Leggi tutte le notizie su:
confcommercio
I più “infedeli” alla propria regione questa estate sono i piemontesi che sono rimasti per vacanze in Piemonte solo per il 3% dei casi, mentre il 97% ha preferito altre regioni, con in testa la vicina Liguria, come l’anno scorso. Questo è risultato di una indagine realizzata da Federalberghi e da Confturismo-Confcommercio, intervistando 1.237 italiani maggiorenni e che fotografa i principali spostamenti regionali degli italiani.
Seguono nella classifica dell’infedeltà regionale i lombardi: il 7% è rimasto nella regione, mentre il restante 93% ha scelto il resto d’Italia prediligendo la Sardegna (rispetto all’Emilia-Romagna preferita nel 2007). Quindi i laziali, che sono rimasti nel Lazio per vacanze solo per il 14%, mentre l’86% è andato nel resto d’Italia e, in particolare, in Toscana (più gettonata rispetto alla Calabria nel 2007).
Ancora “infedeli” i campani con il 15% che sono rimasti in aree regionali, ma l’85% è andato altrove con una spiccata preferenza per la Puglia. Poi i veneti: due su dieci non si sono allontanati da casa, gli altri sono in viaggio con la Sardegna quale obiettivo primario (rispetto all’Emilia-Romagna preferita nel 2007). Quindi gli emiliano-romagnoli che hanno scelto la propria regione nel 33% dei casi, con il restante 67% che è andato in giro per l’Italia prediligendo la Liguria (rispetto alla Sardegna preferita l’anno scorso).
Infine i pugliesi rimasti nei confini locali per il 34% dei casi, mentre il restante 66% si è recato altrove preferendo la Calabria. Al contrario, tra i più “fedeli” alla loro terra questa estate troviamo i toscani. Solo infatti il 30% è andato fuori i confini regionali, indirizzandosi in gran parte verso la Sardegna (come nel 2007), mentre il 70% è rimasto a godersi le proprie spiagge e le proprie località d’arte, seguiti a distanza dai siciliani che sono rimasti nell’isola nel 55% dei casi, mentre il 45% è partito prediligendo quale meta ideale un’altra isola: la Sardegna (rispetto alla Calabria preferita nel 2007).
Per prenotarsi la propria vacanza estiva quest’anno gli italiani si sono rivolti in maggioranza alle agenzie di viaggi. Il 23% dei vacanzieri si è avvalso di un ‘fidato’ agente di viaggio per farsi organizzare dal semplice trasferimento nella località prescelta, al pacchetto tutto incluso. A breve distanza, tuttavia, si colloca l’utilizzo del web: con un indice del 23% dimostra di essere uno strumento sempre più utilizzato per definire una qualsiasi vacanza. Sempre a breve distanza, con il 20% dei casi, c’é la telefonata diretta al gestore di una struttura ricettiva (albergo, residence, agriturismo, campeggio). Il 16% si è affidato al consiglio ed all’interessamento di parenti o amici, disimpegnandosi dall’onere dei preparativi. Ed il restante 18% non ha neppure speso una telefonata in quanto si è recato o in casa di proprietà o in quella di parenti e amici. “L’86% degli spagnoli e l’83% dei francesi, contro il 75% degli italiani, scelgono il proprio Paese per trascorrere un periodo di vacanze”, ricorda il presidente di Federalberghi e di Confturismo-Confcommercio, Bernabò Bocca.
”Non dobbiamo infatti dimenticare” prosegue Bocca “come di tutti i pernottamenti che l’Italia annualmente registra, quasi il 60% siano fatti segnare da connazionali, tanto che noi riteniamo giusto ed importante per l’economia del Paese che tale percentuale cresca. E per farlo occorre investire sull’immagine nazionale, realizzando iniziative promo-pubblicitarie che informino gli italiani sulle numerosissime località di svago o vacanza, di arte o archeologia, di tradizione etnica o eno-gastronomica, di montagna o collina, di terme o laghi e quant’altro ancora alla scoperta di un Paese che se conosciuto a fondo non potrà mai finire di stupire ed assecondare le esigenze di chiunque”. “Ecco perché occorre che l’Enit-Agenzia del Turismo” conclude “promuova l’Italia anche agli italiani, alla scoperta delle infinite bellezze che costellano la nostra Penisola”.
