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Uova e vernice contro le sedi Cisl. Santini: «Non siamo quelli che si piegano ai ricatti»

Vernice e uova contro la sede Cisl di Merate (Lc)

Vernice e uova contro la sede Cisl di Merate (Lc)

“Non ci facciamo mancare niente”. E’ un commento amaro e preoccupato quello espresso da Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, nel giorno in cui l’ingresso del sindacato cattolico di via Po è stato presa di mira da gruppi di manifestanti e a Merate, in provincia di Lecco, militanti della Fiom hanno fatto irruzione in una sede locale. Continua

L’agenda d’autunno del Cavaliere: fitta di impegni da bollino rosso

Il premier Silvio Berlusconi

L’agenda d’autunno di Silvio Berlusconi si apre di fatto con l’incontro fissato per domani all’Aquila con il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e con il viaggio del 30 a Tripoli, in occasione dell’anniversario del Trattato di amicizia italo-libico (mentre diserterà la festa per  il quarantesimo anniversario, il 1 settembre, della rivoluzione che ha portato al potere il colonnello Gheddafi).
Le due vicende sono legate da un problema, quello dell’immigrazione: la Chiesa critica la politica del governo sui clandestini, in particolare l’istituzione del reato di clandestinità; la Libia, con la sponda di Malta, non rispetta sempre gli impegni assunti con l’Italia al momento della firma del trattato di amicizia.

Gioco di matrioske
Ma, come in un gioco di matrioske, questi aspetti ne contengono altri ancora, potenzialmente assai più pericolosi per il Cavaliere e per il governo. La questione immigrati è stato uno dei due veri cavalli di battaglia cavalcati da Umberto Bossi in questo agosto; l’altro sono i salari differenziati tra Nord e Sud.
Il resto - la bandiera, l’inno di Mameli, il dialetto nelle scuole e in tv- fa parte del folklore. Sui clandestini, così come sugli stipendi ed in generale sulla “manica larga” dello Stato verso il Mezzogiorno, il capo della Lega sa invece di avere dalla sua parte gran parte degli elettori.
A cominciare da quelli di centrodestra. Una carta potenzialmente decisiva da giocare da qui alle Regionali del 2010, vero appuntamento strategico per il Pdl, per i suoi alleati e per Berlusconi stesso. Chiunque abbia seguito Bossi nei suoi spostamenti estivi ha notato che il leader del Carroccio ha concentrato la presenza in Veneto: Ferragosto a Calalzo, all’hotel Ferrovia, un posto da gitanti qualsiasi, con l’immancabile cena assieme a Calderoli e Tremonti. Passeggiate in manica di camicia in lungo e in largo per Pieve di Cadore e per altri paesi minori del bellunese e del trevigiano, trascurati dai vip ma fondamentali per conquistare una regione da 15 anni nelle mani del berlusconiano Giancarlo Galan.

Lega: il Veneto nel mirino
Assieme a Bossi si è mosso molto e fatto molto sentire anche Luca Zaia, ministro leghista dell’Agricoltura in rapidissima ascesa, che ha celebrato su tutte le tv locali la tragica morte dei quattro soccorritori del 118, caduti con l’elicottero a Cortina. Così, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano approfittava della consegna ad Auronzo di Cadore della targa che riconosce le Dolomiti come patrimonio dell’Unesco per ripetere i suoi appelli all’unità nazionale, e mentre la nomenklatura andava come ogni estate a dibattere di fronte agli habituè milanesi e romani delle Tofane (specie la terrazza prendisole) e del Cristallo, gli esponenti della Lega parlavano a veneti “veri”, e da lì naturalmente a tutto il Nord-Est. Nonostante le strategie a tavolino del Pdl, che ufficialmente prevedono la candidatura leghista in Piemonte (cioè la regione più difficile da conquistare, dove è necessario l’appoggio dell’Udc), e la conferma di Galan e Formigoni a Venezia e Milano, tutti sanno che la Lega punta al Veneto o alla Lombardia.

Le carte del Cavaliere
E sarà molto difficile non accontentarla. Naturalmente Berlusconi ha molte altre carte da giocare. La più importante è la ripresa economica: se non si farà attendere troppo (il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, al meeting di Cl, l’ha prevista per il 2010), il governo potrà dire di avere “portato l’Italia fuori dalla crisi”, e senza eccessivi danni. Qui i tempi sono tutto: Tremonti spera in un segnale di inversione di tendenza del Pil già nel’ultimo trimestre 2009, che bilanci l’inevitabile calo dei posti di lavoro a settembre. Se l’operazione - che non dipende da noi ma dal risveglio delle economie americane e tedesche - avrà successo, il Cavaliere ed il Pdl ne trarranno vantaggi anche politici. Sicurezza e immigrazione sono per gli elettori una priorità, ma l’economia è tutto.

