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Corte-Costituzionale

Il dopo-lodo di Berlusconi: fraintendimenti, strategie e frizioni con il Colle

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Peserà di più, per Silvio Berlusconi e il suo governo, la bocciatura del lodo Alfano, o le dure parole riservate al Quirinale? Quelle due frasi: “Il predidente della Repubblica, sapete voi da che parte sta”, e “Non mi interessa quello che ha detto il capo dello Stato, mi sento preso in giro e non mi interessa. Chiuso”? Continua

Il lodo (Alfano) “al pettine” della Consulta. Udienza chiusa, pronostici impossibili

La sala gialla di palazzo della Consulta, prima dell'udienza della Corte Costituzionale sul "lodo Alfano"

La sala gialla di palazzo della Consulta

Dal “lodo Schifani” al “lodo Alfano”: è la seconda volta nel giro di cinque anni che la Corte Costituzionale è chiamata a decidere sulla legittimità di una legge che sospende i processi penali nei confronti delle più alte cariche dello Stato.
La discussione sul testo Alfano inizia martedì 6 ottobre, nel palazzo che fronteggia il Quirinale, dove i 15 giudici della Consulta (dal nome della sede, dal 1955, della Corte costituzionale) sono chiamati a dire se lo “scudo” in questione sia costituzionale oppure no. Continua

Berlusconi nel mirino: veleni d’autunno e il nodo del lodo

Il premier Silvio Berlusconi

Se si volesse raccontare l’eterna anomalia italiana, l’autunno che si avvicina offrirebbe il più illuminante degli esempi. Neppure con una maggioranza forte di 94 voti di vantaggio sull’opposizione alla Camera e di 44 al Senato il mare è tranquillo.
Anzi, è più increspato che mai. Tra rumori di elezioni anticipate, centristi in fibrillazione, vertici istituzionali che si guardano in cagnesco, procure iperattive, industriali scontenti, ecclesiastici preoccupati, si ripropone il più classico dei plot nazionali. Una matassa velenosa, della quale è molto complicato persino individuare il bandolo. Un punto fermo, almeno, esiste. Il 6 ottobre, nel palazzo che fronteggia il Quirinale, i 15 giudici della Consulta (dal nome del Palazzo romano dove dal 1955 ha sede la Corte costituzionale), inizieranno la discussione per decidere se il lodo Alfano è o no costituzionale. Continua

La Consulta: “Illegittimo distruggere le intercettazioni illegali”

intercettazioni

Non tutte le intercettazioni o i dossier illegali devono essere distrutti. Visto che, alcune norme contenute nell’articolo 240 del codice di procedura penale sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale, che ha così accolto parzialmente le eccezioni sollevate dal gip di Milano Giuseppe Gennari nel procedimento che vede tra gli imputati l’ex capo della sicurezza di Telecom-Italia Giuliano Tavaroli.
La norma bocciata dalla Corte riguarda la nuova formulazione dell’art. 240 del codice di procedura penale modificato dal decreto (poi convertito in legge nel novembre del 2006 con voto bipartisan), con cui il governo Prodi intervenne all’indomani dell’arresto di Tavaroli, dell’investigatore privato Emanuele Cipriani e dell’ex capo della sicurezza informatica Fabio Ghioni. La norma imponeva la distruzione di tutto il materiale illegalmente acquisito (comunicazione telefoniche, telematiche, etc) in un’udienza camerale celebrata dal gip che però avrebbe dovuto redigere un verbale riassuntivo di quanto distrutto. La Corte - si legge in una nota di Palazzo della Consulta - ha dichiarato l’illegittimità dell’art 240 del codice di procedura penale in due punti: i commi 4 e 5, nella parte in cui non prevedono l’applicazione delle stesse regole fissate per l’incidente probatorio (art.401,commi 1 e 2) durante l’udienza per la distruzione dei documenti; il comma 6, “nella parte in cui non dice che il divieto di fare riferimento al contenuto dei documenti, supporti e atti nella redazione del verbale” di distruzione “non si estende alle circostanze inerenti la formazione, l’acquisizione e la raccolta degli stessi documenti, supporti e atti”.
Con la decisione presa oggi, la Consulta ha di fatto ampliato le garanzie della difesa nella distruzione degli atti (intercettazioni, foto, comunicazioni telematiche) illecitamente acquisiti. Ciò non significa che tali documenti non saranno più distrutti, ma che per farlo si dovranno seguire regole che garantiscano maggiormente le parti.
Se infatti il decreto approvato nel 2006 dal governo Prodi prevedeva che la distruzione dei documenti avvenisse su decisione del gip in un’udienza da tenersi entro dieci giorni dopo averne dato avviso alle parti, ora non sarà più sufficiente una decisione adottata in camera di consiglio: accusa e difesa dovranno essere garantite con un contraddittorio pieno, così come avviene nei casi di incidente probatorio. A questa procedura più garantista la Corte Costituzionale ha deciso di aggiungerne un’altra: nel verbale di distruzione degli atti e dei documenti illeciti si continuerà a far divieto di riferirne il contenuto ma - ha aggiunto la Corte - d’ora innanzi il verbale dovrà essere più puntuale e contenere le circostanze che riguardano la “formazione, l’acquisizione e la raccolta” dei documenti illegali. E questo perché si tratta pur sempre di materiale probatorio.
La sentenza della Consulta sarà scritta nei prossimi giorni dal giudice costituzionale Gaetano Silvestri, ma dal dispositivo si intravede una soluzione di compromesso per salvaguardare due esigenze in contrasto: da un lato non favorire la dispersione di materiale probatorio, dall’altro garantire la tutela della riservatezza delle persone vittime del “dossieraggio” illegale.

