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Stupro della Caffarella, libero anche il “biondino” Loyos

Anche il secondo romeno incarcerato all’indomani dello stupro della Caffarella sarà scarcerato. Dopo Racz, il tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza di detenzione di Alexandru Loyos, già scagionato dall’accusa di violenza sessuale - prima confessò il delitto, poi ritrattò e l’esame del Dna confermò che era innocente - ma detenuto per la calunnia nei confronti della polizia romena accusata dal “biondino” di aver esercitato pressioni per indurlo a confessare lo stupro della Caffarella.
Il tribunale presieduto da Antonio Lo Surdo, nel dispositivo emesso nei confronti del ricorso presentato dal difensore di Isztoika Loyos, dispone l’immediata scarcerazione del romeno “se non detenuto per altra causa”. Per il cosiddetto “biondino” era già stata annullata l’ordinanza di custodia cautelare in merito allo stupro avvenuto al parco della Caffarella il 14 febbraio scorso. Quel provvedimento comprendeva anche Karol Racz, che però rimase in carcere in virtù della violenza sessuale di Primavalle. Successivamente anche quella decisione è stata annullata. Per Isztoika Loyos, dopo l’annullamento per lo stupro di San Valentino, lo stesso giorno la procura aveva emesso un decreto di fermo, poi convalidato dal gip Guglielmo Muntoni.
L’accusa di calunnia per Isztoika Loyos nei confronti della polizia romena è riferita a quanto lo stesso giovane romeno dichiarò in occasione dell’interrogatorio di convalida davanti al giudice delle indagini preliminari. Il “biondino” spiegò di esser stato costretto, sotto pressioni, a confessare la violenza e la rapina avvenuta alla Caffarella ed a coinvolgere una seconda persona, Racz. Per le accuse di calunnie nei confronti del connazionale e di autocalunnia, Isztoika Loyos era indagato.
Soddisfatto l’avvocato Giancarlo Di Rosa, difensore dell’imputato: “Ero sicuro che il tribunale della Libertà avrebbe bocciato anche questa nuova ipotesi accusatoria del tutto inverosimile alla luce della conclamata innocenza di Isztoika rispetto all’accusa originaria di concorso nella violenza avvenuta alla Caffarella”. Il giovane romeno lascerà il carcere di Regina Coeli a Roma in giornata, dopo 38 giorni di detenzione.
Per la violenza di San Valentino, restano in carcere altri due romeni, Ionut Jean Alexandru, da poco diciottenne, e Oltean Gravrila, 27 anni, rintracciati grazie all’indagine sui cellulari rubati ai due fidanzatini aggrediti e incastrati dalla comparazione tra il loro Dna e quello rilevato dai mozziconi di sigaretta e da un fazzolettino di carta abbandato dai violentatori sul luogo dell’aggressione.

Racz si commuove in tv: “Sono panettiere. Voglio stare in Italia”

Karol Racz e Gianni Alemanno

Karol Racz va in tv, a Porta a Porta. A parlare della Caffarella e di Primavalle, delle accuse e della carcerazione subite senza avere colpa, di 35 giorni passati a Regina Coeli, da dove è uscito del tutto innocente.
Del suo passato e del suo futuro. Dei suoi sogni. “Il mio sogno da bambino era quello di diventare monaco ortodosso e dopo i 18 anni sono stato in un monastero per quattro anni”. Parla dal divano bianco del salotto televisivo di Bruno Vespa. Affiancato da un’interprete e dal suo avvocato, Lorenzo La Marca, ha raccontato la sua infanzia. “Fino alla maggiore età sono stato in un orfanotrofio. Ho sempre lavorato come pasticcere e fornaio, in Italia sono arrivato nel 2007 con mio fratello e siamo rimasti per sei mesi in un campo nomadi a Livorno. A Roma sono arrivato nell’estate del 2008 e mi arrangiavo vendendo ferro raccolto con mio fratello”. E in Italia, nonostante questa drammatica esperienza, vorrebbe restare: “Vorrei stabilirmi qui, in Romania non saprei cosa fare”.

