
E il made in Italy? Soffre, visto che, secondo le stime della Coldiretti, sono circa due milioni le tonnellate di “falsa” mozzarella italiana prodotta nel mondo che rischiano di sostituire sugli scaffali di vendita il prodotto originale, danneggiato dalle restrizioni commerciali e dalla psicosi che si sta diffondendo a livello internazionale.
Tra i paesi che realizzano le maggiori quantità di mozzarelle taroccate ci sono - sempre stando alla Coldiretti - l’Australia e gli Stati Uniti dove negli ultimi venti anni è triplicata la produzione di “falsa” mozzarella Made in Italy per un quantitativo di 1,3 milioni di tonnellate realizzata soprattutto nel Wisconsin, in California e nello stato di New York. Si tratta di produzioni destinate al consumo interno ma anche all’esportazione su mercati internazionali dove, nonostante il minore livello qualitativo, rischiano di togliere ora spazio, sull’onda dell’emotività, al prodotto nazionale a denominazione di origine.
Se infatti in Italia - continua la Coldiretti - la mozzarella di bufala è consumata da quasi un italiano su due (48,8 per cento) ed è quindi un formaggio di cui sono ben note le caratteristiche, in molti paesi, soprattutto asiatici, è più facile per i consumatori cadere nell’inganno con il rischio che si radichi nelle abitudini alimentari un falso Made in Italy che non ha nulla a che fare - contaminato o meno - con la qualità di quello autentico.
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Non si sono accontentati. Prima hanno colonizzato il mercato del tessile, poi hanno conquistato interi quartieri acquistando case e palazzine, adesso sono approdati anche nel settore agricolo. Da alcuni mesi a Prato, la città toscana che si contende con Milano il primato per la più grande comunità degli occhi a mandorla in Italia, i cinesi hanno deciso di coltivare i terreni.
Alle porte del quartiere a nord della città, dalla parte opposta alla loro Chinatown, da alcuni mesi, sono nate decine e decine di serre. Spuntano cicorie, barbe, broccoli, zucche, zucchine e altre verdure di forme e colori mai visti prima in zona. Le sementi vengono importate direttamente dalla Cina. Si tratta degli ortaggi utilizzati per lo più nella ristorazione cinese come ingredienti base per piatti tipici. Una mossa strategica per la comunità cinese che recuperando le sempre più numerose terre incolte toscane, risparmia sull’importazione dei prodotti. Non arrivano più via container nei porti di Livorno o Ancona ma direttamente dagli appezzamenti di terreno acquistati o presi in affitto a poco più di due chilometri dal centro di Prato.
Proprio lì, tra Fontanelle e Castelnuovo, puntualmente, quasi a scadenza quotidiana, arrivano i furgoni dei vari ristoratori e fruttivendoli cinesi non solo residenti in Toscana ma anche da altre regioni italiane, per acquistare gli ortaggi.
Ma in questa zona, dove ci sono anche alcuni orti di pratesi, scorre il canale di scolo delle acque reflue di uno dei sette depuratori della città, il Baciacavallo.
Una vicinanza che desta non poca preoccupazione e perplessità nelle organizzazioni agricole locali, prima di tutte la Coldiretti, già allarmate per l’assenza di controllo da parte delle autorità sul metodo di coltivazione seguito dai cinesi oltre che relativamente ai semi piantati e al tipo di trattamenti fitosanitari che possono essere impiegati.
“La cosa più grave è l’utilizzo incontrollato delle acque che fuoriescono dall’impianto di depurazione della città - spiega Maurizio Fantini, vice direttore della Coldiretti di Firenze e Prato - acqua sicuramente non utilizzabile per quello scopo senza le dovute autorizzazioni per l’attingimento”.
Prato, città con una forte presenza di industrie tessili, ha sette depuratori di cui sei, raccolgono e depurano le acque dei siti industriali. La presenza di questo tipo di imprese, lascia tracce importanti nelle acque reflue nonostante il trattamento di depurazione. Nelle acque, infatti, rimane un quantitativo di cromo e tensioattivi che potrebbe essere particolarmente pericoloso per l’irrigazione di frutta e ortaggi.

