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Giorgio Napolitano a colloquio con Renato Schifani (Epa/Paolo Giandotti)
Il primo a essere sentito questa mattina dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nelle consultazioni per la formazione del nuovo governo, come consuetudine, è stato il presidente del Senato Renato Schifani. Continua

Sarà un governo del premier? Silvio Berlusconi dopo le elezioni e durante le consultazioni ha preferito mantenere un ruolo più silente e istituzionale rispetto alle precedenti esperienze. Prima di presentare la lista dei ministri è salito due volte al Quirinale per parlare con Giorgio Napolitano. Un metodo apprezzato dal capo dello Stato e da quanti sperano in una legislatura di rottura rispetto alla fase cominciata nel 1994 e chiusa con la rivoluzione del voto del 13 e 14 aprile.
Berlusconi è salito sul Colle con Gianni Letta e con la lista dei ministri già in tasca (riquadro a pagina 63). Operazione lampo, ma fatta la squadra il Cavaliere deve affrontare il problema del metodo di governo, cioè il modo in cui il presidente del Consiglio interpreta il suo ruolo nel collegio dei ministri e guida la macchina di Palazzo Chigi. E se è vero che i ministri sono autonomi e fisiologicamente in cerca di spazi politici (e risorse), è altrettanto certo che Berlusconi ha a disposizione una potente organizzazione di uffici, strutture e dipartimenti che possono consentirgli di timonare, forse con qualche rollio e beccheggio in meno rispetto al passato, il governo sulla rotta tracciata.
Nel passato spesso è mancata la collegialità e non pochi sono stati i casi di ministri dissidenti rispetto alla maggioranza. La riduzione del numero di partiti rappresentati in Consiglio dei ministri aiuterà Berlusconi, ma per il resto (non essendoci regole) la tenuta della collegialità dipende dal presidente del Consiglio, dal suo carisma ed equilibrio.
In teoria, le norme prevedono la creazione di comitati interministeriali, ma non hanno mai funzionato granché. Per questo chi conosce bene la macchina dell’esecutivo pensa che quello del coordinamento sia ancora un tema aperto e che occorra ripensare la legge.
Berlusconi dovrà dunque far leva sul suo ascendente (il risultato elettorale è un altro balsamo) e nello stesso tempo contare sulla consumata esperienza di Gianni Letta, sottosegretario di Palazzo Chigi che svolgerà il ruolo di segretario del Consiglio dei ministri, figura senza la quale il governo non può riunirsi. A Letta andrà anche il delicato compito di controllare e coordinare quello che i tecnici del diritto chiamano “drafting legislativo”, ossia la scrittura dei decreti e delle leggi di iniziativa del governo.
Il ritorno alla legge Bassanini ha ridotto a 12 i ministeri con portafoglio, numero che cresce a 21 (4 in meno dell’esecutivo Prodi) con i dicasteri senza portafoglio che dipendono direttamente dalla presidenza del Consiglio. È una salutare riduzione in termini di efficienza della politica e costi per lo Stato, anche se l’eredità del governo Prodi si fa sentire. A un gabinetto di oltre 100 persone infatti è corrisposta un’organizzazione del lavoro che gli esperti non fanno fatica a giudicare elefantiaca.
I cittadini conoscono il presidente del Consiglio, i suoi più stretti collaboratori, i ministri, ma la nave del governo è un vero e proprio transatlantico: l’esecutivo Prodi aveva 27 dipartimenti e uffici direttamente dipendenti dalla presidenza, 11 strutture di missione e cinque commissariati straordinari.
