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Confindustria

Leggero malore per il premier Silvio Berlusconi appena terminato il suo intervento al convegno dei giovani imprenditori a Santa Margherita Ligure. Sceso dal palco, il premier, secondo quanto riferito, ha chiesto un bicchier d’acqua e si è allargato il nodo della cravatta. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha chiesto se in sala c’era un medico; subito dopo Berlusconi è stato accompagnato in una stanza attigua dove è stato visitato.
Dopo alcuni minuti, accolto da tantissimi applausi, il presidente del Consiglio, sorridente e sereno, si è ripresentato sul palco per salutare il parterre. Poi se ne è andato, come era in programma. Il leggero mancamento potrebbe essere stato dovuto all’eccessivo caldo della sala.
Molti i temi toccati nel corso del lungo intervento, conclusosi con il malore. Il Popolo delle libertà è al 65% di gradimento tra i cittadini, ha detto il Cavaliere aprendo il suo discorso. Poi ha parlato dei rifiuti: “Ho la certezza che sarà risolto. Entro luglio sbarazzeremo le strade di Napoli”. E ancora le tasse, ricordando la ormai celebre “equazione del benessere: meno tasse per le famiglie, il lavoro, le imprese vuol dire più consumi, più produzione, più posti di lavoro, più soldi nelle casse dell’erario. Il che consente di investire nelle infrastrutture e anche di ridare qualcosa a quella parte della società più emarginata”. Ma anche la necessità dell’evasione fiscale, affinché tutti paghino il giusto: ”Ci sono 100 miliardi di euro in meno nelle casse dello Stato”, ha ricordato. Ribadita la linea dura sull’immigrazione: “Martedì o mercoledì il Parlamento europeo interverrà sulla questione immigrazione e, da quello che mi hanno detto, con norme ancora più dure” rispetto a quelle italiane, che dovrebbero prevedere il mantenimento per 18 mesi nei centri di accoglienza degli stranieri che non danno informazioni sulle proprie generalità e sulla propria provenienza. “Mi sembra anche troppo”, ha aggiunto il premier.
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Di Marco Cobianchi
Fabbrica per fabbrica, delegato per delegato, voto per voto: così la piccola Ugl sta rubando consensi, iscritti e dirigenti ai big Cgil, Cisl e Uil. Provocando smottamenti ideologici nei suoi avversari sindacali. L’ultimo ha avuto come epicentro la Pirelli Bicocca, la fabbrica che ha dato i natali sindacali a Sergio Cofferati, dove è franato lo storico monocolore della Cgil per quattro delegati che sono passati all’Ugl. Un caso isolato? I dati su quanti siano i transfughi non si hanno, ma le storie sì, e molte. E se non dicono quanto è vasto il fenomeno, raccontano perché il fenomeno c’è e perché si sta allargando. “È perché la base per gli altri (Cgil, Cisl e Uil, ndr) non conta quasi più nulla” si arrabbia Giovanni Cicchella, rappresentante di fabbrica all’Iveco di Avellino, ex rappresentante della Uilm, oggi dell’Ugl.
Cicchella, dall’alto di 25 anni passati in Cisl e 5 in Uil, dice che “ormai nel sindacato le cose vengono decise dall’alto. Punto e basta”. “Alle domande dei lavoratori non viene mai data una risposta concreta” aggiunge Giovanni Pedersini, ex Fiom-Cgil, ora rappresentante della Ugl all’azienda metalmeccanica Pama di Rovereto. “Un esempio: in fabbrica, quando è stato il momento di scegliere il fondo pensione integrativo, ci è stato presentato solo quello regionale, il Laborfond, e non quello nazionale, Cometa. Come mai? Boh”.
