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Fabrizio Corona nell’aula del tribunale di Milano | (DANIEL DAL ZENNARO/ANSA)
Il tribunale di Milano ha condannato Fabrizio Corona a tre anni e otto mesi nel processo per i fotoricatti a vip. L’accusa a fine ottobre aveva chiesto una condanna a sette anni e due mesi per estorsione. La sua reazione? “Mi vergogno di essere italiano”, ha commentato. “Non so cosa farò, farò il carcere, non me ne frega un c…” ha aggiunto. In attesa della sentenza Corona ha scritto questo articolo. Continua
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Strappati dalle mura domestiche e rinchiusi all’interno di comunità. Sono 3.498 i minori che nel 2006, solo in Piemonte, sono stati allontanati dalle famiglie naturali. Di questi 2.319 sono stati affidati ad altre famiglie e 1.179 vivono all’interno delle comunità.
Storie di sofferenze, abusi, maltrattamenti ma anche di errori giudiziari che segnano indelebilmente la vita di minori costretti a vivere e crescere in comunità o famiglie affidatarie lontane dall’affetto dei genitori. “I dati della Regione piemontese rispecchiano anche quelli a livello nazionale” dichiara Gian Luca Vignale, consigliere regionale Pdl “ed indicano che il 76,8 per cento dei bambini vengono allontanati per motivi che potremmo definire soggettivi come incapacità dei genitori o metodi educativi inidonei oppure per impossibilità di seguire i minori, mentre solo il 18,16 per cento per motivazioni oggettive gravi come abusi, maltrattamenti o abbandono. Inoltre le statistiche dimostrano che su cento denunce per abusi su minori all’interno delle mura domestiche solo il 3,6 per cento si conclude con una condanna”.
Tutte le altre sono storie di falsi abusi e falsi maltrattamenti che però costringono a sofferenze terribili i bambini e anche le loro famiglie. Spesso innocenti. Come è avvenuto per Laura, adolescente torinese che a Panorama.it racconta il periodo di distacco dalla famiglia e la vita in comunità.
“C’era tanta confusione. Un caos. Due donne che non conoscevo sono entrate in casa, si sono sedute in salotto e hanno iniziato a discutere con i miei genitori. Erano da poco trascorse le 11. Era freddo. Ripensandoci, non ho capito se fosse stato il freddo di quella mattina di febbraio o solo il presentimento di quello che sarebbe accaduto quattro ore dopo”. Laura si ferma un attimo, fa un grande respiro e riprende il suo ricordo di quella mattina di tre anni fa. “Mi hanno portato via. Erano le tre del pomeriggio. Non sapevo dove stavo andando, ma mi rassicuravano. Erano due assistenti sociali. Qualche ora di viaggio in auto e mi sono ritrovata a Pavia, in un appartamento. C’erano altre cinque ragazze della mia stessa età e un bambino di otto anni. Ricordo i loro sguardi e il silenzio. Terribile”.
Torino-Pavia. È stato il primo trasferimento per Laura, quindici anni, studentessa di un liceo del centro storico del capoluogo piemontese; I suoi genitori erano stati accusati di incapacità genitoriale e maltrattamenti.
Tutto nasce, nel 2006, da una bugia che Laura, adolescente sensibile e fragile, racconta alla sua insegnante di educazione fisica. Si sente trascurata e dice che la madre non la segue e quando si incrociano in casa nei ritagli di tempo che avanzano tra il lavoro e la scuola, lei la maltratta, la umilia. L’insegnante ascolta lo sfogo, non capisce che si tratta solo di un bisogno d’amore e dà inizio così al calvario di una normale famiglia torinese. L’insegnante coinvolge la direttrice e senza nessun chiarimento con i genitori di Laura, vengono chiamati gli assistenti sociali.