LEGGI ANCHE: Al mare o in montagna: è l’estate del non si può
Varata la Finanziaria in nove minuti e mezzo, il Cavaliere oggi va in Europa, al Consiglio Europeo per darle un “drizzone”.
Questa è la parola usata dal premier, Silvio Berlusconi, intervenendo all’assemblea annuale di Confcommercio. Per il premier l’Europa “dove torno oggi dopo due anni ha fatto un passo indietro. È arretrata”. Quindi ha spiegato le motivazioni che per lui sono di leadership: “C’era un gruppo di persone, Tony Blair, Aznar, Chirac, Schroeder”. Che oggi non ci sono più: insomma, l’Europa rischia di essere quella dei burocrati.
Ed è questa la motivazione ha aggiunto Berlusconi che ha portato l’Irlanda a respingere il Trattato di Lisbona a cui il premier ribadisce l’importanza: “Daremo indicazioni di approvare il Trattato di Lisbona” ha detto Berlusconi davanti all’Assemblea di Confcommercio “così avremo 26 approvazioni mentre l’Irlanda dovrà dare una sua diversa valutazione”.
Parole che potrebbero essere un problema con l’alleato Lega che nei giorni scorsi aveva festeggiato per il no irlandese al trattato di Lisbona? Il senatore Sergio Divina a proposito della Ue manda subito una nota: “La perdita di sovranità, che scaturisce dai trattati messi a punto dai tecnocrati di Bruxelles si potrebbe anche accettare, se come contraltare ci fosse una ‘federazione europea’ riconosciuta e in grado di rispondere efficacemente alle esigenze dei vari popoli. Ma - rileva il vicepresidente della commissione esteri - poiché così non è, non ci possiamo scagliare contro quei Paesi che col referendum hanno fatto sentire la loro vera opinione. Pertanto - aggiunge Divina - chi accusa la Lega di scarso senso europeista ha come risposta che la Lega sarà sempre dalla parte dei popoli”.
Un’Europa dei popoli che anche Berlusconi sostiene: “Con il referendum irlandese si è verificato quello che temevamo: l’Unione è sentita come l’Europa delle burocrazie. Per noi va approvato il Trattato di Lisbona da tutti e 26 i Paesi, ma poi bisogna andare verso un’Europa dei popoli e della gente, cosa che oggi non è assolutamente”.
Insomma il Cavaliere dopo lo slogan vincente della campagna elettorale di aprile, scende in campo per “Rialzati, Europa”. Una mission che Berlusconi dice di poter svolgere tranquillo, visto che in Italia “c’è un governo, una squadra composta di persone giovani e competenti, che rappresenta la classe dirigente del futuro”.
Il VIDEO servizio:

“Piena solidarietà a chi è stato costretto a difendere la propria moglie e se stesso dall’ennesimo assalto criminale. Io al suo posto, fossi stato armato, avrei fatto lo stesso”. La reazione è quella di una categoria che si sente nel mirino dei delinquenti. Luca Squeri, presidente della Commissione sicurezza di Confcommercio, commenta i fatti di Nicolosi, dove un gioielliere ha sparato durante una colluttazione e ha ucciso due rapinatori, ferendone un terzo.
Non c’è neppure il tempo della riflessione e da Giugliano, in provincia di Napoli, arriva la notizia di un’altra rapina finita nel sangue. Due persone hanno aggredito un agente di polizia penitenziaria fuori servizio, che ha reagito sparando. Uno dei banditi è morto, l’altro è gravemente ferito. Intanto Guido Gianni, il gioielliere 48enne originario di Torino ma residente nel catanese da 30 anni, è stato interrogato per diverse ore. La procura ipotizza per lui la legittima difesa.
