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“Silvio Silvio grande è”: il Nobel al Cavaliere. Con quest’inno

Silvio Berlusconi, davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Silvio Berlusconi, davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Da “Meno male che Silvio c’è” a “Siamo qui per te, coro unanime, un’unica voce, Silvio Silvio grande è“. E Silvio, manco a dirlo, è Berlusconi, il premier. Continua

Referendum, guida al voto: quesiti, quorum, le ragioni del sì, del no e dell’astensione

Le urne per i referendum

Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.

Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.

Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota

Referendum: sì, no, forse. Il quesito sui quesiti e le risposte del web

Un banco di raccolta firme per il referendum

La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.

Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.

Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…

“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”

Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio

Una scelta controproducente per il PDL

Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”

Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999

Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria

“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”

FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega

Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…

“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”

Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme

Referendum, l’allarme del Comitato è sullo spoglio

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007

di Stefano Brusadelli

Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.

LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Il Nobel per la Pace 2010? A Berlusconi: è già pronto un comitato

Silvio Berlusconi

Recentemente lo si è visto con l’elmetto da pompiere tra gli sfollati dell’Abruzzo o con il berretto da capotreno all’inaugurazione dell’Alta Velocità Milano Roma. E prima ancora, Silvio Berlusconi era apparso con la bandana, il cappello da cowboy, il colbacco russo. E in futuro? Essendo tipo da grandi sorprese, bisogna solo stare ad aspettare.
Eppure c’è qualcuno che, per il 2010, la sorpresa vorrebbe farla a lui. Immaginandolo, metaforicamente, con in testa l’alloro del Nobel. Per la Pace.
Sul web è infatti nato un gruppo che candida il Cav. al prestigioso riconoscimento “per il suo impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale”, si legge nel sito del comitato, costituito il 30 aprile scorso e guidato dall’avvocato Emanuele Verghini, da Giammario Battaglia, che del Comitato è il portavoce, e da Valerio Cianciulli, tutti e tre provenienti dal Movimento dei Popolari-liberali di Carlo Giovanardi.
Il comitato, il prossimo 1 febbraio 2010 sarà inviata al comitato Nobel norvegese la proposta di candidare il premier all’ambito riconoscimento internazionale. Mentre il 26 maggio prossimo, davanti a palazzo Chigi o in Piazza del Popolo (la “location” è ancora da stabilire), partirà la campagna di adesione all’iniziativa. Intanto però, entro la fine di questa settimana “sarà spedita una lettera a tutti i parlamentari di maggioranza e opposizione, a tutti i candidati alle prossime europee ed ai consiglieri regionali e provinciali del Lazio e ai consiglieri capitolini”.
Che le polemiche degli ultimi giorni, per l’annunciato divorzio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario, non avessero intaccato la popolarità del premier si sapeva. In un sondaggio di Panorama, della scorsa settimana (propio a ridosso della vicenda), due terzi (67 per cento) degli italiani dichiaravano di essere rimasti indifferenti alla questione (giudicata di carattere personale), mentre l’84% degli intervistati giuravano che l’affaire non ha cambiato la loro opinione rigurado al presidente del Consiglio.
Che, soprattutto in rete, sta spopolando: a sotegno del Cavaliere e dell’azione del suo governo ecco Forzasilvio.it: nato, grazie a Marco Camisani Calzolari, blogger e imprenditore multimediale: “a seguito del successo di Obama”, si legge sul sito “correlato all’uso corretto di internet e delle sue potenzialità, il Presidente ha affidato a Speakage l’incarico di produrre un network altrettanto moderno e performante”.
Tornando al premio, le motivazioni che giustificano tale iniziativa riguardano alcune controversie che Berlusconi con il suo intervento avrebbe contribuito a risolvere in maniera determinante: la risoluzione del conflitto tra Russia e Georgia quando Berlusconi grazie ai suoi buoni rapporti con Vladimir Putin si è adoperato per fermare lo scontro in campo aperto trai due eserciti, ottenendo il riconoscimento del successo di tale operazione dallo stesso presidente francese Nicolas Sarkozy. Non meno importante è stata la positiva mediazione tra Usa e Libia per la ripresa dei rapporti diplomatici anche grazie al riconoscimento da parte del premier dei danni morali e fisici causati alla Libia quando era ancora colonia italiana con la storica firma del trattato di amicizia e cooperazione tra i due Stati oltre al ritrovato spirito di amicizia che è riuscito a ricreare con i nuovi rapporti con la Turchia e con Erdogan che hanno permesso a Berlusconi di avere un ruolo decisivo nella nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato.
Tra le altre motivazioni sono elencati gli intervinti del premier durante il suo atuale governo come quando si è adoperato e ha risolto il problema dei rifiuti di Napoli che il precedente esecutivo non era riuscito a risolvere, fino al deciso intervento che ha coinsentito di ripare il disastroumanitario causato dal terremoto in Abruzzo.
Il comitato che vuole candidare Silvio Berlusconi al Nobel per la pace è dotato di un proprio statuto che in 12 articoli riassume l’organizzazione dell’iniziativa che si avvale, oltre che di un sito internet, anche di un gruppo ben nutrito di sostenitori su Facebook.
Dopo poco più di cento anni dalla conquista del premio Nobel per la pace da parte di un italiano (era il 1907 quando il giornalista Ernesto Teodoro Moneta ricevette il premio) chissà che non sia giunta l’ora di far tornare in patria l’illustre riconoscimento umanitario.

