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Gianfranco La Russa, coordinatore PdL
Poteva cadere il governo. E così, alla vigilia del voto alla Camera sul processo breve, Denis Verdini ha parlato con i vari Responsabili, più o meno all’alba. Per una volta non a cena, dunque, ma alla prima colazione. Leggera, per evitare indigestioni. In particolare Verdini ha dialogato con i sei (presunti) capofila del gruppone di 29 deputati e 10 senatori: Francesco Pionati, Giampiero Catone, Arturo Iannaccone, Silvano Moffa, Massimo Calearo e Saverio Romano. Continua


Non fanno nemmeno più finta di dissimulare. L’abbraccio politico e personale tra la Lega nord di Umberto Bossi e il superministro per l’Economia, Giulio «Tremendino» Tremonti, è così palese da risultare indigesto per almeno mezzo Popolo della libertà. A maggior ragione perché una parte del Carroccio, individuato nell’«amico Giulio» il successore di Silvio Berlusconi, mira appunto alla formazione di un governo Tremonti. Con o senza il ricorso alle urne. Continua

Domenica 4 luglio i magistrati italiani voteranno per eleggere i 16 consiglieri togati del Consiglio superiore della magistratura. Le correnti della categoria hanno sempre condizionato le elezioni, con liste bloccate. Ma quest’anno c’è una grande novità: sei candidati indipendenti, cioè non indicati dalle correnti. Ecco i loro nomi, in ordine alfabetico: Milena Balsamo, giudice del Tribunale di Pisa; Salvatore Cantàro, sostituto procuratore generale alla Corte d’appello di Roma; Fernanda Cervetti, consigliere della Corte d’appello di Torino; Edoardo Cilenti, consigliere della Corte d’appello di Napoli (sezione Lavoro). Come indipendenti si candidano anche Paolo Corder, giudice del Tribunale di Venezia, e Carlo Fucci, pubblico ministero napoletano: entrambi aderiscono a Unità per la Costituzione, ma si sono candidati in contrasto con la decisione della loro corrente di non candidarli. Si tratta di una novità davvero importante, che Continua

Il testamento biologico continua a suscitare polemiche trasversali. Le divisioni, già emerse sul caso drammatico di Eluana Englaro, tornano a spaccare maggioranza e opposizione. Non c’è identità di vedute né all’interno del Pdl né in seno al Pd. Del resto attorno a un tema così delicato che attiene la coscienza sarebbe difficile immaginare il contrario. Al Senato, dunque, si cerca di limare il testo del ddl, cercando al contempo di prendere tempo. L’obiettivo è quello di raffreddare gli animi prima che la spinosa questione arrivi al voto di Palazzo Madama. L’arrivo in aula è stato fissato al 19 marzo.
In realtà il Popolo della libertà ha riformulato il ddl, togliendo: il riferimento alla non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari, il riferimento all’accanimento terapeutico e l’obbligo di sottoscrivere il testamento biologico davanti ad un notaio.
Novità presentate mercoledì mattina dal relatore del ddl, Raffaele Calabrò, in commissione sanità del Senato. In pratica è stato emendato il testo sostituendo i primi tre articoli con un nuovo riferimento normativo, facendo sparire anche l’articolo 10, sostituito con un provvedimento che ne ribalta totalmente il contenuto. Una decisione che arriva dopo i malumori di alcuni parlamentari del centrodestra e dopo i rilievi della commissione Affari costituzionali.
Modifiche che l’opposizione sta valutando con attenzione e cautela. “Il relatore Calabrò ha dato un’apertura: vediamo se è sostanziale o soltanto formale. Noi di questo ne prendiamo atto” dice Dorina Bianchi, capogruppo Pd in commissione: “L’emendamento della maggioranza ci è stato appena consegnato. Naturalmente i tempi sono brevissimi: noi dobbiamo iniziare a votarlo domani mattina, quindi quella di oggi sarà una giornata intensa di esame dell’emendamento presentato dal relatore che annulla ben tre articoli e li riunisce in uno”.
Il testo iniziale stabiliva infatti che l’attività medica “non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
La maggioranza introduce nel ddl anche la previsione delle cure palliative. Un secondo emendamento elimina il ricorso al notaio per la stesura delle Dichiarazioni anticipate di trattamento e, riscrivendo l’articolo dieci del testo originale, stabilisce che il paziente che lo desidera ricorra al solo medico di base. L’opposizione ha tempo fino a stasera alle 20 per presentare eventuali subemendamenti. Il Pd terrà una riunione nel pomeriggio.