Gianni ha raccontato di essere intervenuto per difendere la moglie, Maria Angela Distefano, titolare del negozio, minacciata di morte e picchiata dai rapinatori. Di non essersi accorto che la loro pistola era finta e di aver prima sparato due colpi in aria. Gli spari che hanno ucciso i banditi sarebbero partiti durante una colluttazione. La legge approvata nel gennaio 2006 autorizza l’uso delle armi per proteggere la vita e i beni, sia in caso di pericolo in casa sia in negozi, uffici e aziende. E “se non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione” da parte dell’intruso.

Uno dei due rapinatori uccisi durante la rapina a Nicolosi
“Viviamo nella paura”, continua Squeri. “I commercianti sono in prima linea senza trincee e costretti ad affrontare faccia a faccia i criminali”. Anche se il responsabile della sicurezza di Confcommercio sottolinea che “il comportamento del gioielliere di Nicolosi, che dimostra l’esasperazione della categoria, non può e non deve diventare l’atteggiamento da tenere nei confronti dei rapinatori. Noi ribadiamo infatti di essere contrari alla giustizia fai da te, ma è altrettanto evidente che il fenomeno ha raggiunto proporzioni da allarme rosso. Siamo convinti della necessità di operare affinché chi si sente vittima potenziale della criminalità non decida di armarsi, ma al contempo chiediamo che lo Stato e le istituzioni ci aiutino in questa battaglia partendo dall’indissolubile binomio certezza della pena e controllo del territorio”.
Guido Gianni deteneva regolarmente la pistola con cui ha sparato ai ladri. E non sono solo i commercianti ad armarsi. Secondo il Rapporto Italia 2008 dell’Eurispes, sono 10 milioni le armi legali nel nostro Paese e 4 milioni le famiglie con almeno una pistola in casa. Sono 34 mila i privati che hanno un porto d’armi, ai quali si sommano le oltre 50 mila guardie giurate, i circa 800 mila cacciatori con licenza per abilitazione all’esercizio venatorio e i 178 mila permessi per uso sportivo (tiro a volo o tiro a segno). Altri 3 milioni di italiani hanno denunciato, invece, la presenza di armi in casa, ereditate o inservibili.
L’Eurispes stima che ogni anno in Italia si producano 629.152 armi, con una proporzione di detenzione di un’arma ogni dieci persone. Con la legge sulla legittima difesa le richieste di porto d’armi sono aumentate: solo a Roma erano 5 mila nel 2003, sono passate a 9.800 nel 2005 e a 11.250 nel 2006, anno appunto dell’approvazione della nuova norma. Le città più armate d’Italia nel 2007 sono risultate Torino e Milano, seguite dalla capitale.
Partecipa al FORUM

Giovane con un’età che va dai 18 ai 34 anni, prevalentemente donna e nel 62% dei casi non si sente in colpa per l’acquisto. Questo l’identikit di chi compra “taroccato” secondo la ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli e da Confcommercio. Tra le motivazioni che spingono ad acquistare i “falsi” la convenienza è sempre al primo posto, ma la piacevolezza estetica è indubbiamente rilevante (31% delle motivazioni espresse).
Nello “shopping”, si acquistano principalmente beni non necessari, superflui, che rappresentano qualcosa in più. Se la scelta cade soprattutto su abbigliamento, accessori, elettronica di consumo, libri e oggettistica, il prodotto di marca è percepito come una cosa speciale. Si compra un prodotto “firmato” perché rappresenta uno status symbol, è alla moda, è difficile sbagliare, è rassicurante in quanto certifica una scelta e si ha la sensazione di conseguire un’identità. Il prodotto contraffatto, spiega la ricerca, non è che un’imitazione di un prodotto di marca e si trova facilmente, per le strade senza bisogno di cercarli e sono per lo più prodotti che rientrano nell’area dell’abbigliamento e degli accessori.
