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Commissione

Italiani: legislatori “fai da te”. In 15 mesi presentate al Palazzo 1532 petizioni

L'Aula della Camera

Italiani: poeti, santi, navigatori. E “onorevoli in pectore”. Con buona dose di fantasia e di tenacia.
Sarà anche per sfiducia nei confronti della Casta, montata come non mai in questi anni: di fatto, in soli quindici mesi (dall’inizio della XVI legislatura) il popolo dei legislatori “fai da te” ha depositato, ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione (che recita: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”), raffiche di petizioni (per l’esattezza 1.532 qui l’elenco dal sito della Camera) ai palazzi del potere sugli argomenti più disparati: dall’abolizione del divieto di ricostituire il partito fascista al marchio ‘Totally in Italy’.
E sarà interessante vedere come si comporterà la commissione Affari costituzionali di Montecitorio quando, alla fine della lunga pausa estiva, tornerà a riunirsi e si troverà a valutare la petizione di tale Giovanni Bello di Ferrara che chiede l’abolizione del divieto di ricostituire il partito fascista e contestualmente di conferire al presidente della Repubblica il potere di sciogliere i partiti politici.

Un numero consistente di petizioni giunte alla Camera e al Senato da ogni parte d’Italia riguardano temi classici del dibattito politico, dal lavoro alla scuola, allo sviluppo del Mezzogiorno, dal fisco alla sanità, dai costi della politica alle riforme istituzionali, all’insegnamento della religione cattolica.
Tra i cittadini più attivi, il vercellese Matteo La Cara, autore di decine di petizioni: il ripristino del servizio di leva obbligatorio (anche se ridotto a soli 7 mesi); l’introduzione di un certificato che attesti le buone condizioni psicofisiche dei parlamentari. Una legge che dichiari Roma ‘Capitale d’Europa’ e, dulcis in fundo, il riconoscimento della qualifica di pubblico ufficiale e benefici economici per i cittadini che presentano petizioni.
Non mancano, né sono mai mancate tuttavia, richieste abbastanza stravagati come quella depositata a Palazzo Madama dal signor Fabio Ratto Trabucco, da Chiavari (Genova), che chiede norme in favore dei pazienti incontinenti.
Non è raro, per i funzionari di Camera e Senato chiamati a dare una valutazione preventiva delle petizioni (per verificare che non vi siano frasi ingiuriose, per esempio), trovarsi sulla scrivania grappoli di richieste provenienti dalla stessa persona. Uno di questi è proprio quel Giovanni Bello (di Ferrara) che chiede di abolire il divieto di ricostituire il partito fascista. La sua firma è infatti in calce a numerose altre proposte: l’abolizione dei servizi segreti, del segreto di Stato, del Concordato con la Chiesa cattolica, delle norme in materia di assunzione obbligatoria di persone disabili; la riduzione del numero di ministri e sottosegretari; sanzioni per la violazione “del dovere di fedeltà alla Repubblica”; la regolamentazione della pratica del naturismo.

Spot pubblicitari in perfetto italiano, chiede Moreno Sgarallino di Terracina (sul litorale di Latina), che vuole “limitare l’utilizzo di inflessioni dialettali nella pubblicità televisiva” (chissà cosa ne pensano Bossi &C.). E a proposito di piccolo schermo, alla Camera è arrivata anche la petizione del ligure Fabio Ratto Trabucco che chiede disposizioni di legge per la valorizzazione delle emittenti televisive “comunitarie e di quartiere”, insieme a tante altre richieste come la legalizzazione delle droghe leggere, la reintroduzione della scala mobile, il riconoscimento della professione di autista soccorritore, l’istituzione del marchio “Totally in Italy”.
Il romano Salvatore Acanfora, altro creativo stakanovista delle petizioni, vorrebbe invece il rientro in Italia delle salme di tutti i componenti della famiglia Savoia, ma anche la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti, sanzioni pecuniarie per chi non va a votare alle elezioni, l’istituzione, presso la Camera e il Senato, di “un organo a garanzia del dialogo con gli elettori”, l’istituzione del ministero per i Comuni.
Non manca mai nel calderone delle petizioni la richiesta di una riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente della Repubblica: questa volta giunge dall’anconetano Eros Corradetti.
Il toscano Salvatore Germinara, invece, vorrebbe veder nascere un giornale pubblico, interamente finanziato dallo Stato. Curiosa, infine, la richiesta di uno dei più ‘produttivi’ tra i cittadini che hanno scritto al Parlamento, Matteo La Cara. Ci vogliono, a suo dire, misure “per ridurre i rischi di ingerimento accidentale dei prodotti igienico-sanitari”.