“Sono rimasta in quell’appartamento per un mese e mezzo. Lavavo e pulivo la casa e stiravo. Ci portavano solo da mangiare. Ma la sofferenza più grande era il non poter parlare con nessuno dei miei familiari. Ero costretta solo ad ascoltare le tragedie di chi era con me e le offese degli assistenti sociali nei confronti dei miei familiari. Li screditavano, li descrivevano come dei mostri e alimentavano il distacco e l’allontanamento”. Laura sospira e poi riprende a raccontare: “Quante volte mi hanno detto che i miei genitori non mi volevano bene. Che mia madre non mi voleva. Con me avevo solo una fotografia di una delle mie due sorelle, Patrizia, che mi era rimasta nel diario di scuola preso il giorno in cui mi avevano portato via da casa”. Quello era solo l’inizio di un periodo durato sette mesi. L’inferno arriva con il trasferimento a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria; Laura rimane, all’interno di una comunità per cinque mesi e mezzo.
“Era una comunità mista” continua “e assieme a noi adolescenti c’erano tanti bambini di sei, sette e otto anni. E’ stato terribile: i più piccoli non riuscivano a trattenere le emozioni e urlavano, piangevano, cercavano i genitori mentre io cercavo di non sentire, volevo stare sola ma non era possibile”. Laura spiega che a quel clima di dolore, rabbia, confusione e abbandono è riuscita a sopravvivere grazie alla complicità che si era creata con alcune delle ragazze della comunità. “La complicità ti permetteva di continuare a vivere. Non era un’amicizia ma qualcosa di più”.
Poi una mattina, dopo cinque mesi che non vedeva e parlava con nessuno dei suoi parenti, le accordano il permesso di incontrare le due sorelle:”Ero come rimbambita, non riuscivo a parlare e anche se avevo voglia di abbracciarle e di farmi portare via da quell’inferno, non riuscivo a chiederglielo. Le ho riviste un’altra volta e mai da sole. Poi basta”.
Laura è la terza di tre figlie di due imprenditori: madre e padre lavorano nell’azienda di famiglia che hanno ereditato. Insieme da trent’anni, avevano cresciuto le figlie senza nessun problema ed erano diventati nonni di due bambine solo pochi mesi prima che Laura fosse portata via di casa.
“Sono ancora in cura da una psicologa” sussurra Laura “mi sta aiutando ma la mia vita è stata segnata. Non potrò più dimenticare quello che ho provato nella comunità e soprattutto come vengono trattati i bambini. Sono pochi gli assistenti sociali che vivono il loro lavoro come una missione e comprendono la tua sofferenza. Adesso ho diciotto anni ma questa esperienza mi ha tolto la capacità di dare fiducia alle persone e la fiducia è la prima cosa per affacciarsi al mondo e quindi al futuro”. La vicenda di Laura si è conclusa con una sentenza del Tribunale dei minori di Torino che dichiarava l’inesistenza di situazioni gravi tali da giustificare l’allontanamento da casa.
Trenta associazioni in tutta Italia si sono riunite giovedì scorso a Torino, per presentare un manifesto chiamato “Cresco a Casa”. Un documento con il quale chiedono che gli allontanamenti da casa debbano essere eseguiti solo dopo l’acquisizione di prove oggettivi gravi e attendibili;
“Le perizie psichiatriche e psicologiche devono avere solo valore di opinioni” puntualizza Vignale “ci batteremo perché non siano più considerate prove fondamentali per l”accertamento della verità durante i procedimenti giudiziari”. Poi prosegue: “Sui giudizi spesso sbagliati di esperti incapaci di decifrare la realtà, vengono sottratti e costretti a violenze psicologiche all’interno di comunità centinaia di bambini e adolescenti di tutta Italia”.
Proprio com’è accaduto a Laura. Ma quanto si spende per le comunità? Solo in Piemonte, i 1.179 minori che ci vivono costano annualmente 35 milioni di euro. Cifra che non ricomprende le spese sostenute per gli affidi. “Una somma decisamente superiore a quanto la Regione stanzia sulla legge per il sostegno alle famiglie”, conclude Gian Luca Vignale.