Un altro che la fabbrica la conosce bene è Vincenzo Miele. Lavora alla verniciatura di Mirafiori e quando ha lasciato la Uilm per passare alla Ugl lo hanno seguito sei delegati e un centinaio di operai. “Ho cambiato perché qui i problemi dei lavoratori vengono presi sul serio e si cerca di risolverli. Gli altri sindacati sono burocratici, bisogna sempre fare attenzione a cosa si dice, a cosa si fa… E poi la loro è una tessera sindacale e di partito insieme, mentre qui a me nessuno ha chiesto come voto”. Già, poi c’è la politica. Le ali estreme del sindacato continuano a chiamarla “fascista”, invece la Ugl viene percepita come una sigla non solo apolitica ma pure ideologica perfino da un sindacalista come Miele, che ha “sempre votato Rifondazione comunista, anche alle ultime elezioni “. Ciò che attira della Ugl, insomma, è che difende l’operaio consumatore e non cerca il dipendente tesserato. Così è riuscita a costruire la nuova frontiera del sindacalismo fatta di rivendicazioni concrete, soluzioni visibili. Non a caso l’Ugl è favorevole a dare più peso alla contrattazione di secondo livello (quella a livello locale) attraverso la quale può dispiegare tutto il suo potenziale rivendicativo. “Sissignore, qui dentro niente politica” spiega in napoletano stretto Giovanni Centrella, segretario nazionale dei metalmeccanici della Ugl, lui stesso transfuga dalla Cisl. “Un operaio che vede il proprio delegato sindacale fare il rappresentante di lista alle elezioni politiche… non va bene, non va proprio bene, perché si ingenera il dubbio che si usi la sua tessera per fare politica. Per questo io credo che la candidatura di Antonio Boccuzzi (l’operaio della Thyssen sfuggito al rogo del dicembre del 2007, sindacalista della Cgil, eletto con il Pd in Piemonte, ndr) abbia fatto male, molto male al sindacato, perché conferma nei lavoratori l’idea che siano usati e che dei loro problemi non importi niente a nessuno”.
Il sindacato politico, insomma, non tira più. Nella rossa Ferrara, per fare un esempio, alle ultime elezioni politiche la Lega è passata dal 2,3 del 2006 al 6,4% e il centrosinistra ha perso 14 punti. Contemporaneamente in una delle principali industrie della città, la Berco (gruppo Thyssen, 2.500 dipendenti), l’Ugl è salita al 33% e alla Vm Motori (1.250 dipendenti) è al 25 per cento. Alle Carrozzerie di Mirafiori, alle elezioni del 2005 ha raggiunto il 15%. “Noi siamo giudicati diversi, una vera alternativa alla triplice. E lo si vede da piccole cose, per esempio dal fatto che tutti i dirigenti della Ugl continuano a lavorare” proclama la leader nazionale Renata Polverini “sia perché non abbiamo i distacchi sindacali che hanno gli altri, sia perché voglio che ascoltino dal vivo i problemi delle persone”. “Ma quale alternativa?” taglia corto Giorgio Cremaschi, componente dell’ala di minoranza della segreteria nazionale e grillo rompiscatole della Cgil. “Polverini ha firmato tutti gli accordi nazionali, compreso quello sul welfare proposto dal governo Prodi. Certo, l’ha firmato anche la Cgil, e ha sbagliato, perché adesso ci ritroviamo con gli operai del Nord che votano Lega e sono iscritti all’Ugl”.
Ovviamente non è proprio automatico che le motivazioni che portano l’operaio del Nord a votare Lega (meno tasse e soluzione ai problemi concreti) siano esattamente le stesse che portano i delegati sindacali a mollare le altre sigle e iscriversi alla Ugl. Un esempio? Silvino Perrotti, ex Cisl, lavora alla Telecom Italia ed è leader della Ugl telecomunicazioni dell’Abruzzo. “Ho un figlio disabile e per anni non sono riuscito a farmi riconoscere i congedi ai quali ho diritto. Alla Ugl ho detto: se mi risolvete questo problema, mi iscrivo con voi. In un solo anno qualcosa ho finalmente ottenuto”. Piano piano la Ugl ha cominciato anche a entrare nelle stanze dei bottoni. Il 12 aprile ci sono state le elezioni per i rappresentanti sindacali nel comitato di gestione del fondo pensione dei telefonici. La Ugl è passata da zero a tre delegati, che siederanno accanto ai 12 della Cisl, agli 8 della Cgil e ai 7 della Uil.