A mettere insieme i numeri e il giro d’affari del mercato dei falsi in Italia si superano i 7 miliardi di euro, di cui 3,3 miliardi nei settori abbigliamento, accessori e prodotti multimediali e informatici che hanno registrato nell’ultimo anno oltre 108 milioni di acquisti.
Tanto che “l’Italia” spiega la ricerca “risulta il primo produttore di beni falsificati a livello europeo e il terzo a livello mondiale”. La produzione di “falsi” in Italia risulta strettamente legata agli stessi distretti industriali che operano nella produzione “legale”. I “centri del falso” italiani, d’altronde, ormai molto spesso si pongono unicamente come centri di mediazione, nel senso che tendono a non produrre più ma semplicemente a rifinire, marcare e smistare le merci. E sono principalmente due i canali attraverso cui i prodotti vengono veicolati: le bancarelle abusive degli extracomunitari e il web.
Il VIDEO servizio:
Il primo dato rilevante è la non-risposta. Lo scorso aprile Confcommercio, in collaborazione con Eurisko, ha chiesto a 60 mila titolari di impresa (venditori ambulanti, benzinai, tabaccai, baristi e ristoratori, orafi, proprietari di negozi di abbigliamento e alimentari) la loro percezione sull’andamento dei crimini negli ultimi tre anni. La percentuale di quelli che hanno preferito non esprimersi oscilla, a seconda del reato (estorsioni, usura, furti, rapine) tra il 15 e il 40 per cento.
Per quanto riguarda le estorsioni, gli esercenti che non hanno risposto sono il 38 per cento e il silenzio è stato più frequente nel Nord-Est e al Centro. Tra quelli che hanno risposto il 15 per cento ritiene che il fenomeno sia aumentato, il 42 per cento che sia rimasto stabile. L’11 per cento ha dichiarato di conoscere un collega che ha ricevuto minacce da taglieggiatori e l’8 per cento ha ammesso di averle ricevute direttamente.
Nella maggior parte dei casi (il 73%) le pressioni sono state psicologiche, ma spesso gli estorsori sono passati a danni alle cose (nel 35% dei casi) e alla violenza personale (14%). I commercianti hanno per lo più dichiarato di aver respinto le richieste, c’è però un 19 per cento che confessa di aver ceduto. E a questo dato va probabilmente aggiunto l’8 per cento che non ha voluto rispondere a questa domanda.
Le denunce sono ancora poche: solo il 5 per cento degli imprenditori taglieggiati reagisce al racket in questo modo (sono più numerosi al Sud). In tutti gli altri casi si preferisce fare da sé. Il 40 per cento degli intervistati ha preso qualche provvedimento per cautelarsi. Il metodo più diffuso è l’assicurazione, seguita dalla vigilanza privata e da telecamere e vetrine blindate.
Ma chi ha pagato, come lo ha fatto? E quali sono le tariffe del pizzo? Le vittime pagano o in merce (il 55%) o in denaro (il 52%). Tra le imprese che hanno ammesso di aver ceduto alle minacce, il 60 per cento lo ha fatto nel 2006, il 22 per cento in particolare ha consegnato più di 10 mila euro.

di Costanza Alvaro e Simona Santoni
Figlio mio, ma quanto mi costi?! In vista della riapertura della scuola le associazioni dei consumatori oltre al caro-libri hanno già denunciato il caro corredo scolastico. Diario, zaino, astuccio, quaderni e matite costeranno il 7,2% in più rispetto allo scorso anno, per una spesa media complessiva di 377 euro. Figlio mio, e se invece di una penna stilografica ti accontentassi di una semplice Bic? E sì, perché risparmiare si potrebbe, di certo non buttandosi sulle marche più cool e hot del momento. Federcartolai e Confcommercio consigliano lo Scuola Kit, il completo per la scuola a 19,90 (nelle cartolerie associate). Adusbef e Federconsumatori suggeriscono di effettuare gli acquisti presso supermercati e ipermercati, dove si può raggiungere un risparmio del 25%. E sbirciando nelle cartolerie, accanto a zaini a cui manca solo la parola e ad astucci contenenti l’intero arcobaleno, esistono anche soluzioni più economiche e meno fantasmagoriche. Panorama.it ha fatto una prova (molto poco scientifica, ma decisamente sul campo) nelle cartolerie di Roma e Milano, in centro e in periferia, per verificare, mettendo insieme quattro scontrini d’acquisto esemplari.