Per un giorno intero, da quando è stato scarcerato, i giornalisti di tutta Italia hanno provato ad avvicinarlo, invano. Racz parla solo in trasmissione, intervistato da Bruno Vespa.
Che cosa ha provato dopo l’arresto? “Non riuscivo a capire, non riuscivo a capacitarmi del motivo per cui ero stato arrestato”, risponde. E perché l’amico Alexandru Loyos lo ha accusato di aver commesso lo stupro? “Non so perchè mi ha accusato, noi siamo sempre stati amici e l’ho anche aiutato economicamente” ha spiegato Racz. Poi spiega di non essere andato a Livorno “per fuggire ma perché volevo raggiungere mio fratello e cercare un nuovo lavoro”.

Conosce il parco della Caffarella dove è avvenuto uno dei due stupri per cui era finito in carcere? Racz nega, e nega anche di conoscere Primavalle. Secondo quanto affermato da fonti della questura di Roma, il romeno avrebbe avuto, dal ’97 in poi, in Romania, quattro differenti condanne per furto. Ma lui ribadisce: “Non ho precedenti per furto in Romania, ma solo una multa perché mi hanno trovato senza biglietto su un treno”. Su questo aspetto è intervenuto anche l’avvocato difensore di Racz, Lorenzo La Marca, che ha detto che “su eventuali precedenti penali in Romania del mio assistito lo appuriamo solo oggi, dopo 40 giorni di indagine. In base ai documenti che abbiamo Racz non risulta condannato per alcun reato in Romania”.

È innocente Racz e il suo avvocato annuncia che chiederà un risarcimento per quei 35 giorni di prigione. Ma dall’Italia non vuole andare via. Nonostante sia stato imprigionato ingiustamente, abbia subito l’infamia di essere bollato come violentatore, senza aver fatto nulla: Racz vuole “continuare a vivere in Italia. Lo so che i romeni non godono di buona reputazione, ma preferisco rimanere dove sono. Magari trovando un lavoro da panettiere”.

Caffarella, i due romeni confessano. Il Riesame scarcera Racz

Stupro a Roma

“Hanno risposto e hanno ammesso i reati di rapina e violenza della Caffarella. Il più giovane ha fornito più dettagli, il più grande ha fornito una motivazione che sarà vagliata”. Lo ha detto il pm Vincenzo Barba, lasciando il carcere di Regina Coeli al termine dell’interrogatorio di garanzia di Jean Ionut Alexandru, 18 anni, e Oltean Gavrilia, 27 anni, i due romeni (incastrati da Dna e intercettazioni), fermati venerdì scorso per lo stupro di San Valentino a Roma.
“Hanno fornito anche dei particolari” ha aggiunto Barba “e questo è importante per avere la certezza delle loro responsabilità oltre alla prova del dna”. Il pm ha anche sottolineato che “non si è parlato dei legami con gli altri due romeni ma loro sostengono di non conoscerli”.

Sul più anziano dei due romeni, Oltean Gavrila, grava il sospetto di un’altra violenza sessuale avvenuta nel luglio scorso al Pigneto. La vittima, una ragazza di 20 anni, fu aggredita mentre rincasava. Sarebbe stato lo stesso romeno a vantarsi dello stupro con il connazionale Alexandru, a sua volta detenuto per il caso della Caffarella. L’inchiesta sarà affidata allo stesso procuratore che segue l’indagine sulla Caffarella. Per Gavrila si prospetta anche la richiesta di ordinanza di custodia cautelare per la rapina dei cellulari ad una coppia di fidanzati nel parco di via Lemonia, sulla via Tuscolana, episodio dal quale la Polizia è riuscita a risalire allo stupro della Caffarella.
Nell’ambito dell’indagine saranno disposti accertamenti sui reperti raccolti il giorno della denuncia e sulla base di quanto indicato dall’aggredita. Il magistrato sta anche predisponendo una richiesta di arresto per una rapina avvenuta il 15 febbraio scorso e già confessata da Ionut.

Intanto il tribunale del Riesame di Roma scarcera Karol Racz, detto “faccia da pugile”, già scagionato dall’accusa di essere uno degli stupratori della Caffarella e, fino a oggi, detenuto per la violenza sessuale ai danni di una donna di 41 anni avvenuta la sera del 21 gennaio scorso in via Andersen, nel quartiere romano di Primavalle. Nonostante la richiesta del pm che aveva chiesto la conferma del provvedimento restrittivo, il giudice ha ritenuto sufficienti le prove per interrompere la detenzione iniziata il 4 marzo scorso. “Sono soddisfatto; era un atto dovuto”, ha detto l’avvocato Lorenzo La Marca, difensore del romeno. “Le prove a discarico del mio assistito” ha aggiunto “erano troppe e schiaccianti”.

