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Gay Pride 2007: i numeri, i carri, la festa e la protesta

Domani Roma vivrà il Gay Pride 2007.
Ad aprire il corteo sarà il carro del Coordinamento Roma Pride. Un autobus inglese a 2 piani completamente rivestito con le parole d’ordine del Pride: “Parità-Dignità-Laicità” - un po’ alla maniera della Rivoluzione francese - sul quale La Karl Du Pigné, speaker ufficiale della manifestazione, indosserà un vestito medioevale a testimoniare lo stato dei diritti del movimento Lgbt (Lesbian-Gay-Bisexual-Transgender), che nella capitale si ripropone in un contesto nazionale dopo il Pride di Torino del 2006 e, soprattutto, dopo il Word Pride del Giubileo-2000 proprio a Roma.
Attesi, dunque, decine di migliaia di partecipanti: “C’è stata una fortissima mobilitazione e abbiamo una grande fiducia” nella riuscita dell’evento, spiega Aurelio Mancuso, uno dei tre portavoce del Roma Pride, “l’obiettivo è arrivare a 200 mila. Se saremo di più sarà una grande vittoria, anche perchè non abbiamo i mezzi anche economici di partiti, sindacati o della gerarchia cattolica”. Nella parata sfileranno anche 40 carri (quelli di Arcigay, il carro degli Orsi con una piscina, il trenino delle Famiglie Arcobaleno, i tre carri del mondo lesbico e i carri dei locali commerciali, i carri della CGIL, di Amnesty International, dell’Unione degli Studenti e dei Partiti della Sinistra) con musica, colori e palloncini.
Il corteo partirà da Piazzale Ostiense alle 16 e terminerà in piazza San Giovanni. Passerà per Piazza di Porta San Paolo, viale della Piramide Cestia, viale Aventino, via di San Gregorio, via Celio Vibenna, piazza del Colosseo, via Labicana, viale Manzoni, via Emanuele Filiberto sino a giungere a piazza di Porta San Giovanni. “L’arrivo a Piazza San Giovanni è dovuto al fatto che questa piazza, tradizionale luogo di ritrovo delle grandi manifestazioni popolari (ultimo il Family Day cattolico, ndr) e punto di arrivo delle marce legati ai diritti e alla pace ed è l’unica in grado di contenere le centinaia di migliaia di persone che attendiamo per l’evento”, sottolinea Rossana Praitano, altra portavoce del Pride. A San Giovanni, poi, prenderanno la parola sul palco alcuni rappresentanti del movimento Lgbt, delle associazioni gay e quattro parlamentari omosessuali: “Non salirà nessuno politico, ci sarà spazio solo per il movimento e per la sua gente”, precisa ancora Mancuso.
La kermesse dovrebbe terminare per le 20, subito dopo (dalle 22 all’alba) la festa di chiusura Euphoria al Villaggio Italia.

Gay e centrosinistra, orgoglio e precipizio

Unite sui Dico, separate in casa sul Gay Pride
Patrocinio o non patrocinio, questo il problema.
Se sia cioè più utile al governo non solo aderire al Gay Pride 2007, sotto lo slogan “Parità, dignità, laicità”, che sabato 16 transiterà per Roma, (da piazzale Ostiense a Piazza San Giovanni), ma farlo con tanto di timbro della Presidenza del Consiglio.
In questo nuovo dilemma rischiano di precipitare il centrosinistra e l’esecutivo di Romano Prodi. Caso sollevato, in realtà, dalla Cdl ma esploso soprattutto quando i teodem della Margherita, Emanuela Baio, Paola Binetti e Luigi Bobba, hanno letto sia il documento che la piattaforma politica della manifestazione: “Le manifestazioni clericali contro qualsiasi tipo di riconoscimento delle relazioni extra matrimoniali sono il segno tangibile di una volontà prevaricatrice e anti democratica da parte di istituzioni che, violando persino il Concordato, si vogliono sostituire alle istituzioni repubblicane democraticamente elette.”