Fecondazione, la Consulta ribalta la politica: Rutelli contro, Fini a favore

Fini e Rutelli

La Corte Costituzionale fa dividere il mondo politico. Con schieramenti più che trasversali, impensabili solo qualche mese fa.

Se il presidente della Camera, Gianfranco Fini, prende una posizione che in molti definiranno di sinistra, e quasi femminista, l’ex leader del centrosinistra, Francesco Rutelli, invece, si schiera quasi nell’altro campo.
Di ieri è la decisione della Consulta che ha dichiarato la parziale illegittimità dell’ art. 14 comma 2, della legge 18 febbraio 2004, n. 40, (la legge sulla fecondazione) dice una nota della Consulta, “limitatamente alle parole ‘ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre’ embrioni”.

L’ex leader della Margherita, a Panorama del giorno, ha invitato a “leggere le motivazioni della sentenza e rispettare la Corte Costituzionale”, prima di “dare giudizi”. E poi ha aggiunto: “Direi che l’impianto della legge è confermato” sostiene dialogando con Maurizio Belpietro, “alcune parti importanti vengono modificate. Io penso che questo si possa sistemare: in Italia abbiamo una norma che a mio avviso è positiva perché il nostro Paese punta ad evitare la selezione genetica. Credo sia giusto fare delle leggi nelle quali si stabiliscono anche dei principi fondamentali di bioetica, però se la legge può essere migliorata miglioriamola”.
Ma la vera bomba è arrivata nel pomeriggio tramite un comunicato ufficiale di Montecitorio: Fini si è infatti espresso, con parole nette, in favore della sentenza della Corte “che rende giustizia alle donne”. E ancora: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei. Fermo restando che occorrerà leggere le motivazioni della Corte” aggiunge la terza carica dello Stato “mi sembra fin d’ora evidente che quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre Istituzioni”.
Chi ha ironizzato nelle settimane scorse definendo Fini come il nuovo leader della sinistra, ora potrà aggiungere un argomento in più alla sua tesi: non solo di sinistra, ma anche neofemminista.

Procreazione, la Consulta boccia la legge 40: “Parzialmente illegittima”

