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Veltroni fa autocritica: “Innovare o fallire”. D’Alema: “Pd amalgama malriuscito”

 Walter Veltroni

Alla fine passa la sua relazione.  Walter Veltroni ce la fa. Ha imposto un aut aut al partito e la Direzione gli ha dato ragione, per ora: la conferenza programmatica del Partito si terrà dal 12 al 14 marzo prossimo.
A fine serata il suo discorso (e la sua linea politica) è stato approvato a maggioranza. Ma è stata davvero una faticaccia per il leader del Loft: se non è stato un processo alla sua leadership, di certo non è stata una passeggiata.
Non deve ingannare infatti la soddisfazione mostrata da Massimo D’Alema per l’esito della discussione: “Abbiamo parlato innanzitutto della grave crisi del Paese e della necessità che il Pd dia risposte forti a questa crisi” spiega il presidente di ItalianiEuropei “noi siamo l’unico partito che esiste in Italia, non un’aggregazione intorno a una persona, e questo è una risorsa per il Paese. Siamo un partito riformista, di massa, che vuole cambiare le cose, che stiamo costruendo dopo qualche incertezza”. Qualche incertezza, dice l’ex ministro degli Esteri ed è immaginabile che si sia “trattenuto”: in questo momento di “accerchiamento” del partito (da una parte le inchieste, dall’altra le sconfitte elettorali, dall’altra ancora le crisi e le fibrillazioni locali), meglio aspettare a lanciare l’affondo finale contro il segretario.

Eppure lui, Veltroni, a tratti è riuscito, durante la sua relazione, a scuotere i big democratici. Ricordando loro che “il Pd rappresenta la vera alternativa al centrodestra”, per questo è oggetto di una “offensiva politica” e tutti devono aver chiaro che tornare ai partiti di origine “sarebbe un suicidio”, sarebbe il ritorno ai propri giocherelli, vorrebbe dire: abbiamo provato a fare questa cosa qui, non ci siamo riusciti e ora torniamo alle case di partenza”. Indietro non si torna.
Si va avanti. Verso dove? “O si innova o si fallisce”: aut aut. Non c’è una terza via.
Veltroni inchioda il Pd davanti al suo bivio. Alle 10,30 del mattino il segretario sale sul palco per la direzione nazionale del Pd. Questione morale, primarie, scenari futuri, alleanze. Il partito democratico a poco più di un anno dalle primarie che lo hanno visto nascere, sotto il segno dell’ex sidaco capitolino, è ancora un rebus irrisolto. Il flop in Abruzzo, gli arresti a Napoli e Pescara, le inchieste a Firenze, in Basilicata, a Genova, hanno segnato l’immagine del Pd.

Veltroni, nella sua relazione (qui il testo) - che ha promesso sarebbe stata di rilancio, forte come quella dell’investitura al Lingotto - non si tira indietro sulla questione morale: “Siamo un partito di gente perbene, per i disonesti non c’è posto” dice il segretario, che aggiunge di non accettare “le lezioni da chi ha nelle proprie fila personaggi indagati per mafia, né dal presidente del Consiglio che ha fronteggiato la giustizia con le leggi ad personam“. Dopo l’attacco, però, Veltroni ne ha anche per i giudici: chiede “prudenza negli arresti” e denuncia “il meccanismo mediatico che può distruggere le persone”. Ma sulla riforma della giustizia mette in chiaro: “non sarà contro i magistrati” e torna a proporre il tavolo da sessanta giorni insieme ai rappresentanti del mondo giudiziario.
Una sponda all’alleato scomodo, l’Italia dei valori, che Veltroni non rinnega: “Sento dire in questi giorni che dovremmo rompere con Di Pietro, ma io ho già detto tante volte che ci sono forme diverse di opposizione. L’ho fatto ad aprile, lo abbiamo fatto non aderendo alla manifestazione di piazza Navona e l’ho detto io stesso in una dichiarazione che ha aperto tutti quanti i giornali. Questo non significa che a livello locale non si possano trovare delle convergenze programmatiche” però poi aggiunge “le alleanze devono reggere a una prova di governo”. Per quanto riguarda le primarie, che lo elessero, Veltroni le rivendica come “straordinario strumento di democrazia” ma poi aggiunge che “non devono trasformarsi in un’ideologia: sarebbe tragico” dice il leader Pd, “se l’occupazione esclusiva del partito fosse la discussione delle regole”. Discussioni che degenerano in liti interne, un altro dei grossi problemi dei democratici, alimentate, per il segretario, “dalle quotidiane differenziazioni che piacciono tanto ai giornali ma non piacciono alla nostra gente”.
Troppi dirigenti? Per Veltroni è necessario un rinnovamento:”Il ricambio deve essere frequente Bisogna creare le condizioni di un forte avvicendamento con una nuova generazione”. E sulla sua leadership rilancia e dice: “l’alternativa non può essere tra cesarismo e anarchia” e chiede quindi più poteri per sé, per procedere all’innovazione del partito ”anche attraverso commissariamenti”.
Molti gli altri temi toccati dall’ex sindaco di Roma nel suo discorso: dall’ambiente (”Uscire dalla crisi con una lotta sistematica ai cambiamenti climatici”), al sistema elettorale (”Quello che noi vogliamo è un sistema elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i candidati al parlamento e decidere la maggioranza di governo”). E per finire l’annuncio di un “acquisto” importante: Roberto Saviano ha accettato di prendere parte alla scuola di formazione nel Mezzogiorno che il Pd si accinge a organizzare. La scuola, ha spiegato Veltroni, si occuperà di formare ”una nuova leva di amministratori” e avrà al centro ”i temi della legalità”. Mai momento più appropriato.

