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Copasir
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Il messaggio del presidente del Consiglio sul sito del Pdl
Un segnale per distendere gli animi, che riecheggia precedenti storici, e un messaggio per ringraziare quanti gli hanno fatto sentire il loro affetto, che cita quasi alla lettera Geoffrey Chaucer.
Silvio Berlusconi affida a un breve post sul sito web del Pdl il messaggio con cui dice “Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto”. Continua
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Francesco Rutelli alla presentazione del suo nuovo libro La svolta
“Figurarsi se un tema serio come le alleanze e i rapporti con i partiti, come l’Udc, si può liquidare con i giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri…”. Così il presidente del Copasir Francesco Rutelli, conversando con i suoi collaboratori, commenta in serata le anticipazioni dell’ultimo libro di Bruno Vespa: Donne di cuori - Duemila anni di amore e potere da Cleopatra a Carla Bruni, da Giulio Cesare a Berlusconi, in uscita da Rai Eri Mondadori il 6 novembre prossimo. Continua
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di Laura Maragnani
Correva l’anno 2008, 4 gennaio, e gli esperti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) già dicevano: “Esprimiamo estrema preoccupazione per l’accordo raggiunto tra il governo italiano e il governo libico in materia di contrasto all’immigrazione irregolare (…) l’accordo pone oggettivamente l’Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità dirette per le violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico potranno essere commesse a danno dei migranti”.
Mancavano ancora 16 mesi alla notte tra il 5 e il 6 maggio 2009, quella in cui la prima operazione di pattugliamento italolibico ha riportato a Tripoli 228 migranti in viaggio verso Lampedusa, e già c’erano la preoccupazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e le proteste di Amnesty international. Presidente del Consiglio, all’epoca, era Romano Prodi. Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. A firmare l’accordo con Abdurrahman Mohamed Shalgam, ministro degli Esteri libico, c’era l’allora titolare del Viminale, Giuliano Amato. E ora?
Firmato il 30 agosto scorso il trattato definitivo con Muammar Gheddafi (è stato ratificato da Camera e Senato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e, grazie al pressing di D’Alema, anche del Pd), la bomba diritti umani è scoppiata, paradossalmente, nelle mani del centrodestra. E ha buon gioco a fare dell’ironia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Loro fanno gli accordi e noi, che li applichiamo, siamo i cattivi?”.
I numeri, del resto, sono quello che sono. Sia per la destra sia per la sinistra. Amato stimava che in soli 3 anni, dal 2005 al 2007, fossero partiti dalle coste libiche in 60 mila. Solo a Lampedusa, in quegli anni, ne sono arrivati 45 mila. Altri 30 mila nel 2008. E il quadro nazionale? Anno 2007, governo Prodi in carica: 20.455 sbarcati clandestinamente. Stranieri rintracciati: 74.762. Rimpatri effettivi: 26.779. Non rimpatriati: 47.983, quasi il doppio. Anno 2008, governo Berlusconi: 36.951 sbarcati, 70.625 stranieri rintracciati. Rimpatriati 24.234. Non rimpatriati 46.391, quasi il doppio. Primi 5 mesi del 2009: 6.388 sbarcati, 20.503 rintracciati, 6.727 rimpatri effettivi. Non rimpatriati: 13.776, quasi il doppio.
Quanto costa la gestione di tutto questo? Fra centri di identificazione, accertamenti di identità , pratiche burocratiche e rimpatrio al Viminale stimano una spesa tra i 110 e i 120 milioni di euro l’anno, in costante crescita. La Ue contribuisce solo con una ventina di milioni per le operazioni di soccorso in mare. Malta riceve poco di meno, ma ai barconi che rischiano il naufragio rifiuta persino l’ingresso in porto.