Senza troppi giri di parole, un durissimo j’accuse contro il Vaticano e Papa Benedetto XVI.
E di fronte a queste posizioni, la risposta dei teodem è stata immediata: “Chiediamo alla Presidenza del Consiglio, al Sindaco di Roma e alla Presidenza della Regione Lazio un ripensamento circa le decisione di accordare il patrocinio al gay pride”. Sullo sfondo, inoltre, il mancato patrocinio al Family day del 12 maggio.

Il ministro diessino Barbara Pollastrini, “madre” dei Dico con Rosy Bindi, spiega che il patrocinio lo ha concesso il suo dipartimento che fa capo a Palazzo Chigi, non la Presidenza, ed è stato riconosciuto a questa come a tante altre iniziative: “Il patrocinio del ministero delle Pari opportunità non è al corteo e non è alla piattaforma”. Però lei non ha ancora deciso se esserci o meno: “Concorderò con Prodi la presenza del governo”.

Di fatto accanto a lesbiche e gay, transessuali e transgender sarà un pullulare di ministri: Emma Bonino (Radicali, Ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee) Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio), Fabio Mussi (Sd, Ministro dell’Università e della Ricerca) e Paolo Ferrero (Prc, Ministro della Solidarietà Sociale), oltre ai segretari Franco Giordano di Rifondazione, Oliviero Diliberto del Pdci e Enrico Boselli dello Sdi.

Contro di loro ha polemizzato la responsabile della Famiglia, Rosy Bindi. “Riconosco la libertà di manifestare e di aderire. Ma non da parte dei ministri, dato che c’è una netta differenza tra il documento politico del Gay pride e le posizioni del governo su matrimoni e adozioni”. Stessa scelta per il segretario Piero Fassino, che ci sarà solo “col cuore”, facendo insorgere la componente omosessuale dei Ds, Gay left.

Dunque l’aria che tira è questa: oltre agli striscioni (annunciati) contro Romano Prodi e il suo governo, accusato di latitare sui diritti; oltre ai carri e alle maschere contro il Papa e il Vaticano; oltre ai bambini in sfilata insieme ai due padri o alle due madri; alle lacrime in ricordo di Matteo, il sedicenne suicida di Torino… sarà un Pride dai toni accesi: la prima grande manifestazione politica dopo il Family day, anzi: “La nostra risposta al Family day“, come la definisce Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell’Arcigay.
Tanto poi tocca al premier Prodi pronunciarsi e mediare.

Tra Family Day e Family Gay: se alla sinistra fa male la piazza

la folla del Family Day
Le piazze: croce e delizia della sinistra italiana. Soprattutto ora che sta al governo.
Il 12 maggio in Piazza San Giovanni una marea di persone (un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa) ha seppellito di fatto i Dico e di ogni altra norma che legalizzi le unioni civili, etero ed omosessuali. Il Family Day ha decretato che l’Unione non ha i numeri per far passare la legge Bindi-Pollastrini, nata male e destinata finire peggio.
Dalla stessa piazza, ma il mese dopo, il centrosinistra tenterà di pareggiare: a Roma il 16 giugno si svolgerà il Gay Pride, che tra le altre cose, chiederà le nozze per i gay. Mentre Cdl insorge (”Paragonare il Family Day al Family Gay è insensato. L’equiparazione tra coppie etero e omosessuali non passerà mai”, dice Lorenzo Cesa dell’Udc) il Partito democratico si divide tra la Margherita critica (”Possibile che non si possa manifestare senza contrapporsi polemicamente alla Chiesa?”, si chiede il diellino Castagnetti. “Il Gay Pride in antitesi al Family Day mi sembra un evidente boomerang”) e la Quercia favorevole, al pari della sinistra più laica: “Ci saremo, come ogni anno”, promette Piero Fassino, “e dire che lo facciamo per rifarci una verginità è una lettura subalterna e sciocca”.
Il fatto è che la giornata dell’orgoglio gay era stata inizialmente fissato per il 9 giugno. Poi la visita in quel weekend di George Bush lo ha fatto slittare di una settimana.
Già, Bush. Ci si mette anche lui: “Il 9 giugno manifesteremo a Roma con Arci, Fiom, Sinistra Democratica e altre realtà di movimento contro l’arrivo in Italia del presidente Usa e per la pace. Il Pdci ci sarà sicuramente e anche la Sinistra Democratica di Mussi”. Ad annunciare la protesta (”corteo o sit-in, dobbiamo ancora deciderlo”) è Michele De Palma, membro della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista: “Certamente sarà una giornata di mobilitazione”.
Nessun problema sul fatto che un partito di maggioranza scenda in piazza contro la visita di un capo di Stato che incontrerà il presidente del Consiglio? “Perché dovrebbe imbarazzarsi Romano Prodi? Non sarà un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense. Se qualcuno vuole polemizzare perché Rifondazione sarà in piazza” dice ancora De Palma “è liberissimo di farlo”.
Come a dire: è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.