Chiamato in causa (come il vero convitato di pietra) Di Pietro, non si è lasciato sfuggire l’occasione per rispondere: “Mi spiace per lui, ma se Veltroni parla di due opposizioni diverse si condanna così alla sconfitta eterna. Io penso a costruire un’unica alleanza che possa vincere le elezioni, non per fare l’opposizione”.
A proposito di alleanze, Marco Follini precisa che il progetto del Pd non contempla più “una alleanza politica generale con l’Idv”, mentre Massimo D’Alema sottolinea come: “alla dipietrizzazione dell’opposizione fa riscontro il consolidamento della destra nel Paese e chi lo festeggia una condanna minoritaria”.

Sempre in mattinata, l’ex vicepremier aveva parlato con ironia tagliente del presunto correntismo all’interno del Pd: “Il progetto del Pd si è appannato agli occhi di tanti, ma per ragioni più complesse rispetto al correntismo di cui ho sentito parlare perché le correnti in questo partito non ci sono. Noi siamo un’amalgama mal riuscita”. E traducendo amalgama con sintesi, si capisce cosa voglia dire l’ex diessino. Che continua, duro: “Ci vuole un partito vero, non ci vogliono primarie solo per scegliere i candidati a cariche monocratiche e magari per interrogare i cittadini su qualche tema importante, perché la primarizzazione delle cariche di un partito è la via per formare un correntismo di massa”. Ha insistito D’Alema: “Le correnti sono una forma di organizzazione discutibile, se ci fossero sarebbero almeno una forma di ordine, nel Pd non ci sono”. Riguardo alla questione morale, l’ex vice premier osserva che le inchieste “diventano questione morale se si associano a una crisi politica”. “Nella destra - sottolinea - hanno più questioni giudiziarie di noi, ma vengono colpiti meno di noi dalla questione morale”.
E di questione morale ha parlato anche Pierluigi Bersani per il quale è necessario “dare risposte forti” cacciando fuori i disonesti ed insieme dando “fiducia e orgoglio ai tanti amministratori onesti”. “Su questo” conclude il ministro ombra dell’Economia “serve un fortissimo segnale”.

Lo stesso che il Pd si aspetta dal suo leader. Che, per ora, tira un sospiro di sollievo. Anche se la strada da qui al congreso dell’anno prossimo è lunga, dura e irta di pericoli (elezioni locali ed europee, in primis).

Crisi di minoranza. Centrosinistra: chi l’ha visto?

I leader del Pd

di Carlo Puca

“Spesso, vedendo un ammalato soffrire un lungo martirio, mi ero indignata per l’inerzia dei parenti: io lo ucciderei… Ma il malato è diventato di loro proprietà”. L’aforisma di Simone de Beauvoir ben si attaglia alla sinistra italiana. Finita in mano a pochi parenti serpenti, se non è in coma poco ci manca. E comunque l’accanimento terapeutico produce più danni che sollievi.
Eppure, nemmeno tanto tempo fa, ad aprile, la sinistra esisteva. Sei mesi dopo c’è poco più del nulla. Non che nel resto d’Europa se la passi meglio. L’ultima copertina del settimanale Newsweek è impietosa: “The lame left” titola, la sinistra azzoppata. In Italia non se n’è accorto nessuno, per una ragione molto semplice. Tra le foto dello spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero e dell’inglese Gordon Brown, che pure governano il loro paese, c’è quella di Ségolène Royal.