Si è concluso con 7 condanne (per complessivi 62 anni di carcere) e due assoluzioni il processo per l’incidente dell’Atr 72 della Tuninter precipitato il 6 agosto del 2005 nel mare di Palermo al largo di Capo Gallo. Nel diastro morirono 16 persone e altre 23 rimasero ferite.
I condananti sono tutti tunisini: dieci anni di reclusione sono stati inflitti al comandante e al pilota. Nove anni al direttore generale della Tuninter e al direttore tecnico. Assolti invece due capisquadra manutenzione.
Il gup de Tribunale di Palermo, Vittorio Anania, ha disposto inoltre un risarcimento per danni morali per complessivi 45 mila euro per le parti civili del processo per la tragedia dell’Atr 72. In particolare, è stato disposto il pagamento di una provvisionale di 15 mila euro per la fondazione ‘8 ottobre 2001′ presieduta da Paolo Pettinaroli, padre di una vittima del disastro aereo di Linate, gli altri 30 mila euro sono stati disposti per Vito Albergo, zio di Barbara Baldacci, una giovane di 23 anni morta nel disastro aereo nel 2005 davanti alle coste di Palermo. “Noi della fondazione ‘8 ottobre” ha spiegato Pettinaroli all’uscita dall’aula, “come atto simbolico prenderemo soltanto 1 euro dei 15 mila che ci sono stati assegnati dal gup, gli altri 14.999 li devolveremo in beneficenza, anche se ancora non sappiamo a quale associazione”.
L’Atr 72 in volo da Bari a Djerba precipitò a causa dello spegnimento dei motori uno dopo l’altro nel giro di meno di due minuti. L’incidente hanno accertato le perizie fu causato dall’errata istallazione sull’Atr 72 ammarato, il giorno prima a Tunisi, di una spia di carburante realizzata per l’Atr 42. Installata sull’Atr 72 segnava la presenza di carburante che, invece, non c’era. Secondo l’accusa, inoltre, solo due minuti prima dell’impatto con l’acqua fu convocato il responsabile della cabina, per preparare i passeggeri a quanto stava accadendo.
“Siamo abbastanza soddisfatti, crediamo che sia stata fatta giustizia con questa sentenza” ha detto la madre di Raffaele Di Tano, 42 anni, una delle sedici vittime del disastro aereo del 6 agosto 2005 davanti alle coste di Palermo. “Sì, è stata fatta giustizia” ha detto anche un’altra madre, Angela Trentadue “ma purtroppo mia figlia, Paola una ragazza di appena 27 anni, non me la ridarà nessuno. Però siamo contenti per questo risultato ottenuto”.
Anche gli altri genitori e parenti delle vittime sono dello stesso parere, anche se tutti con le lacrime agli occhi.
Il VIDEO servizio:

Nessuna scappatoia per Vanna Marchi. Si è chiusa oggi nel modo peggiore per la teleimbonitrice la vicenda giudiziaria che l’ha vista come protagonista sul banco degli imputati, insieme alla figlia Stefania Nobile e al “mago” brasiliano Mario Pacheco do Nascimento. La Cassazione ha dichiarato ”inammissibile” il ricorso presentato contro la sentenza pronunciata dalla Quarta Corte d’Appello di Milano il 27 marzo 2008.
Confermate quindi le condanne a 9 anni e 6 mesi per Vanna Marchi, 9 anni e 4 mesi per Stefania Nobile, 3 anni all’ex compagno della televenditrice Francesco Campana (non li sconterà per via dell’indulto). Do Nascimiento invece risulta latitante in Brasile. Tutti sono stati ritenuti colpevoli di associazione a delinquere finalizzata alla truffa per la televendita di pietre dai poteri miracolosi. La condanna in primo grado per la Marchi e la figlia era stata di 12 anni e 6 mesi in due processi distinti.
