Leggi tutte le notizie su:
condanna
- Tags: Brasile, carcere, Cesare-Battisti, condanna, Forum-Sociale-Mondiale, Giorgio Napolitano, Italia, Lula, Pac, rifugiato, sentenza, Tarso-Genro, terrorismo
-

Il Brasile insiste e non torna indietro: a Cesare Battisti va riconosciuto lo status di rifugiato politico anche se l’Italia è uno stato di diritto con una magistratura democratica. Il Governo si prepara comunque alle contromosse, forte del pieno appoggio del Quirinale.
Soprattutto quelle legali, attraverso la strada dei ricorsi: di ogni strumento giuridico “previsto dall’ordinamento brasiliano e da quello internazionale per sostenere le ragioni poste a base della richiesta di estradizione di Battisti”. A sottolinearlo è lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi ha ricevuto dal presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, la risposta alla lettera che gli aveva inviato una settimana fa, dove esprimeva senza mezzi termini “rammarico” per la concessione dello status di rifugiato politico all’ex terrorista dei Pac, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, compiuti tra il 1977 ed il 1979.
Napolitano, che stasera ha ricevuto il ministro degli Esteri Franco Frattini con cui ha condiviso la lettera di Lula, dice così di “apprezzare” la strada dei ricorsi intrapresa dal governo Berlusconi. Ricorsi e “strade percorribili” che - fa sapere una nota della Farnesina - saranno valutati “con la massima urgenza per contribuire alla revisione del caso”.
Sui contenuti della lettera vige il riserbo. Brasilia ha fatto sapere che non ne divulgherà il contenuto, il Quirinale ne ha solo sottolineato alcuni passaggi. Tra cui quello secondo il quale Lula ha fatto riferimento alle “basi giuridiche, interne e internazionali, della decisione presa dalle competenti autorità brasiliane per il caso Battisti, nella sua specificità”. E, ancora, che Lula “ha voluto esprimere la piena considerazione del suo paese ‘per la magistratura italiana e per lo stato di diritto democratico vigente in Italia e fiducia nel carattere democratico, umanitario e legittimo’ del nostro ordinamento giuridico”. Una sottolineatura che lascerebbe intendere - secondo alcune fonti che seguono la vicenda - spazi di “manovra” per una positiva soluzione della vicenda sul fronte legale, quello cioè dei ricorsi giuridici.
Mentre sembra così, almeno per ora, allontanarsi l’ipotesi di contromosse più dure sul piano diplomatico, come il richiamo dell’ambasciatore italiano a Brasilia, Michele Valensise, gli strumenti giuridici sul tappeto sarebbero, sostanzialmente, due: la presentazione di un’istanza di ritiro della decisione, che la diplomazia italiana in Brasile dovrebbe presentare direttamente al ministro della giustizia, Tenso Genro, autore della decisione. O, in alternativa - spiegano fonti legali - un ricorso alla Corte Suprema Federale di Giustizia. Ricorso più volte ipotizzato nei giorni scorsi dal ministro Frattini, che sarebbe motivato dal fatto che la decisione sarebbe in contrasto con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati perchè non esisterebbe nessuna motivazione politica contro Battisti.
Lula ha comunque tenuto, secondo quanto reso noto dal Quirinale, a riaffermare, nella chiusa della missiva, “i legami storici e culturali che uniscono Brasile e Italia e della volontà di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi”. Legami forti e tradizionali quindi, che dovrebbero portare il premier Silvio Berlusconi a compiere in tempi rapidi una visita ufficiale nel paese: visita, mai annunciata formalmente, che è oggi in ’stand by’. Le due diplomazie sono in attesa di vedere come si svilupperà il caso Battisti.