Guarda la Gallery dei kit visionati
![Roma, quartiere del centro.<br> Baci & abbracci, una delle marche che vanno per la maggiore quest'anno.<br> Per il kit completo di zaino (63,50 euro), diario (12,50 euro), astuccio a tre scomparti (25 euro), un quadernone (1,90 euro), un quaderno (1 euro), una penna blu e una rossa (4 euro), una matita (1 euro), una gomma (1,70 euro), un temperino (3 euro). Totale: [b]149,60 euro[/b]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_scuola_baci_abbracci.jpg)
Roma, quartiere del centro. La cartoleria è ancora deserta, ma è già perfetta. Il sogno di fine estate di qualunque bambino. Le quattro grandi vetrine sono cariche dei nuovissimi arrivi di materiale scolastico, tutti divisi per firma: dalla matita allo zaino, le ballerine provette possono avere tutto targato Dimensione Danza, mentre i maschietti lotteranno per avere la linea completa dell’Uomo ragno o di quei mostriciattoli dei Gormiti.
Quanto costerà l’indispensabile per iniziare l’anno scolastico? Gli zaini costano tra i 50 e i 65 euro, i diari oscillano sui 13 euro, gli astucci a tre scomparti pieni di pennarelli e matite colorate 25 euro. Se aggiungiamo i quaderni a 1 euro, i quadernoni a 2 euro e i libri, c’è di che accendere un mutuo. Ma non ci sono marche meno care? C’è un foglietto sulla vetrina: gli zaini dell’anno scorso sono scontati del 20%. Chiedere di tirar fuori le rimanenze, che non sono nemmeno esposte, è l’unico modo per spendere un po’ meno in una boutique di lusso come questa. Ma quanti genitori hanno il coraggio di chiedere a bambini ultraesigenti di comprare dalle “collezioni” dell’anno precedente? Neanche fosse l’alta moda. “Abbiamo solo roba firmata”, spiega la proprietaria. “Altrimenti non potremmo competere con i prezzi dei grandi centri commerciali”. Siamo a Piazza Fiume. Non è via Condotti, la strada romana della moda, ma è un quartiere centrale, di uffici e negozi. Anche i fornai e le pasticcerie, qui, hanno vetrine luccicanti e prezzi sopra la media.
Periferia di Roma. Via Tiburtina: qui la gente ci abita o viene a fare acquisti per risparmiare. È il paese dei balocchi in quanto a supermercati e negozi di elettronica.
Le cartolerie sembrano ancora tutte in ferie, meglio un supermercato. Le marche ci sono: lo zaino e l’astuccio delle amate Winx, che al centro costavano rispettivamente 59,50 e 25 euro, qui sono in offerta a 39,90 e 16,90. E ci sono anche gli scuola kit.
Infine un insospettabile negozio di casalinghi offre il compromesso tra il kit, a prezzi ottimi ma che toglie ai ragazzini il piacere della scelta, e l’extra-lusso che fa felici i bimbi e un po’ meno le mamme. Alcune sono marche conosciute (ma un po’ meno baciate dal successo), altre completamente ignote, ma i prodotti sembrano rosa e luccicanti quanto quelli che costano il quadruplo.
![Cartoleria di via Pascoli, a Milano.<br> Ecco il kit più economico disponibile: zaino Seven (62,50 euro), astuccio Seven a due cerniere (16 euro), diario Pepsi Cola (10 euro), un quadernone (1 euro), un quaderno (0,60 euro), penna Bic (0,50 euro), una matita Fila (0,50), temperino a un foro (0,70 euro), gomma Wiler (0,70). [b]Totale: 92,5[/b]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_kit_povero_periferia_mi.jpg)
Milano, zona del centro. Via Fiamma, a due passi da piazza Cinque Giornate. Il duomo e le sue guglie non sono così vicine ma già si intravvede la Madunina. La cartoleria si apre su quattro vetrate, e dentro tutto l’occorrente e più per un corredo scolastico coi fiocchi.