Si calcola che le persone truffate e vessate dalla teleimbonitrice e dalla sua associazione siano state circa 300mila, convinte dalle televendite a indebitarsi per ottenere la magia benefica del mago Do Nascimento. Complessivamente madre e figlia devono risarcire le persone alle quali hanno venduto gli amuleti con circa 2 milioni e 300 mila euro.

Il giudice Nicoletta Gandus legge la sentenza
L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano. I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto “con almeno 600mila dollari” da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest.
“Sono ovviamente molto deluso da questo verdetto” ha dichiarato l’avvocato inglese. “Sono innocente, ma questo è un caso dalla forte valenza politica. I giudici non hanno ancora dato la loro motivazione per la decisione, così non posso dire come abbiano gestito l’ammissione dello stesso pubblico ministero di non avere prove”.
“Spero che verdetto e sentenza siano cancellati in appello, e mi dicono che avrò ottimi motivi per sperarlo. Ho la massima fiducia nel mio eccellente avvocato, Federico Cecconi. La sentenza non diventa effettiva fino a quando non si saranno conclusi i due gradi di appello. Mi è stato consigliato di non fare altri commenti pubblici fino a quando il caso non sarà finalmente chiuso. Nel frattempo, andrò avanti con la mia vita professionale”, ha concluso Mills.
David Mills, oltre che condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione giudiziaria dovrà risarcire 250mila euro alla presidenza del Consiglio dei ministri. I giudici, sul punto, hanno accolto la richiesta formulata dall’avvocato dello Stato per conto di Palazzo Chigi. I giudici hanno deciso la trasmissione al pm degli atti relativi alle dichiarazioni del testimone Benjamin Marrache. Viene ipotizzata a carico dell’uomo d’affari il reato di falsa testimonianza.
Immediate le reazioni del mondo politico alla sentenza. “Continua l’uso politico della giustizia” è stato il commento alla sentenza di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera. “Certamente, come ha rilevato la difesa” aggiunge l’esponente del Pdl “Mills ha pagato a duro prezzo di essere stato associato a suo tempo nel processo con Berlusconi. C’era una prova dell’inesistenza del reato di corruzione che è stata del tutto ignorata”. “Non è da oggi che abbiamo rilevato l’esistenza di una gravissima anomalia che ha la massima concentrazione a Milano” conclude Cicchitto. “Per parte nostra continueremo nella battaglia politica garantista”.
“Dopo la condanna a 4 anni e 6 mesi inflitta dal tribunale di Milano all’avvocato inglese David Mills, in un paese a democrazia compiuta, Berlusconi dovrebbe fare le valige…” è invece quello che afferma Alessandro Pignatiello, coordinatore dell’ufficio di segreteria del Pdci. “Mills” continua Pignatiello “non è stato condannato per aver rubato caramelle a qualche sconosciuto ma per essersi fatto corrompere da un corruttore. E perché il corrotto viene condannato e il corruttore no? Questo è lo scomodo e amaro interrogativo che, in Italia, dopo il Lodo Alfano, resterà purtroppo senza risposta alcuna. Della serie: la giustizia non è uguale per tutti…”.

di Paola Ciccioli
“Perché mi viene istintivo difendermi quando vengo accostato ai violentatori di cui si parla in questi giorni? Perché non riesco a dire: sono anch’io come lui, come loro. Dottore, mi aiuti a capire”. Sauro uscirà dal carcere a maggio. Ha quasi finito di scontare una condanna a 2 anni e 8 mesi per violenza sessuale. “I giudici sono stati clementi con me” dice. Erano in tre, lo racconta lui stesso, quando hanno umiliato una ragazzina di 14 anni dietro un cespuglio del giardino pubblico di un paesino della provincia lombarda.