Gli italiani? Newsweek non li prende neppure in considerazione.
Peggio. Un po’ forzando la mano, Newsweek sostiene che Silvio Berlusconi ha anche preso alcune decisioni di sinistra. E cita il caso della Robin Hood tax tremontiana. Il settimanale non fa riferimenti all’Arcobaleno, ai socialisti, ad Antonio Di Pietro e quant’altro. Ma fin qui siamo nel campo della normalità. Queste forze vengono percepite non come forze di governo. Anche perché si attardano su posizioni di retroguardia, non capendo che proprio la retroguardia li sta distruggendo.
Due esempi: alla festa del Pdci di Oliviero Diliberto a Torvaianica, sulla costa laziale, hanno dovuto annullare alcuni dibattiti per assenza di pubblico; Rifondazione comunista, un partito per due (Paolo Ferrero e Nichi Vendola), litiga sulle manifestazioni. C’è chi va da una parte e chi dall’altra. Il problema è chi segue loro. Sempre meno.
Discorso a parte per il Partito socialista di Riccardo Nencini: sono così delusi da Veltroni da essere tentati di aprire un dialogo con il centrodestra, dopo che la destra più estrema è stata emarginata dal Pdl.
Ma più di tutto colpisce su Newsweek che il Partito democratico di Walter Veltroni, la seconda forza politica italiana, non venga citato. Come se non esistesse. Neppure per classificarlo nella sinistra azzoppata.
“La foto di Newsweek è tragica ma conferma i pareri più pessimistici” dice Peppino Caldarola, una vita nei Ds, tra giornalismo e Parlamento. “Una volta, ai tempi di Ds, Margherita, ma anche di Rifondazione e Sdi, il centrosinistra faceva parte del dibattito mondiale”. Ai congressi di partito, per esempio, arrivavano i leader globali, alle ultime assise s’è visto ben poco.
“Oggi questi partiti sono stati espunti perché non classificabili, in particolare il Partito democratico” continua Caldarola. “In Italia siamo riusciti nel miracolo di far sparire la sinistra senza far comparire altro. Il Pd non si può mettere nella sinistra, perché ci sarebbe la ribellione dei Popolari, dei rutelliani e forse anche dei prodiani. Non si può mettere nel centro, per ragioni uguali e contrarie. Risultato? Tra 6 mesi si vota per le europee e non si capisce cosa diavolo succede. Berlusconi guiderà il gruppo nazionale più consistente nel Partito popolare europeo. Il Pd, il secondo partito italiano, mica bruscolini, non si sa. Ognuno andrà dove vuole, nel Ppe, nel Pse o tra i liberali. Non c’è da stupirsi per la poca incidenza: si paga il prezzo della mancata definizione. Se posso dirlo, è stato partorito un piccolo mostro”. Un mostro a due teste.
La prova? Valga la testimonianza di Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università di Roma III. Questa estate è andato a Pesaro, alla festa del Partito democratico, per presentare un suo fortunato libro, Le elezioni del Quarantotto. Ebbene, racconta Novelli, “si sono alzati alcuni urlando che meno male aveva vinto la Democrazia cristiana, sennò chissà dove saremmo stati ora”.
Viceversa, un po’ di diessini ha sostenuto il contrario. “Ecco, le feste sono una grande occasione per unire, invece erano divisi. D’altronde è normale che accada quando la stagione estiva, appena conclusa, ha creato più problemi invece di risolverli. Prima di tutto il dibattito se chiamarle feste dell’Unità o democratiche. Poi l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, che dice che il meeting di Comunione e liberazione è la vera festa dell’Unità, infine Arturo Parisi che dal palco di Firenze spara a zero su Veltroni. Insomma, un caos”.
Il fatto è che “nel Pd non gira un’idea che sia una” sostiene da tempo Emanuele Macaluso, padre storico della sinistra italiana. Basterà la nuova moda delle scuole di partito? Macché: “La scuola politica del Partito democratico è una sfilata di moda. Perché cosa si insegna se non c’è cultura politica?” analizza Gianfranco Pasquino, docente di scienze politiche a Bologna.
E pure il ritorno all’antiberlusconismo è sbagliato “Di Pietro è una bolla che si sgonfierebbe facilmente, utilizzando le armi politiche che a suo tempo sconfissero l’ondata massimalista di Sergio Cofferati” ritiene Caldarola. “Il tema dell’opposizione non è la sua durezza, è la sua incisività: la proposta concreta induce l’avversario a inseguirti”. Per Pasquino, poi, l’antiberlusconismo corrisponde anche a un errore di propaganda: “Qualsiasi comunicazione maggioritaria si basa sul riconoscimento pieno, completo, assoluto dell’avversario politico; identificato, criticato e contrastato con nome e cognome. Non si deve lasciare nessun dubbio nell’elettorato su chi sia responsabile del fatto, del non fatto, del malfatto e del misfatto, nonché delle promesse che non si possono mantenere”. Pasquino invita quindi il Partito democratico a un linguaggio più aspro, meno buonista. Meno veltroniano, insomma.
Tra l’altro Francesco Rutelli è sparito, Massimo D’Alema quando si espone produce polemiche, quindi non resta che Veltroni, il principale imputato, visto che se ne sta in America mentre in Italia sono aperti temi fondamentali come l’Alitalia e la legge elettorale per le europee. E infatti anche Il Riformista lo bacchetta: “Walter torna fra noi”.
“Il ciclo di Walter è significativo” sostiene Caldarola. “Ha cominciato chiedendo il decreto antiromeni e decretando la fine dell’antiberlusconismo. A Cetona, dopo pochi mesi, si è tornati alla sinistra catastrofista. A parlare, per esempio, di una dittatura di cui francamente non vi è traccia alcuna. E poi manca la capacità di decidere. Mettiamo l’Alitalia: non si può dire per settimane che era meglio Air France. Noi viviamo il presente. Bisognava dire, da subito, è meglio il fallimento o la salvezza? Invece si è tergiversato. Siamo dentro un grumo irrisolto, composto in particolare da due problemi: la leadership e la linea politica. Da noi servirebbe un congresso, vero, partecipato e contrastato. Dividere fa bene, almeno ci si riconosce in una parte. Negli ultimi sei mesi non c’è stata alcuna discussione, il Pd è un partito a porte chiuse”. Proprio come le sale di rianimazione.