“Nessuno qua crede più al sindacato” dice Maria Francesca Formica (ex Cgil, ora Ugl), che lavora all’Almaviva di Catania, la più grossa azienda di servizi telefonici d’Italia, detti call center. “Quando si è trattato il passaggio di livello, come previsto dal contratto, gli altri hanno firmato un accordo che prevede benefici solo per i più anziani, che tuttavia devono rinunciare a fare causa e non possono più chiedere altri passaggi di livello. Ma le sembra un sindacato questo?”. All’Almaviva il 15 maggio ci saranno le elezioni per la rsu. Dubbi su come andranno?

È stato un Primo Maggio all’insegna dell’unità sindacale, della fermezza nella difesa delle tutele sulla sicurezza e dei redditi, ma anche della proposta e dell’apertura al dialogo per avviare anche la riforma della contrattazione, quello festeggiato ieri a Ravenna dai sindacati. I leader di Cgil, Cisl e Uil hanno scelto quella città che, con la tragedia della MecNavi, è stata teatro di uno dei più terribili incidenti sul lavoro dal dopoguerra, per segnalare l’emergenza che le morti bianche continuano a costituire per il Paese.
“Oggi siamo qui a testimoniare la vicinanza a tutti quei lavoratori che ogni mattina rischiano di morire per vivere”, ha urlato dal palco il leader della Cisl Raffaele Bonanni, dopo che il segretario della Uil, Luigi Angeletti, aveva già avvertito del pericolo di modifiche della nuova normativa sulla sicurezza: “dal nuovo governo ci aspettiamo che non cambi la legge sulla sicurezza”. “Le imprese dicono che le sanzioni sono troppo forti, ma le sanzioni forti ci sono solo in caso di violazioni gravi e in questi casi l’inasprimento delle sanzioni è sacrosanto e doveroso”, ha detto anche il leader della Cgil Guglielmo Epifani, che invita invece Confindustria ad espellere, dopo quelle che pagano il ‘pizzo’, anche quelle imprese che non rispettano la sicurezza. Allo stesso modo Bonanni, Epifani e Angeletti tornano a lanciare l’allarme redditi. “La prima cosa che il governo deve fare è tagliare le tasse sui salari” ha detto dal palco Angeletti. “Al governo chiederemo delle cose precise: innanzi tutto la detassazione dei redditi da lavoro e delle pensioni”, ha detto anche Epifani, ricordando che “il Primo Maggio rappresenta una scelta unitaria importante nel momento in cui c’è un’economia che rallenta, redditi e condizioni di lavoro sempre più difficili e un nuovo governo e una nuova Confindustria con cui confrontarci. Chiederemo” ha continuato Bonanni “tagli sul secondo livello in modo tale che si possa restituire ricchezza in modo più equo. Siamo stufi di pagare le tasse anche per conto di altri”. Ma la proposta forte con la quale i sindacati si presentano ai lavoratori e con la quale rispondono a quelle lobbies, a quei “provocatori” che “non perdono occasione per attaccare il sindacato, causa di tutti i mali d’Italia” è quella sulla riforma della contrattazione. Epifani, Bonanni e Angeletti hanno raggiunto un’intesa, “di alto profilo” dice il leader della Cgil.
L’accordo verrà sottoposto dalla prossima settimana al vaglio delle segreterie, poi dei direttivi, per poi essere discusso nelle assemblee dei lavoratori a partire da metà maggio.” Con la proposta sui contratti rispondiamo a chi ha accusato il sindacato di essere conservatore”, ha detto Angeletti ed anche Bonanni la pensa cosi: è “la risposta a tutti quei provocatori che negano la responsabilità di alcuni per scaricarla sui sindacati”. Con questa proposta, insomma, il sindacato fa un passo in avanti nell’assunzione di responsabilità, ma chiede al governo di fare altrettanto. “Se il nuovo governo avrà intenzione, così come l’ha il sindacato, di confrontarsi ognuno con le proprie responsabilità, a quel punto la collaborazione ci potrà essere. Noi dobbiamo sperare che questo avvenga”, ha detto Bonanni mentre anche Angeletti si é detto convinto che “il rapporto con il governo non sarà più difficile”, ma che questo “dipenderà da quanto saprà dare risposte positive per gli impegni che ha assunto”. Non si illude troppo Epifani: “Naturalmente non andiamo in discesa: dopo di che i governi vanno sempre rispettati e giudicati per le cose che fanno”, ha detto ricordando che ci sono tanti problemi da risolvere, dalla sicurezza alla precarietà, dai rinnovi dei contratti alla riduzione fiscale per lavoratori e pensionati. “Da questo partiremo e valuteremo”.