Una linea comune europea non c’è. Il sistema di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione, così come l’avevano disegnato gli accordi di Schengen e Dublino, è fallito. E la costosa Agenzia europea di controllo delle frontiere esterne, la Frontex (80 milioni di euro nel 2008), non è finora servita a fermare l’immigrazione clandestina: solo “ne modifica le rotte, costringendo all’utilizzo di imbarcazioni sempre più piccole e finendo per accrescere i guadagni dei trafficanti e il numero di vittime della fortezza Europa” segnalava già nel 2007 Fulvio Vassallo Paleologo dell’Asgi.
La fortezza Europa è sotto assedio e qualche avamposto si è già blindato, come la Spagna. Le due enclave spagnole in terra marocchina, Ceuta e Melilla, oggi sono difese da barriere alte da 4 a 6 metri, e le coste al di là di Gibilterra sono monitorate con un sistema radar. Nel 2007 il socialista José Luis Zapatero ha firmato con il governo di Rabat un accordo che prevede il rimpatrio forzato dei minorenni non accompagnati e il loro smistamento in centri di detenzione amministrativa a Tangeri, Nador e Marrakech. Malta ha scelto la linea del “teneteci fuori”. Cipro è sommersa dai clandestini. E l’Italia? Prima del caso Libia il governo aveva già messo al lavoro le diplomazie per aggiornare alcuni dei 30 accordi già sottoscritti, 15 con nuovi e vecchi stati dell’Unione, 7 con altri paesi europei, 8 con paesi extraeuropei (Algeria, Egitto, Filippine, Georgia, Marocco, Nigeria, Tunisi e Sri Lanka), gran parte risalente all’epoca pre Schengen. Obiettivo: intese per velocizzare i rimpatri in Algeria (5 cittadini per ogni volo di linea diretto ad Algeri), Egitto (a marzo si è cominciato a discutere con le autorità consolari egiziane in Italia), Tunisia (a gennaio è stato raggiunto un accordo per il rimpatrio, a gruppi, di 4-500 tunisini sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa, seguiti poi da altri 100 ogni mese). Dalla Nigeria sono già arrivati a Roma, il 6 maggio, i primi sei poliziotti che, in base a un accordo firmato il 17 febbraio ad Abuja, collaboreranno con la polizia italiana.
Lo stesso giorno a Tripoli sbarcavano dalle motovedette italiane i 228 migranti intercettati tra Italia e Libia. Ed esplodeva la questione dei diritti umani. Silvio Berlusconi farà marcia indietro? “Non ci pensiamo nemmeno. L’Italia è forse il paese europeo col più alto accoglimento di domande di asilo e protezione: su 31 mila richieste nel 2008 ne abbiamo accolte ben il 40 per cento” assicura il sottosegretario Mantovano. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, l’Unione adesso faccia la sua: istituisca in Libia delle commissioni europee, in collaborazione con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, e poi distribuisca i rifugiati su tutto il territorio europeo. Dalla Lituania alla Svezia. Siamo stanchi di essere in prima linea da soli”. Soprattutto alla vigilia delle elezioni, quando l’Ipsos per Ballarò ha appena mostrato con un sondaggio che il 65 per cento degli italiani approva le operazioni di rimpatrio forzato. E, sorpresa, anche tra gli elettori di sinistra.
Gli italiani chiedono la linea dura
Soggetto realizzatore: Ferrari Nasi & associati ricerche. Sondaggio condotto su un campione di casi, rappresentativo della popolazione italiana adulta. Rilevazione del 23-24.3.2009. La documentazione completa è consultabile sui siti www.agicom.it, www.sondaggipoliticoelettorali.it.
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di Laura Maragnani
Sul tavolo di Francesco Rutelli, nella sede del Pd, ci sono due cose in bella vista. C’è un dossier di 104 pagine che il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica di cui l’ex sindaco di Roma è presidente, ha appena reso (in parte) pubblico: La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica. Otto mesi di lavoro e molte audizioni di peso, fra cui il direttore dell’Aise Bruno Branciforte e quello dell’Aisi Giorgio Piccirillo. E poi c’è un’Ansa, da Sharm el Sheik. Silvio Berlusconi: i barconi di immigrati in viaggio verso l’Italia “non sono fatti occasionali, ma il frutto di una organizzazione criminale”.