Un ricercatore in un laboratorio per la fecondazione assistita a Napoli
Il limite massimo dei tre embrioni nella fecondazione assistita è incostituzionale. Lo ha deciso la Corte Costituzionale, che oggi era chiamata ad esaminare i ricorsi contro la legge 40 del 2004, quella sulla procreazione assistita che era stata sottoposta a referendum nel 2005 senza che venisse raggiunto il quorum per la sua abrogazione.
La Consulta ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 14 della legge ”limitatamente alle parole ‘ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre”’ embrioni. La Corte ha anche dichiarato incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo ”nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna”.
I giudici della Consulta hanno invece bocciato il ricorso sulla legittimità del comma 3 dell’art. 6 della legge, dove si stabilisce che la volontà di una coppia di accedere alle tecniche di fecondazione assistita ”può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati fino al momento della fecondazione dell’ovulo”, stabilendo quindi un divieto successivo. Ugualmente inammissibili le questioni di legittimità dei commi 1 e 4 dell’ articolo 14: il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’ interruzione volontaria dela gravidanza.
A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Poco dopo il pronunciamento della Consulta si sono registrate le dichiarazioni di molti esponenti politici, divisi sui due fronti: da una parte i movimenti per la vita e cattolici, dall’altra a favore della scienza e della laicità. Schieramenti trasversali all’interno dei due principali partiti: nel Pdl ad esempio Maurizio Gasparri dice “difenderemo sempre le ragioni della vita” ma poi ammette “bisognerà adeguare la norma”, mentre esultano i deputati Margherita Boniver che sostiene “smantellata una legge reazionaria” e Benedetto Della Vedova: “i limiti che la legislazione impone nel campo della ricerca, della sperimentazione e della pratica medica non possono essere arbitrari e stabiliti secondo criteri puramente discrezionali”. I Radicali ovviamente accolgono con favore la notizia e rilanciano, “Nella sentenza sulla legge 40 la Corte Costituzionale richiama il rispetto degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione- dice Emma Bonino- sono gli stessi che vengono violati dal ddl Calabrò sul testamento biologico”. Mentre all’interno del Pd i teodem sono critici: “Si tratta” osserva Paola Binetti, “di una correzione su una indicazione che, però, salva l’impianto complessivo della legge. Non vorrei che interpretazioni stravaganti la stravolgessero”. Esulta per la decisione della Corte tutta la sinistra, dall’Idv al Pdci. Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella che ha difeso a più riprese la legge, ha annunciato l’emanazione di “nuove linee guida” dopo la decisione dei giudici. Livia Turco, ministro della Sanità nel precedente governo, aveva già cambiato in parte l’applicazione della legge 40 consentendo la diagnosi pre-impianto degli embrioni.
Dall’entrata in vigore delle norme sulla procreazione, secondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità, è aumentato il numero di coppie che si sono rivolte a tali tecniche e anche il numero di nati. Ma un aumento esponenziale c’è stato anche nei viaggi delle coppie che con la speranza di concepire un figlio si sono recate all’estero. Un vero e proprio boom (+200% secondo il centro Artes di Torino, 4173 coppie nel 2006), con mete preferenziali le cliniche di Spagna, Francia e Svizzera.

Il VIDEO servzio:

LEGGI ANCHE: I numeri della legge 40

Procreazione: raddoppiano in Italia i figli della provetta. E il dibattito si infiamma

Un ricercatore in un laboratorio per la fecondazione assistita a Napoli

La legge 40 sulla fecondazione assistita arriva all’esame della Corte Costituzionale. Oggi i giudici della Consulta ascolteranno, in udienza pubblica, le ragioni a favore e contro la norma varata nel 2004 che, l’anno successivo, passò indenne il referendum abrogativo per mancato raggiungimento del quorum. Terminata l’udienza, i giudici costituzionali si ritireranno in camera di consiglio per una decisione attesa in settimana.

