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Consulta

Il premier Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi
Se si potesse banalizzare in termini calcistici, ed il giudizio della Corte Costituzionale sul lodo Alfano venisse sintetizzato in un 1 per la bocciatura del lodo stesso, in un 2 per il suo accoglimento integrale, ed in un X per un accoglimento parziale, cioè con la richiesta al Parlamento di modifiche legislative, ebbene le puntate di palazzo Chigi si concentrano sul 2, ma soprattutto sull’X. Continua

La sala gialla di palazzo della Consulta
Dal “lodo Schifani” al “lodo Alfano”: è la seconda volta nel giro di cinque anni che la Corte Costituzionale è chiamata a decidere sulla legittimità di una legge che sospende i processi penali nei confronti delle più alte cariche dello Stato.
La discussione sul testo Alfano inizia martedì 6 ottobre, nel palazzo che fronteggia il Quirinale, dove i 15 giudici della Consulta (dal nome della sede, dal 1955, della Corte costituzionale) sono chiamati a dire se lo “scudo” in questione sia costituzionale oppure no. Continua

Non tutte le intercettazioni o i dossier illegali devono essere distrutti. Visto che, alcune norme contenute nell’articolo 240 del codice di procedura penale sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale, che ha così accolto parzialmente le eccezioni sollevate dal gip di Milano Giuseppe Gennari nel procedimento che vede tra gli imputati l’ex capo della sicurezza di Telecom-Italia Giuliano Tavaroli.
La norma bocciata dalla Corte riguarda la nuova formulazione dell’art. 240 del codice di procedura penale modificato dal decreto (poi convertito in legge nel novembre del 2006 con voto bipartisan), con cui il governo Prodi intervenne all’indomani dell’arresto di Tavaroli, dell’investigatore privato Emanuele Cipriani e dell’ex capo della sicurezza informatica Fabio Ghioni. La norma imponeva la distruzione di tutto il materiale illegalmente acquisito (comunicazione telefoniche, telematiche, etc) in un’udienza camerale celebrata dal gip che però avrebbe dovuto redigere un verbale riassuntivo di quanto distrutto. La Corte - si legge in una nota di Palazzo della Consulta - ha dichiarato l’illegittimità dell’art 240 del codice di procedura penale in due punti: i commi 4 e 5, nella parte in cui non prevedono l’applicazione delle stesse regole fissate per l’incidente probatorio (art.401,commi 1 e 2) durante l’udienza per la distruzione dei documenti; il comma 6, “nella parte in cui non dice che il divieto di fare riferimento al contenuto dei documenti, supporti e atti nella redazione del verbale” di distruzione “non si estende alle circostanze inerenti la formazione, l’acquisizione e la raccolta degli stessi documenti, supporti e atti”.
Con la decisione presa oggi, la Consulta ha di fatto ampliato le garanzie della difesa nella distruzione degli atti (intercettazioni, foto, comunicazioni telematiche) illecitamente acquisiti. Ciò non significa che tali documenti non saranno più distrutti, ma che per farlo si dovranno seguire regole che garantiscano maggiormente le parti.
Se infatti il decreto approvato nel 2006 dal governo Prodi prevedeva che la distruzione dei documenti avvenisse su decisione del gip in un’udienza da tenersi entro dieci giorni dopo averne dato avviso alle parti, ora non sarà più sufficiente una decisione adottata in camera di consiglio: accusa e difesa dovranno essere garantite con un contraddittorio pieno, così come avviene nei casi di incidente probatorio. A questa procedura più garantista la Corte Costituzionale ha deciso di aggiungerne un’altra: nel verbale di distruzione degli atti e dei documenti illeciti si continuerà a far divieto di riferirne il contenuto ma - ha aggiunto la Corte - d’ora innanzi il verbale dovrà essere più puntuale e contenere le circostanze che riguardano la “formazione, l’acquisizione e la raccolta” dei documenti illegali. E questo perché si tratta pur sempre di materiale probatorio.