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Pd: quarantacinque saggi in fila per sei ma senza le donne


I tre coordinatori (Antonello Soro, Mario Barbi e Maurizio Migliavacca) hanno steso la lista del Comitato promotore. Prossime tappe, il regolamento elettorale (entro il 30 giugno) e l’elezione dell’Assemblea costituente (14 ottobre). Il Partito democratico muove i primi passi, non senza incertezze, qualche piccolo giallo e parecchi mugugni interni ai due partiti “sponsor”, Ds e Margherita. Regista e grande supervisore dell’operazione, Romano Prodi, che ha fissato il numero dei componenti del comitato - 45 - e l’ora della cerimonia, le 9 di stamani. Ma l’appuntamento non era stato comunicato ufficialmente e l’unico puntuale, in piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo e del futuro Pd, era Marco Follini, ex Udc e Cdl, ormai divenuto stabilmente esponente del centrosinistra. Follini è rimasto una buona mezz’ora a vedersela con i giornalisti e con Carmine, portiere del palazzo. In realtà a far slittare i tempi sono stati gli aggiustamenti e le ripicche dell’ultimo minuto.
Ecco l’elenco completo del “Comitato 14 ottobre”: Giuliamo Amato, Mario Barbi, Antonio Bassolino, Pierluigi Bersani, Rosy Bindi, Paola Caporossi, Sergio Cofferati, Massimo D’Alema, Marcello De Cecco, Letizia De Torre, Ottaviano del Turco, Lamberto Dini, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Dario Franceschini, Vittoria Franco, Paolo Gentiloni, Donata Gottardi, Rosa Jervolino, Linda Lanzillotta, Gad Lerner, Enrico Letta, Agazio Loiero, Marina Magistrelli, Lella Massari, Wilma Mazzocco, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Arturo Parisi, Carlo Petrini, Barbara Pollastrini, Romano Prodi, Angelo Rovati, Francesco Rutelli, Luciana Sbarbati, Marina Sereni, Antonello Soro, Renato Soru, Patrizia Toia, Walter Veltroni, Tullia Zevi.
Spiccano due assenze eccellenti, entrambe donne: Livia Turco e Giovanna Melandri. Mentre una terza esponente femminile che doveva esserci ha invece rinunciato: si tratta di Lilli Gruber, ex giornalista del Tg1, oggi eurodeputata. Pare abbia lasciato il posto alla Pollastrini. Ma lo stesso Prodi ha annunciato che il comitato si allargherà ad altri due-tre esponenti “per dare spazio all’associazzionismo ulivista”. Si vedrà.
Anna Finocchiaro, ds e capogruppo dell’Ulivo al Senato, lamenta la bassa presenza di donne (16 su 45): “Dovranno essere di più nell’Assemblea costituente”. In realtà, per ora, nel Comitato è stata rispettata la quota minima del 30%. Invece Giulio Santagata, prodiano di stretta osservanza, ha precisato di non essere entrato per scelta: “Ritenevo giusto che tutti facessero uno sforzo per fare spazio affinché il Pd nasca dai cittadini e non solo dai partiti. Uno sforzo totalmente supportato da Prodi. Per la verità speravo che così si regolassero tutti, con meno nomenklatura e più cittadini”.
Il più prodigo di dichiarazioni è stato Follini, che ha paragonato il Pd ad d “una casa aperta ai centristi”. Tra i meno assidui della politica professionale, Letizia LaTorre, vicina all’associazionismo cattolico, il giornalista Gad Lerner e Tullia Zevi ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Tra i governatori, compaiono Renato Soru (Sardegna), Ottaviano Del Turco (Abruzzi), Vasco Errani (Emilia Romagna) e Antonio Bassolino (Campania); tra i sindaci Walter Veltroni (Roma), Sergio Cofferati (Bologna), Lenardo Domenici (Firenze) e Rosa Russo Jervolino (Napoli). Manca Sergio Chiamparino (Torino), che era nella lista proposta dai ds; così come non c’è Riccardo Illy, governatore del Friuli, della lista prodiana.
La sensazione è ancora di un organismo nel quale le percentuali tra le varie anime sono rispettate con il bilancino. Vedremo se riuscirà realmente a trasformarsi in un partito nuovo, data anche l’aria che tira sulla politica.

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