Prezzo degli zaini? Il top tocca quota 98 euro! Quasi cento euro per una borsa marcata Lonsdale London dotata di schienale rigido e rotelle: ci manca solo che si muova da sola. Il più economico costa 49 euro, degli evergreen Titti e Gatto Silvestro. Per gli astucci completi si va dai 45 (Onyx) ai 24 euro (Carioca), e per il diario dai 15,50 agli 11, oscillando soprattutto verso l’alto. Per un quaderno basta 1,50 e per un quadernone ancor meno visto che quelli con la fantasia degli animali o della frutta sono in offerta a 0,80. La linea più nuova e ricercata dei vari Geronimo Stilton, Disney e Slurp costa 2,50 euro, ma per il periodo più caldo (non in senso climatico) di settembre-ottobre sarà scontata a 2. Per una penna è difficile pensare ci possa essere tanto dislivello tra un modello e un altro… E invece c’è: dalla più economica vecchia e cara Bic (30 cent) - che però ormai è richiesta solo dagli over 40 - si passa alla super professionale Pilot da 6 euro.
Uscendo dal centro di Milano. Allontanadosi un po’ dal centro milanese, tra tanti “chiusi per ferie” in via Pascoli c’è una bella piccola cartoleria aperta da poco. Il Kit Scuola a 19,90 euro c’è? “No, per averlo bisogna essere iscritti alla Federcartolai“, risponde la proprietaria. “E poi non capisco cosa possa contenere un kit a un prezzo così basso: le sottomarche delle sottomarche. La qualità purtroppo va pagata, anche se pure io sono stupita da certi prezzi, che spesso i fornitori ci impongono di tenere”.
E infatti all’interno del negozio ci sono solo marche. Lo zaino più caro è quello delle solite Winx: 69 euro. Per paura di non venderli la signora ne ha comprati solo tre ma, a quasi un mese dall’apertura delle scuole, gli zaini sono stati stra-venduti e richiesti di nuovo. Il più economico (si fa per dire): Seven, 62,50. Per gli astucci si va dai 30 (ancora Winx e ancora tutto esaurito) ai 16 euro. Penne: da 50 cent a 3,80 (ma le più di moda sono le Pilot, a 2,40).
Guarda la Gallery dei kit visionati
- Tags: armani, armani-teatro, camera-della-moda, carlo-sangalli, confcommercio, galleria-meravigli, gazzarrini, giardini-di-porta-venezia, iceberg, la-pelota, laura-biagiotti, mario-boselli, Milano, milano-moda-uomo, moda, museo-della-permanente, palazzo-mezzanotte, parigi, piazza-affari, piscina-cozzi, quadrilatero, richmond, scuola-militare-teulié, sfilate, showroom, superstudio, valentino, versace
-

Qualcuno penserà: per fortuna è finita. Sì, la bagarre della settimana di Milano Moda Uomo si è ufficialmente conclusa. Da giovedì 28, tutti a Parigi: fotografi, giornalisti, modelli. E i buyer stranieri, gli ospiti internazionali e pure i curiosi. Tutti all’ombra della Tour Eiffel. I milanesi si riappropriano così delle strade, dei taxi (che è impossibile trovare in tempo di sfilate), persino dei luoghi cittadini che fanno da cornice alle passerelle modaiole.