La sentenza della Consulta sarà scritta nei prossimi giorni dal giudice costituzionale Gaetano Silvestri, ma dal dispositivo si intravede una soluzione di compromesso per salvaguardare due esigenze in contrasto: da un lato non favorire la dispersione di materiale probatorio, dall’altro garantire la tutela della riservatezza delle persone vittime del “dossieraggio” illegale.
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Prima l’ennesima fumata nera, poi il blitz dei radicali. Alla fine Giuseppe Frigo è stato eletto giudice della Corte Costituzionale, con 690 voti. La maggioranza richiesta era di 572. La proclamazione ufficiale dell’elezione è stata fatta in aula alla Camera dal presidente Gianfranco Fini, con a fianco il presidente del Senato Renato Schifani. Oltre a Frigo, hanno ottenuto voti Donato Bruno (32) e Gaetano Pecorella (24), i voti dispersi sono stati 14, le schede bianche 52, le nulle 29. Hanno partecipato al voto 841 parlamentari su 952 aventi diritto.
Con l’elezione di Frigo, la Corte Costituzionale torna al plenum di 15 giudici (come ha rilevato “con vivo compiacimento” il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio a Schifani e Fini), dopo che per un anno e mezzo è rimasto vacante lo scranno di Romano Vaccarella. Ma altri cambiamenti sono in vista e, calendario alla mano, alla Corte gli avvicendamenti saranno a scacchiera. Basti pensare che la prossima udienza pubblica del 4 novembre si aprirà con il saluto del presidente Franco Bile al nuovo giudice costituzionale neoletto dal Parlamento. Ma, come in una sorta di porta girevole, subito dopo aver accolto Frigo, sarà Bile a ricevere il saluto della Corte. Stavolta di congedo. Il suo mandato novennale scade infatti il prossimo 8 novembre e a subentrargli sarà un giudice che la Corte di Cassazione sceglierà nelle elezioni del prossimo 28-29 ottobre (in pole position c’é Alessandro Criscuolo, presidente della prima sezione civile).
Sempre in apertura dell’udienza del 4 novembre, dunque, il vicepresidente della Corte, Giovanni Maria Flick ripercorrerà i momenti più importanti dei nove anni alla Corte di Bile. Che, terminati i saluti anche dell’avvocatura generale e dei legali del libero foro, si alzerà e lascerà l’aula. A questo punto si apriranno i giochi per la presidenza. La camera di consiglio per eleggere il trentaduesimo presidente della Consulta si terrà attorno all’11-12 novembre. A fissarla sarà il giudice più anziano in carica, vale a dire Flick. Che è peraltro il principale candidato alla successione di Bile.
Dunque è l’ex presidente delle Camere penali il magistrato destinato a sostituire Romano Vaccarella, dimissionario da oltre 18 mesi, dalla . Questo dopo l’abbandono di Pecorella, voluto dai capigruppo del Pdl e appoggiato da premier Silvio Berlusconi.
Il diretto interessato intanto, l’avvocato bresciano che fu legale di parte civile nel processo per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini, ringrazia per l’indicazione del suo nome come giudice della Corte Costituzionale, rivendicando di essere “un tecnico” e auspicando che ciò possa contribuire a trovare “convergenze” in materia di giustizi
Ha difeso il finanziere bresciano Guglielmo Gnutti nel processo per la scalata ad Antonveneta, ma è stato anche legale di parte civile nel processo per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini. E ha rappresentato Adriano Sofri nel procedimento che fu fatto in Cassazione per chiedere la revisione del processo per l’omicidio del commissario Calabresi.
Penalista di lungo corso, Giuseppe Frigo. Ma non solo: ha contribuito alla stesura del codice di procedura penale (una delle esperienze di cui va più orgoglioso) e da leader dei penalisti ha guidato la battaglia che ha portato all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo.