L’ex terrorista resta intanto un rifugiato politico per il Brasile e, nonostante sembrasse imminente la sua liberazione, al momento resta ancora in carcere in attesa della decisione della Corte Suprema, attesa per inizio febbraio con la ripresa dell’attività dopo le ferie estive. L’Italia - secondo quanto riferito da fonti di stampa brasiliane - avrebbe già presentato una petizione al Supremo Tribunale, chiedendo di essere ascoltata prima della decisione sull’eventuale scarcerazione.
Sul fronte interno, intanto, continuano le prese di posizione, con il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, che torna a commentare come “inaccettabile” la decisione” mentre Maurizio Costanzo lancia un appello agli italiani - dal palco del Maurizio Costanzo Show in onda domenica 25 su Canale5 - a inviare “cartoline postali all’ambasciata del Brasile a Roma” scrivendo “vergogna o estradate Battisti”. Anche in Brasile sono comunque in molti a non pensarla come il ministro della Giustizia verde-oro Genro. Almeno stando a quanto riporta O Estado de S. Paulo, il più autorevole quotidiano di San Paolo del Brasile, che nella sua edizione online mette in evidenza un sondaggio in cui si chiede: “Siete d’accordo sulla concessione dello status di rifugiato politico all’italiano Cesare Battisti?”
Al momento, il 71% di votanti ha risposto “no”.

Ha fatto passare Natale e Capodanno poi, tormentato dai rimorsi, si è presentato in Questura a Ferrara e ha rivelato il suo segreto alla polizia: “Voglio confessare l’omicidio di mia moglie”, ha detto Denis Occhi, 33 anni, muratore di Migliaro, agli ispettori di turno venerdì mattina.
Poi, domenica sera, impacciato davanti alle telecamere del Tg5 e incalzato dalle domande dopo un ricovero di alcune ore all’ ospedale di Copparo a causa di un malore, il dietrofront.
Lei non avrebbe detto ‘In queste giornate di festa mi è salito il rimorso e quindi sono venuto a confessarè? “No, no, no, questo non l’ho detto”, ha risposto ossessivamente, quasi balbettando.
Non è andato a confessare? “Non sono andato a confessare e non ho proprio detto che ho ucciso mia moglie specificamente. Ho detto: ‘Se voi pensate che l’abbia uccisa va bene, ma io non l’ ho uccisa perchè non c’ero, e le volevo bene”‘.
Dalla Questura si conferma l’esistenza del verbale, già trasmesso al Pm Nicola Proto, titolare dell’inchiesta. L’ex moglie di Occhi, Giada Anteghini, di 27 anni, venne aggredita la notte del 25 novembre 2004 con un’accetta che le devastò il capo. Morì quattordici mesi dopo (il 23 gennaio 2006), senza mai svegliarsi dal coma.
Per la sua morte l’uomo, processato per omicidio, è già stato assolto con sentenza definitiva e quindi, nonostante abbia riaperto il caso con le dichiarazioni autoaccusatorie, non potrà più essere portato davanti ad un giudice per il principio del ne bis in idem, secondo cui una persona già condannata o assolta in via definitiva non può essere processata una seconda volta per lo stesso fatto. Con la ricostruzione proposta oggi, polizia e Procura ritengono del tutto attendibile la confessione di Occhi, e verranno attivate, per scrupolo, indagini per avere i riscontri necessari. Che tuttavia saranno inutili, hanno spiegato gli inquirenti, per la non processabilità dell’uomo.
Appare anche impossibile una revisione del processo, perchè non prevista dal nostro ordinamento giudiziario per chi, da assolto, chieda di ‘rivederè una sentenza per poi essere condannato.
La vicenda risale a quattro anni fa quando, il 25 novembre 2004, Giada Anteghini fu aggredita nella casa di Jolanda di Savoia che divideva con un nuovo compagno (indagato per omicidio e poi prosciolto). La donna venne massacrata durante il sonno, nella sua camera da letto, attigua a quella in cui stava dormendo la figlia di 6 anni che aveva avuto con Denis Occhi. Le ferite alla testa erano gravissime, la donna entrò in coma e morì dopo 14 mesi. Per la sua morte Occhi fu condannato nel 2007 in primo grado alla pena di 20 anni, con giudizio abbreviato a conclusione di un processo indiziario. Ma il 27 febbraio 2008 fu assolto dalla Corte d’Appello di Bologna e rimesso in libertà.