Stupro nel parco, in manette due romeni. Uno confessa: “L’ho fatto per dispetto”

Due romeni arrestati per lo stupro di Roma

Dopo quattro giorni di battute e retate ce l’hanno fatta. Arrestati i due romeni ritenuti responsabili delle stupro del parco della Caffarella nel giorno di San Valentino. Il primo è stato fermato intorno alle 4 nella Capitale, l’altro a Livorno. I due romeni sono stati presi anche grazie alla collaborazione della polizia romena e del commissariato romano di Primavalle. Il primo ha 20 anni, mentre l’altro ha 36 anni.
Secondo quanto si è appreso Alexandru Isztoika Loyos, di 20 anni, era uno degli otto romeni portati in questura ieri sera per accertamenti. Nel corso delle ore poi, i sospetti verso il romeno si sono trasformati in pesanti indizi fino alla confessione. Poco prima dell’alba la polizia è arrivata anche al complice che era riuscito a fuggire dalla Capitale. “Perché l’ho fatto? Per dispetto”, questo uno dei passi della confessione del romeno che è stato fermato ieri in un accampamento nomadi abusivo della Capitale.

“Un lavoro fatto in strada, di pura investigazione, di intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Un lavoro da veri poliziotti”. Non nasconde la soddisfazione il questore di Roma, Giuseppe Caruso, nel commentare la conclusione dell’indagine, che a Roma è anche la conclusione di un incubo che ha portato al fermo di due cittadini romeni accusati dello stupro alla Caffarella. Il questore di Roma ha voluto sottolineare tra l’altro, che i due accusati non hanno mai acceso i cellulari rubati alle vittime. Il lavoro della squadra mobile, in sostanza è partito dalla descrizione fatta dai due fidanzatini ed è arrivato, tassello dopo tassello ai due romeni ricercati in quasi tutti i campi nomadi della città.

Intorno alle 9,20 negli uffici della questura di Roma è arrivato anche Karol Racz, 36 anni, fermato questa notte a Livorno e coinvolto nello stupro della ragazzina di 14 anni nel parco della Caffarella. Tuta blu e capo chino, l’uomo è entrato in questura circondato dai flash dei fotografi e numerosi cineoperatori. È stato fermato in un campo nomadi del Cisternino, nella campagna livornese al confine con il comune di Collesalvetti. L’uomo aveva trovato rifugio nell’insediamento nella notte tra domenica e lunedì ma non avrebbe raccontato agli altri componenti del campo i motivi per i quali aveva abbandonato precipitosamente la Capitale. Avrebbe raggiunto il campo a piedi intorno alla mezzanotte di domenica dopo essere arrivato in treno a Livorno. Avrebbe scelto proprio quel campo perché in passato aveva abitato lì e lavorato come raccoglitore di materiali in ferro, prima di tasferirsi a Roma circa cinque mesi fa. Il campo nomadi in cui si era rifugiato è presente da oltre vent’anni e sorge su un terreno di proprietà di alcune famiglie nomadi del clan degli Halilovic, originario della Macedonia, ormai da anni perfettamente integrato in città e costituito da olte 40 persone, metà delle quali bambini che vanno regolarmente a scuola. Proprio i nomadi del campo avrebbero confermato agli agenti i sospetti della polizia, ovvero che il romeno era arrivato nell’insediamento la notte di domenica e proveniva da Roma. Il blitz condotto stamani è stato eseguito da agenti delle squadre mobili di Roma e Livorno. L’uomo stava per scappare in Spagna.

I due erano entrambi già conosciuti alle forze dell’ordine di Roma e negli archivi della questura c’erano le loro fotosegnalazioni. Il più giovane era stato anche arrestato per furto e ricettazione. A suo carico nel 2008 l’ex prefetto di Roma Carlo Mosca aveva firmato un decreto di espulsione poi annullato da un giudice di Bologna. L’altro romeno non aveva precedenti in Italia, ma in Romania aveva scontato tre anni di carcere per furto e ricettazione. I due, è stato spiegato dal dirigente della squadra mobile Vittorio Rizzi, sono entrati nell’indagine grazie ad una sorta di “album dei frequentatori dei parchi” che è stato creato per l’occasione negli uffici della squadra mobile di Roma. Una sorta di piccolo plotone di potenziali criminali al quale gli investigatori sono arrivati restringendo sempre più la rosa dei sospettati creata con la collaborazione dei due fidanzatini aggrediti alla Caffarella.

