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- Un commento

Foto ricordo con la sagoma di Barack Obama al “Le Banque”
“Finalmente possiamo tornare in America”. Esagerano, Autumn Taylor e Jeff Clarke “Negli ultimi otto anni era un posto da incubo”. Il loro entusiasmo alle 2 di notte è prematuro. Eppure questi due giovanotti alti biondissimi e dagli occhi azzurri vogliono crederci. Lui indossa una divisa da pilota (“lavoro per l’aeronautica italiana” dice), lei un golfino azzurro. Bianchi, anglosassoni, protestanti. E hanno votato Obama. Questa è la notte che hanno aspettato per il lunghissimo periodo della campagna elettorale, gli statunitensi d’Italia. Il Consolato americano per l’occasione ha allestito una serata elettorale in grande stile in uno dei locali più in del centro di Milano, il “Le Banque”, vicino a piazza Cordusio. Organizza l’associazione Easymilano. Alle 10 e mezza di sera, pieno pomeriggio a New York, è già pieno zeppo. Giornalisti, invitati, ospiti illustri, cittadini americani e gli immancabili imbucati. Nessuno vuole perdersi l’evento dell’anno. Le colonne alle pareti sono adornate con le bandiere pittoresche dei cinquanta States. C’è Mike Bongiorno, il più celebre degli “americani a Milano”, che si alterna sul palchetto con Dan Peterson. Uno con il suo immutabile “allegria!” e l’altro con il “mamma butta la pasta” delle telecronache. Il menu non prevede hamburger né patatine ma nessuno sembra lamentarsi. Un tocco di Usa c’è nelle bevande: la Budweiser scorre a fiumi. Arriva Umberto Bossi, accompagnato dal consigliere comunale Matteo Salvini. Ci sono soprattutto tanti cittadini degli States: è la loro notte. E vogliono che sia una festa. Dopo una prima occhiata pare evidente da che parte pende la bilancia elettorale del “Le Banque”: i distintivi con la O che spunta dalle onde, i cartelli blu, le spille con scritto “change” non mentono. Anche se il console Daniel Wiegandt elude diplomaticamente la domanda, “Non posso esprimermi, sono un funzionario”, gli americani di Milano si schierano in maggioranza per il senatore dell’Illinois. “Siamo una comunità molto varia, quasi diecimila persone, per noi è una notte speciale anche lontani dall’ America” dice il console. Per trovare un “Maccaniac” si deve aguzzare la vista: un signore distinto, aspetto marziale, capelli bianchi, occhi blu. La spilletta con la bandiera appuntata sulla giacca: “Ho scelto Mc Cain per la sua competenza militare” dice Carl, dal Kansas. “Siamo meno appariscenti ma è come con la democrazia cristiana, nessuno dice che la vota ma poi vince” si espone un uomo di mezza età, sentendo il discorso. Intanto qualcuno ha scarabocchiato un puntino sulla sagoma in cartone di Mc Cain e ha scritto “questo è il mio cervello”. L’Obama di cartone invece è gettonato per le foto ricordo. Una ragazza con la spilletta blu dice di aver votato “Per Barack Obama, è l’unico in grado di cambiare le cose. Anche verso l’Italia”, si chiama Sara Rosso, viene da New York.
Intorno all’una il locale inizia a svuotarsi piano piano. Molti statunitensi vanno a seguire le prime proiezioni in un luogo più tranquillo. “Jesus Christ, that’s impossible” esclama un ragazzo, uscendo in strada, fuori dalla calca. L’atmosfera, da festosa, si fa impercettibilmente tesa. Gli sguardi vanno ai megaschermi: sul più grande la Cnn, sugli altri Cnbc o Fox News. Molti qui dentro si aspettavano una larga vittoria a valanga dei democratici, ma i primi exit poll che assegnano il Kentucky a Mc Cain fanno presagire una nottata lunga. Il primo boato arriva all’una e mezza: Obama è in vantaggio in Florida, dove si infransero le speranze di Al Gore. Ma il repubblicano non capitola, anzi. Il secondo boato un’ora dopo: Fox news annuncia Obama vincente in Pennsylvania. “Ce la facciamo, ce la facciamo, ce la facciamo” mormora Sara. Ma manca ancora molto. E il repubblicano è ancora in testa in Indiana. Due ragazze olandesi chiedono lumi agli americani: “Ma quand’è che si capisce qualcosa?” Gli viene in aiuto Teresa Morelli, un’italoamericana alta e mora con al collo una collana di pins pro-Obama:”Niente paura, la Pennsylvania è nostra”. Ha in mano i fogli con i dati del 2004 e per gli altri è una specie di guida spirituale. E’ lei a lanciare le urla più acute ogni qual volta la faccia di Barack appare abbinata a uno Stato, anche quelli più scontati. Ma lo spoglio è lungo, i dati incerti. L’entusiasmo inizia a cedere il passo alla stanchezza. Sono quasi le quattro, quando l’Ohio viene dato per certo. La calma inizia a diffondersi anche tra i più esagitati. I sostenitori di Mc Cain, già pochi, ormai sono spariti. Si brinda con le ultime budweiser. Sognando la California. Che arriva alle cinque di mattino. Con gli occhi lucidi, i superstiti della nottata applaudono. Qualcuno canta “Yes we can”. Chi brinda con il vino, chi con un cappuccino. Non un fischio né un coro ostile quando parla McCain. Mentre a Chicago impazza la festa. Alle sei i giochi sono fatti, il locale si svuota del tutto. Fuori, a Milano, deve ancora uscire il sole. Ma è già l’alba.
Guarda il video di Alberto Roveri:
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