Bresciano, 73 anni, sposato, con due figli, Frigo affianca all’intensa attività forense, che tra l’altro lo ha visto difendere Cesare Previti nel procedimento per calunnia ai danni dei pm milanesi Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, anche quella di professore all’Università della sua città, dove insegna procedura penale e dove vive. Per due mandati consecutivi, dal 1998 al 2002, è stato presidente dell’Unione delle Camere penali, l’organizzazione che rappresenta 9 mila legali. E da leader dei penalisti si è battuto per il giusto processo, “una realtà sigillata dalla Corte costituzionale”, sottolinea con soddisfazione.
Tra le sue prese di posizione più recenti, quella sulle intercettazioni, dopo che il premier aveva manifestato l’intenzione di limitarle ai procedimenti per mafia e terrorismo: “Non bisogna restringere eccessivamente le intercettazioni telefoniche in relazione al novero dei reati per cui possono essere disposte”; sarebbe meglio invece, ha suggerito qualche mese fa, “impedire di renderle pubbliche sino al dibattimento con una disciplina più rigorosa”.
Convinto assertore della separazione delle carriere in magistratura, nella sua vita ha indossato solo per un giorno i panni di pubblico ministero e in un’occasione speciale: un processo storico, al Palazzo ducale di Venezia, che vedeva come imputato Napoleone. Chiarissimo nelle sue esposizioni, voce tonante, l’unico vezzo di Frigo sono i baffi all’insù, che, accompagnati a modi squisiti, gli danno l’immagine di un gentiluomo di altri tempi.
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Dopo mesi di stallo quella di martedì 21 potrebbe essere la votazione del Parlamento in seduta comune buona per l’elezione del giudice della Corte Costituzionale che andrà a sostituire Romano Vaccarella, dimissionario da oltre 18 mesi.
E, dopo il ritiro della candidatura di Gaetano Pecorella, a seguito dell’appello in tal senso dei gruppi del Pdl, secondo quanto si è appreso, i papabili verranno probabilmente scelti tra questa rosa si nomi: il presidente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio, l’azzurro Donato Bruno (che, in caso di elezione, lascerebbe il suo posto nell’organismo parlamentare proprio a Pecorella); gli esponenti delle Camere Penali come Oreste Dominioni, Giuseppe Frigo, Ennio Amodio. Non sembrerebbe più in pole position, hanno riferito in tarda serata fonti parlamentari del Pdl, il nome di Giorgio Spangher, professore di diritto e procedura penale di cui si era parlato anche nei giorni scorsi come possibile alternativa a Pecorella. Tuttavia, non c’è ancora nessuna indicazione certa sul candidato su cui dovrebbero convergere i tre quinti dei voti dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea: il quorum necessario per essere eletti.
I segnali che qualcosa si stesse muovendo sul fronte della Consulta, nonostante l’ennesima fumata nera in Parlamento, sono apparsi evidenti fin da stamattina proprio con alcune dichiarazioni di Pecorella. “Il mio nome” ha detto il parlamentare azzurro in una intervista televisiva “in questo momento è fermo, nel senso che è quello che ancora viene permanentemente indicato. Credo che però dovrò fare io stesso una valutazione se vi siano altre soluzioni per sbloccare il lavoro del Parlamento, sebbene ritenga che anche se mi mettessi da parte sarebbe molto difficile trovare una soluzione sia per quanto riguarda la Vigilanza che per la Corte Costituzionale”.
E infatti. Nel pomeriggio il Pdl in una riunione fiume ratifica il cambio di cavallo e in una nota congiunta dei capigruppo di Camera e Senato fa un appello a Pecorella perché si ritiri per “consentire di giungere con rapidità all’elezione del giudice mancante”. In serata, secondo quanto si apprende in ambienti parlamentari del centrodestra, è lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a telefonare a Pecorella per spiegargli quanto fosse dispiaciuto della sua rinuncia alla Corte Costituzionale per il veto posto dal centrosinistra sul suo nome.