La storia di Sauro e il suo reato si intrecciano con la cronaca che dalla tv della cella nel carcere di Bollate, alle porte di Milano, riferisce dell’ultima aggressione sessuale di un “branco” di minorenni ai danni di un’adolescente, in un sabato sera con troppo alcol a Sabbio Chiese, in provincia di Brescia. E la richiesta di Sauro, “dottore, mi aiuti a capire”, segue la proiezione di un film, che si intitola proprio Il branco, nel sesto reparto del carcere di Bollate. È qui, in una palazzina separata dall’edificio in cui sono rinchiusi 750 detenuti, che 20 uomini di diversa età seguono un programma che li pone ogni giorno, e per 14 mesi, di fronte al medesimo reato che tutti e 20 hanno commesso e per il quale scontano una condanna definitiva: quello sessuale.
C’è appunto Sauro (il suo nome come quello degli altri è stato alterato) che oggi ha 28 anni, ma ne aveva compiuti da poco 18 quando costrinse quella ragazzina (”Aveva fama di essere una facile”) a una prestazione sessuale.
Poi c’è un istruttore che ha abusato di alcuni bambini che gli venivano affidati perché imparassero la tecnica di uno sport. C’è il marito che ha violato l’innocenza delle figlie che la sua donna aveva avuto da un precedente matrimonio. C’è lo straniero che si è macchiato di due stupri, il pedofilo ormai anziano che si è dichiarato “innamorato” della propria vittima, clienti che sono andati ben oltre la prestazione pattuita con ragazze che si prostituivano per potersi comprare una dose di droga.
Per ciascuno di loro la legge non scritta che vige in ogni carcere sarebbe spietata. E perfino un omicida o un mafioso si sentirebbe in diritto di sottoporli a soprusi di ogni genere, se la consuetudine non confinasse in un territorio separato i “sex offender”, questo il termine anglosassone con cui vengono definiti coloro che si sono macchiati di reati sessuali. Ma qui, a Bollate, per i reclusi che si sottopongono al programma dell’équipe del criminologo Paolo Giulini vige un’eccezione e chi ha dimostrato di aver compreso la gravità del proprio comportamento alla fine della terapia viene inserito tra i cosiddetti comuni (è già successo in 25 casi).
Per i 20 che attualmente sono nel sesto reparto per partecipare ai colloqui con 18 tra educatori e psicoterapeuti il cammino è ancora lungo. E di questo percorso fa parte l’essere messi di fronte a immagini come quelle del film di Marco Risi, Il branco, dove la violenza del gruppo e del singolo viene mostrata in ogni sua sfumatura. Panorama ha assistito con i detenuti a questa proiezione, ha partecipato al confronto con gli operatori che ne è seguito. E ha avuto l’opportunità di interloquire con gli stupratori nel corso di un ulteriore incontro. “Senza questo percorso” dice Mario “si può stare in galera anche vent’anni, e poi quando esci lo fai di nuovo”. “La galera ti fa capire, è un buon punto di partenza” gli fa eco Tommaso. “Ma ti incattivisce, anche” replica uno straniero con il cappello di lana calato in testa.
Tutto si è svolto nel corridoio al primo piano della palazzina staccata del carcere, situata oltre le serre coltivate dai comuni. Un telo scuro per coprire la luce che penetra tra le sbarre, le scene in cui due autostoppiste tedesche diventano oggetti di fronte all’escalation di orrore da parte del gruppo di amici vengono seguite in silenzio. In due tornano subito in cella.
Il detenuto addetto ai pasti indossa il camice bianco e va avanti e indietro, chiamato dalle guardie. “Come si dice empatia in arabo?” aveva chiesto qualcuno all’unico egiziano che segue il programma. E l’empatia, in questo caso il mettersi nei panni della propria vittima e capirne la sofferenza, è uno dei primi passi che gli stupratori devono compiere. Insieme a quello, che è la precondizione per essere ammessi al trattamento, di riconoscere il reato compiuto.
