Leggi tutte le notizie su:
Corte-dei-Conti

Da sinistra: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cardinale Velasio De Paolis, il vicepresidente della Camera Antonio Leone, Gianni Letta e il ministro Angelino Alfano, durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario 2011 presso la Corte dei Conti, oggi 22 febbraio 2011 a Roma
«Non appare indirizzato a una vera e propria lotta alla corruzione il disegno di legge governativo sulle intercettazioni, che costituiscono uno dei più importanti strumenti investigativi utilizzabili allo scopo». Nella parte del discorso inaugurale sull’anno giudiziario 2011 dedicata alla lotta alla corruzione il procuratore generale Mario Ristuccia boccia senza appello il Ddl intercettazioni ma boccia anche alcuni decreti legislativi del passato che, a suo dire, avrebbero reso complicato il contrasto ai fenomeni corruttivi. Tra questi la legge Cirielli del 2005 che, nell’aver dimezzato i termini di prescrizione per il reato di corruzione da 15 a 7 anni e mezzo, «ha avuto come risultato che molti dei relativi processi si estingueranno poco prima della sentenza finale». Continua
L’Italia? Una cicala. A differenza di Germania e Francia, in dieci anni (dal ‘97 al 2007) ha “disperso” nella spesa pubblica il bonus di 70 miliardi che aveva risparmiato aderendo all’Euro. Questo uno dei messaggi contenuti nella relazione della Corte dei Conti sul Rendiconto generale dello Stato. L’euro ha consentito al nostro paese di ridurre il peso della spesa per interessi sul pil di più di quattro punti “poco meno di 70 miliardi di euro”, ha spiegato il relatore della Corte, Fulvio Balsamo. Ma, mentre Germania e Francia hanno ridotto la spesa corrente (rispettivamente di 3,6 punti e di 0,7 punti), “in Italia la spesa corrente primaria e cresciuta di 1,5 punti” e molto più della metà dell’intero bonus dell’euro “è stato disperso in incrementi della spesa pubblica complessiva, anziché per alleggerire il fardello del debito pubblico”.
Per questo è urgente ridurre la spesa pubblica italiana nei “grandi comparti”, con regole rigide che la mantengano “su tassi di incrementi inferiori al tasso di crescita del Pil” altrimenti c’è il rischio di “dover necessariamente rinunciare al progetto di allentare gradualmente la pressione fiscale, il cui anomalo livello non è privo di implicazione negative sullo sviluppo delle attività produttive e sulla allocazione dei fattori della produzione”.
Ci sono poi le pensioni. La Corte è preoccupata per il mancato adeguamento dei “coefficienti di trasformazione”: servono a correggere i trattamenti in base all’aumento della speranza di vita e “il mancato adeguamento produrrebbe un aggravio sui conti nel lungo periodo”. Agire ora eviterebbe problemi in futuri. C’è poi il nodo stipendi pubblici. Il miglioramento registrato dai conti è dovuto al congelamento di fatto dei contratti per due anni. Per la Corte andrebbero rafforzati le connessioni tra retribuzioni e produttività. Erano già previsti dal memorando del giugno 2007 ma poi, rilevano i magistrati, gli impegni “sono stati disattesi dai contratti collettivi stipulati nel 2007 e nei primi mesi dell’anno in corso”. La corte segnala inoltre che i dirigenti non vengono sottoposti ad valutazione annuale e che gli stipendi sono lievitati.
Eppure, un percorso “virtuoso” di riduzione del debito pubblico “non è impossibile” ed è “la sfida” che attende questo governo e quelli futuri, ha detto poi il procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci. Allo “sforzo” per ridurre il debito pubblico “può contribuire la graduale vendita del patrimonio pubblico, che rappresenta valori attivi stimati in 1.800 miliardi e quindi superiori al debito stesso”, ha sottolineato il procuratore Pasqualucci.
Altro tema è quello dei costi della politica: sono ancora in vita 110 enti inutili, che da circa 50 anni si cerca di cancellare; le Province, poi, spendono più di quanto incassano e, oltre alle comunità montane, ci sono 6.000 degli Comuni con meno di 5.000 abitanti, concentrati soprattutto in Piemonte e in Lombardia. Andrebbero accorpati, spiega la Corte che sembra suggerire come anche le piccole poste servono a migliorare i conti.