Impero dell’alta burocrazia: solo alla presidenza del Consiglio si contano 27 dirigenti di prima fascia e 229 dirigenti di seconda fascia. Una nave da crociera, con un bilancio autonomo, sulla quale è stata caricata troppa zavorra: a bordo complessivamente ci sono 4.237 persone e, al di là delle indiscutibili capacità del personale dipendente, è chiaro che ha bisogno di essere snellita e alleggerita nell’equipaggio e nelle procedure di navigazione. Il governo Prodi ha cercato di tagliare alcuni costi di funzionamento, consulenze, missioni, studi e spese di rappresentanza, ma la politica di proliferazione delle poltrone ministeriali ha prodotto un’equazione micidiale: troppi uffici, troppi dipendenti, spese per il personale in progressione (nel bilancio di previsione 2006 erano pari a 208 milioni di euro, balzati a quota 236 milioni l’anno successivo) e un bilancio complessivo di oltre 3 miliardi 600 milioni di euro, di cui 1 miliardo 767 milioni destinati alla Protezione civile, uno degli elementi critici nell’organizzazione di Palazzo Chigi.
Anche qui non si discute la professionalità della struttura, ma il dipartimento nel corso degli anni ha mutato la sua natura ampliando le sue aree di intervento dalle emergenze ai grandi eventi, costa quasi il doppio rispetto al nucleo centrale della presidenza del Consiglio (968 milioni di euro nel 2007) e apre un dilemma: qual è la sua missione? Diciotto milioni di euro se ne vanno in stipendi, metà dei fondi è impegnata nel pagamento dei mutui contratti dalle regioni colpite da calamità , il resto è disperso in vari interventi che si sovrappongono a quelli di altre istituzioni come, per esempio, il Corpo forestale.
Altri 400 milioni di euro della presidenza del Consiglio sono destinati agli interventi e investimenti per l’editoria e, lasciando perdere la demagogia e le “grillate”, non vi sono dubbi che si tratta di un settore in cui servono una riforma e una selezione dei soggetti destinatari degli aiuti.
Primo compito del nuovo segretario generale (il posto di Carlo Malinconico verrà preso da Mauro Masi, che torna alla guida della macchina di Palazzo Chigi dopo esser stato capo di gabinetto dell’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema) sarà quello di razionalizzare una struttura monstre e dare un coordinamento a uffici che sono apparsi spesso scollegati.
Quella del governo è una macchina complicata e delicata da gestire, poco nota ai cittadini e per questo considerata opaca. Se il Parlamento è la casa degli italiani, il governo è la cucina. Visto al lavoro lo chef Prodi, forse è il caso di comunicare bene gli ingredienti che si usano, il prezzo nel menù e magari far vedere anche i fornelli.
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È un governo “lombardo-veneto”, il quarto di Silvio Berlusconi. Sono dieci, infatti, i componenti (tra premier e ministri) che provengono dalle due regioni settentrionali: sette dalla Lombardia, tre dal Veneto. I sette lombardi sono Silvio Berlusconi, Roberto Maroni, Giulio Tremonti, Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Mariastella Gelmini e Ignazio La Russa, che è nato in provincia di Catania, ma è decisamente milanese d’adozione. Altri tre ministri vengono dal confinante Veneto: Maurizio Sacconi, Luca Zaia e Renato Brunetta. Subito dietro il “lombardo-veneto”, le regioni che esprimono più ministri sono il Lazio, con tre romani: Franco Frattini, Andrea Ronchi e Giorgia Meloni; e la Campania con Elio Vito, Mara Carfagna e Gianfranco Rotondi. Seguono, con due ministri, la Sicilia (Angelino Alfano e Stefania Prestigiacomo) e la Toscana (Altero Matteoli e Sandro Bondi). Un ministro è ligure, Claudio Scajola; e uno pugliese, Raffaele Fitto. Restano a bocca asciutta dodici regioni: Val D’Aosta, Piemonte, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Calabria, Sardegna, Molise, Basilicata, Sardegna.
Nello scorso governo, più “Romano-centrico”, la prevalenza era invece piemontese e laziale. Cinque i ministri provenienti dal Piemonte (Amato; Bonino; Turco; Damiano e Ferrero) e cinque dal Lazio (Rutelli; D’Alema; Gentiloni; Fioroni; Bianchi). Quattro erano campani, tre, compreso il presidente del Consiglio, emiliani, e tre toscani.