Partito democratico scomparso
E oltretutto su questo terreno il Partito democratico è letteralmente scomparso dalla scena. C’è chi prevede che una volta “risolta” la crisi, Berlusconi premi Tremonti con un ministero di maggior peso politico, quello degli Esteri, indicando una sorta di erede. Mentre un altro ministro, Claudio Scajola, andrebbe ad occuparsi dell’organizzazione del partito, specialità nella quale eccelle. Ma siamo ancora alle chiacchiere.
L’altra carta che Berlusconi intende giocare è il rispetto dei tempi nella consegna delle case agli sfollati d’Abruzzo. Se ci riuscirà, un punto a favore, e non da poco. La politica di palazzo però tornerà comunque a farsi sentire. Le Regionali richiedono accordi con l’Udc, non il massimo per la Lega. E inevitabilmente Casini alzerà il prezzo.

L’ombra di Fini
Fini è tornato a sua volta ad esercitare il ruolo di coscienza critica del centrodestra, ed anche di più. Si sta prefigurando uno scenario per il dopo-Cavaliere? In realtà il presidente della Camera sembra avere più consensi a sinistra che nel centrodestra (a differenza di Casini). Di sicuro costituirà una grana per Berlusconi. Soprattutto se, come molti prevedono o temono, la Corte Costituzionale giudicherà in tutto o in parte illegittimo il lodo Alfano. Altra questione segnata in rosso sull’agenda del premier.

Giornalisti: siglato l’accordo per il rinnovo del contratto

giornali

Brunetta, l’anti fannulloni e gli amici di Facebook: “Parliamo un po’ insieme”

La pagina del ministro Brunetta su Fb

Vabbé, Obama è scontato. Addirittura, c’è chi dice che (anche) grazie alla Rete e a Facebook abbia vinto le elezioni di novembre. E allora stando entro i (virtuali) confini italiani di Fb, non sono pochi i politici che si sono fatti un profilo sul sito di social network più cool e famoso del mondo. Forse anche perché blog, forum e isole virtuali su second Life non erano più sufficienti per esprimere le idee politiche. Walter Veltroni è iscritto ad un centinaio di gruppi e ha ben 5.000 amici, Antonio Di Pietro oltre 4.000 e Pier Ferdinando Casini circa 3.100. E come non citare il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia (3.389 sostenitori), Massimo D’Alema che ne vanta 3.157, Renato Soru (l’ex) governatore della Sardegna (lui parte però avvantaggiato dal suo rapporto prediletto con il web, in quanto fondatore di Tiscali) che conta 5.962 sostenitori, Giancarlo Gentilini con 7.145 sostenitori, Gianfranco Fini (4.831 sostenitori), Giulio Tremonti 4.244 sostenitori, Fausto Bertinotti (2.490 sostenitori) e Romano Prodi (2.280 amici).
E adesso c’è anche lui, il ministro anti furbetti, Renato Brunetta. Forse stuzzicato dal nome di un gruppo italiano Tra Facebook e Msn anche oggi non ho combinato un c…, il responsabile della Funzione Pubblica ha pensato di approdare su Fb e dare una sbirciata. E chissà che sorpresa per i “fannulloni” che dedicare il proprio tempo d’ufficio a rintracciare i vecchi compagni di scuola o a fare giochini e test.
Insomma, dopo la Gelmini su YouTube, ecco ora un altro ministro del governo Berlusconi presentarsi ai naviganti con un video-messaggio. Breve, solo 44 secondi, veloce e diretto, come va di moda in Rete: “Amici di Facebook buongiorno. So che siete in tanti. Questa è la prima volta che mi rivolgo a voi. Grazie, intanto, di esserci. Io finora non ho fatto niente per colloquiare con voi. Da adesso, se vorrete, potremo parlare un po’ insieme. Vi racconterò le cose che faccio. E magari, se voi mi date qualche suggerimento, qualche reazione, lavorerò anche meglio. Tutto qua. Grazie ancora, vediamo se funziona”.
I commenti all’esordio. Ovviamente più che positivi: “Ottimo… Lei è l’idolo di mia moglie. Mia moglie è una che da sempre denunciava le “storture del pubblico… quando l’ha vista far fare una figuraccia alla Gruber era lì che faceva il tifo da stadio in casa :) Una domanda, se posso, che fine ha fatto la sua proposta per regolamentare le coppie omosessuali? Può rispondermi anche in privato nel mio profilo trova tutti i contatti”, recita uno dei 153 post inviati dai supi 13.000 e più supporter che lo piazzano ai primi posti nella classifica dei politici italiani con più fan.
Ora, su Facebook manca solo Silvio Berlusconi, tanto che gli utenti hanno lanciato una vera e propria campagna online per spronare il premier a creare un suo profilo. È nato infatti il gruppo “Silvio, fatti il profilo su Fb!1.000.000 a chiederlo”, con più di centosessanta persone che invocano lo sbarco del Cavaliere sul social network. L’obiettivo del gruppo è raggiungere quota un milione di iscritti. Forse, in questo modo, Berlusconi non potrà più ignorare la proposta. Il gruppo è ancora “giovane”. Ma l’appello è unanime: “Silvio apri anche tu un profilo”. Dopo l’aria di novità portata da Obama, che ha usato il web in un modo tutto nuovo, anche gli utenti italiani reclamano a gran voce un diverso rapporto tra cittadini e politici.