Rutelli afferra il dossier Copasir. “In Italia tendiamo a rimuovere la dimensione criminale dell’immigrazione clandestina. Ma c’è. Enorme” assicura. “Dietro i disperati che arrivano sui barconi (vittime di tratta, migranti economici, richiedenti asilo) c’è un racket sempre più efficiente e flessibile. E c’è un business che secondo l’Unodc, l’Ufficio antidroga delle Nazioni Unite, è ormai al secondo posto dopo la droga, e prima delle armi, nel fatturato criminale”.
Che cos’ha scoperto il Copasir?
Per la prima volta abbiamo delineato la mappa e le rotte di un network in cui si intrecciano reti criminali, organizzazioni mafiose, mafie etniche nei paesi d’origine e di transito.
E anche di arrivo?
Risultano connivenze e coperture sul piano logistico, ma non interconnessioni di primo livello con le mafie italiane. Ci sono scambi di favori. Però la miscela fra criminalità interna e mafie d’importazione è potenzialmente esplosiva, come si è visto a Castel Volturno: quando ti trovi i morti ammazzati per strada e devi mandare 500 militari a riportare l’ordine, è troppo tardi. Bisogna intervenire prima. Oggi il network che prospera sull’immigrazione clandestina e sulla tratta di donne e minorenni assume sempre più una forma di contropotere. E, oltre a colpire i diritti fondamentali delle vittime, rappresenta una minaccia alla nostra sicurezza.
In che senso?
I rapporti dell’intelligence segnalano infiltrazioni di organizzazioni criminali straniere che gettano basi permanenti in Italia. Sono gruppi che in alcuni stati del Terzo mondo poggiano sul fatturato di queste attività illecite e da noi non si debbono radicare. I nomi li conosce l’intelligence e li conosce la magistratura. Non posso dire altro.
Al Qaeda?
Finora l’Italia sembra essere per Al Qaeda solo una base logistica, di transito e di reclutamento. Non è emersa, finora, la volontà di compiere azioni dirette sul nostro territorio. Ma è chiaro che la situazione dev’essere monitorata. E affrontata, anche a livello di opinione pubblica, in maniera diversa.
Lei ha appena invitato il Pd ad affrontare “senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina, respingimenti compresi.
Dobbiamo uscire dalla retorica, sia a destra sia a sinistra. Elettoralmente il mercato della paura e della sicurezza per la destra è redditizio; è facile sparare slogan come “fuori i clandestini” o “creiamo vagoni separati per i milanesi“, frase che in un paese civile sarebbe perseguibile come istigazione al razzismo. Ma a questo una parte della sinistra non può rispondere con l’assurdità del “siamo tutti clandestini”. L’Italia è un paese che ha 8 mila chilometri di coste. Vogliamo mettere nel Canale di Sicilia un cartello con scritto “Chiunque può sbarcare”? Siamo seri, non potremmo mai integrare 10 milioni di immigrati. Vorrei lanciare un appello.
Lanciamolo.
Togliamo di mezzo la demagogia e affrontiamo un percorso condiviso. Affrontiamo tutti insieme la continuità nel contrasto dell’immigrazione clandestina e la continuità nelle politiche di integrazione degli immigrati regolari: case, scuole, apprendimento della lingua, diritti, doveri. Abbiamo i flussi per gli arrivi legali? Bene, facciamoli funzionare. Ma le persone che arrivano regolarmente devono essere accolte, integrate e lasciate vivere in pace. Alla nostra economia il lavoro degli stranieri ha assicurato una maggiore prosperità . È una verità che non è mai male ripetere.
E l’immigrazione clandestina?