Festa del Pd: ci sono tutti i big, tranne Prodi e Berlusconi

Presentazione della Festa del Partito Democratico

Il dove è la Fortezza da Basso a Firenze. Le date: dal 23 agosto al 7 settembre. Ed è il debutto per la Festa nazionale del Partito Democratico. Saranno, assicurano gli organizzatori durante la conferenza stampa di presentazione, quindici giorni ad alta intensità politica, grazie ai dibattiti e ai confronti tra i protagonisti del Palazzo, nazionale e locale. Confronti: cioè, il segno distintivo della kermesse veltroniana sarano i duelli tra gli esponenti del Pd e quelli di sindacati, partiti e del governo con molte occasioni per vedere di fronte i ministri dell’esecutivo con quelli del governo ombra del Partito democratico. Qualche nome? Eccoli. La festa si apre il 23 agosto alla Fortezza da Basso ricordando Bruno Trentin ad un anno dalla sua morte, e poi subito nello stesso giorno un confronto tra Enrico Letta e Raffaele Bonanni: welfare e contratti i temi sul tappeto. Domenica i faccia a faccia saranno due. Il primo tra il sindaco di Torino Chiamparino e il ministro delle Riforme Umbero Bossi, il secondo tra il senatore Nicola Latorre e il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli.
Poi sarà la volta di Vannino Chiti e il governatore lombardo Roberto Formigoni (26 settembre), di Ermete Realacci e Grazia Francescato (27), di Pierluigi Bersani e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti (28), di Rosi Bindi e Antonio Di Pietro (29). Sulla sicurezza il confronto è tra Marco Minniti e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (30) mentre sull’opposizione dialogheranno Anna Finocchiaro e Pierferdinando Casini (1 settembre). Cultura e non solo nel dibattito fra Vincenzo Cerami e il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi (2), mentre Beppe Fioroni sarà di fronte al segretario del Prc, Paolo Ferrero (2). Giuliano Amato sarà faccia a faccia col presidente della Camera Gianfranco Fini (3), Antonelli Soro con Elio Vito. La crisi Russia-Nato e gli scenari internazionali nel confronto Fassino-Frattini (4) e il lavoro in quello tra Damiano e Epifani (sempre il 4 settembre).
Nessun comizio ma una serie di interviste per molti leader del Partito Democratico, cominciando da Franco Marini (1 settembre), seguito da Dario Franceschini (2), Massimo D’Alema (3), Artuto Parisi (5) e Francesco Rutelli (5). Walter Veltroni per il sabato conclusivo della Festa: davanti alla grande platea ad intervistare il segretario del Partito Democratico sarà Enrico Mentana. Domenica 7 l’intervista avrà come protagonista Leonardo Domenici, presidente dell’Anci e sindaco della città che ospita questa prima Festa democratica. Ma il programma politico non finisce qui: ogni giorno diversi incontri a più voci su tutti i temi dell’attualità con esponenti del Pd, sindaci e governatori (Cofferati, Bassolino, Vincenzi, Penati, Martini, Renzi, Vendola, Emiliano, Bresso), associazioni sindacali e di categoria (Angeletti, Bombassei) e anche rappresentanti della maggioranza. Ma anche una lunga serie di iniziative culturali, dal dibattito su Aldo Moro a trent’anni dalla tragica scomparsa alla presentazione di libri e di autori.
Già: tutti nomi di richiamo. Ma a scorrere la lista, sono due a spiccare sugli altri. Per la loro assenza: non ci saranno infatti il premier Silvio Berlusconi. E non ci sarà nemmeno l’ex premier, Romano Prodi. Il primo perché, “semplicemente”, non è stato invitato. Con buona pace di chi auspica dialogo e confronto bipartisan.
Il secondo perché ha declinato l’invito. Sì, lui, il “padre” dell’Unione e del Pd, che da qualche mese ha lasciato ogni poltrona - anche quelle ad honorem - all’interno del loft, ha detto basta: “Io sono della scuola che quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole. È una delle tante vecchie regole che andrebbero rispettate. E anzi dico solo che se molti in Italia vi si attenessero, sarebbe meglio. E stavolta non mi riferisco, mi creda, all’interno del Partito democratico”. Chiaro? Per chi ancora avesse dubbi, dale colonne della Stampa, il Professore ribadisce: “Io sono fuori”, dice, e spiega: “Quando uno volta pagina, volta pagina. Ne comincia una nuova e sulla vecchia non ci torna più”. Al giornalista che più volte torna a chiedergli se vi sia una qualche carica polemica nel suo atteggiamento, Prodi dice che sarebbe una interpretazione errata: “Sbagliereste. Del resto avrà visto che non ho fatto nemmeno un’intervista, una dichiarazione, una polemica, assolutamente niente”. E gli attacchi a Veltroni di Arturo Parisi sono mossi d’intesa con lui? ”Io” dice Prodi “non c’entro niente. Se lei venisse qui e vedesse i libri che ho sul tavolo! O roba di evasione oppure testi internazionali…”.
La festa democratica sarà uno dei luoghi di Salva l’Italia, la petizione che lancia la manifestazione del 25 ottobre a Roma e che unisce i temi della libertà e quelli sociali. Alla Fortezza da Basso, spiegano gli organizzatori, sarà possibile sostenere la campagna di raccolta firme recandosi a sei banchetti. Gli scatoloni con le firme verranno spediti poi a Palazzo Chigi. Fosse stato invitato a Firenze anche Silvio Berlusconi gliele avrebbero potute consegnare di persona…