Perché, invece, di solito la regola è quella di negare. “Per la mia esperienza posso dire che il 90-95 per cento dei sex offender sono dei negatori, si definiscono vittime di complotti orditi ai loro danni” spiega Giulini. Dal settembre 2004, quando l’esperimento di Bollate è iniziato, sono entrati in terapia 80 uomini. “Ma alcuni di questi sono stati rimandati indietro. Per risorse cognitive non adeguate, psicopatologie gravi, tossicodipendenze e alcolismo, rischio di suicidio”.

“La nostra scommessa è abbattere la recidiva, farli convivere con gli altri ed evitare che escano di prigione peggiori rispetto a quando sono entrati” spiega la direttrice del carcere, Lucia Castellano. Aggiunge Giulini: “Per il momento abbiamo avuto tre recidive: sono stati di nuovo arrestati due violentatori e un esibizionista. Quest’ultimo ci ha scritto per essere riammesso al programma”.

C’è stato un “errore di percezione della situazione” quando il tabaccaio Giovanni Petrali, il 17 maggio del 2003, uccise con un colpo di pistola il rapinatore Alfredo Merlino e ferì al polmone il suo complice, Andrea Solaro, con il quale aveva cercato di mettere a segno un colpo in un bar-tabacchi di piazzale Baracca, a Milano. Per questo - ed è il presidente della Prima corte d’assise di Milano, Luigi Domenico Cerqua, a spiegarlo dopo la sentenza - Petrali, 74 anni, è stato condannato a un anno e 8 mesi (pena sospesa) per omicidio colposo, lesioni colpose e porto illegale d’arma, a fronte di una richiesta del pm Laura Barbaini di nove anni e 6 mesi per omicidio e tentato omicidio volontari.
Il giudice ha parlato di “legittima difesa putativa”. “Abbiamo valutato tutta la ricostruzione dei fatti” ha spiegato Cerqua “l’importanza delle testimonianze e delle perizie arrivando alla conclusione che ci sia stata una legittima difesa putativa, ossia erroneamente ritenuta, perché lui in una situazione di provocazione e offesa ingiusta si è difeso agendo in quel modo”. Quel giorno, Petrali sparò sette colpi: quattro nel locale, gli altri per strada, mentre inseguiva i due rapinatori, uno dei quali, Merlino, stramazzò a terra agonizzante ad alcune centinaia di metri di distanza. Per il pm Barbaini fu una “vendetta personale”, anche se le modalità furono “odiose” perché il tabaccaio fu schiaffeggiato e preso a pugni. Il giudice Cerqua, invece, ha risposto in modo risoluto quanto laconico, dopo la sentenza, a chi gli ha chiesto se c’è stata vendetta: “No”. Petrali, a cui è stata riconosciuta l’attenuante della provocazione, ha spiegato: “Pensavo andasse meglio. Dispiace a tutti quello che è successo, le armi meglio lasciarle perdere e tenerle nel cassetto”.
Accanto il suo legale, Marco Martini, e il figlio avvocato, Marco Petrali, che hanno aggiunto: “Un grande successo rispetto alle aspettative, anche se si poteva prevedere qualcosa in più e io mi aspettavo l’assoluzione”.
Il tabaccaio, in tutti questi anni della sua vicenda giudiziaria, ha sempre avuto accanto un ‘collega’ che si è ritrovato nella stessa situazione, oltre che a essere sostenuto in aula da alcuni leghisti tra cui il deputato milanese Matteo Salvini. Giuseppe Maiocchi, gioielliere milanese, fu condannato a un mese per lesioni colpose ai danni di un ladro montenegrino che aveva tentato una spaccata alla sua gioielleria, mentre suo figlio, Rocco, fu condannato a un anno e sei mesi perché il ladro rimase ucciso da un colpo di pistola. Maiocchi, spesso in aula in questo processo, si è detto disposto a partecipare alle ronde di cittadini, recentemente rese legali dai nuovi provvedimenti sulla sicurezza. “Spero di poter partecipare” ha detto Maiocchi “dal momento che solamente un mese fa ho subito un altro furto in casa”. “Fare le ronde, non armati, significa collaborare per la sicurezza; io, comunque, parteciperò con il telefonino, non certo con le armi”. Deluso il legale dei famigliari di Merlino, Stefano Ardizzoia: “Perché la verità che è emersa dal processo è un’ altra” ha commentato “non riesco a capire come si è arrivati alla configurazione dell’omicidio colposo”.