In attesa del pronunciamento della Consulta, arrivano le statistiche. Che dicono che più di 55mila coppie hanno fatto ricorso nel 2007 alla procreazione assistita. E i nati in “provetta” sono stati 9.137, quasi il doppio del 2005 (erano 4940). Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità trasmessi dal ministero della Salute al parlamento per fare il punto annuale sull’applicazione della legge 40 del 2004. Quindi sempre più coppie accedono alla fecondazione artificiale nei 341 centri iscritti al registro nazionale, sono aumentati anche i cicli di trattamento, passati in due anni da circa 63mila a 75mila.
La percentuale di gravidanze è del 15,5%, in aumento rispetto al 2005 (14,9). Un dato ancora basso rispetto all’Europa, ma c’è da tenere conto, spiegano al ministero, che l’età media delle donne che accedono alla procreazione assistita in Italia è di 36 anni, contro il 33,8 dell’Europa. Una donna su quattro che si presenta nei centri italiani ha inoltre più di quarant’anni. Più alta rispetto alle medie europee (ma sostanzialmente invariata rispetto alla rilevazione del 2005) la percentuale dei parti trigemellari in provetta: sono il 3,5% per le tecniche di secondo e terzo livello. Il 18,7% sono invece parti gemellari. “La legge 40 sulla procreazione medica assistita funziona, lo dimostrano i dati”, ha spiegato il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Che ha annunciato: “entro 2 anni il Ministero vuole istituire una certificazione tramite criteri di qualità dei vari centri sul territorio nazionale, con informazioni dettagliate, controlli, tracciabilità e percentuali su gravidanze gemellari e trigemine”. Per il cattolico Movimento per la vita, infine, “i dati sono di conforto per chi, nonostante le non poche riserve più volte espresse sulla fecondazione artificiale in quanto tale, ha sostenuto e difeso la legge 40: di fronte all`evidenza dei numeri, sarebbe lecito attendersi qualche mea culpa da parte di chi ha osteggiato ed osteggia la legge per semplice pregiudizio ideologico”, afferma in una nota Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita ed eurodeputato dell’Udc. Non è ello stesso parere Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Amica Cicogna e vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni: la legge 40 “dal 2004 ad oggi fa vedere i suoi effetti dannosi”. Senza dimenticare che: “La stessa legge” prosegue Gallo “si contraddice: se da un lato vuole tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, predisponendo questi soggetti a rischi non ne tutela alcun diritto. Non risolve quello che è il fine per cui una coppia si rivolge alla fecondazione assistita, e cioè per rimuovere lo stato di infertilità, e per di più entra in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione”. Ecco perché, si augura Gallo: “La Corte Costituzionale rilevi gli effetti pregiudizievoli diretti sul diritto fondamentale alla salute della donna e del concepito”.
Appunto, la Corte. Vi hanno fatto ricorso, con tre distinte ordinanze, il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l’articolo 14 (commi 1,2,3 e 4) che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate. Davanti alla Consulta è stato impugnato anche l’art.6 (comma 3) della legge 40 nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all’impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso.
Queste norme - secondo i giudici del Tribunale di Firenze e del Tar del Lazio - sono in contrasto con diversi principi tutelati dalla Costituzione. In particolare con l’art.3, sotto il profilo della ragionevolezza per il mancato bilanciamento tra la tutela dell’embrione e la tutela della esigenza di procreazione visti la “mancata valutazione della concreta possibilità di successo della pratica da effettuare” e il “mancato riconoscimento al medico curante di ogni discrezionalità nella valutazione del singolo caso”. La legge 40, secondo i ricorsi, realizzerebbe una “irragionevole disparità di trattamento” tra le donne in condizioni fisiche diverse che si sottopongo alla fecondazione assistita. E ancora: il diritto alla salute verrebbe leso in caso di insuccesso del primo impianto, in quanto la donna è costretta a sottoporsi a un successivo trattamento ovarico, ad “alto tasso di pericolosità per la salute fisica e psichica”.
Dinanzi alla Corte si sono costituiti, oltre alla Warm, numerose associazioni favorevoli a una pronuncia di illegittimità (Hera onlus, associazione Luca Coscioni, Cecos Italia, Sos infertilità, Amica Cicogna, Madre provetta e, tra le altre, Cittadinanzattiva), mentre a chiedere che la legge non si tocchi, e che dunque la Corte si pronunci per l’infondatezza o l’inammissibilità, sono il Comitato per la tutela della salute della donna, la Federazione nazionale dei centri e dei movimenti per la vita. Ma anche il governo, attraverso l’avvocatura generale dello Stato, chiede ai giudici costituzionali che la legge 40 rimanga tale e quale perchè “il legislatore ha effettuato una ragionevole comparazione tra l’interesse della donna al buon esito della procedura di procreazione medicalmente assistita e la tutela dell’embrione”.

Il VIDEO servizio:

Per la Consulta il Pdl sceglie Frigo. Un tecnico che mette d’accordo tutti

montecitorio
Prima l’ennesima fumata nera, poi il blitz dei radicali. Alla fine Giuseppe Frigo è stato eletto giudice della Corte Costituzionale, con 690 voti. La maggioranza richiesta era di 572. La proclamazione ufficiale dell’elezione è stata fatta in aula alla Camera dal presidente Gianfranco Fini, con a fianco il presidente del Senato Renato Schifani. Oltre a Frigo, hanno ottenuto voti Donato Bruno (32) e Gaetano Pecorella (24), i voti dispersi sono stati 14, le schede bianche 52, le nulle 29. Hanno partecipato al voto 841 parlamentari su 952 aventi diritto.