Doveva essere mercoledì 5, sarà probabilmente giovedì 6. Almeno così dice Romano Prodi sceso in Puglia a portare la propria solidarietà ai familiari delle cinque vittime di Molfetta, il Consiglio dei ministri varerà il nuovo Testo Unico.
Nonostante lo scontro che si registra con Confindustria sul delicato capitolo delle sanzioni. E nonostante lo scontro più duro che si consuma dentro il governo. Perché se il ministro del Lavoro Damiano critica Confindustria il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero , accusa Prodi e Damiano di tergiversare e perdere tempo “in estenuanti trattative” con gli industriali e, ancor peggio, accusa il Partito democratico e dunque il suo leader Walter Veltroni, di essere diventato “il partito di riferimento di Confindustria”.
Agli industriali l’inasprimento delle pene pare ingiustificato, stando a quanto dice il direttore generale di Viale Astronomia, Maurizio Beretta. Le distanze con il mondo degli imprenditori non sono certo una novità, ma ora i tempi stringono, i toni salgono e le vittime quotidiane non accennano a diminuire. Tocca al ministro del Lavoro Cesare Damiano far uscire allo scoperto le diffidenze: “Sul capitolo delle sanzioni ci sono state delle resistenze da parte di Confindustria”, dice poco prima di incontrare le parti sociali proprio per sciogliere questo nodo.
Fino a due anni in cella. Questo è il massimo che potrebbe rischiare un imprenditore con le nuove regole. Troppo per gli industriali: “Ma c’è ancora tempo” riconosce Beretta “e speriamo che prevalga la voglia di costruire qualcosa di davvero utile alla sicurezza”. In queste ore la trattativa è in corso: ministro del Lavoro, della Giustizia, della Salute e parti sociali sono al lavoro e quindi non è escluso che si possa arrivare a una mediazione accettabile e accettata da tutti i protagonisti. Vero è che gli industriali sono isolati.
Andare avanti, senza “se e senza ma”, non è solo l’appello della sinistra dell’ex Unione: anche la Cei, dalle pagine del quotidiano Avvenire, avverte che il tempo è scaduto. La nuova legislazione va approvata in fretta, anche “a costo di qualche forzatura” afferma il giornale cattolico in un editoriale in prima pagina “e di un possibile eccesso nell’impianto sanzionatorio, come teme la Confindustria”.
Accelerare è anche la parola chiave del governo. Lo dice e lo ripete anche alle parti sociali il ministro del Lavoro Cesare Damiano, lo afferma il premier Romano Prodi. Entrambi però ricordano come leggi più moderne e più severe non siano certo la ricetta magica per dire basta alla tragedia delle morti bianche: “Spesso - è la sferzata del Professore - anche le regole più elementari di sicurezza, dal casco alle cinture, non sono rispettate”. Che è anche quello che pensa il presidente della Camera Fausto Bertinotti. Per voltare pagina, evitare l’ecatombe annuale, “non basta un intervento straordinario” dice “ma deve cambiare per intero la politica del lavoro”. Certo, la Sinistra Arcobaleno è da giorni che chiede che il governo vari il decreto legislativo con o senza l’assenso di Viale Astronomia.
“La verità è che fino a ora il ministro del Lavoro e il governo, con l’eccezione dei ministri della Sinistra arcobaleno, sono stati succubi dei veti della Confindustria”, attacca il senatore Cesare Salvi.
Trentasei ore ancora e poi il Consiglio dei ministri dovrebbe mettere la parola fine. A quel punto la strada dovrebbe essere in discesa: per entrare in vigore, il decreto legislativo dovrà passare al vaglio delle commissioni parlamentari competenti e della Conferenza Stato-Regioni. Passaggio obbligato ma facilitato dalla disponibilità del centrodestra a dare il proprio sostegno.

Dentro la politica, ma fuori dai partiti; nessuna indicazione di voto ma sì al dialogo con le forze in campo. Così parlò il presidente di Confindustria, (almeno fino a maggio), Luca Cordero di Montezemolo.