Il Pd si prepara alla prima kermesse. Ma Veltroni ha poco da festeggiare

Il segretario del PD Walter Veltroni

In attesa che apra i battenti la prima festa nazionale democratica (comincia sabato 23 a Firenze), primo test ufficiale a quasi un anno dalle primarie che hanno consacrato il leader Walter Veltroni, il dibattito interno proprio sull’unità e sul futuro del partito non accenna a placarsi. E mentre i “big” seguono in silenzio dai luoghi di villeggiatura quanto accade alla “periferia” del partito, lo scontro si sposta sul piano nazionale, con rinnovate richieste di congresso. A gettare acqua sul fuoco Giorgio Tonini, democratico della cerchia veltroniana, che invita tutti ad avere “un po’ di pazienza”.
Ma la pazienza non può spegnere i piccoli e grandi focolai che minacciano Veltroni dai fronti regionali, quello piemontese in primis (sul quale l’intervento del leader non è bastato a placare le polemiche), seguito da quello sardo, (ma anche da quello fiorentino, quello abruzzese, e via via in tutte i territori che saranno coinvolti nekla prossima tornata di amministrative, nel 2009).
E allora, proprio per la legge della “liquidità” del partito, i fronti periferici rischiano di diventare un nodo a livello nazionale: è qui che tornano a farsi sentire i detrattori del partito senza struttura, con Arturo Parisi in prima fila a chiedere più democrazia e un repentino congresso. La proposta di andare al confronto aperto non è nuova, e la voce dell’ex ministro della Difesa non è l’unica a levarsi in favore di un confronto in tempi rapidi: anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, in un’intervista al Mattino, preme per “aprire finalmente una vera fase congressuale con mozioni chiaramente definite sulle quali confrontarsi e andare a un congresso che elegga un gruppo dirigente non fittizio ma reale”. I problemi del Pd, per Cacciari, nascono dalla mancanza di “struttura” del partito, e da una direzione, “attorno a Veltroni” che è “assolutamente non rappresentativa: sono persone di cui nessuno conosce l’esistenza, senza autorevolezza”. Ci va giù duro, il sindaco filosofo. E va in coppia con le bordate di Parisi: la colpa di Veltroni è quella di aver fatto “troppo poco, ma soprattutto, troppo tardi”. Si riconvochi presto l’Assemblea costituente, quindi, per decidere la linea del partito in modo “democratico”, senza aspettare che l’esito delle europee, anch’esse nel 2009, diventi “quasi un sostituto di un congresso di partito”.
L’idea del congresso anticipato, però, non convince tutto il partito. Giorgio Merlo è sicuro che non sia “la ricetta giusta per rilanciare il partito democratico”. Dello stesso parere Giorgio Tonini, fedelissimo di Veltroni, secondo il quale “che ci siano delle sbavature è nell’ordine delle cose”. Ma la via congressuale non è la soluzione: “A volte ho l’impressione” dice il senatore democratico “che nostri autorevoli dirigenti difettino di pazienza”. Il partito ha attraversato “una serie di passaggi difficili e tutti per la prima volta”. Bisogna saper aspettare, quindi, perchè “non si può avere subito tutto e il contrario di tutto”.
Pazientare, quindi. Vai a dirlo ai dirigenti locali. E agli iscritti. Qua e là per lo Stivale, il clima che si respira in casa democratica non è per niente entusiasmante. In Sardegna, a casa di Parisi, il segretario regionale Cabras si è dimesso a luglio perché non è riuscito a trovare un candidato alternativo a Soru per il 2009. A Firenze, Leonardo Domenici lascerà dopo il suo secondo mandato e già si profila uno scontro tra due candidature, l’ormai “famoso” assessore alla sicurezza, Graziano Cioni (che chiede le primarie ma non si è ancora scoperto) e una collega di giunta, l’assessore all’Istruzione, Daniela Lastri; senza dimenticare che anche il presidente della provincia, il rutelliano Matteo Renzi, starebbe facendo un pensierino su Palazzo Vecchio.
In Abruzzo la partita è addirittura più ravvicinata: per sostituire l’ex governatore Ottaviano Del Turco, dimessosi dopo l’inchiesta sulla sanità regionale, si andrà al voto il 30 novembre. E per quella data, il Pd dovrà contrastare, con i pochi uomini rimasti, l’attacco scagliato dal riottoso alleato Antonio Di Pietro. A Napoli bisognerà vedere come finirà la partita di Antonio Bassolino che ha annunciato di volersi dimettere l’anno prossimo da governatore della Campania; finora al primo voto interno per la segreteria provinciale del Pd, il veltroniano Luigi Nicolais ha battuto il bassoliniano Andrea Cozzolino.
Pazientare, quindi, come dicono i veltroniani? Quel che si aspettano, i big nazionali e i colonnelli locali de Pd, è una risposta del segretario, che potrebbe arrivare proprio dal palco della festa nazionale di Firenze.

Discutine sul FORUM: “Problemi nel PD, estate di fuoco…”

Salva l’Italia inguaia Veltroni. Le firme anti Cav e le mille anime del Pd

Il leader del Partito Democratico, Walter Veltroni

Altro che Salva l’Italia (la petizione del Partito Democratico che sta girando le piazze del Belpaese). Va salvato Walter Veltroni dal rischio flop dell’iniziativa, che intende raccogliere 5 milioni di firme, in vista della grande manifestazione del 25 ottobre.
Al di là del numero delle firme anti-Berlusconi raccolte, a fronte dei Km macinati dal pullman (on line sono poco più di 17mila), è il se firmare o meno che sta diventando un altro pretesto di contesa all’interno del partito fluido e girovagante. A dire no all’appello cominciano a essere in tanti, tra i vip.
Dopo il rifiuto del governatore campano, Antonio Bassolino (”Io con Berlusconi ci collaboro, non gli firmo contro”, ha detto. “Ognuno fa ciò che la sua coscienza gli dice”, la laconica risposta che il segretario del Pd Walter Veltroni ha dà allargando le braccia, in Transatlantico), si sfila anche il sindaco torinese Sergio Chiamparino (che non andrà alla festa del partito). Il governatore piemontese Mercedes Bresso firma “soltanto per militanza”. Ciù che invece non condiziona il sindaco veneziano Massimo Cacciari: “Nemmeno io firmerò, perché sono il sindaco di Venezia e non il segretario del Pd della mia città. Ma a parte questo, mi sembra un’iniziativa sballata”. Intervistato da Affaritaliani, Massimo Cacciari aggiunge che “il problema oggi del Partito Democratico è quello di organizzare se stesso e non di dare una spallata al governo che significherebbe frantumarsi la spalla. Perciò non firmo, assolutamente no”. E commentando la nascita di YouDem.tv, tira fendenti al suo stesso partito, segretari compreso: “Sarebbe il caso di concentrare gli sforzi per avere mezzi di comunicazione più efficienti di quelli attuali”. Delle due web tv “Non penso bene, mi pare ovvio. Anzi, è uno specchio del fatto che certamente nel Partito Democratico ci sono diverse correnti. Usiamo pure questa parola, così come ci sono state in tutti i partiti, ivi compreso il Partito Comunista Italiano. Solo che non c’erano tanti organi di stampa”. Cogli bene il punto il sindaco-filosofo: dietro questi distinguo si agita l’eterno fantasma della guerra interna ai democratici. Colpi bassi per destabilizzare Veltroni? Massimo D’Alema respinge tutti i sospetti: “Io dietro Bassolino? Solo un imbecille può pensarlo. Non è che io non faccio una cosa e la faccio fare a lui… “.
Nervi a fior di pelle, insomma. E quella che doveva essere un’iniziativa unitaria, sta per trasformarsi in un’azione di pochi: gli amici di Walter di qua e gli altri di là. Tanto che nemmeno il luogotenente veltroniano, Goffredo Bettini riesce a ricucire lo strappo, consigliando a Bassolino la linea del ma anche: “Ha il dovere di collaborare con il governo, ma anche il dovere di contrastare le scelte dannose del governo”. Più sarcastica la deputata Marina Sereni (vice capogruppo degli onorevoli del Pd) che butta lì: “Leggo che il presidente della Campania chiede a gran voce il congresso anticipato del Pd e dice che non firmerà la petizione…. Buon per lui che ha sempre le idee chiare, sa sempre da che parte stare e che ha dimostrato in tutti questi anni di saper costruire un gran partito di popolo, radicato, di massa, senza macchia e senza paura”.
Insomma, tra i democratici è il caos totale: “La domanda sorge spontanea: se Veltroni e Bettini non sono riusciti a convincere neanche Bassolino sulla bontà della loro inutile petizione antigovernativa, come pensano di poter convincere 57 milioni di italiani?”, si chiede in una nota Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia. Vero, l’opinione è quella di un avversario, ma la sensazione è che il menù preparato in questi giorni agostani al loft sia roba per stomaci forti.
Ma c’è anche un’altra domanda che attanaglia gli iscritti: la manifestazione di Salva l’Italia (qualora la questione firme venisse superata) su quale canale andrà in onda? Sulla Red dalemiana o sulla You-dem veltroniana? Risponde per tutti la Jena su La Stampa: “La sfida sarà all’ultimo telespettatore: mezzo per uno”.