Quelli che… il Coraggio laico: voci e volti da piazza Navona

Anne e Francesco con il figlio Lucas
L’altra piazza del 12 maggio, la Piazza Navona del Coraggio laico, è più caotica e spontanea: le persone continuano ad affluire e defluire senza soluzione di continuità, mischiandosi ai turisti. Vicino al palco sventolano bandiere rosse e verdi, mentre più indietro si radunano singoli, famiglie e gruppi di amici senza vessilli.
Anne è una 40enne francese, convive con Francesco, ingegnere 44 anni. Il piccolo Lucas dai riccioli biondi è loro figlio (foto in alto). Anne dice che non è facile vivere in Italia, perché la religione ha troppo peso nella vita delle persone: “Mio figlio ha 2 anni e già mi hanno chiesto se può fare religione a scuola. Per me questo non è un Paese laico”.

Claudia e Marco hanno 28 e 27 anni. Lui è restauratore, mentre lei fa la mamma a tempo pieno. Il bimbo più piccolo, Samuel, ci guarda dalle spalle del papà, mentre Lorenzo ha quattro anni e lo sguardo furbo.
Non sono sposati, dicono, perché non hanno mai sentito l’esigenza di dimostrare qualcosa a qualcuno. “Siamo felici. Spero che anche i nostri figli capiscano che dovremmo essere accettati per quello che siamo”.
Claudia e Marco con i figli Samuel e Lorenzo

Arturo, 37 anni, fa l’impiegato, mentre Ombretta fa la mamma da due anni (della piccola Aurora) perché “in Italia non ci sono strutture che consentono di mandare i bimbi all’asilo e le mamme a lavorare. Cosa importa se siamo o non siamo sposati, ci consideriamo famiglia a tutti gli effetti anche se non abbiamo stipulato un contratto. Un contratto lo stipulo per la casa. Crediamo che i politici debbano fare il loro mestiere pensando alle famiglie che guadagnano 1.000 euro al mese e facendo in modo che vadano avanti.
Arturo e Ombretta con la figlia Aurora

Franca e Umberto hanno 55 e 53 anni. Lei è impiegata e lui insegna. Il figlio Tancredi, di 12 anni è con loro a Piazza Navona. Per Franca “in Italia siamo molto indietro rispetto ad altri Paesi europei nella difesa dei diritti civili. Il Vaticano ha un potere anche materiale, è una grande multinazionale”.

Roberto e Paola sono un insegnante e un’agente di commercio. Hanno una figlia di nove anni e convivono. Secondo Roberto “lo Stato deve tutelare i cittadini, non la famiglia”. Inoltre “non deve interferire nella vita privata delle persone, soprattutto in quelli che sono momenti fondamentali e intimi: la nascita, la vita, l’amore e la morte. La legge 40 (sulla procreazione medicalmente assistita) è un’intromissione. Non possiamo neanche scegliere di morire quando stiamo molto male”. E alla domanda: “Scusi, chi non deve interferire: lo Stato o la Chiesa?” risponde: “Perché, riesci a distinguere?”