Ora Brunetta va in tribunale: “Vorrei i tornelli anche per i pm”

Renato Brunetta

Dopo averli messi a Palazzo Chigi, dopo averli adottati al ministero della Funzione pubblica, adesso Renato Brunetta ha un altro obiettivo per rendere più efficiente e trasparente il mondo della P.A.: i tornelli anche per i magistrati. La proposta-provocazione arriva dai microfoni di Radio Rtl 102.5 che ha stamani ospitato un intervento del ministro, che ha parlato anche di contratti, di rottamazione e della manifestazione di ieri al Circo Massimo. Rispondendo alla critiche di quanti pensano che il governo, dopo aver ’aiutatò l’Alitalia, possa mettere mano agli aiuti per la Fiat e le banche Brunetta taglia corto: «I soldi alla Fiat sono stati dati l’ultima volta 3 anni fa e io in quell’occasione mi opposi. Questo - assicura - sarà il mio atteggiamento anche adesso. Di aiuti alla Fiat non se ne parla».
Quanto alle banche “vorrei ricordare che, allo stato, non abbiamo dato un euro. Abbiamo solo messo in piedi un sistema di garanzie in caso di emergenza che spero non si attivi mai perchè abbiamo un sistema bancario solido”.
“I veri investimenti sono semmai necessari per il welfare, la scuola, l’università, ma prima bisogna fare un po’ di pulizia nei conti. Pesate che noi paghiamo piu’ di 100 miliardi l’anno solo per la sanità e di questi tutti concordano nel ritenere che almeno il 20% è frutto di inefficienze e sprechi”.
Ma non c’è solo la sanità” incalza Brunetta, “ci sono i baroni universitari, i corsi universitari per appena 10 studenti e così via. Riguarda anche i magistrati, molte magistrati che lavorano solo 2-3 giorni a settimane, 2-3 pomeriggi a settimana e poi stanno a casa. Ecco - propone provocatoriamente Brunetta - vorrei mettere i tornelli anche per i magistrati. Io l’ho già fatto a Palazzo Chigi, nel mio ministero e vorrei farlo per tutta la pubblica amministrazione, quindi magistratura compresa. Mi diranno di tutto ma io vado avanti”.
Non gliene dice di tutti i colori, ma reagisce subito l’Associazione magistrati. “Invece dei tornelli” replica il presidente dell’Anm, Luca Palamara di Unicost, “servono aule e uffici. Il ministro, evidentemente, non ha cognizione di quella che è la realtà degli uffici giudiziari. Più che pensare ai tornelli sarebbe importante rimediare ai tagli ai fondi per le spese di giustizia e alle riduzioni del personale amministrativo”. Quindi, precisa Palamara a La Stampa: “Lavoriamo da casa perché in tribunale mancano gli uffici”.
Antonangelo Racanelli, membro del Comitato direttivo dell’Anm per Magistratura Indipendente e pm a Roma, prende quella di Brunetta per una battuta e risponde con un’altra: “Se ci mettessero i tornelli e un orario di lavoro ci guadagneremmo: lavoreremmo e produrremmo meno, perché il senso medio di responsabilità dei magistrati li porta a fare in genere molto più di quanto richiesto”. Poi aggiunge: “Ci mettano piuttosto in condizioni di lavorare meglio, perché con gli ultimi tagli al personale amministrativo siamo rimasti soli”.
Eppure, l’articolo 11 della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario dice che quattro sono i parametri per la valutazione di professionalità che ogni quattro anni deve stabilire se un magistrato può progredire in carriera: capacità, laboriosità, impegno e diligenza. Quest’ultima riguarda proprio “l’assiduità e puntualità di presenza in ufficio nelle udienze e nei giorni stabiliti” e anche il rispetto dei termini nella redazione dei provvedimenti e nel deposito delle sentenze. Insomma, non c’è orario di lavoro, ma la puntualità nelle occasioni stabilite è prescritta.