Alle commissioni Parlamentari l’ardua sentenza.

Vigilanza Rai: commissione sciolta, Fini e Schifani revocano le nomine

Riccardo Villari

Villari a fine corsa.
Dalle Giunte per il regolamento parlamentare è arrivato il parere favorevole a che i presidenti delle Camere procedano al “rinnovo integrale” della commissione di Vigilanza Rai. E così Gianfranco Fini e Renato Schifani hanno revocato il mandato al senatore già espulso dal Pd (ora nel Gruppo Misto) e disconosciuto dal Pdl che lo ha eletto, ma che resta ancorato alla seggiola da presidente della commissione.
Nel parere espresso si legge infatti che “nella straordinaria ed eccezionale situazione” determinatasi con le dimissioni di 37 commissari su 40 e con la decisione dei gruppi parlamentari di non procedere alla loro sostituzione, deve “riconoscersi esclusivamente ai presidenti delle Camere, d’intesa fra loro, il potere di procedere al rinnovo integrale dell’organo, da esercitarsi tempestivamente, attraverso la revoca di tutti i suoi componenti, la nomina dei nuovi membri e la ricostituzione della commissione stessa”. Tutti i commissari saranno quindi revocati, in modo da superare l’impasse determinata dalla vicenda Villari.
Quindi, i presidenti di Senato e Camera, preso atto dei pareri delle giunte, hanno proceduto “ai conseguenti adempimenti”: “Il Presidente del Senato, Renato Schifani, e il Presidente della Camera, Gianfranco Fini” si legge in un comunicato congiunto “preso atto dell’esito infruttuoso di tutti i tentativi posti in essere per giungere a una soluzione politica della vicenda, hanno sottoposto oggi alle due Giunte per il Regolamento la situazione, straordinaria ed eccezionale”. Nella Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi si sono dimessi 37 dei 40 componenti e i capigruppo hanno dichiarato di non voler procedere alla designazione di altri parlamentari in sostituzione dei dimissionari.
“Le Giunte hanno deliberato due pareri di analogo contenuto” prosegue la nota “con i quali riconoscono esclusivamente ai Presidenti delle Camere, d’intesa fra loro, al fine di garantire le condizioni di funzionamento della Commissione di vigilanza, il potere di procedere al rinnovo integrale di tale organo, da esercitare tempestivamente”.
Come si usa dire dopo una “sentenza”, Riccardo Villari ha commentato: “Sono sereno, aspetto le motivazioni”. Poi, dopo la decisione dei presidenti, il senatore ex Pd con una nota ufficiale convoca una riunione della commissione di Vigilanza Rai per le ore 13.30 di venerdì con all’ordine del giorno “comunicazioni del presidente”.

Rai, “Vina-Villari” al capolinea: salta la commissione e prepara le dimissioni

Riccardo Villari

Ultime ore da presidente della Commissione di Vigilanza Rai per Riccardo Villari. “Mi voglio godere fino all’ultimo questo spettacolino” ha dichiarato il senatore ex-Pd in un’intervista. Nessun ripensamento né dimissioni dell’ultim’ora, anche di fronte all’evidenza. Ma se di spettacolo si tratta, il protagonista, da domani, non dovrebbe essere più lui, destinato all’uscita di scena “forzata”.
Oggi Villari ha sconvocato la riunione della Commissione che lui stesso aveva indetto ”a causa della concomitante convocazione della seduta di Assemblea presso la Camera dei Deputati, con votazioni”. Ha così evitato di trovarsi di fronte all’evidenza della paralisi, con gli unici due parlamentari rimasti (il radicale Marco Beltrandi e Luciano Sardelli dell’Mpa) dopo la dimissione formale e bipartisan degli altri 37.
Intanto è stato annunciato che le giunte per il regolamento di Camera e Senato si riuniranno contemporaneamente domani per esaminare il caso. Le convocazioni a Montecitorio e a Palazzo Madama sono stati infatti fissate dai presidenti Fini e Schifani per le 9 del mattino. A meno di sorprese dell’ultim’ora, i parlamentari prenderanno atto dell’impossibilità di lavoro per la Commissione e ne decreteranno lo scioglimento e la designazione dei nuovi commissari. Si potrà quindi eleggere Sergio Zavoli, nome sul quale è stato trovato a dicembre l’accordo tra Pd e Pdl. Si chiuderà così una vicenda con aspetti grotteschi cominciata lo scorso 13 novembre, quando Villari, senatore Pd, fu eletto dai membri della Commissione del Pdl (più due dell’opposizione), dopo mesi di scontro sul nome di Leoluca Orlando. Berlusconi stesso ha mostrato di essersi stancato dell’impasse e oggi ha dichiarato “E’ competenza del Parlamento. Spero però che si risolva presto” e ha aggiunto “penso che la Rai sia un’azienda che ha bisogno di essere ripresa in mano e legittimata dal Parlamento”.