Domanda: e le candidature di Massimo Calearo e Matteo Colaninno - due pezzi da novanta degli industriali - nel Pd? “Scelte personali, ma è positivo che vadano in Parlamento persone che rappresentano la cultura di impresa. Mi piacerebbe vedere tanti imprenditori candidarsi anche nel Pdl e negli schieramenti che hanno a cuore i valori di impresa”.
Anche perché, ha aggiunto Montezemolo: “Le nostre proposte non sono né di destra né di sinistra, ma vogliono solo essere un qualcosa che possa entrare in un dibattito pre elettorale”.
Già, le proposte. Il presidente di Confindustria ne ha presentate dieci: un vero e proprio decalogo da avanzare agli schieramenti politici in vista delle prossime elezioni. “Mai come oggi”, ha sottolineato Montezemolo, “Non si devono alimentare attese e false speranze che poi vengono delusi, quando, giunti al governo, si fa l’ovvia scoperta che la realtà è ben diversa dai sogni contenuti nelle promesse. La popolazione italiana è perfettamente in grado di capire e sa reagire in modo deciso e impegnarsi come ha dimostrato tante volte nel passato. Non siamo qui per giudicare i programmi dei partiti ma a sottolineare come la prossima legislatura possa rappresentare per l’Italia una grande occasione di cambiamento”.
E dunque eccoli i dieci nodi da affrontare secondo gli industriali italiani:
governabilità, rifome, liberalizzazioni e privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, riduzione delle imposte, lavoro, contratti, salari, produttività, semplificazione burocratica
energia e ambiente, infrastrutture, istruzione, università, ricerca, innovazione, Mezzogiorno.
Il numero uno di Viale dell’Astronomia ha voluto sottolineare proprio il primo punto del decalogo: “Il problema dell’Italia sta nella sua governabilità, nella sua capacità di decidere, precondizioni indispensabili per la crescita”. E a chi gli ha fatto notare che i programmi di Pd e PdL sono simili su alcuni punti, ha replicato: “È un bene che ci sia condivisione su alcuni punti. Infrastrutture, riconoscimento dei meriti, ricerca e innovazione non sono di destra o di sinistra”.

“Yes, we can”. Si può fare, anzi si deve. Un altro governo, certo, ma soprattutto cementare nuove alleanze per resistere ad un sistema elettorale in grado di punire anche i più forti. Tessere le fila della politica da dietro le quinte e lasciare nel dubbio gli aspiranti premier fino all’ultimo secondo. Così Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, procede spedito e chiarisce: “In politica non scendo”.
Tutti lo vogliono, ma lui ha altri pensieri: la Fiat, la Ferrari e viale dell’Astronomia. Almeno per i prossimi 97 giorni, quando, con molta probabilità, lascerà la sua poltrona alla first lady dell’economia Emma Marcegaglia. Nel frattempo dal Partito democratico al Popolo della libertà, passando per la neonata Rosa Bianca, le strizzatine d’occhio a Montezemolo si sprecano.
Il primo febbraio scorso, Bruno Tabacci mentre annunciava sulle colonne del Secolo XIX la nuova formazione in coppia con Baccini già corteggiava il numero uno degli industriali. “Il presidente di Confindustria” diceva Tabacci “da parecchio tempo sostiene le nostre stesse impostazioni politiche. E non certo da ora. Negli ultimi giorni ho notato che le sue posizioni coincidono esattamente con le nostre”. Tanto per dirne una, spiega Tabacci, “il sistema elettorale basato sul meccanismo tedesco” (chissà che non si metta in mezzo anche Casini). Dopo quest’intervista il leader della Rosa Bianca ha incontrato Montezemolo come aveva annunciato ma l’incontro, pare, non ha avuto l’effetto sperato. Per ora, dicono a mezza bocca alcuni alleati di Tabacci, il sostegno non è né diretto né indiretto. Ma per la fine della campagna elettorale c’è ancora tempo. E chissà che tra i due litinganti il terzo non abbia la meglio.