Pezzotta: Così la legge 30 ha “tradito” Marco Biagi

Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta è stao segretario della Cisl dal 2000 al 2006. Recentemente è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007
Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà, lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità. Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà. Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già. Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.

Welfare: in rete e nei blog i precari si dividono

Un manifestante travestito da fantasma con un cartello con la scritta
di Monica Vignale

Il protocollo sul welfare non divide solo il centrosinistra. Sui blog e nei forum di discussione i lavoratori, specie precari, dibattono da settimane, arroccati su posizioni diverse e ugualmente ferree. “Se leggete bene questo protocollo, vedrete che sono state migliorate parecchie cose: ammorbidimento dello scalone, più fondi per il prepensionamento dei lavori usuranti, innalzamento contributi per cocopro. Per i giovani, onestamente, mi sembra un passo in avanti”. Ma dall’altra parte della barricata la critica è drastica: “Invito i lavoratori come me a non farsi incantare dalle sirene sindacali e a chiedersi: ‘Mi conviene?’. La risposta è ‘no’”. C’è chi va oltre: “In fondo la riforma Maroni e questo protocollo sono identici, no? Allora lasciamo le cose come stanno”.

La blogosfera ripropone la stessa frattura che spacca la maggioranza parlamentare: sinistra radicale da un lato, moderati dall’altro. “Votare no per poi ottenere che torni lo scalone Maroni, magari peggiorato? L’accordo non risolve tutto, ma migliora parecchio”. Ma i rifondaroli ribattono: “Ragionare significa smettere di cadere nella trappola per cui se uno (Prodi) è anti Berlusconi automaticamente è di sinistra”. Le accuse al decreto si moltiplicano e non salvano nulla, neppure la defiscalizzazione degli straordinari: “Così il dipendente diventa una bestia da soma”.
Nascono siti contro la firma dell’accordo del 23 luglio. Si legge su www.consultazioneprecaria.org: “Siamo movimenti, centri sociali, precari, migranti, senza casa, lavavetri, writer, senza diritti, invisibili. Ci aspettavamo che questo governo mantenesse le promesse: cancellare la precarietà, garantire tutele e nuovi diritti. Ma l’accordo non argina la precarietà dilagante”.
Molti soffiano sul dissenso che pervade la rete. “Un bel modo per mettere la generazione dei giovani contro quella dei vecchi. Un bel modo per far sì che i giovani augurino una rapida dipartita ai vecchi”.

Sul blog dei contrattisti a termine scontenti si lamenta la poca chiarezza del protocollo: “A me sembra che ci siano le solite buone intenzioni, ma campate in aria come sempre: per esempio, se un’azienda rinnova un contratto temporaneo per 30 mesi e poi lascia a casa il lavoratore, questo deve ricominciare da zero il conteggio nell’azienda successiva? E poi cosa significa incentivare e potenziare il lavoro part-time e i servizi per l’infanzia? È un concetto interessante, ma nei fatti?”. Nel mirino della rete anche la manifestazione del 20 ottobre: “Possibile che non abbiamo il coraggio di dire che la nostra sinistra sbaglia, che i lavoratori sono tutti delusi da questo accordo?”.

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LEGGI ANCHE: I bamboccioni del ministro Padoa-Schioppa e le bacchetate bipartisan