LEGGI ANCHE: Rai, le condizioni di Villari: “Lascio dopo la nomina del Cda Rai”

Vigilanza, il pressing di Fini e Schifani: “Villari si dimetta”

 Riccardo Villari

Il caso Villari torna al centro della ribalta politica. I presidenti delle Camere Renato Schifani e Gianfranco Fini scrivono a Riccardo Villari e tornano a chiedergli, dopo che alla riunione della commissione di Vigilanza si sono presentati oltre a lui solo due deputati su 40, di rinunciare all’incarico. “Ci rimettiamo alla sua sensibilità istituzionale”, scrivono Schifani e Fini. E Villari risponde riconvocando la commissione per il 20 gennaio.
Questo il testo della lettera dei presidenti di Camera e Senato allìonorevole Villari con l’invito (pressante) a dimettersi:
“Onorevole Presidente, abbiamo preso atto con viva preoccupazione del fatto che alla odierna riunione della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, da Lei convocata per le ore 14 con all’ordine del giorno, fra l’altro, la questione dei componenti del Consiglio di Amministrazione della Rai, siano risultati presenti, oltre al Presidente, solo due parlamentari su quaranta. Ciò fa seguito a pubbliche dichiarazioni rese da esponenti di Gruppi di maggioranza e di opposizione che preannunciavano una loro astensione dai lavori della Commissione fino al momento in cui non si fosse addivenuti ad un cambiamento nella Presidenza della Commissione stessa. Intenzione, questa, confermata oggi nei fatti.
Senza voler entrare nel merito di valutazioni di ordine giuridico, che sono attualmente all’attenzione di altri Organi delle Camere, non possiamo non ribadire la nostra più forte preoccupazione per una situazione che vede in uno stato di oggettiva paralisi uno degli organismi di garanzia più rilevanti del nostro sistema istituzionale, il cui mancato funzionamento impedisce di dar corso ad adempimenti significativi che incidono in maniera profonda sul delicato nodo della informazione pubblica e della comunicazione in generale.
A cominciare da quello, sopra ricordato, relativo all’elezione del Consiglio di Amministrazione della Rai, ma che non può non estendersi anche agli atti di ordinaria amministrazione. Ci rimettiamo pertanto alla Sua sensibilità istituzionale affinchè voglia valutare con serenità la situazione che si è determinata e, mettendo a disposizione il Suo incarico, consentire un avvicendamento nella Presidenza che permetta alla Commissione di proseguire nella sua attività”.

“Una lettera delle più alte cariche istituzionali merita il massimo rispetto e nessun commento da parte mia”: è la risposta di Villari al cronista che gli chiede di commentare il nuovo appello alle sue dimissioni.
Di fatto, però, Villari non si ferma e in una nota rilasciata poco prima dell’invio della lettera, considera “l’urgenza dei provvedimenti da assumere per la campagna elettorale per le elezioni regionali in Sardegna, la delicata situazione in cui versa la Rai, chiamata in queste ore a decisioni strategiche sul proprio futuro, con un Consiglio di amministrazione in prorogatio da oltre sette mesi, le attività di indirizzo e di vigilanza proprie della Commissione sono tutti obblighi da ottemperare”. Per questo, continua: “nel rispetto di ciascuna posizione politica, avendo ben presenti i miei obblighi istituzionali, ho convocato la Commissione per oggi e riconvocata per martedì prossimo 20 gennaio alle 14,00 con il medesimo ordine del giorno”.