Intanto sia Berlusconi sia Veltroni affilano le armi. Scoraggiati dal poter assoldare nelle proprie fila LCdM, cercano di garantirsi almeno il suo appoggio esterno attraverso programmi mirati al consenso del più famoso degli industriali. E alla fine ci sono riusciti entrambi. Nonostante sui loro trascorsi pesino ancora come macigni le tante bacchettate arrivate negli ultimi anni da viale dell’Astronomia. Considerato il lungo braccio di ferro con Berlusconi, Veltroni potrebbe partire in vantaggio. Lo scorso sette febbraio durante l’incontro tra l’ex sindaco di Roma e Montezemolo l’identità di vedute era chiara. Sulla necessità di mobilità sociale, di alimentare il senso di appartenenza alla Obama maniera, di abbattere gli steccati ideologici, di fare riforme. La parola d’ordine per entrambi è “crescere”.
Anche a Palazzo Grazioli non si perde la speranza. È proprio Berlusconi l’ultimo, in ordine di tempo, a raccogliere il consenso di Montezemolo. Dopo la partecipazione del Cavaliere a Porta a Porta, il numero uno di viale dell’Astronomia ha fatto sapere che la proposta del leader del Pdl gli piace. Soprattutto quella di detassare gli straordinari e gli aumenti salariali legati alla produttività. E pensare che fino a qualche mese fa in molti non avrebbero scommesso nemmeno un euro sulla liason politica tra i due. Ma il candidato premier non demorde. Sa bene quali sono i temi cari agli industriali.
Alla fine dei giochi l’unica certezza è che al voto mancano 59 giorni. Abbastanza per applaudire tutti e poi uscire di scena. Sempre che l’ambizione politica di Montezemolo sia veramente sepolta.
Il VIDEO servizio:
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Uno sciopero generale contro un governo di sinistra? “Non ce lo possiamo permettere” è l’allarme di Romano Prodi. Che subito dopo, però, aggiunge: “Tanto più a gennaio”. Già, perché le esigenze dei sindacati - spesso giuste - si stanno sovrapponendo ai giochi politici con esiti che stavolta rischiano di essere davvero letali per il Professore. Anche perché dall’altra parte della barricata c’è Luca di Montezemolo, presidente della Confindustria, che attacca l’esecutivo sul boom di assenteismo tra i dipendenti pubblici. Insomma, Prodi sta perdendo l’appoggio di entrambe le parti sociali. Quelle per le quali ha appena difeso il protocollo sul welfare contro l’estrema sinistra.
Nel merito, le confederazioni non hanno torto: oltre 7 milioni di lavoratori sono da mesi in attesa di contratto, e tra questi il gruppo più numeroso (3 milioni) sono i dipendenti pubblici. Ma non ha torto neppure Montezemolo quando denuncia che al comune di Bolzano , all’Agenzia delle Entrate o all’Inpdap si fanno 30 e anche più giorni di assenza l’anno, escluse le ferie e i permessi. Il problema sollevato dal capo di Confindustria non riguarda tanto i “fannulloni” (già bastonati da Pietro Ichino) quanto l’incapacità delle loro amministrazioni a contrastare questo fenomeno, ed il governo a proporre o applicare leggi adeguate.
Ma ciò che colpisce è la scelta dei tempi. Gennaio non è un mese a caso: è il periodo nel quale, se verrà approvata la Finanziaria, molti alleati di Prodi hanno annunciato di volersi tenere le mani libere. Da destra a sinistra, la lista comprende quasi tutti: i liberaldemocratici di Lamberto Dini ed i rifondaroli di Fausto Bertinotti. Anzi, il presidente della Camera ha appena evocato per Prodi una definizione di Ennio Flaiano su Enzo Cardarelli: “Il più grande poeta morente”. Poi si è corretto due volte, spargendo altro sale sulle piaghe prodiane: “Prodi? Beh, non è un poeta”. “Grande? Non esageriamo…”.
E siccome Rifondazione è in crisi di consensi, ha votato il protocollo welfare turandosi il naso, metà partito sente la nostalgia dell’opposizione e Bertinotti ha appena annunciato un referendum tra la base per decidere che cosa fare a gennaio, non ci vuole molto a tirare le somme. Il cocktail sciopero generale, attacchi di Confindustria, disimpegno dei partitini di destra e di sinistra è davvero esplosivo. Molto più delle fallite spallate che avrebbero dovuto venire da Berlusconi.