Un ulteriore riscontro viene dal riconoscimento di un’altra vittima di uno stupro, la donna di 40 anni violentata sempre a Roma, nel quartiere Primavalle, il 21 gennaio scorso. I funzionari della squadra mobile hanno bussato alla sua porta per farle vedere una foto del romeno di 36 anni catturato poche ore dopo in un campo nomadi di Livorno.
Poche parole e molte lacrime “È lui, è lui, non lo posso dimenticare”. La donna lo aveva sempre descritto come un uomo piccolo di statura, con la pelle un po’ scura e il naso schiacciato. E adesso Karol Racz potrebbe essere chiamato a rispondere, oltre che della violenza della ragazzina di 14 anni anche di quella della donna stuprata a Primavalle.

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Paradossi giudiziari: “Io ho confessato, ma ne ssuno mi crede”

La giustizia funziona quando riesce a fare a meno di giudici e tribunali

Il perfetto canovaccio di un film sull’assurdità della giustizia italiana è stato scritto la scorsa settimana in una piccola aula del tribunale di Taranto. Sinossi: due magistrati indagano sulle proprie inchieste. Negli anni passati hanno ottenuto la condanna di sei persone, che si proclamano innocenti, per l’omicidio di tre anziane. Delitti di cui si è poi accusato il tunisino Ezzedine Sebai, il “killer delle vecchiette”.
Sulla base di questa nuova ipotesi, la procura decide quindi nel 2006 di riaprire i casi. E a chi vengono affidati? A Pina Montanaro e Vincenzo Petrocelli, gli stessi pubblici ministeri che avevano chiesto il carcere per i sei. I magistrati in sostanza si dovranno adoperare per scoprire se hanno mandato degli incolpevoli in galera. Se sono gli autori di quello che potrebbe essere il più grande errore giudiziario mai avvenuto in Italia. Stando al Codice di procedura penale, potrebbero astenersi “per gravi ragioni di convenienza”. Eppure, la procura procede. Le inchieste inciampano in prove e riscontri: il tunisino è rinviato a giudizio. Ma la scorsa settimana i due magistrati ne chiedono l’assoluzione: è un “mitomane”, sostengono.
Un loro collega, che ha indagato sull’omicidio di un’altra anziana, la pensa diversamente: quello che dice Sebai è vero, merita trent’anni. Spaccatura che esemplifica i guazzabugli di una procura già coinvolta in ingiuste detenzioni clamorose.

Come quella di Domenico Morrone, per cui ottenne la pena proprio Petrocelli, che a dicembre ha avuto il risarcimento record di 4,5 milioni di euro. O come la vicenda dei quattro uomini ritenuti colpevoli e poi assolti per la “strage della barberia”, che ora chiedono 12 milioni di euro di risarcimento.
Il tunisino che rischia di generare l’ennesimo cortocircuito giudiziario ha 44 anni. Ha affermato di avere ucciso 14 anziane in Puglia, tra il 1995 e il 1997. Vedove che gli ricordavano le megere che da bambino abusavano di lui: per questo le avrebbe ammazzate, stordito da alcol e risentimento. Oggi è rinchiuso nel carcere di Augusta, vicino a Siracusa, dove sconta l’ergastolo per cinque omicidi. In molti casi invece le indagini non sono partite. Per quattro assassinii è sotto processo a Taranto: per tre di questi sono già stati puniti presunti innocenti. A dispetto delle parole del serial killer e dei riscontri alle sue dichiarazioni.
Come nel caso dell’uccisione di Grazia Montemurro, sgozzata nella sua casa di Massafra il 5 aprile 1997. La sera stessa viene arrestato il nipote, Cosimo Montemurro. Si prende 18 anni ed esce dal carcere a novembre 2007. Due anni prima Sebai si era intestato i 14 delitti, compreso quello di Massafra. Racconta dettagli, dà orari precisi, ricostruisce dinamiche.