Il Copasir qualche indicazione l’ha data. Per combatterla servono accordi bilaterali, e multilaterali, coi paesi d’origine e di transito. Serve supporto logistico e di formazione alle polizie locali, come già abbiamo fatto in Albania. In alcuni casi potrebbe essere ragionevole un’integrazione dello stipendio degli operatori locali, per evitare la tentazione di accordi con i trafficanti. E serve intelligence. Serve un lavoro più strutturato di analisi per capire i movimenti, intervenire sulle partenze e soprattutto stroncare l’attività dei racket all’origine. Ripeto: a noi manca, come paese, la percezione della dimensione criminale del fenomeno. Ma è ora di affrontare la realtà . Prendiamo la Cina.
Cosa c’entra la Cina?
La crisi ha già creato, secondo alcune stime, 30 milioni di migranti interni. E l’emigrazione verso l’estero è gestita dalle triadi (le mafie, ndr): è chiaro che parecchie migliaia arriveranno qui, nelle nostre Chinatown. A lavorare, spesso, in condizioni di schiavitù. O a creare problemi di ordine pubblico come si è visto a Milano, coi regolamenti di conti in via Paolo Sarpi.
Anche a Roma la situazione non è facile.
A Roma il centrodestra ha vinto con parole d’ordine dure su immigrazione e sicurezza, ma io non ho mai visto per le strade tanti mendicanti, finti invalidi, mutilati, bambini disgraziati che chiedono l’elemosina… È la dimostrazione che gli slogan non servono, serve il senso della realtà . E la realtà ci dice che tra Romania e Italia si viene in una notte, basta prendere il pullman, e non c’è alcun controllo, non servono più nemmeno i passaporti.
I romeni ormai sono cittadini Ue. Non è un problema di immigrazione irregolare, no?
Ma di criminalità organizzata sì. La Romania dà la possibilità di ottenere il passaporto romeno anche ai residenti in Moldavia e in Transnistria, e sappiamo che la Transnistria è una delle regioni dell’Europa centrale a più forte infiltrazione criminale: traffico d’armi, droga, sfruttamento della prostituzione. E noi non facciamo niente? No, qui serve davvero un percorso condiviso. Un riformismo vero. E rigore. L’Italia deve accogliere i richiedenti asilo, con procedure trasparenti, quando sono privati dei diritti fondamentali. Ma deve diventare un approdo molto più difficile per tutti i trafficanti del mondo.

Né più né meno: sono “dirompenti” gli elementi che emergono dalle acquisizioni del Copasir sulla vicenda dell’archivio Genchi. È lo stesso presidente dell’organismo parlamentare, Francesco Rutelli, a sottolinearlo dopo aver consegnato la relazione sull’argomento ai presidenti delle Camere.
Allo stesso tempo Rutelli invita a salvaguardare l’operatività della magistratura, auspicando che gli elementi in possesso del Copasir non siano presi a pretesto per limitare la capacità di investigazione. Al termine del suo incontro con il presidente del Senato (che si è svolto per oltre un’ora), il presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica, Francesco Rutelli, ha espresso “soddisfazione” per il lavoro svolto in queste settimane dal Copasir.
“Voglio ringraziare” sottolinea Rutelli in una nota “tutti i componenti del Comitato che hanno lavorato in condizioni difficili, rispettando la consegna della riservatezza e che, dal primo all’ultimo passaggio, hanno dato un contributo unitario e di grande responsabilità ”.
“L’acquisizione di dati che” puntualizza Rutelli “riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del Capo dei servizi segreti italiani, l’ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia (all’insaputa dello stesso pm che conduceva le indagini) sono alcuni tra i principali elementi dirompenti” così li definisce Rutelli “che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa”.
“Esiste un archivio informatico imponente che non è stato distrutto” prosegue il presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica “che riguarda un grande numero di cittadini italiani che non sono mai stati indagati. La relazione che abbiamo trasmesso contiene analisi di lacune e criticità che hanno comportato rischi per l’efficienza dei servizi segreti, e proposte che il Parlamento potrà esaminare al fine di risolverle”.