Cinquantadue anni di età media, cinque under 40, di cui due con portafoglio. È l’identikit del governo Berlusconi quater, più giovane ma meno rosa di quello di Romano Prodi. Rispetto all’esecutivo del Professore questo ha tre anni di meno: 52,48 anni di media contro 55,65. Ma meno donne: 19% contro il 24%, visto che con il centrosinistra a Palazzo Chigi le donne erano 6 su 25. Il più giovane della squadra è una donna: Giorgia Meloni (An, alle Politiche giovanili), 31 anni, classe ‘77. Un anno più di lei ce l’ha Mara Carfagna, trentaduenne destinata alle Pari opportunità . Under 40 è anche Raffaele Fitto, neoministro per gli Affari regionali. Due trentenni anche tra i ministri con portafoglio: sono il nuovo Guardasigilli Angelino Alfano (37) e il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini (34). Ad alzare la media ci pensano le 71 primavere di Silvio Berlusconi e cinque over 60. Il ministro più anziano viene da via della Scrofa: Altero Matteoli (Infrastrutture) ha 67 anni. Seguono Bossi (66), Tremonti (61), La Russa e Scajola (60). Notevole lo scarto di età tra uomini e donne. I primi hanno 56 anni di media, le donne 34. Una proviene da An (Meloni), tre da Forza Italia (Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo), nessuna dalla Lega nord. Due sole donne tra i 12 ministri con portafoglio: sono appena il 16.6%.
Le “matricole”, alla prima esperienza di governo battono i “navigati” già ministri 12 a 9. I debuttanti sono: Ignazio La Russa; Sandro Bondi; Angelino Alfano; Maurizio Sacconi; Renato Brunetta; Elio Vito; Giorgia Meloni; Andrea Ronchi; Luca Zaia; Mariastella Gelmini; Gianfranco Rotondi; Raffaele Fitto e Mara Carfagna.
Sono invece già stati ministri: Roberto Maroni; Franco Frattini; Giulio Tremonti; Umberto Bossi; Altero Matteoli; Claudio Scajola; Stefania Prestigiacomo; Roberto Calderoli. Tra questi quattro mantengono l’incarico che avevano già avuto (Maroni, Frattini, Tremonti e Bossi), mentre gli altri quattro cambiano ministero: Matteoli dall’Ambiente alle Infrastrutture, Prestigiacomo dalle Pari Opportunità all’Ambiente, Calderoli dalle Riforme alla Semplificazione e Scajola da Interno e Attuazione del Programma alle Attività Produttive.
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Mara Carfagna, che entra nel governo con l’incarico di ministro (senza portafoglio) per le pari opportunità , è nata a Salerno il 18 dicembre 1975. Su di lei si è molto ironizzato, per il suo piglio glamour: in realtà da anni fa vita di partito. Nelle elezioni del 2008 è stata rieletta dopo essere stata candidata al numero tre della lista in Campania del Pdl. In precedenza, vanta una laurea in giurisprudenza ed una serie di lavori in televisione, come attrice e conduttrice, ed una partecipazione a miss Italia nel 1997, dove ottiene il titolo di Miss cinema. In Forza Italia ha ricoperto, fra l’altro, il ruolo di responsabile nazionale delle donne.
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Umberto Bossi torna al governo con l’incarico di ministro per le riforme che aveva già nel governo Berlusconi 2 e che aveva tenuto fino al luglio 2004, pochi mesi dopo il malore che lo ha tenuto a lungo lontano dalla politica. Lombardo di Cassano Magnano (Varese), dove è nato il 19 settembre 1941, padre di quattro figli nati da due matrimoni, Bossi entra in parlamento nel 1987, eletto al Senato; di questa esperienza gli resterà il soprannome di “Senatur”, anche se il resto della sua carriera parlamentare si svolgerà alla Camera.
Capo incontrastato della Lega, creatore di slogan come “Roma ladrona” e riti come i giuramenti di Pontida, Bossi guida il partito in tutte le sue svolte: dall’ingresso nel primo governo Berlusconi nel 1994 al “ribaltone” che porta al governo Dini; dall’annuncio choc della secessione della Padania nel 1996 alla ricostituzione dell’alleanza con il centro destra che nel 2001 riporta la Lega al governo.