Del caso si occupa il pm di Taranto Pina Montanaro, che aveva già chiesto la condanna del nipote della signora. Per il magistrato le parole del tunisino non bastano. Potrebbe avere letto quei particolari sui giornali. O averli appresi in carcere. Allora imbastisce la prova del nove. Fa accompagnare Sebai alla stazione di Massafra. I carabinieri gli dicono di raggiungere la casa dell’omicidio. Il serial killer ha raccontato di essersi spostato in treno e poi a piedi. Quella strada dovrebbe conoscerla: infatti porta i militari all’abitazione. Mentre riemerge la testimonianza di un prete che ha parlato con il tunisino nei giorni dell’assassinio. Riassumendo: il serial killer conosce i particolari dell’uccisione, il luogo del delitto, il modo per arrivarci, è stato visto da un testimone. Ma non gli credono. Colpevole è ritenuto Cosimo Montemurro, che si dice innocente. Il magistrato, riconsiderando la sua vecchia indagine, conclude che il tunisino non c’entra: mente, per motivi oscuri.
“L’incompatibilità del magistrato è evidente” accusa Luciano Faraon, che difende Sebai da tre anni. “È troppo coinvolta nel caso, visti i precedenti. Avrebbe dovuto astenersi, però inspiegabilmente non l’ha fatto. A Taranto stanno ammazzando il giusto processo”.
La procura sostiene l’ipotesi contraria: per sveltire gli accertamenti era necessario affidare i casi a chi se n’era già occupato.
Montanaro ha riaperto l’inchiesta su un altro delitto. L’omicidio di Pasqua Ludovico, 86 anni, sgozzata con 12 coltellate nel maggio 1997 a Castellaneta. Vengono condannati a 16 anni due braccianti: i fratellastri Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi. Si incolpano a vicenda, ma ritrattano subito dopo. È l’unico elemento contro di loro. Contro Sebai, invece, c’è molto di più. Anche in questo caso il tunisino viene portato alla stazione e raggiunge l’appartamento della vittima: “Riconosce senza ombra di dubbio due porte finestre di colore verde” annotano i carabinieri di Taranto.

Il tunisino racconta di avere rubato una pistola e dei proiettili. Dopo li ha nascosti a casa. In effetti dall’abitazione dell’anziana manca una vecchia rivoltella del marito, morto nel 1950. E nell’appartamento di Sebai c’è una pistola arrugginita: “Potrebbe risalire agli anni 1940-1950 circa” scrivono i carabinieri. Eppure, il magistrato chiede l’assoluzione. “È un mitomane” dice nella requisitoria. Vuole scagionare i detenuti conosciuti in carcere. Ma perché? E com’è arrivata quella pistola a casa sua? Come faceva a conoscere la strada? Gli avevano schizzato una piantina nell’ora d’aria ipotizzando già che venisse portato alla stazione?
Claudio Defilippi, che difende i fratellastri incolpati dell’omicidio, chiede che intervengano il Csm e il ministero della Giustizia: “Le prove contro il tunisino sono lampanti. I magistrati non dovevano accettare l’incarico per chiara incompatibilità. Avevano già chiesto la condanna di persone che si assumono innocenti. Ora il tunisino è stato scagionato. Così resta il dubbio che i pm abbiano ratificato le loro precedenti decisioni”.
Anche per il delitto di Celeste Commessatti, 73 anni, assassinata a Palagiano il 13 agosto 1995, il pm Vincenzo Petrocelli, che adesso ha chiesto l’assoluzione per Sebai, aveva ottenuto il carcere per tre persone, tra cui Vincenzo Donvito, suicida in cella il 19 luglio 2005. Petrocelli è lo stesso magistrato che fece condannare a 21 anni il pescatore tarantino Domenico Morrone: incarcerato per l’uccisione di due ragazzi, poi assolto e risarcito un mese fa: i 4,5 milioni di euro sono la più alta somma mai pagata dal ministero della Giustizia per un’ingiusta detenzione.

Pure per l’assassinio di Palagiano Sebai fornisce dettagli con una dovizia che non ha il sapore dei racconti di seconda mano. Al pm dichiara di avere venduto la refurtiva a un ricettatore di Taranto, “Silviuccio”. La polizia, dal nomignolo, risale a Silvio Epiro. Lo torchia, fino a quando l’uomo non tira fuori dalla tasca sinistra della giacca due collane e tre anelli di oro giallo: i gioielli rubati nella casa di Celeste Commessatti. “Me li ha dati Fathi Said”. E chi è? Uno degli alias di Ezzedine Sebai, il serial killer a cui due magistrati hanno deciso di non credere.