“Credo che nessuno vorrà prendere a pretesto i fatti contenuti nella nostra relazione per ridurre in alcun modo l’operatività e la capacità di investigazione della magistratura, che ha bisogno anche della acquisizione di dati di traffico telefonico che possono e debbono, a mio giudizio, essere usati con tutte le garanzie. Abbiamo trovato nel presidente della Camera Fini e del Senato Schifani grande attenzione e ho fiducia” conclude il presidente del Copasir “che il Parlamento possa rispondere in modo sereno ed efficace”.
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Il dibattito sulle intercettazioni in primissimo piano nell’attualità politica. Hanno fatto molto discutere, nei giorni scorsi, le rivelazioni sul cosiddetto “archivio Genchi”, contenente, secondo indiscrezioni, migliaia e migliaia di tabulati telefonici, riguardanti politici, magistrati e personaggi pubblici, raccolte dall’ex consulente di Luigi De Magistris.
Ospite di SkyTg24, Gioacchino Genchi racconta la sua verità : il mega archivio non esiste ed è una mistificazione creata ad arte per spostare l’attenzione sul nodo intercettazioni e per bloccare le inchieste della procura di Catanzaro: “Mai fatto intercettazioni in vita mia, compreso il periodo di attività che ho svolto nella polizia di Stato”, assicura il consulente informatico che su incarico della Procura della repubblica di Catanzaro collaborava le inchieste “Why not” e “Poseidone”, allora dirette da Luigi De Magistris. “C’è stata una fuga di notizie, con nomi inseriti ad arte”. “Non ho mai effettuato neppure una intercettazione: né legale, né tanto meno illegale, che tra l’altro è punita dalla legge con l’aggravante per chi è pubblico ufficiale, per il quale è previsto l’arresto. Sfido chiunque a dimostrare il contrario”, afferma. “Se qualcuno sostiene che io abbia svolto intercettazioni, lo dica pure: cosi’ mi arrestano. Ma non esiste nessun archivio” ribadisce “è in atto una grande mistificazione”.
E allora i nomi di Berlusconi, Prodi, De Gennaro, Spataro nell’archivio? “Questa fuga di notizie, in cui sono stati inseriti ad arte quei nomi, è l’aspetto più evidente della mistificazione, in cui poi a catena sono caduti i politici”, replica Genchi, nel corso dell’intervista : “Perché quei nomi?” si chiede Genchi. “I tabulati, di cui De Magistris ha disposto l’acquisizione, risultano agli atti, che saranno esaminati anche dal Copasir; e dunque si saprà quali sono le utenze telefoniche e i soggetti interessati” premette. “La cosa più grave è che sono stati inseriti, ripeto ‘ad arte’, una serie di nomi che non c’entravano nulla con l’indagine”.
Poi durante una conversazione telefonica con l’Ansa, il consulente di De Magistris ribadisce: “Berlusconi con la vicenda Why not non c’entra nulla. Potrebbe entrarci lui, come Bin Laden o il Papa. Tirare dentro lui in questa vicenda facendogli credere che è stato intercettato è un modo come un altro per far sollecitare a Berlusconi iniziative che se deve adottarle le adotti pure, ma non c’entra niente”.
Ad esempio, spiega Genchi, “inserire in quell’elenco il nome del procuratore Armando Spataro significava schierare contro De Magistris i tre quarti della magistratura italiana, per la levatura e il peso carismatico che ha Spataro e la sua corrente, presso tutti gli altri magistrati, per il ruolo che ha avuto nel Csm e per quello attuale di magistrato di punta. Ma Spataro non c’azzecca nulla: il suo nome è stato inserito nell’elenco appositamente per tagliare i ponti a De Magistris. Questo, forse, l’Anm ancora non l’ha capito: cominciamo a spiegarglielo bene, così anziché gli anticorpi cominceranno a utilizzare gli antibiotici…”.