Quelli che… il Family day: voci e volti da piazza San Giovanni

Maria Sofia nel passeggino, Emanuele in braccio al papà e Beniamino
Quelli che vanno al Family day marciano compatti verso piazza San Giovanni sui marciapiedi di Via Merulana, in fila con i cappellini colorati, cantando Jerusalem, Jerusalem riedificata.
Quasi sulla piazza riposano poggiati a un semaforo Raffaele e Raffaella, di 60 anni. Lui è chirurgo, lei è un’insegnante di francese in pensione. Sono sposati, hanno quattro figli ed un bel po’ di nipoti. “Siamo qui” dicono “perché il Papa ce lo ha chiesto. Ognuno ha diritto di vivere la propria affettività e questa è già una libertà esistente in Italia nell’ambito della legislazione privata. I costi di sostegno, però, come la pensione di reversibilità, sono una scelta politica e la scelta deve fondarsi su quello che è il bene maggiore per la nazione, ovvero un legame stabile e la procreazione. Questo si ha con il matrimonio”.
Raffaele e Raffaella, 4 figli e un bel po' di nipoti

Jacopo ha 28 anni, sua moglie Cecilia 32. Sono al Family day con i loro tre bimbi (foto in alto): Emanuele e Maria Sofia nel passeggino e Beniamino che ha sei anni e mezzo. Vengono da Perugia. Nella comunità neocatecumenale hanno trovato una Chiesa viva, che li sostiene: “Non siamo soli, non abbiamo paura del futuro e siamo venuti per dare testimonianza di questa nostra esperienza positiva”.

Gabriella e Gianni hanno 43 anni e tre bambine di 11, 9 e 5 anni. Entrambi impiegati, sono al Family day per “ringraziare il Signore di quel che ci ha dato. Tante coppie sono separate, grazie a Dio noi restiamo insieme. Sostanzialmente siamo qui perché siamo contenti, perché ci sentiamo fortunati”.
Gabriella e Gianni con le loro tre figlie di 11, 9 e 5 anni

Sonia e Giorgio, neocatecumeni, sono artigiani gelatai di 30 e 39 anni. Sono arrivati a Roma da Brescia, per questo non hanno portato con loro il piccolo Samuele, di tre anni, ma lo hanno lasciato coi nonni.
Giorgio ci dice che Cristo è vivo all’interno della famiglia. “Ora la società pensa che la famiglia non c’è più. Cioè voglio dire che è più facile pensare che quando si litiga non c’è più speranza, basta. Invece per noi non è così, perché per grazia di Gesù riceviamo una spirito d’amore. Non siamo venuti per manifestare contro i gay ma siamo per la famiglia naturale, a immagine della sacra famiglia di Nazareth”.

Stefania e Giuseppe, di 33 e 37 anni, sono un’insegnante e un imbianchino. Il piccolo Giovanni è nel passeggino, invece Giulio ha sette anni e non sta fermo un attimo, nonostante il caldo. A Panorama.it dicono che la famiglia è un’istituzione sacra, la cellula fondamentale della società e credono che l’ipotesi di sostenere le coppie di fatto omosessuali o eterosessuali sia in contrapposizione con la sacralità della famiglia naturale.
Stefania e Giuseppe con i figli

LEGGI ANCHE: Quelli che… il Coraggio laico: voci e volti da Piazza Navona - Commenta le manifestazioni di Roma nel FORUM

Le famiglie numerose: “Al Family day perché lo Stato ci ha messo in serie B”


Un’immagine della storica serie tv “La famiglia Bradford”