L’11 marzo del 2004 viene colpito da un grave malore, che lo costringe ad un lungo periodo di riabilitazione. Eletto lo stesso anno al parlamento europeo, lascia il parlamento e il governo italiano; il rientro progressivo sulla scena politica culmina ora con la nuova nomina a ministro.
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Mariastella Gelmini, classe 1973, avvocato di Desenzano sul Garda (Brescia), single, è coordinatrice regionale di Forza Italia in Lombardia. Eletta alla Camera la prima volta nel 2006, ha fatto tutta la gavetta politica cominciando dal consiglio comunale del suo paese, per passare poi al consiglio provinciale di Brescia (due volte assessore), e al consiglio regionale. Considerata fedelissima di Berlusconi fin dalla prima ora, è subentrata nel maggio 2005 a Paolo Romani alla guida del suo partito in Lombardia. “Sono sorpresa, non avrei mai pensato che Berlusconi mi affidasse un compito così importante” disse il giorno della nomina, aggiungendo che “se non fosse stato per Berlusconi, non sarei mai scesa in politica”. Con la politica Mariastella Gelmini ha cominciato nel 1994 a vent’anni, andando a fare la volontaria al coordinamento regionale di FI a Milano, fino a diventarne undici anni dopo il massimo responsabile. Molto vicina al mondo cattolico, vanta ottimi rapporti anche con le componenti laiche di Forza Italia. Non ama la vita mondana, veste in modo sobrio. L’anno scorso ha partecipato al Family Day, mescolandosi alla folla in modo discreto insieme con altri consiglieri regionali lombardi del suo partito; si è spesa fino all’ultimo nel tentativo di ricucire lo strappo dell’Udc con il Pdl; non si tira indietro nella polemica facilmente con gli avversari. Appare poco, ma pesa molto. C’è il suo zampino nella vittoria storica del Pdl a Brescia, e un mese prima era stata l’unica donna nel ristrettissimo gruppo di dirigenti che decise le candidature del Pdl.
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Claudio Scajola è nato a Imperia il 15 gennaio 1948. Sposato, due figli, una carriera tutta nella Dc, appartiene a una famiglia di lunga tradizione politica. Per due volte sindaco del capoluogo imperese (nel 1982-83 e dal 1990 al 1995), entra in Forza Italia con l’incarico di coordinatore della provincia ligure. Nel 1996 è eletto per la prima volta alla Camera dei deputati per il Popolo della libertà ; contestualmente Berlusconi gli affida la responsabilità nazionale dell’organizzazione di Forza Italia. Nel 2001 viene rieletto deputato e comincia l’esperienza governativa, con tre incarichi successivi ai dicasteri dell’Interno, dell’Attuazione del programma e, quindi, delle Attività produttive. Il 2006 lo vede rieletto a Montecitorio: nel corso della XV legislatura, ricopre il delicato incarico di presidente del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto dello Stato. Eletto per la quarta volta consecutiva in Parlamento lo scorso aprile, viene chiamato di nuovo dal premier Berlusconi al ministero delle Attività produttive, all’insegna della continuità del lavoro svolto.
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Stefania Prestigiacomo, nonostante l’età ancora giovane (41 anni), vanta già una carriera politica di tutto rispetto: in parlamento ininterrottamente dal 1994, è stata ministro delle pari opportunità per cinque anni. Nata a Siracusa il 16 dicembre 1966, sposata e madre di un figlio nato durante il suo primo incarico ministeriale, Stefania Prestigiacomo comincia la carriera come imprenditrice nell’azienda di famiglia, e nel 1990 diventa presidente del gruppo giovani imprenditori di Siracusa. Aderente della prima ora a Forza Italia, entra nel 1994 alla Camera e fa parte della Commissione Lavoro, dove resta anche nel 1996; nel 2001 entra nel governo Berlusconi con l’incarico per le Pari opportunità , e tenta inutilmente di far approvare una legge sulle quota rosa alle elezioni. Nella scorsa legislatura è tornata a far parte della commissione lavoro della Camera.