Il VIDEO servizio:

Se c’è un merito che, più di altri, il dimissionario governo Prodi si attribuisce è quello di aver messo a posto le casse dello Stato, nel 2007. Vero?
Sì e no, secondo la Corte dei Conti. Per la quale i conti pubblici hanno sì registrato dei miglioramenti, ma restano numerose le fonti di sperpero, tra le quali la gestione dei rifiuti. E rimane fuori controllo la dinamica degli stipendi pubblici.
Questo il giudizio espresso da Tullio Lazzaro, presidente della Corte, alla cerimonia d’inaugurazione del nuovo anno giudiziario. Una relazione che tratteggia i caratteri di un’Italia malata e malconcia. Colpa dei “tagli agli investimenti” che “frenano lo sviluppo”. Ma non solo. Il presidente Lazzaro accusa il paese di “vivere un momento di diffuso malessere incertezza”. È il risultato del “non agire”, un trend protratto per molti anni e che sta generando “danni incalcolabili”. Quindi, sebbene i primi risultati di cassa del solo Stato appaiono “in netto miglioramento”, Lazzaro mette in luce “sacche di inefficienza” che hanno raggiunto “livelli tali da suggerire la necessità di attribuire alla Corte dei Conti di poter disporre l’immediato blocco delle risorse che si stanno sperperando, rimettendo al ministero dell’Economia e delle finanze ogni successiva decisione in ordine all’eventuale prosecuzione dell’attività sospesa”. Fra i principali esempi di cattiva gestione delle risorse Lazzaro cita i maggiori costi e l’inappropriatezza della gestione straordinaria dell’emergenza rifiuti, la mancata liquidazione degli enti inutili e la scarsa trasparenza delle operazioni di cartolarizzazione.
Un altro esempio negativo è quello della formazione di debito implicito e di altre gravi distorsioni legate alla creazione di società pubbliche, soprattutto locali. Ma non solo. “Tali società sono costituite allo scopo non già di accrescere l’efficienza gestionale, ma solo di eludere i vincoli del patto di stabilità interno o di fare nuove assunzioni senza concorsi”. All’interno della pubblica amministrazione, la Corte dei Conti nota come la dinamica delle retribuzioni superi sistematicamente gli obiettivi programmatici di volta in volta prefissati. A questo risultato negativo concorrono i ritardi nei rinnovi, il dilagare dei contratti a termine, l’aumento di posizioni dirigenziali nelle riorganizzazioni di amministrazioni locali e centrali. “Assistiamo per tanti aspetti al crescere confuso di strutture, di modelli amministrativi, di sovrapposizione di competenze tra amministrazioni centrali ed enti locali, disarmonicità, conflitti irrisolti”.
È invece stato il procuratore generale della magistratura contabile, Furio Pasqualucci, a descrivere il “quadro di corruzione ampiamente diffusa” nei settori pubblici: “profili di patologie” sono evidenti “nel settore dei lavori pubblici e delle pubbliche forniture, nonché nella materia sanitaria”. In particolare, risultano in aumento le condanne per danni materiali e per danni all’immagine della pubblica amministrazione pronunciate dalla Corte dei Conti in seguito al pagamento di tangenti (per concussione o corruzione) durante la stipula di contratti. L’illecito pagamento di prezzi superiori al dovuto viene realizzato anche attraverso “fittizie sovrafatturazioni di lavori pubblici, false attestazioni sull’accelerazione dei lavori con con conseguente erogazione di premi non dovuti e fatturazione di opere in tutto o in parte ineseguite”.
A questi danni, se ne aggiungono altri causati “dal disinteresse, dall’inerzia e da comportamenti omissivi” da parte di chi, invece, è preposto alle procedure di appalto di opere o all’acquisizione di servizi e forniture che si sono tramutati in altrettanti atti di citazione in giudizio.