Prendete 32 mila coppie, elevatele all’ennesima potenza, e avrete la popolazione totale (in continua crescita) delle “famiglie numerose italiane”. Sono un esercito con prole al seguito, riunito in un’associazione con sedi sparse in tutto il Paese. Sul loro sito ci si scambia pareri su politica, spiritualità cattolica, tasse e figli. E proprio dal loro sito parte la chiamata alle armi per il Family day. Il 12 maggio, i soci (chi con quattro, chi con 15 figli) si metteranno tutti in viaggio per Roma. Panorama.it ha incontrato il presidente dell’associazione, Mario Sberna, che subito chiarisce il senso della loro mobilitazione: “L’obiettivo dovrà essere uno solo. Difendere la famiglia tradizionale dai continui attacchi che cercano di farne un’istituzione di serie B”. Sberna non nasconde il proprio rancore: “Sono almeno vent’anni che la politica italiana punisce chi mette al mondo i figli e avvantaggia chi sceglie di vivere fuori dal matrimonio”. Gli esempi di tale discriminazione, per Sberna, non mancano. “Perché” chiede “noi che siamo magari in sette con un solo contatore elettrico, dobbiamo pagare più di sette single o più di tre coppie e un single, che di contatori ne hanno rispettivamente sette e quattro? E perché devo pagare l’Ici come se vivessi in una reggia quando basta una divisione per comprendere che i metri quadri a disposizione di ogni singolo componente della mia famiglia sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli disponibili individualmente per le coppie di gay o dei single o dei pensionati?”. L’elenco dei perché continua a lungo, finché trova una sponda nell’appuntamento romano: “Finalmente un’occasione per chiedere al governo di invertire questa tendenza assurda”.

Due persone che vivono insieme, come i gay o i pensionati del suo esempio, non sono una famiglia?
“Famiglia significa un papà e una mamma che si amano e che fanno dei bambini. Senza figli non c’è società e dunque non c’è futuro per l’Italia”.

E le coppie di fatto con figli, quelle con un papà e una mamma, non sono famiglie?
“Per lo Stato lo sono anche più delle nostre, visto che concede loro agevolazioni fiscali a non finire: un’ingiustizia! Si dovrebbe privilegiare la famiglia così com’è intesa dalla nostra Costituzione, una società naturale fondata sul matrimonio”.

I vostri figli non sono tutti naturali…
“Alcuni sono naturali, altri adottivi, altri in affido…”

Se una coppia gay potesse adottare dei figli sarebbe una famiglia?
“Non è possibile: è la natura che lo impedisce. Chieda a qualunque psicologo, le risponderà che un bambino ha bisogno di una mamma e un papà”.

Lei quanti figli ha?
“Io e mia moglie ne abbiamo cinque”

Sarete tutti e sette a Roma?
“Tutti”

Sarete lì per difendere la famiglia o per contrastare i Dico?
“Fare una scelta di campo significa automaticamente escluderne un’altra. Se chiedi più famiglia, dici meno qualcos’altro”.

Nell’associazione siete tutti d’accordo? Tutti contro i Dico?
“L’associazione ha preso una posizione unitaria”

La posizione sarà anche unitaria, ma nel forum sul Family day, sul vostro sito, il dibattito è tutt’altro che monocorde. Un tale Romolo scrive: “Non condivido l’iniziativa della Chiesa italiana, assolutamente spropositata rispetto alla proposta Dico, che mi sembra invece ragionevole e giusta. Peraltro anche la nostra Chiesa, anzi tutti noi cattolici, dovremmo fare un bel po’ di autocritica. Eravamo la massima agenzia educativa fino a vent’anni fa, forse qualche responsabilità sulla attuale situazione sociale del Paese l’abbiamo anche noi. Non mi è piaciuta la chiamata alle armi: simili appelli e toni nell’associazione andrebbero evitati. E lo dico innanzi tutto da cattolico”. Non è l’unico intervento di questo tipo. Lei cosa pensa di simili posizioni?
“Il bello è che da noi ognuno può esprimere la propria opinione. Ma le ripeto, la posizione ufficiale dell’Associazione è già stata presa: saremo al Family day per difendere la famiglia tradizionale, punto e basta”.

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