La marcia indietro di Veltroni: dal partito liquido a partito radicato

Il segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni (S), parla con Dario Franceschini, suo vice | Ansa

Vade retro, partito liquido. E viva il partito del radicamento. Che, fino a prova contraria, è il frutto di un lavoro paziente e tenace compiuto dalle nomenklature locali. Così ha detto Walter Veltroni giovedì pomeriggio (alla vigilia del tanto “chiacchierato” primo vertice con il premier Silvio Belrusconi), aprendo la seduta della Direzione del Pd dedicata all’analisi della sconfitta elettorale.
Ottimo proponimento, soprattutto alla luce del grande successo leghista, ottenuto anche grazie alle candidature in massa di giovani e capaci amministratori locali. Peccato però che a pronunciare queste parole sia stato lo stesso segretario che ha preparato le liste elettorali del partito per il voto di aprile. Dove tutto si poteva trovare, tranne il radicamento. Carta (elettorale) canta.

Sulle 27 circoscrizioni nelle quali è divisa l’Italia per l’elezione della Camera, in 14 (quindi in più della metà), in cima alla lista del Pd è stato installato un personaggio che o proveniva da tutt’altra realtà, oppure che nulla aveva avuto a che fare, fino alla graziosa offerta veltroniana, con i faticosi travagli della politica. In Piemonte 2 è stato paracadutato il veneto Luigi Bobba, in Lombardia 3 il sardo Antonello Soro, in Veneto 1 la toscana Rosi Bindi, in Friuli-Venezia Giulia il piemontese Cesare Damiano, il Liguria la romana Giovanna Melandri, in Toscana l’emiliano Dario Franceschini, in Abruzzo la piemontese Livia Turco, in Campania 1 il romano-pugliese Massimo D’Alema, in Sicilia 1 il laziale Giuseppe Fioroni. In altre tre circoscrizioni il capolista è stato pescato tra illustri sconosciuti della politica.
È il caso della prima e seconda circoscrizione del Lazio, regalate rispettivamente alla ricercatrice Marianna Madia e all’ex segretario generale del Csm Donatella Ferrante, e alla Sicilia 2, dove il numero uno è stato il ricercatore di diritto del lavoro Giuseppe Beretta.

In altre due circoscrizioni, Veltroni ha addirittura consegnato la testa di lista a esponenti dell’imprenditoria, che semmai fino a quel momento erano stati controparti sociali rispetto alla base del Pd: a Massimo Calearo in Veneto 1 e a Matteo Colaninno in Lombardia 1.
Adesso, dopo avere umiliato i “radicatori” con liste di questo tipo, dal segretario arriva disinvoltamente il contrordine. Basterà?

(S.B.)

Una soglia di sbarramento per Veltroni. Sul quale incombono le idi di aprile

Il leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, durante un suo intervento elettorale | Ansa
di Stefano Brusadelli