Assolto per l’omicidio dell’ex moglie confessa il delitto, poi ritratta. E resta libero

Denis Occhi, il muratore 33enne

Ha fatto passare Natale e Capodanno poi, tormentato dai rimorsi, si è presentato in Questura a Ferrara e ha rivelato il suo segreto alla polizia: “Voglio confessare l’omicidio di mia moglie”, ha detto Denis Occhi, 33 anni, muratore di Migliaro, agli ispettori di turno venerdì mattina.
Poi, domenica sera, impacciato davanti alle telecamere del Tg5 e incalzato dalle domande dopo un ricovero di alcune ore all’ ospedale di Copparo a causa di un malore, il dietrofront.
Lei non avrebbe detto ‘In queste giornate di festa mi è salito il rimorso e quindi sono venuto a confessarè? “No, no, no, questo non l’ho detto”, ha risposto ossessivamente, quasi balbettando.
Non è andato a confessare? “Non sono andato a confessare e non ho proprio detto che ho ucciso mia moglie specificamente. Ho detto: ‘Se voi pensate che l’abbia uccisa va bene, ma io non l’ ho uccisa perchè non c’ero, e le volevo bene”‘.

Dalla Questura si conferma l’esistenza del verbale, già trasmesso al Pm Nicola Proto, titolare dell’inchiesta. L’ex moglie di Occhi, Giada Anteghini, di 27 anni, venne aggredita la notte del 25 novembre 2004 con un’accetta che le devastò il capo. Morì quattordici mesi dopo (il 23 gennaio 2006), senza mai svegliarsi dal coma.

Per la sua morte l’uomo, processato per omicidio, è già stato assolto con sentenza definitiva e quindi, nonostante abbia riaperto il caso con le dichiarazioni autoaccusatorie, non potrà più essere portato davanti ad un giudice per il principio del ne bis in idem, secondo cui una persona già condannata o assolta in via definitiva non può essere processata una seconda volta per lo stesso fatto. Con la ricostruzione proposta oggi, polizia e Procura ritengono del tutto attendibile la confessione di Occhi, e verranno attivate, per scrupolo, indagini per avere i riscontri necessari. Che tuttavia saranno inutili, hanno spiegato gli inquirenti, per la non processabilità dell’uomo.
Appare anche impossibile una revisione del processo, perchè non prevista dal nostro ordinamento giudiziario per chi, da assolto, chieda di ‘rivederè una sentenza per poi essere condannato.
La vicenda risale a quattro anni fa quando, il 25 novembre 2004, Giada Anteghini fu aggredita nella casa di Jolanda di Savoia che divideva con un nuovo compagno (indagato per omicidio e poi prosciolto). La donna venne massacrata durante il sonno, nella sua camera da letto, attigua a quella in cui stava dormendo la figlia di 6 anni che aveva avuto con Denis Occhi. Le ferite alla testa erano gravissime, la donna entrò in coma e morì dopo 14 mesi. Per la sua morte Occhi fu condannato nel 2007 in primo grado alla pena di 20 anni, con giudizio abbreviato a conclusione di un processo indiziario. Ma il 27 febbraio 2008 fu assolto dalla Corte d’Appello di Bologna e rimesso in libertà.
Ora Occhi (salvo smentite) avrebbe deciso di svelare la sua verità alla polizia e lo ha fatto davanti al legale nominato d’ufficio. Una verità che lui stesso aveva confessato il giorno dopo la tragedia, quattro anni fa, ad alcuni carabinieri di Comacchio suoi amici. Ma che poi ritrattò. Quella ritrattazione è stata al centro dei processi e interpretata in senso colpevolista o innocentista dai vari giudici che si sono susseguiti in questa vicenda, destinata forse a diventare un caso di giurisprudenza.

A chiudere la faccenda (non le polemiche) tocca alla procura di Ferrara, che interviene ufficialmente: la sentenza di assoluzione di Occhi per l’omicidio della ex moglie è irrevocabile, anche se avesse confessato (quattro anni dopo) alla polizia di esser lui l’assassino.
Il pm Nicola Proto, autorizzato dal procuratore Rosario Minna a rilasciare dichiarazioni alla stampa, ha detto: “Occhi si è presentato alla questura nei giorni scorsi come indicato da giornali e Tv per rilasciare dichiarazioni confessorie, dichiarazioni che non potranno confluire in un procedimento a suo carico ai sensi dell’articolo 649, previsto dal nostro codice procedura penale, in quanto nessuno puo’ essere giudicato 2 volte per lo stesso fatto”.
Si può profilare una revisione del processo alla luce dei nuovi elementi? “L’istituto della revisione nel nostro ordinamento è possibile solo e soltanto qualora emergano nuove prove che consentano una revisione del provvedimento a carico del condannato, pertanto non è previsto nulla per la posizione di una persona che sia stata assolta”.
Occhi, pur avendo reso confessione, ieri ha poi smentito le sue dichiarazioni confessorie. “Ne prendiamo atto come procura” ha aggiunto Proto “ma vogliamo sottolineare che da un punto di vista processuale si tratta di una notizia neutrale che non ha nessuna validità probatoria”. Dunque nessuna “presunta” confessione, ma una totale affermazione di responsabilità davanti a pubblici funzionari: resta il fatto che una persona che si è accusata di un reato gravissimo come l’omicidio sia e resti a piede libero. La gente ha diritto ad avere paura, o no, è stato chiesto al Pm? “Questo è un problema di sicurezza pubblica su cui la procura si riserva di valutare in ordine alle eventuali misure di prevenzione da adottare nei confronti di Onghi”, ha concluso Proto.