“L’assenza di controlli nel corso dell’intero ciclo produttivo” puntualizza Fantini “lascia che vengano immessi nel circuito commerciale dei cinesi, prodotti privi ogni tipo di garanzia igenico-sanitaria ma soprattutto è a rischio il mantenimento e la protezione della pianta sia per quanto riguarda la contaminazione virale o batterica tra le piante stesse che per l’eventuale contaminazione genetica”.
Al fianco di tanti dubbi ne nascono altri ancora. Nei campi coltivati dai cinesi ci sono anche carciofi e molte altre verdure utilizzate nei supermercati italiani. Il costo della verdura in Italia, si sa, è tra i più elevanti in Europa e l’acquisto a prezzi decisamente concorrenziali potrebbe invogliare non un solo ristoratore o commerciante al di fuori dal circuito cinese. Niente contro i nuovi agricoltori, puntualizza la Coldiretti, purché rispettino tutte le norme che regolano la produzione e tutelano il consumatore.

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Chi vorrebbe trascorrere le vacanze in una regione sommersa dai rifiuti? E ancora, chi vorrebbe acquistare alimenti prodotti a pochi metri da cumuli di monnezza? L’emergenza spazzatura ha causato una brusca frenata all’economia campana e mezzo miliardo di euro andrà perso per i danni di immagine subiti. A oggi le disdette negli agriturismi e nelle forniture di prodotti agroalimentari che giungono dall’Italia e dall’estero incidono fino al 30 per cento. E secondo Coldiretti la situazione potrebbe precipitare se l’effetto negativo sul settore, che vale nella Regione oltre 10 miliardi di euro, non dovesse esaurirsi nei prossimi due mesi. “I condizionamenti di natura psicologica sui comportamenti di acquisto stanno penalizzando i prodotti dell’agroalimentare Made in Campania”, spiega l’organizzazione degli agricoltori, “crescono i timori che senza un intervento di smaltimento adeguato si possano verificare a breve fenomeni di inquinamento del territorio, nonostante l’importante assicurazione del Ministero della Salute”.
Come prima mossa si sta valutando la possibilità di un’azione di risarcimento dei danni subiti dalle 135mila imprese agricole campane. Ma se non ci sarà un’inversione di tendenza sarà solo un misero palliativo. La Campania conta 14 prodotti a denominazione o a indicazione di origine protetta (Dop/Igp), 29 vini Docg, Doc e Igt, 329 prodotti tradizionali censiti dalla Regione con 13 città del biologico, 40 del vino, 30 dell’olio e 4 del pane. Dalla mozzarella di bufala al limone di Sorrento e di Amalfi, dalla mela annurca al pomodoro San Marzano, dal vino Gragnano al Solopaca, dal Fiano di Avellino al Taurasi. Ma ci sono anche sedicimila ettari di territorio coltivati a biologico, il 25 per cento della superficie protetta da parchi e 734 agriturismi. Un motore fondamentale che non può fermarsi: “Occorre salvare dall’inquinamento un territorio che”, continua Coldiretti, “rappresenta un valore inestimabile per l’economia, l’agricoltura, l’ambiente, la salute e la qualità della vita dei cittadini. Una mappa delle qualità agroambientali che non può essere ignorata nella scelta dei siti più adatti allo smaltimento.
Gli agricoltori quindi chiedono di “rimuovere al più presto la spazzatura dalle strade delle città, ma anche di proteggere le campagne intervenendo in modo strutturale con un piano di bonifica e riqualificazione del territorio e del paesaggio messo a rischio dalla cattiva gestione ambientale, secondo la petizione firmata da centomila cittadini campani su iniziativa di venti associazioni ambientaliste, dei consumatori e della società civile con il coordinamento della Coldiretti”. Una soluzione definitiva, insomma, che però adesso sembra ancora molto lontana.
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