Ora Occhi (salvo smentite) avrebbe deciso di svelare la sua verità alla polizia e lo ha fatto davanti al legale nominato d’ufficio. Una verità che lui stesso aveva confessato il giorno dopo la tragedia, quattro anni fa, ad alcuni carabinieri di Comacchio suoi amici. Ma che poi ritrattò. Quella ritrattazione è stata al centro dei processi e interpretata in senso colpevolista o innocentista dai vari giudici che si sono susseguiti in questa vicenda, destinata forse a diventare un caso di giurisprudenza.
A chiudere la faccenda (non le polemiche) tocca alla procura di Ferrara, che interviene ufficialmente: la sentenza di assoluzione di Occhi per l’omicidio della ex moglie è irrevocabile, anche se avesse confessato (quattro anni dopo) alla polizia di esser lui l’assassino.
Il pm Nicola Proto, autorizzato dal procuratore Rosario Minna a rilasciare dichiarazioni alla stampa, ha detto: “Occhi si è presentato alla questura nei giorni scorsi come indicato da giornali e Tv per rilasciare dichiarazioni confessorie, dichiarazioni che non potranno confluire in un procedimento a suo carico ai sensi dell’articolo 649, previsto dal nostro codice procedura penale, in quanto nessuno puo’ essere giudicato 2 volte per lo stesso fatto”.
Si può profilare una revisione del processo alla luce dei nuovi elementi? “L’istituto della revisione nel nostro ordinamento è possibile solo e soltanto qualora emergano nuove prove che consentano una revisione del provvedimento a carico del condannato, pertanto non è previsto nulla per la posizione di una persona che sia stata assolta”.
Occhi, pur avendo reso confessione, ieri ha poi smentito le sue dichiarazioni confessorie. “Ne prendiamo atto come procura” ha aggiunto Proto “ma vogliamo sottolineare che da un punto di vista processuale si tratta di una notizia neutrale che non ha nessuna validità probatoria”. Dunque nessuna “presunta” confessione, ma una totale affermazione di responsabilità davanti a pubblici funzionari: resta il fatto che una persona che si è accusata di un reato gravissimo come l’omicidio sia e resti a piede libero. La gente ha diritto ad avere paura, o no, è stato chiesto al Pm? “Questo è un problema di sicurezza pubblica su cui la procura si riserva di valutare in ordine alle eventuali misure di prevenzione da adottare nei confronti di Onghi”, ha concluso Proto.
Anche per questo non si dà pace la madre della vittima. Che ora torna a chiedere giustizia e critica il fatto che non ci possa essere un nuovo processo: “È una cosa assurda e illogica. Spero che la giustizia vada avanti, perchè non è giusto che finisca così”. Un’opinione che hanno in molti nel piccolo paese tra Ferrara e il mare.
Per la morte della moglie un uomo è stato prima processato e poi assolto con sentenza definitiva. Quindi, nonostante abbia riaperto il caso con dichiarazioni autoaccusatorie, non potrà più essere portato davanti ad un giudice. Secondo voi è giusto?

10 anni di reclusione: tanto dovrà scontare Calisto Tanzi, per il crac della Parmalat. A deciderlo la prima sezione penale del tribunale di Milano, che ha giudicato colpevole l’ex patron di Collecchio per i reati di aggiotaggio, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e falso dei revisori. Per lui, la pubblica accusa aveva chiesto una condanna di 13 anni. Il tribunale di Milano ha assolto tutti gli altri imputati. Inoltre l’ex patron di Collecchio è stato interdetto dai pubblici uffici per la durata della pena e condannato a risarcire in via provvisionale le parti civili. È stato assolto solo per un capo di imputazione relativo al concorso in aggiotaggio con gli ex funzionari di Bank of America, che sono stati assolti.