Corte dei Conti in Campania, Arturo Martucci di Scarfizzi, ha denunciato che è di di 65 milioni di euro la cifra dei debiti fuori bilancio degli enti locali, come quelli a carico delle società partecipate incaricate della raccolta dell’immondizia. Un valore “molto verosimilmente e significativamente inferiore alla realtà”. Soltanto per quelle di Napoli il passivo ammonterebbe a decine di milioni di euro.
Servizi inefficienti. Debiti. E le tasse più alte d’Italia per lo smaltimento: in media a Caserta si pagano 400 euro per la Tarsu, quasi il doppio che nelle altre province. L’immondizia prodotta in Campania, invece, è la metà di quella smaltita ogni anno dalla Lombardia, ma la media regionale della raccolta differenziata è del 12,9%, al di sotto della soglia minima prevista del 35%. In un’analisi dell’emergenza rifiuti scrive la magistratura contabile che il ricorso a imprese a totale partecipazione pubblica o a società miste pubblico-privato “spesso non competitive, inefficienti, polverizzate, in un intreccio difficilmente districabile tra interessi pubblici e privati, ha prodotto spesso gravi problemi di infiltrazioni malavitose oltre che di compatibilità con i sistemi di affidamento degli appalti imposti dalle direttive comunitarie”.
E il rischio per la salute dei cittadini dovuto alla crisi del ciclo di smaltimento è concreto. Un rapporto finanziato dalla Protezione civile ha evidenziato a Napoli e Caserta “incrementi significativi” nei tumori del fegato e dei dotti biliari, e un rischio di malformazioni congenite superiore del 29% nei Comuni a maggiore pressione ambientale. Secondo i dati raccolti dai ricercatori proprio la gestione dei rifiuti nelle due province negli ultimi decenni potrebbe essere in grado spiegare l’incremento dei tassi di mortalità e di malformazioni.
LEGGI ANCHE: Lo speciale sull’emergenza rifiuti - Guarda la GALLERY
![[i]28 dicembre 2007[/i] - Cumuli di rifiuti per le strade di San Giorgio (Napoli) addobbate le le feste di fine anno.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-gennaio/rifiuti/normal_rifiuti16.jpg)
La condanna dei magistrati contabili napoletani è arrivata a metà dicembre del 2007: Antonio Bassolino, all’epoca in cui era commissario straordinario all’emergenza rifiuti, istituì, senza averne alcun titolo, un call center per fornire ai napoletani informazioni di natura ambientale, sprecando così ingenti risorse pubbliche, sottraendole all’emergenza rifiuti. Il presunto danno erariale patito dallo Stato è stato quantificato dai giudici della procura regionale della Corte dei Conti della Campania in tre milioni e duecentomila euro, che Bassolino ora dovrebbe risarcire.
Con quel progetto, nato nel 2003, il presidente della Regione che era anche Commissario di governo, creò 100 posti di lavoro assumendo lavoratori socialmente utili che opportunamente istruiti avrebbero dovuto rispondere ad un numero verde alle domande dei napoletani “su tematiche di natura ambientale”. La spesa complessiva ammontava a 3 milioni di euro, le telefonate arrivate al call center erano più o meno 4 al giorno.
La decisione della sezione giurisdizionale della Corte dei conti (presidente Salvatore Staro) è stata però già impugnata da Bassolino. Il suo legale, Felice Laudadio, bolla come infondati i presupposti e le argomentazioni giuridiche alla base della sentenza e ne ha già chiesto l’immediata sospensione in attesa che venga riformata. Ma non è l’unico giudizio di responsabilità per danno erariale avviato dalla Corte dei Conti della Campania nei confronti di Bassolino all’epoca in cui era Commissario straordinario di governo all’emergenza rifiuti.
Altre inchieste, a breve, arriveranno a conclusione. E per chi ha sprecato le risorse da impiegare per l’emergenza rifiuti, saranno dolori.