Prodi sospetta che la velenosissima battuta dello “scorpione” (così è chiamato Bertinotti nello staff del Professore, dopo il non dimenticato “tradimento” del ‘98) abbia un mandante: Walter Veltroni. Il segretario del Pd e il presidente della Camera hanno un interesse comune: trovare un accordo con il centrodestra su una legge elettorale proporzionale. Diversamente si andrà al referendum e saranno dolori per Rifondazione, ma anche per Veltroni che su questa riforma ha investito tutto. L’obiettivo di Prodi è il contrario: né accordi con il nemico, né leggi proporzionali che gli toglierebbero il potere di leadership sulla sinistra.
Sarà davvero un gennaio caldo, ma solo per il governo.
Il VIDEO servizio sullo sciopero minacciato dai sindacati:
Il VIDEO servizio sulle dichiarazioni di Montezemolo:

S’erano tanto amati. Confindustria, stampa (i cui azionisti siedono magari nel gotha imprenditoriale), magistratura, Unione Europea, Chiesa, Banca d’Italia: nel 2006 tutti avevano festeggiato il ritorno al governo di Romano Prodi. Ricambiati con ampie rassicurazioni e benedizioni. Ora di questi pilastri sui quali poggia il potere vero in Italia non ce n’è più uno che regga: il benservito a Prodi è già nei fatti.
Confindustria. La marcia di avvicinamento di Luca di Montezemolo era iniziata in anticipo. Nel 2004 arriva al vertice confindustriale sospinto da un gruppo di imprenditori iperprodiani: Andrea Pininfarina, Vittorio Merloni, Diego Della Valle. “Fare squadra” è lo slogan, che si traduce in un feeling con il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, e con la partecipazione montezemoliana ai seminari ulivisti. Il vento comincia a girare prima ancora che Prodi metta piede a Palazzo Chigi: il 18 marzo 2006 a Vicenza i piccoli e medi imprenditori fischiano sonoramente l’allora candidato premier, tributando un’ovazione a Silvio Berlusconi. Montezemolo fiuta il vento, all’assemblea del 25 maggio dice: “Non faremo sconti a questo esecutivo”. Chi ha da tempo inquadrato la situazione è Carlo De Benedetti. L’editore della Repubblica va per le spicce: “Prodi farà solo l’amministratore straordinario” annuncia a dicembre 2005 “il futuro è di Walter Veltroni e Francesco Rutelli”.
I grandi banchieri ci mettono un po’ a cambiare idea. Corrado Passera (Intesa) e Alessandro Profumo (Unicredito) sono andati a votare Prodi alle primarie 2005. Il Professore li ringrazierà escludendo le banche dai benefici del cuneo fiscale. Alla fine della parabola prodiana i big del credito perdono il controllo di Mediobanca e Fiat. E Montezemolo: “Questo governo ci ha riempito solo di tasse”.
Giornali. L’8 marzo 2006, a un mese abbondante dalle elezioni, il direttore del Corriere della sera Paolo Mieli firma una clamorosa dichiarazione di voto per il centrosinistra. L’endorsement, tipico della stampa anglosassone, non ha precedenti perché avviene all’inizio della campagna elettorale. Qualcuno ricorda che Mario Borsa, primo direttore del Corriere dell’Italia liberata, per esprimersi a favore della repubblica attese la vigilia del referendum istituzionale. Mieli è in buona compagnia: la Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore offrono a Prodi una generosa apertura di credito. Sei ottobre 2007: Mieli sceglie il convegno della Confindustria di Capri per completare in modo altrettanto fragoroso l’inversione di marcia: “Il governo è già in crisi. Legge elettorale, ridurre i parlamentari? Chiacchiere. Si devono tagliare i ministri. Ma subito, domattina”.