Anche perché il problema per Franceschini è sempre il “solito”: trovare una mediazione, tentare una sintesi tra le varie anime del partito. E, dopo i battibecchi dei giorni scorsi, in una riunione convocata a Largo del Nazzareno ha invitato Ignazio Marino e Dorina Bianchi a evitare di fare uscite sui giornali per ribadire le loro posizioni divergenti. E, dato che il Senato si è concesso un po’ di tempo, li ha invitati a cercare una mediazione possibile che riavvicini le posizioni nel Pd.

“Non ci sto”. Il copyright non è suo. Ma ricorre a questo concetto Francesco Rutelli per rimandare al mittente (quasi tutti i giornali, soprattuto quelli di sinistra) la critica di chi lo dipinge come intenzionato a spaccare il Pd o sottomesso alle posizioni del Vaticano sul testamento biologico. È “intollerabile”, “inaccettabile” e “indecente”. Questi gli aggettivi usati da Rutelli nel corso di una conferenza stampa convocata a Palazzo San Macuto, a Roma, “presentare la mia posizione in modo distorto, strumentale e fazioso”.
L’ex leader della Margherita ha presentato ieri un emendamento al disegno di legge della maggioranza sul cosiddetto testamento biologico che si distingue da un altro emendamento del Pd e che, escludendo la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento (i cosiddetti Dat), lascia “l’ultima parola” al medico.
“Scusate lo sfogo, ma sono incavolato, molto incavolato”. Rutelli ce l’ha in particolare con l’Unità e dice: “Io non sono eteroguidato da nessuno nè voglio creare una scissione nel Pd”. “Secondo me il Pd deve garantire che, se in temi così delicati come quelli della bioetica ci sono diversità di posizioni, queste si debbano potere esercitare. Non voglio passare per uno che strappa, rompe, divide e peggio persegue secondi fini e strategia politiche di scissione o che rispondano a poteri esterni alla politica come ad esempio il clero. Ogni posizione” chiede Rutelli “deve essere legittima”.
A dire il vero, la prima a smarcarsi dal documento unitario del Pd firmato dalla capogruppo Anna Finocchiaro è stata ieri Dorina Bianchi, che da poco ha ricevuto da Ignazio Marino il testimone della guida dei senatori democratici della commissione Sanità.
Poi è arrivata la “terza via” proposta da Francesco Rutelli, che pur non firmando l’emendamento del Pd, ha proposto una mediazione presentando a sua volta quattro emendamenti in cui si apre uno spiraglio alla valutazione del medico e della famiglia nei casi particolarmente gravi.
Una mossa interpretata da molti come un tentativo di smarcamento dell’ex vice premier dal Pd del neo eletto Dario Franceschini. Che dopo 48 ore di tregua si è così trovato di fronte alla prima grana e all’ennesima divisione interna.
Secondo l’ex leader diellino, l’ultima parola “se assistere una persona con nutrizione e idratazione artificiale o altri tipi di cure non può spettare né al giudice, né al sacerdote, né al parlamentare ma al medico, sentiti i familiari e il fiduciario”. “Quando si firmano le dichiarazioni anticipate di trattamento” ha spiegato Rutelli “colui che stabilisce se le condizioni mediche, scientifiche e tecnologiche presenti al momento possono alleviare le sofferenze e tenere in vita una persona o avviarla verso la morte, è solo il medico. A lui deve spettare l’ultima parola in virtù della sua autorità scientifica e morale”.
Rutelli ha voluto precisare che, contrariamente a quanto riportato da alcuni mezzi di informazione, non vuole “costringere nessuna persona morente ad avere sondini naso-gastrici, nè a torturali. Quello che ho scritto nell’emendamento” ha, quindi, concluso “l’ho elaborato dopo aver parlato con diversi medici e operatori del settore”.
Sui rapporti con Dario Franceschini e con il partito democratico chiarisce: “Franceschini ha detto che è fuori discussione la libertà di coscienza e io la sto esercitando. Ne abbiamo parlato per mesi e sono chiarissime le nostre posizioni. Ieri, facendo il mio dovere di parlamentare, ho presentato in commissione in Senato i miei emendamenti sulla Dat e, vi confesso, non mi aspettavo questo casino”. Bufera, scatenata, secondo il presidente del Copasir, soprattutto da l’Unità che, dice: “Dovrebbe essere il giornale del Pd e riconoscere pari dignità a tutte le posizioni non distorcendo in modo fazioso le mie”.
Stamani Franceschini ha incontrato nella sede del partito i capigruppo di Camera e Senato, Anna Finocchiaro e Antonello Soro. E nel pomeriggio parteciperà a Palazzo Madama alla riunione con i componenti del gruppo Pd in commissione Sanità. Al segretario spetterà il difficile compito di individuare una linea unitaria sul nodo dell’alimentazione e idratazione artificiale, contenuto in un emendamento non condiviso da alcuni senatori. Tra cui, appunto, Rutelli.