È questo il verdetto, almeno dalla prospettiva milanese, quella della Borsa, sullo scandalo finanziario più fragoroso degli ultimi anni. Dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio e 99 udienze, tre giudici, Luisa Ponti (presidente), Giuseppe Gennari e Silvia Baldi, condannano l’ex patron del gruppo di Collecchio, accusato di aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza, a 10 anni di reclusione ma assolvono “per non aver commesso il fatto” i tre ex funzionari di Bank of America, Antonio Luzi, Luis Moncada e Luca Sala, l’ex responsabile di Parmalat Venezuela, Giovanni Bonici, e gli ex consiglieri indipendenti dell’azienda di Collecchio, Luciano Silingardi, Paolo Sciumè ed Enrico Barachini.
Sentenza che appare amara per i pm Eugenio Fusco, Carlo Nocerino e Francesco Greco, che “ottengono” la condanna di Tanzi, ma assistono all’esultanza in aula degli avvocati dei sette assolti per i quali avevano chiesto pene dai tre anni e mezzo ai sei anni. Accolte solo le richieste di otto patteggiamenti presentate dagli imputati già a processo a Parma le cui posizioni non sono state però discusse nel dibattimento milanese. Si tratta di Mario Brughera, ex presidente del collegio sindacale, (4 mesi in continuazione con la pena già stabilita nella città emiliana), Oreste Ferretto (3 mesi), Adolfo Mamoli e Giuseppe Rovelli, ex revisori di Deloitte & Touche, (5 mesi e 10 giorni), Paola Visconti, la nipote di Tanzi, (3 mesi), Piero Mistrangelo (2 mesi), Massimo Nuti (2 mesi e 10 giorni), Andrea Petrucci (4 mesi).
Respinte perché definite “incongrue” le pene concordate tra Procura e Maurizio Bianchi e Lorenzo Penca, ex revisori di Grant Thornton, per i quali il processo riprenderà dal 4 febbraio prossimo davanti alla prima sezione penale del Tribunale. Condannata la società Italaudit (ex Gran & Thornton) a una sanzione di 240mila euro e alla confisca di 455mila euro.
Sintetico il commento di Giampiero Biancolella, l’avvocato di Tanzi, che constata come “unico responsabile del crac sia stato l’ex patron”, che dovrà anche risarcire 380mila euro alla Consob. Prescritta la parte del capo d’imputazione relativa al capitolo brasiliano del dissesto sia per Tanzi che per Sala.
Dunque, per il Tribunale è stato il solo Tanzi a ingannare il mercato, bombardandolo di false informazioni sulla solidità della sua azienda dai piedi d’argilla. Non avrebbero colpe i consiglieri non esecutivi, né gli ex manager di Bank of America. In una nota, quest’ultima esprime “soddisfazione”. “Sentenza giusta” esulta Jacopo Pensa, legale di Luzi “che rispecchia la situazione. Sarebbe stata assurda una decisione contraria”. Non appare turbato il pm Francesco Greco che ricorda come su 29 imputati “almeno una ventina sono stati condannati” e ritiene che, anche oggi si possa dire che “l’impianto dell’inchiesta è stato confermato”.