Anche per questo non si dà pace la madre della vittima. Che ora torna a chiedere giustizia e critica il fatto che non ci possa essere un nuovo processo: “È una cosa assurda e illogica. Spero che la giustizia vada avanti, perchè non è giusto che finisca così”. Un’opinione che hanno in molti nel piccolo paese tra Ferrara e il mare.

Per la morte della moglie un uomo è stato prima processato e poi assolto con sentenza definitiva. Quindi, nonostante abbia riaperto il caso con dichiarazioni autoaccusatorie, non potrà più essere portato davanti ad un giudice. Secondo voi è giusto?

Bormio, quei pirati della strada ragazzini

La moto che ha travolto il piccolo Renzo Giacomella
Due facce normali, da giovani senza problemi. La prima è quella di un ragazzino di 17 anni, che ha smesso di studiare e si è messo a fare il muratore. L’altra è quella di un neo maggiorenne, ancora studente. A legarli, il destino di un’assurda tragedia; a dividerli 120 chilometri: quelli che corrono tra il carcere di Sondrio e il Beccaria di Milano.
Perché lì sono stati portati i due ragazzi, dopo aver ammesso di essere i responsabili della morte del piccolo Renzo Giacomella, il bimbo di 3 anni e 10 mesi che con mamma Nicoletta Martinelli e la sorellina Mery di 6 anni, sabato sera stava rincasando lungo la pista ciclabile di Bormio, dopo una scampagnata in bicicletta.
Hanno dunque il volto dell’innocenza, eppure non si sono costituiti spontaneamente. Anzi, hanno cercato di mentire ai carabinieri di Sondrio che li hanno sentiti prima come persone informate sui fatti, poi come indagati.
Nel tardo pomeriggio di mercoledì 10 ottobre, la svolta. E le prime ammissioni, tra i singhiozzi di un pianto liberatorio. Poi l’abbraccio con i loro genitori che si sono mostrati inflessibili davanti al loro arresto. “È giusto così”, ha commentato il papà di uno dei giovani.
Il più giovane, che abita a Bormio, è ora sotto la custodia del tribunale dei minori di Milano. Il più grande, di Santa Lucia, è stato portato nel carcere di via Caimi a Sondrio. La posizione più delicata è quella del minorenne, che aveva dato un passaggio all’amico. Gli viene contestato l’omicidio volontario: guidava al buio e si assunto perciò, secondo l’accusa,  il rischio di causare la morte di qualcuno. Deve anche rispondere di omissione di soccorso e fuga. Per il neo maggiorenne, invece, omicidio colposo. Erano tutti e due in sella a un’Husqvarna 125 da enduro, quella sera. Il minorenne alla guida con in testa un casco (ma nulla a che vedere con quello descritto dalla giovane madre) il maggiorenne seduto dietro, a capo scoperto. Anche per questo, e soprattutto perché su quella stradina proprio non potevano viaggiare (men che meno in due e senza protezione) avevano deciso di spegnere il fanalino anteriore. L’idea era di percorrere a fari spenti e nel minor tempo possibile la pista ciclabile dell’Alute, la piana che collega Bormio con Valdisotto. Del resto era già buio. Ormai erano le 20 e nessuno li avrebbe visti dalla vicina statale. Nemmeno le pattuglie che spesso si incrociano sulla 38.
Li ha visti solo all’ultimo, invece, mamma Nicoletta, che insieme a Renzo e Mary, stava tornando a casa dopo una scampagnata in bicicletta.

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