Quanto a De Gennaro, “forse pensavano che inserendo il suo nome, De Gennaro avrebbe poi fatto fuori Genchi. Ma siccome De Gennaro è una persona molto intelligente, che è stato capo della Polizia, ha capito che è una ‘bufala’ e che lui non c’entra assolutamente niente in questa indagine, né a titolo attivo, né a titolo passivo, né a titolo omissivo. Si sta parlando della acquisizione dei tabulati, della radiografia che si stava facendo sull’indagine, senza parlare di quello che c’è dentro i tabulati che sono stati acquisiti: come fare un processo alla tac del malato, senza considerare cosa ha il malato, che sta morendo”.
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Il presidente del Consiglio stringe i tempi sul varo di una legge che regolamenti le intercettazioni e invita la maggioranza a trovare un accordo.
Berlusconi, che ieri durante il suo tour elettorale in Sardegna, aveva lanciato l’allarme sul “più grande scandalo della Repubblica” legato ad un imminente probabile diffusione delle intercettazioni contenute nell’archivio Genchi, batte il ferro finché è caldo.
Intanto il Pdl con Gasparri e Quagliariello chiedono che della vicenda Genchi se ne occupi il Parlamento e non solo il Copasir, il Comitato parlamentare per i servizi segreti presieduto dal democratico Francesco Rutelli.
“Si sta ancora parlando” riferisce Berlusconi “con gli alleati che hanno posizioni distinte, e per la Lega Bossi mi ha già detto che seguirà le nostre posizioni. “Si parla” rivela il premier riferendosi all’ archivio in questione “di centinaia di migliaia di persone controllate e questo dovrebbe convincere chi ha ancora qualche dubbio sul fatto che questo strumento di indagine dovrebbe esser solo eccezionale”.
Il via libera sembra confermato dal Carroccio. Il ministro “taglia leggi” Roberto Calderoli, intervistato da Lucia Annunziata a In mezz’ora conferma che le posizioni distinte lamentate dal Cavaliere non riguardano i leghisti. “Siamo tutti sulle stesse posizioni” sostiene Calderoli “visto che sono di nuovo compresi i reati contro la pubblica amministrazione come concussione e corruzione”. Il ministro leghista ci tiene a sottolineare che “non ci sono contrapposizioni” dopo le precisazioni del premier sui tipi di reati da includere nell’ uso delle intercettazioni.
Se un problema Lega sembra non esserci, An non commenta il pressing berlusconiano sul varo della legge ma fa proprie le sue preoccupazioni sull’ archivio Genchi e con Maurizio Gasparri chiede che della vicenda se ne occupi il Parlamento. Domani, annuncia Gasparri, come capogruppo del Pdl al Senato nè parlerà con il presidente del Copasir Francesco Rutelli. Sulla stessa linea interventista Quagliariello: “le informazioni raccolte dal Copasir sull’ archivio, per la loro ampiezza e rilevanza vanno oltre i compiti istituzionali del Comitato”.
Dal canto suo, Rutelli assicura che il Copasir esaminerà in settimana la vicenda con “grande equilibrio e severita”‘ e invita a “tenere i nervi saldi” e per ora a “non correre troppo” sul rischio di una emergenza democratica.
Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, rilancia, però, l’allarme e in attesa che il ministro della Giustizia incontri, a breve, i gruppi parlamentari della maggioranza per discutere del ddl sostiene che “è avvenuto qualcosa di molto inquietante” e si è davanti ad una “possibile manipolazione politica” che investe tutti.
Dall’ opposizione, il primo a reagire all’offensiva del Pdl è Antonio Di Pietro che parla sul suo blog di un “allarme bufala” e di “una furbata bella e buona” di chi “gioca d’anticipo per smorzare l’indignazione che potrebbe causare una legge che limita l’uso delle intercettazioni”. Secondo l’ex pm, inoltre, Gioacchino Genchi ha agito nella legalità su richiesta della magistratura e contesta le cifre su 350 mila persone controllate. Luciano Violante (che nei giorni scorsi aveva mostrato di volere dare seguito al dialogo sulla riforma della giustizia, incontrando il ministro Angelino Alfano) non attacca il centrodestra e sostiene che le intercettazioni “non vanno ridotte ma bisogna rispettare il Codice”. Per Violante, comunque, “è intollerabile che un cittadino, anche se in collegamento con un magistrato, possa accumulare un enorme archivio informativo”.