Lo hanno lasciato tranquillo per 48 ore: sabato è diventato il secondo segretario del Pd, domenica a Ferarra ha giurato sulla Costituzione e pranzato dalla mamma.
Lunedì sono cominciati i guai, per Dario Franceschini. I primi, anzi i soliti.
Il tema? Un classico per le “divisioni” democratiche: quello (bio)etico del testamento biologico. Mentre la commissione Sanità del Senato esamina il disegno di legge presentato da Raffaele Calabrò (Pdl), il partito del fu Veltroni si spacca, in cerca di una linea comune. E si apre già un orizzonte di accese polemiche. La linea ufficiale del gruppo sul ddl è quella espressa nell’emendamento a prima firma il capogruppo a Palazzo Madama Anna Finocchiaro (e sottoscritta dai vice Luigi Zanda e Nicola Latorre). Il testo prevede che “L’idratazione e la nutrizione, indicate nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono da considerarsi sostegno vitale e sono comunque e sempre assicurate al paziente in qualunque fase della vita. Nell’ambito del principio di autodeterminazione, nel rispetto dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l’eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e nutrizione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento”.
Ma Dorina Bianchi, da poco nominata capogruppo del Pd in commissione, dopo il contestato avvicendamento con Ignazio Marino, non ha firmato l’emendamento del suo partito che stabilisce che idratazione e alimentazione artificiali siano oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento, prevedendone la sospensione in casi eccezionali, in linea con quanto previsto dalla mozione del Pd votata all’indomani della morte di Eluana Englaro. Una scelta, quella della Bianchi, che prospetta un fiume di polemiche: “In attesa di un confronto domani alle 11 e del prosieguo del lavoro della commissione” spiega la Bianchi “io non ho sottoscritto nessuno di questi emendamenti perché voglio restare neutra cercando, fin dove è possibile, di arrivare a un’ulteriore mediazione”.
Nemmeno Francesco Rutelli ci sta e fa sentire la sua voce. La alza ma non la posiziona, né di qua né di là. Come se fosse un senatore indipendente, fra le posizioni del governo e quella del suo partito. L’ex leader della Margherita ha presentato quattro emendamenti, di cui tre a sua firma e uno con Luigi Lusi, che segnano una “terza via” sul nodo dell’idratazione e nutrizione artificiale. Tra chi la ritiene obbligatoria e basta, e chi chiede possano essere rifiutate solo in modo esplicito, l’ex della Margherita affida la soluzione del problema al confronto tra medico curante e fiduciario. Per la precisione l’emendamento definisce che “Alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”. “Nelle fasi terminali della vita o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune di valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l’eventuale fiduciario ed i familiari”. Rutelli fa sapere che sta lavorando “per cercare di avvicinare le posizioni tra le parti e favorire un accordo tra gli schieramenti”. Andrebbe in questo senso la sua firma agli emendamenti del Pd sulle “cure palliative” (prima firma quella di Ignazio Marino) e sulla rete per organizzarle.
Diversa invece posizione di Massimo D’Alema, che invece ricalca l’emendamento Finocchiaro: “L’idea che la legge obblighi il cittadino a subire determinati trattamenti, perché la nutrizione forzata attraverso sondini o tubi gastrici rappresentano un trattamento, o l’idea che una persona possa essere obbligata dalla legge a subire trattamenti che non desidera, è un’idea che non ha eguali in nessun Paese civile, e speriamo che possa essere evitata ai cittadini italiani”.
Nel Pd, insomma, l’accordo non c’è ancora. Chi vincerà? A Franceschini l’ardua sentenza. Il segretario, che ben sapeva di dover frenare fin da subito l’irruenza delle correnti del partito, avrebbe dovuto incontrare il gruppo dei suoi in Senato, martedì, per cercare una posizione unitaria. Ma una nota del Partito democratico smentisce: “Non è prevista nessuna assemblea dei senatori democratici”. Di fatto ci vorrebbe più di un incontro, per un partito che, mancando di un vertice stabile e a “tempo indeterminato”, è alla costante ricerca di un’anima.
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“Le prossime elezioni le vinciamo noi”. È un Walter Veltroni molto deciso quello che si è presentato ieri sera in conferenza stampa dopo la riunione fiume con i quadri locali del partito e che ha aggiunto: “Nel Paese si è chiusa una stagione e noi andremo avanti sulla nostra linea coerenti rispetto alla nostra proposta per un’alternativa riformista”.