Nell’attesa, i Radicali da sempre in prima linea su questa battaglia, stanno occupando l’Aula di Montecitorio “aspettando lì la fine di questa penosa vicenda- affermano- anche a sostegno dei moniti del Presidente della Repubblica”.
Archiviata, probabilmente domani, la vicenda della Corte Costituzionale, resterà da risolvere quella della presidenza della commissione di Vigilanza Rai che anche oggi si è riunita ma per l’ennesima fumata nera, con l’Italia dei Valori che non molla su Leoluca Orlando.
Sono centocinquanta giorni, cinque mesi esatti di nulla di fatto, di fumate nere - sono 22 finora -, di polemiche feroci, per l’elezione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai, sempre col nome di Leoluca Orlando in prima fila.
“Perché” si chiede retoricamente il leader del partito, Antonio Di Pietro “dovrei tornare indietro? Cosa abbiamo fatto di male? Che ha fatto di male Orlando? Perché bisogna abbassare la schiena rispetto alla prepotenza della maggioranza di Berlusconi che dice ‘il candidato me lo scelgo io’? È un atto di anti-democrazia, una sciocchezza inaccettabile e chi la accetta fa il collaborazionista”. Certo è, che dopo aver “sgombrato il campo” dalla candidatura di Pecorella, la maggioranza sembrerebbe voler rivendicare un diritto di parola sulla Vigilanza. E il clima tra Pd e Pdl sembra comunque mutato. Il motivo è semplice: con il suo oltranzismo antiberlusconiano, Antonio Di Pietro rischia di destabilizzare tutta l’architettura della politica veltroniana che rifugge i toni urlati e anche certe denunce ai limiti del paradossale.
La rottura in diretta tv tra Pd e Idv mette in allarme l’ala moderata dei democratici. Che pensa infatti, per usare le parole del Riformista, che scaricato Di Pietro il partito debba scegliere Casini. Ed effettivamente negli ultimi giorni gli abboccamenti tra gli sherpa di Pd e Udc si sono moltiplicati. Il segretario centrista Lorenzo Cesa fa sapere che l’Udc non è intercambiabile con l’Idv, ma naturalmente molto dipenderà dalle prossime scelte politiche dei democratici. Per esempio sul capitolo aperto delle alleanze locali per le amministrative: in Abruzzo c’è un negoziato in corso a cui si oppone Rifondazione. Ma i laboratori in realtà potrebbero essere molti altri.
A cominciare dal nome da mettere sulla poltrona della Vigilanza Rai.
Pronto a tutto pur di risalire la china. Pronto anche a stupire. Via web e via cavo.
Insomma, è pronto per la tv. Quella inaugurata oggi (data simbolo: a un anno dalle primarie) dal leader Pd Walter Veltroni. Lo aveva annunciato e ora è realtà. Si chiama Youdem.tv: raggiungibile in rete e all’interno del palinsesto Sky (canale 813).
Pronto a stupire Veltroni, in versione piccolo schermo: si inizia con il “buongiorno” di Barack Obama, il videomessaggio di Piero Fassino (”Quando in una famiglia arriva un nuovo nato è un momento di felicità”), i consigli di Gianni Ippoliti. Ma soprattutto c’è l’”in bocca al lupo” di Massimo D’Alema: “In un panorama così sconfortante quando si sfogliano le televisioni, credo sia importante che ci sia una voce nuova, diversa e incisiva per arrivare ai più giovani”. Recita così il benvenuto di “Baffino,” l’antagonista per eccellenza di Walter. Soprattutto in questa nuova sfida a 15 pollici: l’ex ministro degli Esteri dovrà infatti attendere il 4 novembre perché la sua Red Tv apra i battenti e collabori con la tv di Walter per testimoniare della concordia ritrovata, dopo mesi di attriti su chi dovesse portare in video l’identità democratica.