Un’immagine presa dalla tv mostra i genitori di Lorena Cultraro - la quattordicenne scomparsa da Niscemi (Caltanissetta) il 30 aprile scorso e trovata morta in un pozzo
Il Gup di Catania Alessandra Chierego ha condannato a vent’anni di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici i tre minorenni imputati per l’omicidio di Lorena Cultraro, la quattordicenne scomparsa da casa il 30 aprile scorso, il cui cadavere fu ritrovato il 13 maggio in una cisterna nelle campagne di Contrada Giummarra di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Un delitto particolarmente efferato: i tre ragazzi, compagni di scuola della giovane, l’avevano portata in un casolare abbandonato, avevano avuto rapporti sessuali con lei (secondo l’accusa l’avevano violentata), poi l’avevano picchiata e strangolata con un cavo elettrico. Il movente? La paura che la ragazza fosse incinta di uno di loro, così come lei aveva fatto credere. I giovani assassini sono rei confessi: avevano vuotato il sacco dopo aver tentato in un primo momento di depistare le indagini. Il Gup Chierego, accogliendo la richiesta del pm Stefania Barbagallo, non ha concesso alcuna attenuante ai tre minorenni ritenendoli colpevoli di tutti i reati contestati agli imputati: violenza sessuale, omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere. Davanti al tribunale l’Udi “Unione donne italiane” aveva in mattinata distribuito un volantino in cui si chiedeva il massimo della pena per il “femminicidio”.

Mercoledì 22: primo giorno di lavoro - come operaio in una ditta privata di Milano - per Pietro Maso, l’uomo che poco più che adolescente, nel 1991, uccise i genitori per impossessarsi dell’eredità. A lui il Tribunale di sorveglianza di Milano ha concesso nei giorni scorsi la semilibertà. L’uomo è uscito intorno alle 7 e 30 dal carcere di Opera, dove è detenuto e dove ritornerà per la notte.
Primo giorno, dunque, della nuova vita concessa a Pietro Maso dal provvedimento dei giudici che però nei prossimi giorni, stando a quanto si apprende, sarà impugnato dalla Procura generale del capoluogo lombardo.
Nel provvedimento, sei pagine in tutto, sono state riportate le valutazioni fatte dalle varie equipe, educatori e religiosi che negli ultimi 17 anni hanno seguito Pietro Maso in carcere. A suo favore è stato anche sottolineato il modo, giudicato positivo, con cui si è rapportato recentemente con la stampa, da non protagonista, elemento questo che confligge con quel disturbo narcisistico della personalità dal quale, secondo la Procura generale, invece, Maso non sarebbe ancora guarito. Tra gli elementi positivi evidenziati per Pietro Maso, oltre al percorso di fede e ai rapporti affettivi, vengono sottolineate le tante attività svolte in carcere tra i quali lo studio: nel giugno scorso, infatti, Maso ha conseguito il diploma di ragioneria.
Il tribunale della sorveglianza di Milano ha concesso la semilibertà a Pietro Maso anche per “la grande maturità, quindi, nell’affrontare la difficile prova di misurarsi con la realtà esterna e con la pressione mediatica, che ha soppoortato ogni volta che è uscito dal carcere in permesso. Una pressione” precisano i giudici nel loro provvedimento “che ha affrontato senza mai rilasciare interviste o approffittato della notorietà per farsi mettere in prima pagina”.
I giudici hanno anche sottolineato l’importanza della relazione avviata da Maso con una ragazza milanese, una ’storià definita “un rapporto affettivo molto importante”, che rappresenta “una ulteriore novità positiva nell’evoluzione della personalità” di Maso. Proprio questa relazione, secondo il tribunale di sorveglianza, “ha avuto un ruolo di propulsione in termini evolutivi.
La concessione a Maso del regime di semilibertà, però, ha sollevato grosse polemiche, soprattutto da parte di chi non lo ritiene ancora idoneo ad una vita fuori dal carcere. Il criminologo Francesco Bruno, ad esempio, sostiene che sia ” un gravissimo errore liberare Pietro Maso”, poichè si tratta di “un malato di megalomania schizoide”, un soggetto, cioè, che “non è dotato del senso etico: non sa discernere il bene dal male e ritiene che tutta la vita si riduca a una bella macchina, alla discoteca, alla palestra”. Secondo Bruno, ordinario all’Università La Sapienza, Maso “ha più bisogno di terapie che del carcere”. Ma, spiega, la semilibertà lo espone “a due rischi imminenti: da un lato soggetti come lui, malati patologici, rischiano o il ritiro in un eremo, metaforicamente parlando, cioè una vita chiusa e la depressione o, al contrario, tentati e lusingati dai media, cadere in eccessi di euforia. Insomma dico a Maso e chi lo ha in cura, attenti al rischio mediatico”.