Il leader Pd è quindi tornato a chiedere una “tregua” all’interno del partito e sui segretari locali incontrati oggi ha detto: “È stata la più bella riunione del Pd da quando sono segretario”. In pratica li ha apprezzati perché non fanno parte del “teatrino della politica”: “loro sì che vivono in relazione con la loro comunità. Mi hanno detto che non vogliono più le polemiche all’interno del partito e ci chiedono di ripartire dal Lingotto”. E questo sarà il senso del nuovo “viaggio per l’Italia” che Veltroni farà in tutte le province italiane da febbraio e per tutta la campagna elettorale: “Per incontrare la gente, i lavoratori. Insomma, gli italiani”. Parole a cui ha fatto eco il numero due del partito, Dario Franceschini: “Il Pd non si ferma alle europee, è un partito per i nostri figli e i nostri nipoti”. Insomma “indietro non si torna, siamo nati per unire i riformisti italiani e abbiamo come obiettivo la semplificazione del quadro politico italiano”.
Poi Veltroni ha attaccato il premier, reo di fare troppa campagna elettorale e di occuparsi poco della crisi: “Nonostante Berlusconi non se ne sia accorto, non solo nel 2009, ma anche nel 2010 ci sono numeri negativi per la crescita italiana. Invece di occuparsi della crisi come fanno gli altri leader mondiali, Berlusconi fa campagna elettorale in Sardegna come se fosse candidato lui”.
Il capo dell’opposizione ha anche commentato il no della Cgil sui contratti dicendo che “la revisione della contrattazione ha senso solo se firmano tutti i sindacati” e poi ha aggiunto: “Io la penso come Ciampi e sono d’accordo ad una nuova stagione della contrattazione, ma ritengo che l’accordo vada fatto anche con la Cgil”.
Rispondendo ad una domanda dei giornalisti è entrato nella vicenda d’attualità delle intercettazioni e sul caso Genchi: “Aspettiamo l’esito di una vicenda che deve essere approfondita nel merito. C’è un lavoro che sta facendo il Copasir con il suo presidente Francesco Rutelli. Aspettiamo i risultati”. E sulle intercettazioni è stato netto: “Ci devono essere, i magistrati devono poterle usare, ma non devono finire sui giornali”.
Sugli stupri e la questione criminalità ha cercato un atteggiamento che ha definito “responsabile e non demagogico”. “Perché sulla sicurezza le demagogie mi fanno orrore e tristezza. Non mettiamo questa materia nella friggitoria della politica”. Chi invece per Veltroni non si comporta bene è, ovviamente, il premier “che cambia idea sulla sicurezza e sull’impiego dei militari ogni mattina. Il problema vero, secondo Veltroni, “è che a causa dei tagli in Finanziaria, le forze dell’ordine diminuiranno di 40 mila unità”.
Infine, il leader Pd ha smentito qualsiasi tentativo di abbocco o di alleanza con il Carroccio: “Noi il federalismo lo giudichiamo e lo giudicheremo nel merito. Non lo facciamo per allearci o scontrarci con la Lega. I nostri atteggiamenti li teniamo soltanto sulla base del merito e non di calcoli politicisti”. E il numero due Franceschini ha confermato che il Pd è pronto a cambiare la legge elettorale per le europee introducendo una soglia di sbarramento del 4%.

Ce lo teniamo o lo facciamo cadere? La domanda circola tra le stanze del Pd in largo del Nazareno a Roma, ultima tappa di un tam tam che sale per i rami delle città d’Italia e arriva fino alla chioma umida e arruffata della capitale. Ma la politica se non bara è certamente cinica e in queste ore di burrasca tutti corrono sotto coperta. Ha scelto lui la rotta e ora che infuria la bufera tanto vale lasciare il capitano Walter Veltroni al timone del bastimento democratico. Sarà lui a prendersi i fulmini sul ponte? O la crisi esplosa dopo il voto in Abruzzo impone uno shock, l’archiviazione prima delle europee di giugno 2009 della sfortunata esperienza veltroniana e il varo di un “direttorio” per traghettare il partito fuori dalla crisi?
Toga! Toga! Toga!
Mentre Veltroni sciorinava la dottrina Tonino (”Dobbiamo fare di più sulla moralizzazione della vita pubblica”) e rovesciava su Silvio Berlusconi un anatema (”Lui non può parlare di questione morale”), i magistrati arrestavano il sindaco di Pescara e coordinatore regionale del Pd. Ironia della sorte: proprio da Pescara partiva il 17 febbraio scorso il pullman elettorale di Veltroni. Una doccia fredda seguita dal no del Pdl alla proposta veltroniana di istituire una commissione per la riforma della giustizia e 24 ore dopo dalla richiesta di arresto per il deputato del Pd Salvatore Margiotta, nel mirino dei magistrati che indagano sugli affari petroliferi nella regione.
