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L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà. Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.
La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.
Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.
Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità, fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.
Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.
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Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità. In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.
Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma…
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Giustizia e intercettazioni. Ma anche pensioni e futuro energetico del Paese.
Sono alcuni dei temi toccati dal premier Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa di fine anno. Dice il capo del governo: ”La riforma della giustizia è indispensabile. La presenteremo al primo Consiglio dei ministri di gennaio”, sottolineando che in Italia la giustizia civile e quella penale hanno tempi troppo lunghi, dai 5 agli 8 anni per la durata media dei processi. E sulle intercettazioni annuncia un giro di vite: ”Da subito mi sono detto insoddisfatto per il testo sulle intercettazioni prodotto dal governo che non cambierebbe per nulla una situazione inaccettabile” dice il premier “bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione e sono certo che questo convincimento sia quello di tutta la maggioranza e auspico un emendamento al testo da parte del consiglio dei ministri”. Il primo ministro sottolinea di essere “orgoglioso di questa squadra di governo composta da molti giovani e donne capacissime. Si lavora benissimo assieme e non ho mai avuto in sette mesi una delusione, neppure la più piccola”.
Il capo del governo tocca la questione delle pensioni: “Non abbiamo preso in esame la revisione del sistema pensionistico e credo che non lo faremo neppure nei prossimi mesi” La decisione di mandare le donne in pensione a 65 anni ”ci è stata richiesta dall’Europa” alla quale l’Italia intende rispondere consentendo alle donne di scegliere se allungare l’età lavorativa su base volontaria. ”Abbiamo provveduto a raddoppiare le somme messe a disposizione per gli ammortizzatori sociali” dichiara il premier “e ci riproponiamo di aumentare queste somme al fine di garantire anche anche quelle categorie alle quali oggi non viene data la cassa integrazione”. In particolare, il governo sta valutando se possibilità di un giudizio di qualche autorità che possa presiedere alla concessione degli ammortizzatori sociali alle aziende.
Sul futuro energetico del Paese il premier annuncia: “Bisogna ricominciare con il nucleare”, spiegando che per scelte fatte dalla sinistra “noi oggi paghiamo quelle decisioni e siamo un paese tributario, e questo fa si’ che paghiamo il costo dell’energia il 35% in piu’ degli altri Paesi europei”. Quanto ai tempi, Berlusconi ha precisato che “per arrivare occorrono 7 anni ma se non si comincia non si arriva mai”.
Nessuna retromarcia sulla legge elettorale. Il famoso “Porcellum” ha “dato buoni frutti”, quindi non si sente “alcuna necessità di cambiarla, le urgenze sono altre” osserva il premier. “Questa legge elettorale” chiarisce Berlusconi “con cui è stato eletto questo parlamento è stata tanto criticata, s’è definita in tutti i modi peggiori, ma io credo che abbia dato buoni risultati: ha escluso le estreme, ha prodotto una forte riduzione dei gruppi parlamentari. Non vedo la necessità di cambiarla”. E precisa: “Noi, quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui c’erano delle indagini, lo abbiamo fatto sempre a ragion dovuta, cioè ascoltandole, conoscendole e mettendo in atto questa nostra esperienza per cui troppo spesso in Italia i processi e le accuse da parte dei Pm sono stati usati contro gli avversari politici come strumenti di lotta politica, e io ne sono l’esempio primo con tutta l’attenzione che mi è stata rivolta da questa magistratura”. Nonostante tale attenzione, ha concluso Berlusconi, “riscontro il 72% della fiducia dei cittadini e ho avuto il 10% in più di voti nelle scorse elezioni il che la dice lunga sull’opinione che i cittadini hanno di questi magistrati politicizzati”. Secondo il premier l’Italia è “matura” per l’elezione diretta del Capo dello Stato e indica la necessità che entro la legislatura una riforma garantisca più poteri all’esecutivo. “Sono convinto” osserva Berlusconi “che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare il migliore risultato per il governo del Paese”.