Ci tiene a stupire l’ex sindaco di Roma. Usando la nuova tv (sarà, ha detto il segretario, una social tv: “Diversa dalle tradizionali televisioni generaliste perché è fatta da quelli che la vedono. I video mandati dalla gente saranno parte della comunità virtuale e alcuni entreranno nei palinsesti”), per parlare della vecchia: sullo sfondo verde - il colore principale del partito - oltre che di crisi finanziaria, Walter nella prima intervista butta lì, rivolto alla maggioranza: “Ci dicano oggi qual è il loro candidato alla Corte costituzionale e noi siamo pronti a votarlo. E loro a questo punto votino Leoluca Orlando (alla vigilanza Rai, ndr), così in 24 ore la situazione si sblocca”.
Il Pd è entusiasta (non potrebbe essere diversamente) del nuovo mezzo: un modo per raggiungere gli elettori, soprattutto quelli più giovani. Dove non possono assemblee, dibattiti e congressi ci proverà la rete: dicono dal partito che la web tv ha già registrato l’adesione di circa 8mila persone e di circa 300 video provenienti dagli utenti. Perché non sono i grandi nomi dell’intellighenzia rossa il vero obiettivo di Veltroni.
Lui spera, piuttosto, di arrivare ad avere numerosi corrispondenti Youdem in tutti i Comuni d’Italia: “Ognuno che ha la telecamera può mandare i propri video e avere la possibilità di farli vedere su Sky”. Un progetto ambizioso, “2.0″, dinamico quello del leader. Che, non essendo ancora riuscito a realizzare un partito “flessibile e liquido”, punta ad avere almeno una tv “fatta dal basso, di apertura: una televisione orizzontale e non verticale”, specifica il segretario, citando anche la sua pagina sul social network Facebook, in cui conta 9.000 amici. Questo - ovviamente - non impedirà al segretario di tenere un appuntamento fisso giornaliero: ogni mattina tra le 10.20 e le 11 Veltroni sarà in diretta. Accanto a lui, comunque, ci saranno: i giornalisti Michele Serra, Concita De Gregorio e Stefano Menichini; l’economista Tito Boeri; gli scrittori Andrea Camilleri e Sandro Veronesi.
Il sogno di una televisione di partito è sempre stato caro a Veltroni. Ora ci gioca la faccia. Dopo aver perso il legame con la piazza, il leader del Pd cerca insomma di recuperare il terreno perduto con i nuovi media. Una scommessa importante, tutta politica: “Useremo la tv per commentare l’attualità e non faremo sconti dal punto di vista dell’opposizione in video, ad esempio denunciando gaffe del premier che altrove diventano irrilevanti”, ha confermato il responsabile Comunicazione Paolo Gentiloni.
Posta in gioco alta. Pari al modello da seguire: quello già intrapreso da Al Gore con Current Tv. Ai naviganti-spettatori, la sentenza, dunque. Il progetto multimediale è nuovo, flessibile e orizzontale. Ma si “spegne” allo stesso modo delle televisioni vecchie, verticali e generaliste: con un clic del telecomando o del mouse
Il VIDEO dell’anteprima da YouTube:

Parafrasando John Landis: tutto in un giorno.
Dimissioni di Clemente Mastella per le disavventure giudiziarie della moglie (e dei vertici del suo partito in Campania); e sì della Corte costituzionale ai referendum elettorali. A questo punto è possibile, se non probabile, che le due cose finiscano per intrecciarsi.
Il sì della Consulta ai tre quesiti referendari era (oltre che previsto) temuto come la peste dai piccoli partiti, Udeur di Mastella in testa. Il ministro dimissionario aveva anzi più volte minacciato di uscire dall’Unione se Romano Prodi non avesse fatto tutto il possibile per evitare il referendum attraverso un accordo su una nuova legge elettorale.