Unione Europea. “Sono qui per riportare l’Italia in Europa”: il 29 maggio 2006 Prodi sceglie Bruxelles per la prima missione all’estero. Tommaso Padoa-Schioppa è andato in avanscoperta da Joaquín Almunia, ringhioso commissario agli Affari economici. Gli ha promesso che d’ora in avanti “la politica finanziaria dell’Italia sarà preventivamente approvata dalla Ue”. Prodi garantisce che gli anni “di Berlusconi e Giulio Tremonti fanno parte di un passato che non ci appartiene”. Abbracci e strette di mano per il figliol prodigo. Ma dura pochissimo. Si comincia (luglio 2006) con Bruxelles che impone al viceministro Vincenzo Visco di riscrivere le norme sui rimborsi iva. E si finisce (ottobre 2007) con la Commissione Ue che boccia di sana pianta la Finanziaria: “L’Italia non rispetta gli impegni a ridurre il debito e il deficit. I suoi conti rischiano di compromettere la stabilità delle nostre istituzioni” è la lapide di Almunia. Prodi prova a ribellarsi: “Non mando a picco il Paese per il debito pubblico. Bruxelles mi lasci governare”. E poi: “L’euro non ci ha aiutato”.
Chiesa. Mercoledì 24 ottobre, al Senato, il Forum delle associazioni familiari (oltre 40 tra le principali sigle cattoliche) ha denunciato “l’inadeguatezza dei provvedimenti sulla famiglia nella Finanziaria”. Prodi è stato abbandonato da Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Il Professore ci aveva puntato anche come tramite con gli Usa per operazioni di diplomazia parallela, ma Riccardi ha deciso di sostenere il movimento di Savino Pezzotta. Rottura anche con la base cattolica, dagli scout dell’Agesci alle Acli: avevano contribuito non poco alla vittoria nel 2006, ora contestano a Prodi di non aver tenuto conto del Family Day. I vertici della Conferenza episcopale sono sempre stati freddi con il premier; ma dal Vaticano era giunta una certa disponibilità: il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva voluto incontrarlo riservatamente a febbraio. Pratica archiviata, oltre Tevere si guarda al dopo.
Magistratura. All’inizio del 2006 Prodi chiese udienza a Virginio Rognoni, vicepresidente uscente del Csm. “Quali sono le attese della magistratura?”. La risposta di Rognoni fu: “Correggere le riforme del centrodestra, a cominciare dalla legge Castelli sull’ordinamento giudiziario”. Il candidato premier dette la sua parola e portò come prova la candidatura nell’Unione di Gerardo D’Ambrosio, ex pm di Milano. L’indulto, criticato apertamente dal Csm, è stato il primo strappo. Ora, con lo scontro su Luigi De Magistris e Clementina Forleo, la rottura è definitiva. Sebbene il Csm sia passato dalle mani di Rognoni a quelle di Nicola Mancino.
Banca d’Italia. Di tutti i poteri forti, quello guidato da Mario Draghi è sempre stato il più tiepido. Prodi aveva cercato di portare Draghi dalla sua parte, anche in nome dei comuni trascorsi alla Goldman Sachs. E su suggerimento del governatore una delle prime mosse di Padoa-Schioppa fu un incontro con i vertici delle “three sisters” del rating, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. Tps garantì collaborazione costante. L’idea aveva una logica pratica: il debito pubblico è il primo vincolo dell’Italia, e i rating possono valere miliardi di interessi.
Ma le tre big sono rimaste sconcertate sia dalla vaghezza della documentazione del ministro, sia dalla mancata riduzione della spesa. E se ne sono lamentate proprio con Draghi. Il quale, partito basso nel 2006, da mesi va giù durissimo. “La pressione fiscale è a livelli insopportabili” è il suo refrain. Il 10 ottobre, commentando la Finanziaria, Draghi ha sillabato: “I progressi sono modesti. Il miglioramento dei conti è tutto dovuto all’aumento delle entrate, mentre la spesa pubblica aumenta di oltre mezzo punto di pil”. Finché, dopo un apprezzamento da parte di Giorgio Napolitano, è circolata l’ipotesi (infondata) di un esecutivo affidato al governatore. A Palazzo Chigi è scattato l’allarme rosso. Anzi, di più: “Un tecnocrate privo d’investitura popolare? Un insulto alla democrazia”. Ovviamente Draghi non ha nessun interesse per il governo. Ma tra lui e Prodi i contatti si limitano ormai ai doveri di ufficio.