LEGGI ANCHE: Pianura, brucia la banlieue della monnezza - Il dossier rifiuti - Guarda la GALLERY
- Tags: centrodestra, comandante, Corte-dei-Conti, governo, guardia-di-finanza, inchiesta, Massimo D'Alema, Pd, Roberto-Speciale, Tar, tommaso-padoa-schioppa, Vincenzo-Visco
-

di Gianluigi Nuzzi
“Sono stato fatto fuori perché combattevo apertamente un disegno subdolo che preconizzava la smilitarizzazione della Guardia di finanza o il suo smembramento a favore dell’Agenzia delle entrate. La richiesta di trasferire l’intera gerarchia della Lombardia nell’estate del 2006, in piena inchiesta Unipol, va quindi interpretata come un campanello d’allarme della fase iniziale di un progetto più ampio e inquietante. Che passava prima nel commissariamento politico delle fiamme gialle, ‘congelando’ il suo comandante, affidato a generali di corpo d’armata amici, e poi via via nel ridurre lo spettro d’influenza e d’azione della Gdf. Del resto il fatto che il gip di Roma abbia disposto un supplemento di indagine nell’inchiesta su Visco dimostra che in questa vicenda rimangono troppe zone d’ombra”. Rimosso dal comando da Tommaso Padoa-Schioppa, reintegrato dal Tar del Lazio e dimissionario per scelta di contropiede, l’ex comandante della Guardia di finanza, Roberto Speciale, legge in tutta la sua storia, iniziata con i durissimi scontri del luglio 2006 con Vincenzo Visco che gli intimava di rimuovere da Milano senza motivo quattro ufficiali, il naufragio di un progetto per mettere la Finanza nell’angolo.
Generale, sono accuse gravi, può dimostrarle?
Già da articoli e dichiarazioni subito dopo l’insediamento di questo governo, ho assistito a tentativi striscianti e talvolta anche palesi di mettere in sofferenza la Gdf rispetto a tutte le altre articolazioni del ministero dell’Economia.
La maggioranza invece l’accusa di aver creato una gestione personalistica e persino deviata della Finanza…
Leggo tante bugie. Prenda i risultati della Guardia di finanza nella lotta all’evasione fiscale, sbandierati da questo governo pochi giorni fa. Tutti dimenticano che la direttiva per la lotta all’evasione seguita dai finanzieri nel 2007 è firmata da Roberto Speciale. Direttiva che a oggi non è stata modificata in nessuna delle sue parti. Strano, anche Romano Prodi ha perso la memoria.
Che c’entra il presidente del Consiglio?
Quando si insediò ci incontrammo e mi chiese con determinazione una mano nel recupero dell’evasione. Diceva che era fondamentale per il suo governo. Bene, al giuramento degli allievi a Bergamo, a fine primavera 2007, mi ringraziò personalmente per i brillanti risultati conseguiti. Poi è sparito. Deve essere un vezzo: dimenticano i complimenti e voltano le spalle. Eppure, nel centrosinistra avevo molti amici.
Lei è stato scelto dal centrodestra alla guida della Guardia di finanza.
Sì, però con il gradimento di tutti.
Ma non è stato Niccolò Pollari, ex numero uno del Sismi, a sostenere la sua candidatura a comandante della Guardia di finanza?
Pollari e io siamo entrambi siciliani, quasi dello stesso paese ma con carriere distinte e distanti. Ci lega un’amicizia fraterna e una stima incommensurabile, ma mai le nostre carriere si sono intersecate o hanno interferito. A volere fortemente la mia nomina fu Giulio Tremonti.
In questo suo scontro istituzionale cosa le ha pesato di più: l’accusa di usare elicotteri o aerei come taxi, di guidare la Gdf come un corpo deviato…
La interrompo subito: io respingo tutte le accuse giornalistiche di aver utilizzato mezzi del corpo a fini personali. I documenti lo dimostrano. Ma la sofferenza maggiore è il silenzio assordante di tutti gli amici dei Ds. O meglio di tutti coloro che consideravo tali. Penso a Massimo D’Alema, Marco Minniti, Anna Finocchiaro. Una parola da loro me la sarei aspettata.

Che rapporto aveva con D’Alema?
Splendido, di stima reciproca. Quando arrivai al comando generale, fu il primo a telefonarmi. Ricordo ancora le sue frasi di apprezzamento per il mio discorso di insediamento. Mi sono sempre ritenuto un interlocutore dei Ds. Molti di loro mi consultavano quando c’erano leggi che interessavano le Forze armate. Un esempio? Ricordo ancora contatti e riunioni quando doveva essere varata la trasformazione dell’esercito di leva in esercito professionale. Mi chiedevano pareri Minniti, il senatore Gianni Nieddu… persino Luciano Violante.