Il referendum, se ovviamente avrà successo, trasferisce il premio di maggioranza dalla coalizione al partito che ottiene più voti; introduce uno sbarramento del 4 per cento alla Camera e dell’otto al Senato; impedisce la pratica, per chi viene eletto in più collegi, di optare per un seggio aprendo le porte del Parlamento al primo dei non eletti. Tutte modifiche che penalizzano i partiti più piccoli sottraendo loro, in primo luogo, il potere di “ricatto” nelle eventuali coalizioni. Le quali non spariscono, visto che resta consentita l’indicazione del “capo della forza politica” e del programma elettorale.
Una spinta al bipartitismo che va più o meno nella stessa direzione della trattativa avviata tra Pd e Pdl, cioè tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Un dialogo, però, che via via ha incontrato sempre maggiori ostacoli proprio a causa delle pressioni delle forze più piccole. Interessi di cui si era fatto in qualche modo garante Prodi. La decisione della Corte dunque rafforza Veltroni e Berlusconi.
In realtà, un punto fermo c’è: a primavera, in una data tra il 15 aprile ed il 15 giugno, si terrà la consultazione. A meno che non si trovi quel famoso accordo sulla legge elettorale (che però, per legge, per vanificare il referendum dovrebbe rispecchiarne i contenuti). Oppure non venga interrotta la legislatura; insomma, non cada il governo. Stamani Romano Prodi ha respinto le dimissioni del ministro della Giustizia. Mastella ha preso alcuni giorni per riflettere. Chissà che, al di là del merito dell’inchiesta che coinvolge la consorte e mezzo partito, la riflessione non si protragga a lungo.
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di Paola Sacchi
Mancava solo il “Casinellum” ed è puntualmente arrivato. La penultima proposta (ce ne saranno altre) di riforma elettorale l’ha avanzata Pier Ferdinando Casini. L’obiettivo è evitare il referendum sulla cui ammissibilità la Corte costituzionale decide il 16 gennaio. Riflettori puntati sul Palazzo della Consulta, che guarda il Quirinale.
I quesiti presentati dal comitato referendario puntano a trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista più votata, introducendo di fatto un sistema bipartitico, in cui i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. I pronostici sono per il disco verde alla consultazione. Ma vista la posta in gioco, grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici (il quindicesimo, Romano Vaccarella, si è dimesso e non è stato ancora sostituito), chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica: e grossa è la preoccupazione per il comitato referendario.
“Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni” confida a Panorama il leader referendario Mario Segni. Che a sorpresa sembra rivalutare il suo ex acerrimo nemico Bettino Craxi: “Lo scontro nel 1991 con Craxi fu sanguinoso. Non ho alcuna nostalgia di quei tempi. Sulla Corte si esercitarono violente pressioni politiche, ma almeno Craxi combatté a volto scoperto”. Ora invece? “C’è una parte della politica che spera di vincere standosene acquattata, sperando in qualche arzigogolo della Corte, come ha detto in una dichiarazione mai smentita Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, dico…”.
Lo spettro di un altro 1991 aleggia nelle stanze spoglie del comitato referendario in via Veneto a Roma. Allora la Corte ammise solo il quesito sulla preferenza unica, escludendo gli altri due che avrebbero introdotto con 2 anni di anticipo il sistema maggioritario. Sciagurata per i referendari è ora l’ipotesi che la Consulta ammetta solo il quesito che abolisce le candidature multiple, escludendo gli altri due, e cioè il cuore della consultazione.
Un’eventualità che il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd, non vuole neppure prendere in considerazione. Si dichiara ottimista, ma accusa: “Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile”. Spiega: “Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono”.
