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Dopo il caso Marsciano: per salvare le donne maltrattate c’è Sara

Tutto in un giorno. Prima l'arresto di Roberto Spaccino, il marito della giovane Barbara Cicioni uccisa nella notte tra giovedì e venerdì scorso nella sua casa di Compignano, vicino a Marsciano in provincia di Perugia.<br /> Poi il tentativo di linciaggio da parte della gente nel momento in cui Spaccino veniva trasferito dalla caserma dei carabinieri di Marsciano al carcere di Capanne.<br /> E infine il funerale. Nella piccola chiesa di Morcella. A pochi chilometri dal paese dove viveva la coppia. Dove Barbara era cresciuta con la nonna e dove, parlando occasionalmente con il parroco, aveva chiesto di essere sepolta.
Un borgo nella campagna umbra, Marsciano, e l’Italia intera, sotto choc dopo che il marito di Barbara Cicioni è stato arrestato con l’accusa di averla uccisa, colpendola e soffocandola nonostante fosse incinta all’ottavo mese, mentre nella stanza accanto dormivano gli altri due figli. E dalla procura trapela una lunga storia di maltrattamenti.

“Quando una donna viene uccisa dal marito o dal fidanzato spesso si invoca il raptus come causa di un delitto tanto orribile. La verità è che spesso l’omicidio è solo l’ultimo tassello di tutta una serie di vessazioni”. Parola di Anna Costanza Baldry, docente di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Psicologia, Seconda Università degli Studi di Napoli e responsabile del Centro Studi Vittime Sara del Dipartimento di Psicologia della stessa Università. Il delitto “passionale”, allora, in molti casi si può prevedere e prevenire. I segnali che permettono l’identificazione precoce dei fattori di rischio ci sono, e sono stati codificati.

Sara è lo “Spousal Assault Risk Assessment”, cioè la valutazione del rischio di recidiva nei casi di violenza interpersonale fra partners. Si tratta di un metodo importato dal Canada che aiuta a individuare le probabilità che un uomo che ha usato violenza nei confronti della propria partner ripeta o accresca la violenza. La metodologia Sara è stata introdotta in Italia nel 2003: da allora il progetto Daphne dell’Unione Europea, in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine, prevede corsi formazione per ispettori di polizia e carabinieri. Se è vero che solo il 7% delle donne che hanno subito violenza dal proprio partner denunciano è altrettanto vero che spesso non si è saputo come ascoltarle e come intervenire. “E’ fondamentale che chi accoglie la denuncia sappia dirigere la vittima verso i centri antiviolenza (qui la lista dei centri antiviolenza in Italia), che la aiuteranno a capire che il responsabile della violenza è chi la agisce e non chi la subisce, e che nella sua stessa situazione si trovano moltissime altre donne. Che può capitare a tutte. E poi è importante per gli ispettori di polizia capire la pericolosità della situazione in modo da trasmetterne notizia al magistrato nel modo corretto. Le istituzioni potranno rispondere così in maniera più pronta ed efficace, a partire dall’ordine di allontanamento del coniuge o convivente pericoloso”. La professoressa Baldry ritiene che questo porterà a ridurre in modo consistente i casi di omicidio.

Una proposta di legge presentata nel novembre 2006 suggerisce di introdurre anche in Italia il reato di stalking (sindrome del molestatore assillante), ovvero i comportamenti persecutori da parte di pretendenti, partner o ex-partner, che nel 5% dei casi portano all’omicidio. In Canada, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei lo stalking è un delitto di molestia criminale, perseguito penalmente.
Ciò che manca completamente nel nostro Paese sono risposte di trattamento psicologico per l’autore di violenza, il quale deve essere aiutato ad assumere consapevolezza delle proprie azioni. “Anche se l’uomo che agisce violenza spesso l’ha subita a sua volta, può e deve capire che la sua non è una via obbligata ma una scelta, e che si può scegliere di non essere più violenti. In Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Austria ci sono molte esperienze positive che possiamo prendere come modello. Soprattutto, in tempi brevi, quando c’è violenza nella coppia ci deve essere il monitoraggio dell’autore, se non l’arresto, e la tutela della vittima. Insomma c’è bisogno di un segnale forte di rottura con il passato: la violenza non deve essere più tollerata”.

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Oltre un quarto degli omicidi compiuti in famiglia

In Italia, a partire dagli anni Novanta, in corrispondenza della progressiva contrazione del numero degli omicidi compiuti dalle organizzazioni criminali-mafiose, è la sfera familiare e delle relazione affettive il principale ambito in cui maturano gli omicidi. Le statistiche realizzate su scala nazionale negli ultimi anni indicano che gli omicidi compiuti nel contesto familiare e affettivo costituiscono tra un quarto ed un terzo di quelli complessivamente compiuti. Se c’è un dato positivo è che il fenomeno è in calo, a dispetto di ciò che appare a causa della ribalta mediatica e dell’impatto emotivo che i casi di violenza in famiglia hanno sulla collettività.
L’ultimo rapporto dell’Eures-Ansa L’omicidio volontario in Italia, del 2006, evidenzia come nel 2000 ci siano state 226 vittime di omicidio volontario all’interno della famiglia, mentre nel 2003 si sono censite 201 vittime, nel 2004 il numero si è abbassato a 187 e poi ancora a 174 nel 2005.
Tra gli omicidi che si consumano in famiglia quelli di coppia (tra coniugi, conviventi, partner ed ex coniugi/partner) sono prevalenti. Per 68 uomini che uccidono la propria compagna 12 donne sono pronte a fare altrettanto, spesso in conseguenza delle violenze che subiscono dal marito.
Mogli, fidanzate, ex fidanzate sono dunque le categorie più a rischio.
Non c’è un identikit universale per l’assassino: “la violenza attraversa tutti gli strati sociali, non guarda al reddito, all’istruzione, al ruolo sociale che si occupa”, come sottolinea la Presidente dell’associazione Telefono rosa Maria Gabriella Carnieri Moscatelli. “Oggi gli uomini violenti sono quelli che non accettano la crescita della donna, rifiutano di considerarla alla pari e la picchiano, la stuprano o arrivano ad ucciderla per non concederle indipendenza e per riaffermare la propria superiorità”.
Certo è, per Tiziana Catalano (vice presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano) che “un uomo che maltratta una donna non è un uomo forte. E’ una persona che sa fondare le relazioni solo sulla paura”.
Il retaggio culturale è poi un fattore importante. Non dimentichiamoci, ad esempio, che fino al 1981 nel codice penale il “delitto d’onore”, ovvero l’omicidio motivato da una illegittima relazione carnale della propria moglie, figlia o sorella, veniva punito con pene attenuate.
Così la donna che ha subito violenza fisica o sessuale dal proprio compagno nel 93% dei casi non lo denuncia, andando spesso incontro al ripetersi delle vessazioni e in alcuni casi al pericolo di essere uccisa da chi, su di lei, vuole avere diritto di vita e di morte.

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