Le toghe per il segretario del Pd saranno soltanto croce e niente delizia. Nessuna riedizione di Mani pulite. Minacciato dalla ghigliottina dipietrista sul piano politico, assediato dalle inchieste che tirano in ballo suoi amministratori di primo piano in Campania, Toscana, Abruzzo e Basilicata (e si addensano nuvoloni anche sulle Marche), indeciso al bivio tra l’antico sentiero del partito dei giudici e la strada del riequilibrio tra i poteri, per il Pd oggi è impossibile urlare “Toga! Toga! Toga!”. Nello stesso tempo Veltroni sopravvive grazie a quello che è stato definito “equilibrio del terrore”, un accerchiamento giudiziario che impedisce a Franco Marini e Massimo D’Alema di lanciare l’affondo finale.
L’isola di Arturo
La sconfitta in Abruzzo è un gong da penultimo round per Veltroni, che secondo Arturo Parisi “spera che prima o poi gli capiti una carta vincente”. Parisi spiega a Panorama: “Ormai è evidente che niente della linea di Veltroni ha retto alla prova dei fatti. Non la pretesa di vincere da soli, visto che tutte le prove elettorali hanno dimostrato che il partito da solo va addirittura indietro. Non la tesi delle maggioranze omogenee come condizione della vittoria e del governo, visto che in Abruzzo si è rimpianta un’alleanza da Rifondazione all’Udc. Non la ridefinizione del rapporto con Berlusconi, che è tornato a essere il nemico di sempre: quasi che il problema fosse lui e non invece il più grave fenomeno del berlusconismo che va trasferendosi dal centro alla periferia e dal centrodestra al centrosinistra”. Parisi però non si arrende e rilancia: “Non riesco ad arrendermi all’idea che il voto europeo sia il nostro vero congresso, come pensano i suoi “anonimi” oppositori”. Per Parisi bisogna fare qualcosa subito, servono immaginazione e coraggio, cose che nel Pd ora latitano.
Dal loft al direttorio
Ma cosa? La crisi è profondissima e le soluzioni a portata di mano sono poche. Veltroni tiene duro (”Voglio fare più Pd”) e i dipietristi in Parlamento si fregano pubblicamente le mani (”Bene, porterà ancora fieno alla nostra cascina”), il congresso appare un’araba fenice. Si ragiona su un pressing sul segretario per costringerlo ad accettare la soluzione di un direttorio. Un ex ds con il cervello fino, il politologo Gianfranco Pasquino, che in gennaio per Il Mulino pubblicherà una ricerca su Le primarie comunali in Italia, ha pochi dubbi: “Le soluzioni a portata di mano per un partito composto da due gruppi dirigenti, che nonostante siano giovani sono vecchi politicamente non è a portata di mano. Richiederebbe un conflitto vero, tra visioni diverse, su cosa deve essere un partito di sinistra. Un conflitto tra leadership, aperto, trasparente, pubblico, che non fosse in alcun modo diplomatizzato”. Secondo Pasquino “una parte del gruppo dirigente non lo vuole perché si è impadronito del partito e ha paura di perderlo, una seconda ha dei riflessi semplicemente comunisti, per cui fa una lotta sotterranea e non si esprime pubblicamente. Una terza parte quella più moderna, lo vorrebbe, ma non è abbastanza forte per imporlo.
Penso a Sergio Chiamparino, Massimo Cacciari, Mercedes Bresso. Buoni amministratori, ma politicamente deboli. Il congresso avrebbe già dovuto tenersi” spiega Pasquino “perché c’è un leader che è stato plebiscitato da una base, ma per il resto il partito non esiste. Dopo le elezioni europee ci sarà certamente una resa dei conti che non è la stessa cosa di un conflitto tra leadership. Nella resa dei conti si individua un capro espiatorio – che sarà Veltroni – mentre nel congresso si confrontano due, tre proposte e si vota”.
Serve una transizione e Pasquino pensa che la soluzione del direttorio sia praticabile: “I direttori ci sono nelle situazioni eccezionali e questa lo è: da un lato la crisi di un bambino nato male e dall’altro è una crisi in cui l’alternativa di governo si allontana sempre di più. Sarebbe una guida collettiva del partito, ma con l’impegno che da lì non escano poi i candidati alla segreteria. Un direttorio di persone che facciano un servizio al partito in maniera disinteressata, senza chiedere cariche per il dopo”.