La Rai vede “rosso”: perdite vicine ai 35 milioni di euro

La Rai a viale Mazzini a Roma

Perdite vicine ai 35 milioni di euro nel bilancio 2008 della Rai. È questa l’ultima previsione per l’esercizio in corso, formulata dal direttore generale Claudio Cappon, durante l’audizione davanti alla commissione parlamentare di Vigilanza Rai, quella presieduta dal contestatissimo senatore Riccardo Villari. E sulle nomine Claudio Petruccioli, presidente Rai, ha fatto sapere che, qualora dovesse continuare la fase di stallo, sono pronti a fare le nomine da sé.
Cappon ha sottolineato che le ultime previsioni per raccolta pubblicitaria indicano un mancato introito di 40-50 milioni causa la crisi economica e i minori investimenti in spot delle aziende. “La prevsione di perdite per 35 milioni” ha spiegato il dg al termine dell’audizione “che abbiamo presentato ieri al cda, sconta la situazione peggiore e cioè una minor raccolta pubblicitaria per 50 milioni” lasciando intendere che quindi se a dicembre le cose andassero meglio la perdita di bilancio potrebbe essere inferiore. “Quello che voglio sottolineare” ha aggiunto Cappon “è la particolarità della Rai: abbiamo una posizione finanziaria positiva (potrebbe esserci a fine anno una ‘cassa’ attiva per 10 milioni) e niente debiti, e questo da ben 5 anni”. Il dg ha sottolineato come l’azienda abbia reagito immediatamente alla crisi finanziaria generale: “Già dal 7 ottobre ci siamo mossi per mettere a punto interventi capacita di far fronte alla nuova realta”.
Il piano di ’savings’ ammonterà a circa 110 milioni e svolgerà i suoi effetti in gran parte nel 2009, ma già i risparmi attuati in questi ultimi mesi “hanno permesso di assorbire i 3/4 dell’effetto dei mancati introiti da pubblicità”, ha sottolineato il dg. I tagli hanno toccato anche i contratti dei “big” televisivi con risparmi tra il 20-30% sui compensi ai grandi artisti. Ma la Rai ha risparmiato anche sui diritti televisivi, con tagli che hanno raggiunto anche il 50% rispetto agli anni passati per diritti sportivi e di altri manifestazioni e programmi.
“Sarebbe molto grave se non si procedesse neppure quest’anno all’deguamento del canone. Dico ‘neppure’ perché negli anni del nostro mandato l’adeguamento c’è stato solo nel 2007. Ricordo che nella legge l’adeguamento non è facoltativo ma obbligatorio”, ha sottolineato invece il presidente Claudio Petruccioli spiegando che “vale anche per la Rai ciò che vale, nella crisi, per tuttele aziende”. “È universale richiesta di sostengo e il governo ha dichiarato un impegno deciso ‘a favore di famiglie e imprese’. Il momento è tale per cui si giustificherebbero perfino agevolazioni particolari. Aggiungere alle difficoltà di mercato” ha concluso Petruccioli “una ulteriore contrazione delle entrate di qualche decina di euro di milioni di euro per mancato adeguamento del canone, potrebbe costituire per la Rai il colpo di grazia”. All’audizione erano presenti una decina di deputati e senatori della maggioranza che, a causa del voto in aula, si sono anche alternati. Mancava completamente l’opposizione (che non partecipa ai lavori da quando a presiedere la commissionè è il senatore Villari), eccetto il radicale Marco Beltrandi. “La nostra convocazione è stata decisa dall’ufficio di presidenza integrato dai rappresentati dei gruppi e noi non potevamo certo non venire”, ha aggiunto Petruccioli. “Avevamo detto che si poteva aspettare qualche mese, ma se la situazione di incertezza fosse proseguita non avremmo potuto sottrarci al dovere di fare quello che è negli interessi della Rai. E poiché questa situazione di stallo persiste, non escludo che possiamo procedere alle nomine”.
E a proposito di nomine e della questione Villari, al termine della riunione, il presidente della commissione ha reso noto che se sarà espulso dal gruppo dei senatori del Partito democratico “vorrà dire che mi sentirò un senatore del Pd in esilio”. Anche per questo Villari tiene duro: ha già convocato per mercoledì prossimo la commissione per il dibattito su quanto detto da Petruccioli e Cappon.