-
Discutine sul FORUM: “Pietro Maso torna in semilibertà: scandalo o scelta giusta?”
“Stiamo pensando di introdurre il ritiro totale della patente per chi viene condannato in modo definitivo per reati legati agli stupefacenti, e di impedire il conseguimento del documento di guida, una volta compiuti i 18 anni, per i minorenni condannati per reati di droga”.
È una delle proposte fatte dal ministro dell’Interno Maroni a Milano, durante la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Quindi, se un minore viene condannato in maniera definitiva per droga gli potrebbe essere negato di prendere la patente a 18 anni.
Secondo il Ministro accanto alla repressione servono politiche di prevenzione. E un messaggio del genere per un minorenne che oltre alle conseguenze del reato potrebbe avere come sanzione accessoria anche questa della patente è “una proposta forte ma interessante e da valutare”.
Il ministro, al termine della riunione che si è svolto questa mattina in prefettura a Milano alla presenza del sindaco Letizia Moratti e dei rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, ha poi spiegato che “l’80% circa dei cittadini che vengono condannati è composto da extracomunitari. Per questo motivo la lotta all’immigrazione clandestina è strettamente collegata e ridurrebbe anche il problema dello spaccio di stupefacenti”.
Tanto che, continua Maroni: “Se riuscissimo a bloccare davvero gli ingressi clandestini allora si ridurrebbe anche, probabilmente, lo spaccio degli stupefacenti”. Ed è su questo che si concentrerà l’azione del Viminale nei prossimi mesi, ha annunciato Maroni: “Oggi sono emerse proposte interessanti” ha detto il ministro “che saranno poi valutate nei prossimi giorni e che probabilmente entreranno nel disegno di legge sulla sicurezza in discussione in Senato”.
Nel disegno del ministro dell’Interno, l’intenzione è “interrompere i flussi di droga dal Sud America verso l’Italia, che vengono gestiti soprattutto dalla ‘ndrangheta attraverso il porto di Gioia Tauro, oltre al canale di rifornimento del mercato italiano che parte dall’Asia e attraversa le regioni balcaniche”, ricordando l’operazione che si è tenuta questa mattina e che ha portato a 34 ordini di custodia cautelare per traffico di stupefacenti con l’aggravante mafiosa. Il grande business, ha concluso il titolare del Viminale: “della criminalità organizzata è ancora la droga, che è la principale fonte di finanziamento”.
Tra gli altri provvedimenti che potrebbero essere inseriti nel disegno di legge c’è anche “la nascita di squadre investigative comuni tra Italia e altri paesi” spiega Maroni “che possano agire in materia di traffico di stupefacenti senza le rogatorie, uno strumento lento, lungo e spesso inefficace”.
Il piano del ministro Maroni: “Via la patente a chi è condannato per droga”. Siete d’accordo?
Tre anni per corruzione e appropriazione indebita. Questo il verdetto del tribunale di Milano per l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia, nell’ambito del processo milanese in cui è imputato insieme ad altre sette persone, per un giro di presunte tangenti nel mondo della sanità.
Per Sirchia l’accusa dei pubblici ministeri Eugenio Fusco e Maurizio Romanelli aveva chiesto 2 anni e 9 mesi di reclusione: la pena è leggermente più pesante, dunque. E tuttavia non verrà scontata in quanto coperta da indulto. La pena accessoria che oggi i giudici del tribunale di Milano hanno inflitto al professore è l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici.