Con l’elezione di Frigo, la Corte Costituzionale torna al plenum di 15 giudici (come ha rilevato “con vivo compiacimento” il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio a Schifani e Fini), dopo che per un anno e mezzo è rimasto vacante lo scranno di Romano Vaccarella. Ma altri cambiamenti sono in vista e, calendario alla mano, alla Corte gli avvicendamenti saranno a scacchiera. Basti pensare che la prossima udienza pubblica del 4 novembre si aprirà con il saluto del presidente Franco Bile al nuovo giudice costituzionale neoletto dal Parlamento. Ma, come in una sorta di porta girevole, subito dopo aver accolto Frigo, sarà Bile a ricevere il saluto della Corte. Stavolta di congedo. Il suo mandato novennale scade infatti il prossimo 8 novembre e a subentrargli sarà un giudice che la Corte di Cassazione sceglierà nelle elezioni del prossimo 28-29 ottobre (in pole position c’é Alessandro Criscuolo, presidente della prima sezione civile).
Sempre in apertura dell’udienza del 4 novembre, dunque, il vicepresidente della Corte, Giovanni Maria Flick ripercorrerà i momenti più importanti dei nove anni alla Corte di Bile. Che, terminati i saluti anche dell’avvocatura generale e dei legali del libero foro, si alzerà e lascerà l’aula. A questo punto si apriranno i giochi per la presidenza. La camera di consiglio per eleggere il trentaduesimo presidente della Consulta si terrà attorno all’11-12 novembre. A fissarla sarà il giudice più anziano in carica, vale a dire Flick. Che è peraltro il principale candidato alla successione di Bile.

Dunque è l’ex presidente delle Camere penali il magistrato destinato a sostituire Romano Vaccarella, dimissionario da oltre 18 mesi, dalla . Questo dopo l’abbandono di Pecorella, voluto dai capigruppo del Pdl e appoggiato da premier Silvio Berlusconi.
Il diretto interessato intanto, l’avvocato bresciano che fu legale di parte civile nel processo per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini, ringrazia per l’indicazione del suo nome come giudice della Corte Costituzionale, rivendicando di essere “un tecnico” e auspicando che ciò possa contribuire a trovare “convergenze” in materia di giustizi
Ha difeso il finanziere bresciano Guglielmo Gnutti nel processo per la scalata ad Antonveneta, ma è stato anche legale di parte civile nel processo per il sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini. E ha rappresentato Adriano Sofri nel procedimento che fu fatto in Cassazione per chiedere la revisione del processo per l’omicidio del commissario Calabresi.
Penalista di lungo corso, Giuseppe Frigo. Ma non solo: ha contribuito alla stesura del codice di procedura penale (una delle esperienze di cui va più orgoglioso) e da leader dei penalisti ha guidato la battaglia che ha portato all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo.
Bresciano, 73 anni, sposato, con due figli, Frigo affianca all’intensa attività forense, che tra l’altro lo ha visto difendere Cesare Previti nel procedimento per calunnia ai danni dei pm milanesi Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, anche quella di professore all’Università della sua città, dove insegna procedura penale e dove vive. Per due mandati consecutivi, dal 1998 al 2002, è stato presidente dell’Unione delle Camere penali, l’organizzazione che rappresenta 9 mila legali. E da leader dei penalisti si è battuto per il giusto processo, “una realtà sigillata dalla Corte costituzionale”, sottolinea con soddisfazione.

Tra le sue prese di posizione più recenti, quella sulle intercettazioni, dopo che il premier aveva manifestato l’intenzione di limitarle ai procedimenti per mafia e terrorismo: “Non bisogna restringere eccessivamente le intercettazioni telefoniche in relazione al novero dei reati per cui possono essere disposte”; sarebbe meglio invece, ha suggerito qualche mese fa, “impedire di renderle pubbliche sino al dibattimento con una disciplina più rigorosa”.
Convinto assertore della separazione delle carriere in magistratura, nella sua vita ha indossato solo per un giorno i panni di pubblico ministero e in un’occasione speciale: un processo storico, al Palazzo ducale di Venezia, che vedeva come imputato Napoleone. Chiarissimo nelle sue esposizioni, voce tonante, l’unico vezzo di Frigo sono i baffi all’insù, che, accompagnati a modi squisiti, gli danno l’immagine di un gentiluomo di altri tempi.

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