A sei anni dal G8, a sei giorni dall’omicidio Sandri, tornare a Genova fa paura

Manifestazione durante il G8 di Genova del 2001
Chi l’é stæto brûxòu da l’ægua cäda, à puia da freida ascî” dicono gli anziani a Genova.
Cioè: Chi è stato bruciato dall’acqua calda, ha paura anche della fredda.
E così, 1580 giorni dopo il G8 del 2001, fa paura anche la manifestazione “Tornare a Genova” organizzata per protestare contro le condanne esemplari inflitte dai giudici per 25 manifestanti (oltre che per la mancata costituzione di una commissione parlamentare ad hoc sui fatti di quei giorni). Spaventa anche se gli organizzatori e i partecipanti sono soprattutto realtà istituzionali da Rifondazione comunista alla Fiom-Cgil, dall’Arci alle associazioni di volontariato, come la comunità di San Bendetto al porto di don Andrea Gallo. Ci saranno anche i Disobbedienti di Luca Casarini, la realtà più “morbida” dei centri sociali, presenti in forze con i loro “treni ribelli” (uno da Mestre e l’altro da Napoli).
Ma se queste sono le premesse perché i vertici dell’ordine pubblico cittadino sono preoccupati? La manifestazione casca a sei giorni dalla morte di Gabrile Sandri e Luca Casarini, leader dei Disobbedienti ha, nemmeno troppo velatamente, invitato gli ultrà a unirsi alla protesta contro le violenze delle forze dell’ordine. Se l’invito sarà accolto è da vedere. Ma in molti ricordano che alla vigilia del G8 Casarini convocò una conferenza stampa per leggere una “dichiarazione di guerra” virtuale che nei giorni successivi diventò una cruda realtà.
In questura informano che ufficialmente le tifoserie organizzate non hanno risposto alla chiamata e che probabilmente si presenteranno a Genova solo quei supporter che frequentano abitualmente i centri sociali oppure singoli gruppetti autonomi. La parte preponderante del corteo sarà rappresentata da Rifondazione che ha organizzato un centinaio di pullman (circa cinquemila militanti) ed Enrico Vesco, segretario regionale del Partito dei comunisti italiani, ha già fatto sapere che gli organizzatori assicureranno un proprio servizio d’ordine. La cosa funzionò al Social Forum di Firenze (il cordone era composto da iscritti alla Cgil), meno a Genova il 21 luglio 2001, quando il corteo si spezzò in due e iniziarono cinque ore di battaglia.
Secondo alcune fonti dei nostri servizi di sicurezza le aree più dure dell’anarcoinsurrezionalismo e dell’autonomia dovrebbero disertare l’appuntamento per non mescolarsi con Casarini & c. I siti di questi centri sociali, per esempio il Gramigna di Padova o il Csoa Cox di Milano, sembrano più preoccupati di organizzare le manifestazioni di solidarietà per i presunti brigatisti arrestati a febbraio.
L'assalto dei black bloc a Genova nel 2001
C’è, però, un’altra scuola di pensiero secondo la quale l’occasione di domani è troppo ghiotta per mancare: la polizia, dopo l’omicidio di domenica, sarà costretta a contare sino a cento prima di accennare qualsiasi reazione ad eventuali provocazioni o in caso di devastazioni. Ecco allora che spezzoni dei centri sociali più duri, soprattutto del Nord (molti dei condannati al processo vengono da lì) potrebbero cercare lo scontro, confondendosi in mezzo a sindacalisti e rifondaroli.
E gli ultrà? La polizia teme che a rispondere all’appello siano falangi di estrema destra (l’area politica degli amici del tifoso ucciso) che creerebbero tensione sia all’interno del corteo, sia nei confronti delle forze dell’ordine.
Per non correre rischi, nei pochi chilometri del percorso (il concentramento sarà alle 14 alla Stazione Marittima, vicino alla stazione Principe, con partenza prevista per Piazza De Ferrari alle 15,30) alcuni negozianti abbasseranno le saracinesche, altri parteciperanno allo sciopero di categoria, altri ancora hanno ingaggiato vigilantes privati.
“Tornare a Genova” purtroppo può significare anche questo.