Sirchia si è sempre difeso dicendo che quel denaro era il corrispettivo di una serie di consulenze. Per questo, a caldo dopo il pronunciamento della corte, parla di una sentenza “fuori dalla realtà e non condivisibile”. “Sono ovviamente dispiaciuto perchè malgrado le prove e le testimonianze portate ha prevalso il teorema dell’accusa” ha detto dopo la lettura della sentenza. “Ovviamente mi riservo di impugnare una decisione che reputo fuori dalla realtà”. L’ex primario del Policlinico ha inoltre sottolineato che per lui è un dovere “rispettare quello che il Tribunale decide ma è anche un dovere” ha detto “difendere la mia onorabilità”.
Uno dei suoi avvocati, Giovanni Maria Dedola, ha annunciato che impugnerà il verdetto in appello e ha detto: “È una sentenza che non condividiamo ma rispettiamo. Sirchia ha dimostrato di essere un uomo di scienza, ma anche delle istituzioni”. Sirchia si dice amareggiato “per come vengono gestite le cose in ambito giudiziario: non avrei mai creduto che si potesse costruire un’accusa senza prove o, addirittura, contro le prove. Per tre anni su di me i giornali hanno scritto di tutto; ormai il danno personale è fatto, più di così… io comunque” aggiunge “sono abituato ai combattimenti: spero che l’appello faccia giustizia”.
- Tags: Cassazione, condanna, Corte-dAppello, estradizione, Firenze, frode-on-line, Lozano, Rosario-Gambino, Sonny-Vleisides, truffa, Usa
-

23 reati da scontare con 20 anni di carcere ognuno. Risultato? Più di quattro secoli e mezzo di galera. Attenzione: non si tratta della somma delle pene da scontare da un plotone di assassini, ma di quello che rischia Sonny Vleisides, genio americano dei raggiri, arrestato a Firenze, mentre sorseggiava un drink in un lussuoso albergo del centro.
I giudici americani hanno infatti chiesto ai colleghi italiani l’estradizione: è accusato di undici frodi postali e di una decina di reati di riciclaggio per una maxi truffa durata in tutto una quindicina d’anni.
Secondo le accuse, il raggiro di Sonny nasceva da un’idea semplice, eppure difficilissima da attuare. Insieme ad alcuni complici, organizzava una serie di lotterie false. Con lettere di incoraggiamento, scriveva a migliaia di cittadini americani, promettendogli premi di ogni tipo. Buona parte di essi rispondeva, e inviava la propria quota di partecipazione, tramite assegni e carte di credito, alle ricevitorie postali che Vleisides indicava nelle missive. Il denaro raccolto sarebbe in buona parte finito nelle tasche dell’americano, ad eccezione della somma che sarebbe stata reinvestita per ripetere l’affaire, e per far vincere alcuni dei concorrenti in modo da fugare ogni sospetto.
Negli Usa, dove non esiste l’istituto del cumulo della pena e il limite massimo di 30 anni di pena come in Italia, adesso rischia quasi mezzo millennio di detenzione.
Ecco perché i giudici fiorentini chiedono chiarimenti ai loro parigrado americani, sostenendo che la pena “non può dirsi conforme ai principi costituzionali”.
Toccherà ai magistrati della Corte d’Appello di Firenze e della Cassazione a decidere se dare il via libera all’estradizione. Ma il caso Vleisides non è di certo il primo a creare divergenze giuridiche tra i due paesi alleati. Mario Lozano, il marines che uccise in Iraq Nicolò Calipari e di cui in un primo momento l’Italia aveva chiesto l’estradizione, è l’episodio più noto, ma sono moltissimi gli imputati “contesi” e negati nelle relazioni italo-americane.
Tra gli ultimi condannati, il più celebre è il boss Rosario Gambino, rimasto nelle carceri americane dopo le richieste di rientro in Italia. L’ottobre scorso, un giudice di Los Angeles aveva posto il veto alla consegna alle autorità italiane. Essendo un noto mafioso, sarebbe stato a rischio di carcere duro, definito dal giudice “un trattamento simile alla tortura”.