Nonostante in città non manchino strutture adeguate, gli stilisti negli ultimi giorni hanno invaso teatri, studi fotografici, musei, una scuola militare (la Teulié di Corso Italia), l’ex sala delle grida di Piazza Affari (ribattezzata Congress and training Centre di Palazzo Mezzanotte (nella foto), la Galleria Meravigli e persino una piscina (la Cozzi di viale Tunisia) e i Giardini di Porta Venezia. Ogni angolo della città è diventato passerella, costringendo gli operatori del settore a spostarsi freneticamente da un luogo all’altro e intasando il già difficile traffico quotidiano. Sempre la stessa scena, specialmente in occasione delle sfilate maschili: “La moda donna storicamente è più legata alla Fiera, che per 25 anni ha ospitato le passerelle in piazza VI Febbraio, mentre ora molte si svolgono nella struttura di via Gattamelata“, dice Mario Boselli, Presidente della Camera Nazionale della Moda (Cnmi), “quando invece si tratta della moda maschile, con meno sfilate, gli stilisti vogliono atmosfera e scelgono posti strani, anche se farebbero meglio a seguire la nostra organizzazione: con le sale che mettiamo a disposizione tutti potrebbero sfilare negli stessi luoghi, risparmiando tempo, fatica a chi deve seguire gli eventi e soprattutto soldi, poiché i nostri costi sarebbero molto inferiori rispetto alle medie di mercato”. Invece no. A parte chi organizza gli eventi all’interno della maison o in strutture private, come Armani nel suo Teatro di via Bergognone o Iceberg nella Pelota di via Palermo, gli altri si sono divisi tra la gettonatissima via Tortona, dove c’è il Superstudio, e le altre location: “Abbiamo organizzato il calendario studiando i tragitti e i percorsi meno impegnativi”, continua Boselli, “ma a volte ciò non è bastato”. Come nel caso della sfilata di Valentino, o in quella di Laura Biagiotti, che hanno rispettato l’orario previsto ma alle quali molti sono arrivati in ritardo. “Una sfilata dura tra i 12 e i 14 minuti, se tutti fossero nello stesso posto, realisticamente, potremmo avere un defilé ogni tre quarti d’ora, contro l’ora in media prevista attualmente dal calendario (e mai rispettata, ndr)”. Ma allora perché i designer preferiscono cercare uno spazio diverso? “Perché chi non ha un luogo privato tende ad individuare un posto bello, centrale e facile da raggiungere, e a conservarlo nel tempo, quasi a renderlo riconoscibile e identificabile con la griffe”, raccontano da Gazzarrini, che da qualche stagione ha scelto la Galleria Meravigli. Così Richmond da anni sfila ai Giardini di Porta Venezia, Versace per due stagioni ha preferito Piazza Affari e Gucci per ben cinque anni ha presentato le collezioni all’interno del Museo della Permanente, utilizzato ora dallo stilista Valentino. I costi? Da 10 mila a 60 mila euro, a seconda della location e dello stilista. Tanto più centrale, tanto più cara: da Piazza Affari fanno sapere che il successo di Palazzo Mezzanotte dipende dal fatto di far rivivere le emozioni del cuore della finanza italiana, ma anche perché è a due passi dal quadrilatero della moda e per lo spazio antistante, che consente eventi collaterali. Compresi gli ingorghi: taxi e macchine private in doppia fila, traffico bloccato, andirivieni di fotografi e cineoperatori.
Tuttavia il business non manca: “La sfilata rappresenta l’evento visibile di un sistema complesso fatto di piccole e medie imprese che lavorano a tutti i livelli”, ha dichiarato Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, “favorire l’evento sfilata vuol dire favorire tutte le imprese che lavorano ai servizi, gli showroom commerciali, le pubbliche relazioni, la manifattura stessa, con una serie di ricadute positive non solo per il sistema moda ma per l’intera città”. Così il marchio Milano si impone in tutto il mondo: “all’estero siamo talmente considerati che non spostano la data di una sfilata senza consultarci”, chiosa Boselli, “mentre qui puntualmente dobbiamo lottare con chi vorrebbe stravolgere il calendario che prepariamo”. La soluzione? Superare la diffidenza e i protagonismi di ognuno. Difficile. Com’è difficile che vada meglio la prossima volta. Quando? Dal 23 settembre con Milano Moda donna. La città è avvisata.