Dal Cav. a Casarini, il 17 novembre tutti in piazza appassionatamente

Una immagine del comizio che ha concluso la manifestazione del 21 luglio 2001a Genova, ripetutamente interrotta da aspri scontri tra anarchici e polizia lungo tutto il suo percorso
Non c’è cabala che tenga, pare. Il 17 novembre saranno tanti gli italiani a scendere in piazza. Di destra, di sinistra, del commercio e della scuola. Nel mirino il governo, manco a dirlo.
In ordine cronologico, iniziano gli azzurri di Forza Italia e gli altri della CdL, invitati dal Cavaliere (con tanto di lettera) dal 16 al 18 novembre, a mettere una firma (e versare un euro) negli oltre 10mila gazebo sparsi in tutta Italia e in quello virtuale sul sito www.rivotiamo.it. L’obiettivo è raccogliere 5 milioni di firme per rinnovare la richiesta del voto anticipato, portata avanti con convinzione da Silvio Berlusconi.
Poi sarà la volta della scuola: sull’onda del V-Day di Grillo, alcuni comitati studenteschi stanno organizzando, per venerdì 16 novembre, la replica del “V- Fioroni day” dello scorso ottobre. Il ministro dell’istruzione, stando agli studenti, avrebbe almeno quattro buoni motivi per lasciare la poltrona: la reintroduzione degli esami di riparazione, la mancata difesa dello statuto degli studenti, l’attuazione della riforma della maturità e la scarsa considerazione nei confronti della rappresentanza studentesca. Non contenti, il 17 novembre in occasione della Giornata mondiale di mobilitazione, i “bamboccioni” della scuola italiana scenderanno di nuovo in piazza, virtualmente uniti agli studenti di tutto il mondo, per chiedere “il libero accesso a tutti i percorsi formativi, un welfare studentesco che permetta a tutti di emanciparsi dalla condizione socio-finanziaria della propria famiglia, il diritto di tutt* gli student* a vedere i propri diritti riconosciuti per legge”.
A preoccupare però, più per l’ordine pubblico che per le conseguenze politiche, è il corteo della sinistra antagonista di sabato 17, a Genova (qui il percorso, in pdf), in favore della Commissione d’inchiesta sulle violenze del G8 del 2001 e contro le richieste dei magistrati di pene severe ai manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. La giornata ha, purtroppo, più di un’occasione di richiamare frange violente di ultrà che, liberi da impegni “professionali” data la sosta calcistica, potrebbero saldarsi con i no global e inscenare una “vendetta” contro la polizia. La situazione è particolarmente “calda”, dopo la polemica innescata dalle dichiarazioni di Luca Casarini, leader dei Disobbedienti, sulla “comprensibile” reazione degli ultras all’uccisione di Gabriele Sandri (di fatto una sorta di invito al corteo) e dopo il tam tam dei tifosi sul web. Tanto che dal “muro” dei blucerchiati, il nervosismo è palpabile: “Non sappiamo ancora cosa faremo, ma non staremo a guardare”.
Luca Casarini, leader No global, ai tempi del G8 di Genova
E infatti ad agitare prefetto, questore e sindaco (di centrosinistra) del capoluogo ligure è un dubbio: troppi poliziotti potrebbero far pensare a una città blindata e potrebbero scatenare la rabbia; pochi poliziotti significherebbero lasciare la città allo sbando, qualora il corteo degenerasse. Quindi, che fare? Ma le preoccupazioni non impediranno ai “giottini” di sfilare: “Non c’è ragione per vietare la manifestazione che si richiama ai principi costituzionali”, fa notare il prefetto Giuseppe Romano. Ma soprattutto, la polizia dovrà anche avere la delicatezza di nascondersi: “Non ci saranno schieramenti in divisa e in tenuta anti sommossa”, conferma Giuseppe Romano. “Questo non significa non esserci”. I cosiddetti “obiettivi sensibili”, i luoghi simbolici e a maggior rischio di attacco, saranno presidiati e comunque il corteo non li toccherà.

Basta tutto ciò a tranquillizzare la città? La Digos ha le antenne puntate da giorni sulla nebulosa no global e su quella delle tifoserie più avvelenate per il caso-Sandri. In realtà sembra difficile che tifosi ultrà, per buona parte affiliati all’estrema destra, possano accodarsi a un corteo dei centri sociali. Anche se avere come obiettivo comune la “lotta” alle forze dell’ordine potrebbe saldare due mondi così distanti e tradizionalmente opposti.
Nonostante tutto, il sindaco Vincenzi si dice convinta che tutto scorrerà liscio: “Non bisogna urlare allarmi. La città verrà semplicemente ‘usata’ da un grande numero di persone. Piuttosto i genovesi evitino di usare l’auto privata”.
Solo questione di traffico, insomma. Ma per non correre nemmeno il minimo rischio, la maggior parte degli esercizi commerciali di Genova (come in altre città d’Italia) rimarrà chiusa proprio sabato 17 novembre, per lo sciopero nazionale indetto dalle organizzazioni sindacali di categoria.

Quanta gente in piazza, il prossimo 17.

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