“La crisi della giustizia in Italia ha ormai superato ogni limite di tollerabilità”. Netta la condanna del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, parlando alla Camera durante la sua relazione sullo stato della giustizia in Italia.
Per il Guardasigilli se è vero che “la giustizia ha un grande nemico, ovvero la lentezza” è pure vero che “ha grande alleato, cioè la grandissima maggioranza dei magistrati che hanno vinto il concorso e svolgono il loro lavoro con zelo e onestà”. Di fronte ai deputati di Montecitorio ha ricordato che il governo farà le riforme: “Abbiamo un grande consenso che ci impone a tenere fede alle riforme promesse. Per noi non c’è un intervento singolo che possa risolvere tutto. Ci proponiamo un intervento articolato che abbiamo già cominciato”.
Poi un passaggio polemico nel quale Alfano ha spiegato che intende riappropriarsi di quei poteri di organizzazione del sistema giustizia che la Costituzione gli affida all’articolo 110: non sono soltanto il fornitore di carta, penna e calamaio, ma devo provvedere all’organizzazione ed al funzionamento dei servizi della giustizia”.
Alfano ha giudicato il recente scontro tra le procure di Salerno e Catanzaro “inaccettabile”. Uno scontro che “aumenta la sfiducia dei cittadini che invece va recuperata”. Dopo aver detto no al manuale Cencelli negli incarichi ai magistrati, Alfano ha ricordato di aver “potenziato il Fondo unico della giustizia. Un fondo che ci permetterà di recuperare denaro da destinare alla giustizia risorse che oggi non vengono utilizzate”.
Alfano ha inoltre fornito numeri impressionanti sullo stato dei processi spiegando che “5.425.000 sono i procedimenti civili tuttora pendenti e 3.262.000 quelli penali ancora in corso”. E ha rivelato che la popolazione carceraria è quasi la stessa di quella prima dell’indulto: “Gli effetti dell’ultimo indulto si sono rivelati insufficienti e provvisori: si è passati dalle 43.957 presenze del giugno del 2007 alle 52.613 presenze del maggio del 2008. La scorsa notte hanno dormito nelle carceri italiane 58.692 persone”.
Poi da Alfano è arrivata anche una mano tesa all’opposizione: “Dobbiamo lavorare tutti insieme per far sì che la giustizia sia migliore, perché migliorando la giustizia si migliorerà l’Italia”.
Il ministro siciliano nel corso della sua relazione sullo stato della giustizia si è concesso una nota personale sulla sua terra d’origine: “La Sicilia sta cambiando. La Sicilia ha forze imprenditoriali che hanno rifiutato quel sistema di criminalità che la storia ha condannato alla sconfitta”. E poi ha ricordato: “Il governo ha messo in campo per lottare contro la mafia molti interventi normativi che io ho concepito da ministro della Giustizia siciliano, con tutta la passione politica, civile e l’amore per la mia terra. Terra di cui sono orgoglioso”. Alfano ha anche ha reso omaggio ai morti per mano criminale: “Tanti siciliani sono diventati martiri per aver adempiuto al loro dovere”. Alfano ha voluto citare l’esempio “del mio conterraneo il giudice Rosario Livatino, il cui ricordo mi è particolarmente caro”.
Infine sul tema caldo delle intercettazioni, su cui la maggioranza in un vertice a palazzo Grazioli (a casa di Silvio Berlusconi che però era assente per via di un raffreddore) sembra aver trovato la quadra, il Guardasigilli ha sottolineato “lo spreco di denaro pubblico per pagare le intercettazioni telefoniche e ambientali che ha costi impressionanti, con cifre che si aggirano sulle centinaia di milioni di euro”.