Per la riforma che ha rivoluzionato i servizi segreti?
Esattamente. È stato davvero cortese. Un giorno mi chiese se poteva sentirmi sulla riforma e gli risposi: “Presidente, prendo l’auto e vengo a trovarla subito”. E lui di rimando: “No, vengo io al comando generale”. E così è stato. Oggi in alcuni punti di quella riforma ritrovo il mio pensiero. Infatti ho insistito perché fosse più stringente il coordinamento del servizio segreto centrale, l’ex Cesis, sul braccio civile e su quello militare. Poi se Gian Carlo Caselli afferma che non mi vorrebbe avversario in una partita di scacchi, battuta che mi ha ripetuto ieri mattina Francesco Cossiga al telefono, significa che apprezza implicitamente il mio rispetto delle regole. Che negli scacchi sono cristalline.
È normale che un comandante coltivi rapporti con i politici?
Il comandante generale non è un politico ma una figura istituzionale e quindi può essere amico di tutti.
Oggi quali politici apprezza?
Le dico i pochi della maggioranza. Fausto Bertinotti e Franco Marini per la loro equità, Antonio Di Pietro perché è un legalitario. Giuliano Amato e lo stesso Violante. Fuori da ogni coro Cossiga.
E nel centrodestra?
Non faccio mistero delle mie simpatie per la Casa delle libertà. E quindi Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Roberto Castelli. Ma stimo moltissimo anche un antimilitarista come Daniele Capezzone: autentico liberale negli ideali e nei comportamenti.
Non sono un po’ troppi? Lancia messaggi per la sua discesa in politica?
Ora penso alla mia famiglia naturale, con la quale mi devo scusare perché per 42 anni ho pensato solo alla mia seconda famiglia, ovvero l’Esercito, e per altri quattro alla terza, ossia la Finanza. E mi scuso con mia moglie, unica consorte di un comandante della Guardia di finanza a finire sui giornali solo perché è stata madrina di eventi sulle nevi esattamente come tutte le mogli dei precedenti comandanti. Comunque, se dovessi un domani fare politica, scenderei in campo a difesa delle persone in divisa, in servizio e in quiescenza. Immagino un ruolo politico che metta al servizio del Paese le mie competenze in sicurezza e difesa.
Insomma, già studia per un incarico di governo?
Ogni studente nutre la legittima ambizione di conseguire la laurea con il massimo dei voti.
Da politico quale priorità individuerebbe?
È sempre più urgente la razionalizzazione delle forze armate e delle forze di polizia, oggi afflitte da sovrapposizioni, diseconomie, risparmiando così risorse a beneficio del personale. Il panorama delle forze armate è infatti sbilanciato. Ci sono forze come l’Esercito che sono sottovalutate negli impegni operativi e nella pianificazione delle risorse.
Quando annuncerà con chi farà politica?
Ancora non ho deciso. Ogni giorno ricevo proposte che preferisco declinare. Stamattina mi ha tirato giù dal letto Francesco Storace chiedendomi di entrare nel suo partito.
Lei è comunque un generale che gode di giudizi controversi. A iniziare da quelli di ex amici come il suo successore, Cosimo D’Arrigo, che l’accusa di avere compiuto un gesto fuori dalla realtà, quando ha chiesto che la sua lettera di dimissioni fosse inoltrata a tutte le fiamme gialle.
L’ho chiesto perché la sentenza del tar parla chiaro. Annulla con effetto immediato la rimozione dall’ufficio e dispone il ripristino dello status quo ante 1º giugno 2007. Altro che pensione! Il giudice mi ha riportato in servizio. Lo status quo ante non ammette altre interpretazioni.
E le accuse di D’Arrigo che prende le distanze?
L’unica nota positiva in questa vicenda era costituita dalla scelta del mio successore, appunto D’Arrigo, a cui mi legano da sempre sentimenti di stima e d’amicizia, ovviamente ricambiati. Va da sé che questi sentimenti non potranno mutare anche a seguito delle dichiarazioni poco felici che ha rilasciato o che meglio gli hanno suggerito di rilasciare.