Turista fai da te? No grazie. Viaggiare è sempre più facile ma il mondo è diventato più complicato. Il viaggio nei paesi definiti a rischio che piace al turista amante dell’avventura ha i suoi costi. Rapimenti, pirati, balordi. E se l’avventura finisce male sarà lui a dover pagare le spese dei soccorsi.
E la proposta porta la firma di Francesco Rutelli (Pd), in qualità di presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza, al ministro degli Esteri Franco Frattini.
Le prime reazioni sono positive. Ma se ne discuterà in maniera più approfondita a fine mese, il 28, in un’audizione del capo della Farnesina a Palazzo San Macuto.
In sostanza, il turista fai-da-te che sceglie il pericolo non può contare sul risarcimento della collettività . È questa l’idea che ha mosso Rutelli, oltre quella di ribadire che lo Stato non paga i riscatti: “Non far gravare sui contribuenti i costi derivanti da comportamenti irresponsabili”.
Molti i temi del pacchetto che potrebbe trasformarsi in legge: rendere obbligatorio per le agenzie il collegamento con il sito “Viaggiare sicuri” della Farnesina. Se lo “sconsiglio” viene disatteso, il turista verrà soccorso ma poi riceverà fatturazione a casa: “Le spese sostenute dallo stato italiano per garantire la necessaria assistenza dovranno essere rimborsate”. Un obbligo generale di assicurazione e la costituzione di un fondo per fronteggiare le spese in “situazioni impreviste”, come nel caso dei 1.200 turisti bloccati nell’aeroporto di Bangkok in Thailandia. “Ma si tratta” precisa Rutelli “di un’ipotesi che va necessariamente concordata con gli operatori turistici, poiché il fondo sarebbe da alimentare con una pur minima maggiorazione, anche solo di qualche decina di centesimi, dei titoli di viaggio; che in nessun modo deve essere confusa con una sorta di nuova tassa sui turisti”.
Gli operatori ci stanno ragionando da un po’. In Parlamento è già sotto esame una loro proposta: stornare 50 centesimi dalle tasse di imbarco aumentate di 2 euro per permettere ai turisti di tornare a casa se gli succede qualcosa e di rimborsarli in caso di fallimenti e truffe. Roberto Corbella, presidente di Astoi (L’Associazione Tour Operator Italiani): “Gli obiettivi: dissuadere l’estremismo di certi viaggi, educare a un turismo responsabile, proteggere i viaggiatori con un’assicurazione adeguata a loro carico”. Iniziativa non peregrina, quella di Rutelli, secondo Andrea Giannetti presidente di Assotravel: “Serve una legislazione per mettere un freno al viaggio con azzardo, anche se è difficile stabilire se un comportamento ha insidie oppure no”. Boccia il fondo ipotizzato dal Copasir il presidente Fiavet (Federazione Italiana delle Associazioni delle Imprese di Viaggi e Turismo), Giuseppe Cassarà : “Sarebbe l’ennesimo balzello a gravare sugli operatori e dunque sui consumatori”. Il direttore di Avventure nel Mondo, Paolo Nugari, si chiede: “Chi decide se un Paese è a rischio? Oggi le valutazioni della Farnesina sono difformi dai suoi omologhi inglesi e francesi. Servirebbe un giudizio condiviso con gli altri paesi Ue”.
Se la vacanza in un Paese a rischio finisce male sarà il turista a dover pagare le spese dei soccorsi. Lo propone Francesco Rutelli, presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza. Voi siete d’accordo?