“Il futuro” ragiona un importante dirigente del Pd con un passato di governo “per noi è legato a un numero. Tutti sappiamo che si tratta della soglia del 35 per cento. Se si va sopra, Walter diventa il padrone assoluto del partito e dovrà solo decidere come edificare la sua monarchia. Se si va sotto, il modo di fargliela pagare sarà il ritorno delle correnti. E lui dovrà rassegnarsi. Se no rischia la poltrona”.
A due settimane da un verdetto elettorale che i sondaggi continuano ad attribuire al centrodestra, il futuro di Walter Veltroni è a un bivio. Il 14 aprile, a scrutinio finito, potrebbe somigliare a un novello Napoleone III, che da presidente eletto si fece imperatore; oppure a un Luigi XVI, costretto a convocare gli Stati generali nella speranza di salvare il trono. “La balcanizzazione del Pd dopo il 14 aprile” osserva il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino a Veltroni, “non è un esito che può essere escluso a priori. Ma potrebbe essere solo il frutto di un rovescio elettorale che ora non è prevedibile”. Qualcosa, comunque, è già in movimento. E come sempre bisogna guardare dalle parti di Massimo D’Alema, eterno competitore di Veltroni. Oggi D’Alema ostenta fastidio per le beghe italiane, è assorbito dalle crisi mediorientale e balcanica, vede per sé un futuro istituzionale.
Ma i suoi lo dipingono come un tessitore silenzioso, per niente disinteressato alle prospettive del suo partito. Ammassa un esercito che domani potrebbe servire, o forse no; ma comunque c’è, si ingrossa, e tutti lo sanno. La sua candidatura in Campania, ufficialmente ingoiata come un boccone amaro somministrato da Veltroni, è in realtà il modo per rinsaldare i rapporti con una regione che alle europee del 2004 contribuì in modo determinante alla clamorosa raccolta di 832 mila preferenze nella circoscrizione Sud. Il governatore Antonio Bassolino, che solo lo scudo dalemiano ha salvato dalle ire di Veltroni per la disastrosa gestione dell’emergenza rifiuti, è ormai un alleato riconoscente. E resta uno dei primi portatori di voti del Pd. Persino il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, da anni in guerra contro Bassolino, sta deponendo le armi in nome della comune fiducia nel ministro degli Esteri. In una immaginaria mappa del Pd, tutto il Mezzogiorno andrebbe dipinto con il colore dalemiano.
In Sicilia è al lavoro la fidata Anna Finocchiaro, spedita come candidato presidente della regione a rimettere insieme i cocci di un partito che negli ultimi tempi ha collezionato solo sconfitte. In Puglia un altro pretoriano, Nicola La Torre, tiene i fili di una rete che ha visto la recente ricucitura di qualche smagliatura. Il sindaco di Bari Michele Emiliano, eletto con la benedizione di D’Alema, aveva dato segni di veltronismo. Si racconta che il ritorno all’ovile sia frutto di un viaggio in auto compiuto a gennaio dal sindaco e dal vicepremier, partiti insieme da Bari per presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico a Taranto. In Calabria il dominus e il viceministro all’Interno Marco Minniti, altro dalemiano doc. In Basilicata e l’ex presidente della regione Filippo Bubbico, stessa fede. E non e solo meridionale il dalemismo. Pure nel Centro-Nord la decisione di Veltroni di infarcire le liste di ásocieta civile â, umiliando i dirigenti locali, sta facendo smottare verso il titolare della Farnesina gran parte degli apparati ex ds. Non solo. Ugo Sposetti, che gestisce i consistenti beni dell’ex Quercia, e molto vicino a D’Alema. I governatori del Piemonte Mercedes Bresso, della Toscana Claudio Martini e dell’Umbria Rita Lorenzetti, il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, il ministro dello Sviluppo, Pierluigi Bersani sarebbero altri suoi potenziali alleati se dentro il Pd ricominciasse la conta. E proprio Bersani e il personaggio che dopo il 14 aprile potrebbe riaprire i giochi.
Il piu influente tra gli emiliani non ha ancora del tutto digerito il veto veltroniano contro la sua candidatura alle primarie. Avrebbe voluto lanciare una sua area gia all’inizio del 2008, ma poi ha preferito aspettare l’approvazione dello statuto (dove all’articolo 1 si stabilisce che il Pd “riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno”) e ha rinviato. Intanto, nei discorsi in giro per l’Italia ripete che il Pd deve restare un partito di sinistra, e che la teoria di Veltroni sulla fine del conflitto sociale in nome del nuovo patto tra produttori e destinata a essere presto smentita dalla realta. Del “riformismo di sinistra” bersaniano, D’Alema e i suoi saranno quantomeno forti supporter. Anche nell’area ex Margherita si vedono riposizionamenti, si costruiscono ridotte per resistere, magari per lanciare scorrerie. L’area democristiana che fa capo al presidente del Senato Franco Marini si sta riarticolando: Dario Franceschini sta con Veltroni, Giuseppe Fioroni resta piu sulle sue, pronto a riprendere le armi; Marini tace, defilato, pare per non compromettere una possibile riconferma alla guida di Palazzo Madama. Enrico Letta sembra in rotta d’avvicinamento a D’Alema. I rutelliani, ridimensionati dal ripiegamento del capo sul Campidoglio, si stringono sull’asse Linda Lanzillotta-Paolo Gentiloni. Hanno un centro studi, Glocus, e un grido di battaglia: “Liberalizzare!”. Stessa situazione dei prodiani, altri illustri decaduti: i loro campioni saranno Rosy Bindi e Arturo Parisi, gli slogan “Era meglio l’Ulivo del Pd”, oppure “Nessun accordo col Cavaliere!”. Come la geografia di un continente subacqueo che un terremoto potrebbe far venire alla luce, le correnti “democratiche” esistono; anche se per ora si intravedono soltanto e nessuno ha voglia di parlarne. La consistenza dell’emersione dipendera dal voto. Veltroni sara comunque un osso duro. I suoi ricordano che ai tempi delle primarie di ottobre il Pd languiva tra il 25 e il 26 per cento. Come dire che comunque vada si e fatto un miracolo, senza contare le novita politiche della rottura con sinistra radicale e “nanetti”. Il congresso, poi, e lontano: se ne parlera nel 2009, ancora non si sa se prima o dopo le europee.
Ma qualsiasi risultato compreso tra il 31,3 per cento andato nel 2006 alla lista ulivista per la Camera e il fatidico 35 per cento non restera senza conseguenze. In tal caso verrebbe posta dai dalemiani la questione della troppo sbrigativa liquidazione della prospettiva socialdemocratica e della eccessiva disinvoltura nella scelta delle candidature; mentre da parte degli ex dc l’accusa sarebbe di non aver saputo intercettare il voto cattolico e moderato.
D’Alema diverrebbe il contraltare del segretario, con maggiore virulenza se dovesse fallire l’obiettivo di arrivare alla presidenza della Camera. Bersani, in ogni caso, provera a gettare le basi di una sua leadership per il post Veltroni. C’e pero anche chi, come il politologo Gianfranco Pasquino, vede un partito ormai molto poco reattivo. “Finira come ai tempi del Pci: se il voto andava male, gran dibattito su Rinascita. Bellissime paginate. Senza che poi cambiasse nulla”.