Mentre l’attesa cresce e il clima si è surriscaldato (è intervenuto il Quirinale sostenendo che sull’Alta corte non ci sono state pressioni), il comitato referendario ha inviato al capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, un corposo volume di 700 pagine, uscito in questi giorni, curato da Barbera e da Giovanni Guzzetta, quest’ultimo presidente del comitato referendario. Copertina arancione, colore della speranza, con il titolo Il governo dei cittadini (Rubbettino editore), il libro è arrivato anche sulla scrivania dei giudici della Consulta. È un atto d’accusa di 30 costituzionalisti, compresi tre ex presidenti della Corte (Riccardo Chieppa, Piero Alberto Capotosti, Annibale Marini) e di alcuni economisti, fra cui Renato Brunetta, vicecoordinatore di Fi, contro la frammentazione politica.
Un fenomeno che nel lungo giallo della transizione italiana riveste la parte double face dell’assassino e del demone che paralizza le decisioni e fa anche impennare spesa pubblica, tasse e debito. Dopo il Belgio, l’Italia è il paese con il quadro partitico più frammentato nel Continente. Questo sebbene sia la democrazia europea più bipolarizzata, con il 99 per cento dei voti e dei seggi raccolti da due schieramenti alle ultime elezioni. Gli autori del volume (che è sulla scrivania anche dei giudici costituzionali) concordano sull’ammissibilità dei quesiti referendari perché la norma che ne uscirebbe sarebbe immediatamente applicabile. Posizione sostenuta anche da un proporzionalista come Capotosti.
Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. È il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i “nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe.

Il problema è che il referendum rappresenterebbe un colpo duro al dialogo intrapreso da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Il perdente sarebbe uno solo, Veltroni. Il leader del Pd infatti sulla riforma elettorale, sulla sua apertura al Cavaliere rischia di giocarsi gran parte della legittimazione alla leadership, visto che in queste ore il dibattito sulle regole interne al Pd è rovente, con le truppe dalemiane che cercano di dettarle.
Situazione interna che potrebbe spianare la strada a Prodi fino al 2011. Uno degli uomini più vicini al premier, il ministro della Difesa Arturo Parisi, con Panorama è chiarissimo: non ci resta che il referendum. Il suo suona come un requiem sul tentativo di trovare un accordo sulla proposta di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. “Qualunque cosa uscisse oggi dalle commissioni, cioè a pochi giorni dalla decisione della Consulta, sarebbe peggio del Porcellum (la legge elettorale attuale, ndr). Meglio quindi andare al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”. Ma il referendum non rischia di far cadere il governo? Parisi replica un po’ sibillino: “E che c’entra? Le leggi le fa il Parlamento, mica il governo. Comunque, non dico un’eresia, anzi vorrei fosse la linea guida di tutti quelli che fanno politica, se affermo che per me il Paese viene prima di tutto”.
Che il referendum alla fine sia l’unica strada lo lascia capire il portavoce di An Andrea Ronchi. Spiega il plenipotenziario di Gianfranco Fini: “Stiamo lavorando per una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo. Se poi il governo non è in grado di fare una proposta condivisa, il referendum è la via naturale”. Strada non obbligata per Forza Italia, ma “se si terrà il referendum sarà comunque difficile dire no a una proposta che in ogni caso tende alla riduzione del numero dei partiti e all’aggregazione di forze politiche omogenee” spiega a Panorama Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato. Per Schifani “comunque il referendum non è la via maestra per andare a una buona legge elettorale”.
Prodi intanto, per spuntare le armi ai nanetti che hanno minacciato la crisi se ci sarà il referendum, ha rinviato il fatidico vertice dell’Unione sulla riforma elettorale a dopo la decisione della Consulta. Si tratta di quella verifica a tappe con la quale il Professore sta abilmente tentando di diluire i conflitti della sua maggioranza. Con lo scopo immediato di arrivare a marzo, quando non ci sarà più tempo per indire le elezioni. “A meno che qualcuno della coalizione non gli stacchi la spina prima” confida un deputato del Pd. Obiettivo? Far saltare il referendum.