Cazzola: il muro di Berlino delle pensioni è ancora in piedi. E costa caro

In primo piano i moduli di richiesta della pensione dell'Inps
“L’Italia è l’unico Paese che investe le proprie risorse per diminuire l’età pensionabile, invece di aumentarla. Come invece succede nel resto del mondo”. Ci tiene a ribadire il concetto Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi e uno dei massimi esperti italiani in materia previdenziale. Lui è andato in pensione nell’aprile 2006, quando ha raggiunto “quota 113″: 66 anni d’età e quasi 47 di contributi. C’è uns cosa che proprio non gli va giù: chiamare pensioni “di anzianità” quelle di chi si ritira a 57 anni. Una soglia difficile da abbattere, che lui chiama “il nostro muro di Berlino”.
Allora Cazzola il muro, anzi lo scalone, è stato abbattuto? Prodi, dopo aver gioito per l’accordo con i sindacati e il sì del Consiglio dei ministri ha detto di sì…
Beh, se l’impostazione della proposta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf) terrà, si può dire che sì: lo scalone non c’è più. Ma c’è un nuovo binomio di quote e scalini su cui il governo potrebbe ancora inciampare… Ma soprattutto, con questa proposta, a zoppicare sarà il sistema Paese.
Perché?
Perché ci vogliono un sacco di soldi per coprire questa riforma. Tanti da mettere a rischio i conti pubblici. Dicono che l’abolizione costerà 10 miliardi tra il 2008 e il 2016. In realtà, questo è il costo dell’innalzamento graduale dell’età perché l’abolizione totale costerà invece 65 miliardi.
Ma il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa sostiene che “la proposta avrà un costo netto pari a zero”.
Meglio specificare: nel documento d’intesa è chiaramente detto che i costi delle nuove misure saranno coperti interamente all’interno del sistema previdenziale. Vuol dire che per coprire questi 10 miliardi di euro il governo intende risparmiare 3,5 miliardi grazie alla razionalizzazione degli enti previdenziali e incassare circa 4.55 miliardi dall’aumento delle aliquote contributive. Ma c’è un ma.
Quale?
Secondo le mie stime, che sono simili a quelle della Ragioneria Generale dello Stato, questa è un’altra araba fenice. Finora numeri concreti non sono stati dati. I risparmi consistenti, creando il cosiddetto Super Inps, si otterrebbero solo nel lungo termine e riducendo il personale. Ma non penso che il sindacato lo consenta.
Poi, a quanto dice il ministro Damiano, altri 3,6 miliardi deriverebbero dall’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati, 800 milioni da quelle dei parasubordinati non esclusivi e 700 milioni dell’armonizzazione dei fondi speciali. E a me questa sembra una scelta iniqua.
In che senso?
Quest’anno alla gestione separata dell’Inps entreranno 1,2 miliardi di maggior gettito contributivo. Trovo iniquo continuare ad aumentare l’aliquota dei lavoratori atipici con la scusa che in questo modo aumenta la pensione. È un pretesto per far cassa a scapito di categorie che non possono protestare perché non hanno un sindacato alle spalle. Come invece ha quella minoranza di imminenti pensionati che litiga su scalini e scaloni .
Insomma, per quanti lavoratori ci si è accapigliati?
Stando ai dati dell’Inps, nel 2008 potrebbero usare le finestre per andare in pensione 129.500 lavoratori (86.500 dipendenti e 43mila autonomi). Ma non tutti ci andranno. Facendo una stima dovrebbero essere circa 90mila a cui si dovrebbero aggiungere - in base a stime attendibili dell’Inpdap - più o meno 20 mila dipendenti pubblici. In totale quindi poco più di 100mila persone - su una platea complessiva di oltre 16 milioni di pensionati e 23 milioni di occupati.
A proposito di platee, la riforma non si applica ai lavoratori usurati.
Giusto. E anche qui i conti non tornano. Sono 1 milione e 400 mila i lavoratori inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr), pari a circa 5.000 nuovi pensionati l’anno. Se dovessero aumentare, ci sarebbe una forte pressione sulla copertura. E poi c’è un vuoto legislativo.
Quale?
Non si capisce se è da considerarsi usurato un lavoratore che abbia fatto i turni anche solo un certo numero di anni: cioè se uno dopo 5 anni da turnista, cambia lavoro, quanto usurato è?
Insomma, chi ha vinto la partita, alla fine?
I sindacati. Anche se la Cigl avrà vita dura a far digerire l’intesa agli irriducibili della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici, ndr). Va detto che ha vinto anche il ministro Padoa-Schioppa là dove ha attenuto di affiancare le varie soglie anagrafiche alle quote. Ma è una vittoria di Pirro.

E Prodi?
Prodi ha vinto nella misura in cui, accordandosi col sindacato, ha messo all’angolo la sinistra radicale. Ma ora la sua proposta dovrà passare il vaglio del Parlamento e non è detto che lo passi indenne. Soprattutto al Senato.
E allora chi ha perso?
Secondo me ha perso l’Italia: quest’accordo, che fa respirare il governo, in realtà dà una mazzata ai conti pubblici. Con lo scalone di Maroni, sia pur brusco, l’Italia da qui al 2016 avrebbe risparmiato 19 miliardi di euro. La proposta Prodi, da qui al 2013 ce ne fa spendere 10 miliardi.

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