Pd: il partito non c’è, le correnti sì. E potrebbero affondare Veltroni

Il leader del Partito democratico Walter Veltroni, davanti al logo del Pd, durante la conferenza stampa di presentazione della organizzazione dei Giovani del Partito Democratico | Ansa
Ufficialmente tutti negano contrasti. Ma nel loft del Partito Democratico è muro contro muro. Dietro al quale stanno venendo alla luce vecchie correnti, tutt’altro che scomparse, del nuovo partito. Proprio quelle anime che il segretario Veltroni aveva invocato, fin dall’inizio del suo mandato, non ci fossero. E che invece sono sempre più forti. Almeno darsi battaglia sui temi costitutivi del Pd: l’organizzazione interna (statuto,congressi, tessere, elezioni); la laicità; la legge elettorale.
Sul primo tema, lo scontro è previsto nell’incontro tra i 100 componenti della commissione statuto, ma solo a inizio febbraio ci sarà la battaglia finale, quando verrà licenziato il testo definitivo da sottoporre al voto dell’assemblea costituente (prevista per i primi di marzo). L’ultima bozza, messa a punto dal presidente della commissione Salvatore Vassallo prevede l’elezione del segretario del Pd “entro e non oltre l’ottobre del 2009″. Ma a far arrabbiare le varie correnti, appunto, sono le regole che porteranno al nuovo appuntamento con gli elettori. Quattro sono le questioni principali ancora da sciogliere (la modalità di registrazione dei “sostenitori”, le candidature per le primarie, la composizione dell’Assemblea Nazionale e la selezione dei candidati al Parlamento), come ha spiegato lo stesso Vassallo in una lettera che ha per allegato anche gli emendamenti alternativi proposti dalla corrente Ds-Popolari, da quella di Enrico Letta, da quella di Rosy Bindi e dalla Sinistra per Veltroni. Innanzitutto, la modalità di registrazione dei “sostenitori”, ovvero gli elettori delle primarie: i veltroniani chiedono un albo “aperto”, al quale ci si possa iscrivere anche il giorno delle primarie; ex Ppi e Ds chiedono di chiudere le iscrizioni al massimo 7 giorni prima delle elezioni (come avviene negli Usa).
Ma sono i dalemiani lo spauracchio dei veltroniani (e viceversa). In realtà lo sono da più di un decennio: dalla battaglia dei fax del ‘98 per la segreteria del Pds. Solo che adesso gli uomini vicini al ministro degli Esteri hanno deciso di venire allo scoperto. Il 26 gennaio, un sabato, D’Alema riunisce a Roma una convention sul Partito democratico. L’iniziativa ha una cornice autorevole, è organizzata dalla Fondazione Italianieuropei che quest’anno festeggia il suo decennale. Verranno invitati senza dubbio il segretario Veltroni e il premier Romano Prodi. Ma a suo modo quell’appuntamento vuole trasformarsi in una prova di forza e avrà ben poco di seminariale. Lo staff del titolare della Farnesina sta infatti cercando una sala che possa contenere quasi un migliaio di persone. Tra i quali spiccheranno tutti i dirigenti dalemiani di stretta osservanza: Finocchiaro, Latorre, Violante, Fassino, Bersani. Potrebbe addirittura essere un “processo” al segretario che dal sito www.leftwing.it (indipendente legato però a esponenti dell’area dalemiana con un articolo anonimo e severissimo viene invitato a convocare finalmente il congresso “per sottoporre la sua piattaforma al voto dei delegati”.
Fosse solo per spirito di emulazione, anche i liberal e gli ulivisti di Rosy Bindi e Arturo Parisi chiamano a raduno le truppe per far sentire la loro voce nel Pd. I primi a tenere un’assemblea nazionale sono i “Democratici per davvero”, ossia l’area di Bindi e Parisi nata per sostenere la candidatura del ministro della Famiglia alle primarie del Pd. La data scelta è il 19 gennaio, cioè probabilmente all’indomani del pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. Non è un caso, perché per gli ulivisti del Pd la legge elettorale preferita da un partito è la cartina al tornasole di come esso si concepisce. Bindi e Parisi rimproverano a Veltroni di intendere la vocazione maggioritaria del Pd come sua autosufficienza; mentre la loro preferenza è per una legge elettorale di tipo maggioritario e non proporzionale.
E anche i Liberal hanno deciso di far sentire la loro voce; il 26 gennaio l’area promossa da Enzo Bianco, Enrico Morando, Franco Bassanini e Valerio Zanone si radunerà a Roma, in un convegno a cui interverrà anche Walter Veltroni. Infatti, uno degli obiettivi è ribadire il sostegno al segretario del Pd proprio in un momento in cui l’organizzazione delle correnti interne sembra indebolirlo. I Liberal poi vogliono dire la loro anche sul tema della laicità, su cui, ha commentato Zanone, i vertici del Pd finora hanno “peccato di un eccesso di afasia”, lasciando troppo campo libero ai teo dem (altra corrente) Binetti, Bobba e Carra.
Per tutta risposta (istintiva e soprattutto difensiva), di fronte ai segnali che arrivano chiarissimi dalle antiche aree di riferimento della Quercia e della Margherita si stanno organizzando gli uomini vicini al segretario Veltroni (Dario Franceschini, Goffredo Bettini), che terranno una manifestazione a fine febbraio, quando inaugureranno anche la loro sede in via Goito, a Roma. L’annuncio è stato dato dopo una riunione tra Dario Franceschini e Beppe Fioroni (uomo in realtà vicino a Franco Marini). Il segnale è duplice: ribadire, a scanso di equivoci, l’appoggio alla segreteria Veltroni-Franceschini e chiarire che l’area popolare del presidente del Senato è tuttora unita e non ci sono divisioni tra Franceschini e Fioroni.
Il 16 febbraio, poi, anniversario del Protocollo di Kyoto esordirà anche, in un Convegno a Roma, l’Associazione degli eco-dem di Realacci, Vigni, Ronchi e Scalia. L’Associazione è già partita alla chetichella a novembre, mentre a febbraio verranno formalizzate le strutture anche a livello locale.

Calendario alla mano, da qui a fine febbraio sarà un un tourbillon di iniziative di aree politiche ognuna delle quali nega di non voler fare una corrente. Con il paradosso che queste esistono e fanno parte della struttura di un partito, ancora tutto da costruire.

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