Dopo le inchieste aperte dalla procura militare e dalla Corte dei conti sui viaggi da lei compiuti con aerei ed elicotteri del corpo e sull’uso dei fondi riservati era normale che l’attuale comandante prendesse le distanze.
Se io ho una colpa, è quella di avere voluto presenziare, per il bene della Gdf, a tutte le cerimonie, nessuna esclusa, che riguardavano il corpo. È una colpa? Ma questi che mi accusano di uso personale si sono mai immaginati il film di una giornata da comandante generale, la mole di impegni giornalieri?
E non lo trova uno spreco di denaro impiegare mezzi da 6 mila euro l’ora?
Presenziare a quegli appuntamenti significa essere vicini al personale con il vertice che si sposta ovunque nel Paese. Non è dispendioso, ne valeva la pena. Tra l’altro la somma investita è contemplata dalle procedure di impiego dei mezzi aerei della Gdf.
Scusi, ma quando andava e tornava da Capri mica era per le feste del corpo…
Io ho sempre raggiunto Capri con mezzi privati e credo che persone come l’imprenditore Roberto Russo lo possano testimoniare, visto che era lui ad accompagnare me e i miei familiari con la sua barca.
È andata sempre così?
Solo una volta con il mare grosso il compianto generale Giovanni Mariella, comandante della Campania, mi mise a disposizione un mezzo per rientrare su Roma per impegni di servizio.
Dai tabulati risulta invece che lei ha usato spesso l’elicottero a Ferragosto.
Perché dovevo presenziare come capo di una forza di polizia alla riunione che ogni 15 agosto fissa il ministro dell’Interno.
Non poteva tornare a Capri con mezzi propri, in auto e poi in traghetto?
E perché mai, scusi? Se per esigenze di servizio richiamo dalla licenza un finanziere semplice devo pagare la missione e il viaggio di andata e ritorno. Perché invece il comandante generale deve essere penalizzato?
Eppure sono pendenti due inchieste, della Corte dei conti e della procura militare…
Con testimoni pronti a ricostruire la verità. Guardi, chi mi diffama si è inventato che io andavo a queste cerimonie il fine settimana, non sapendo che queste celebrazioni venivano programmate proprio al sabato per non interferire con il ciclo scolastico. Io rientravo in giornata subito dopo la cerimonia. Basta controllare, è agli atti. Così ho querelato. Di nuovo.
L’accusano anche di avere fatto portare in montagna, a Passo Rolle, casse di spigole da mangiare con amici e mogli.
Ah quella storia… satira pura e altra querela. Quelle spigole e frutti di mare, in tutto 20 chili, li ho comprati a mie spese per regalarli ai militari della Scuola alpina di Predazzo che non mangiano mai pesce, solo patate, polenta e würstel. “Se non vi offendete ve li offro io”. Così ho fatto arrivare il pesce all’aeroporto di Pratica di Mare. Le cassette sono finite nella stiva dell’aereo che doveva tornare comunque a Bolzano a riprendermi. Così è stato: a Bolzano il pesce è stato scaricato e io mi sono imbarcato. Non l’ho nemmeno assaggiato.

E la gestione dei fondi riservati?
Chi può pensare che mi intascavo 2 mila euro al mese quando ho rinunciato allo stipendio di tutto riguardo che mi veniva offerto dalla Corte dei conti?
Come vengono gestiti questi fondi?
La Gdf come ogni forza di polizia dispone di 8-900 mila euro destinati alle spese per fini istituzionali, come il pagamento delle fonti informative. Ricordo ancora quando una fonte qualificata, subito dopo l’insediamento del governo Prodi, chiese 5 milioni di euro per la cattura di Bernardo Provenzano. La coltivammo per mesi…
E come andò a finire?
E chi li aveva 5 milioni di euro? Segnalammo la cosa a chi di dovere e non ne abbiamo saputo più nulla.
Vuol dire che è stata pagata questa somma per trovare Provenzano?
Questo lo dice lei. Noi abbiamo seguito la legge. Come sempre.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
Quadri, vernissage e inaugurazioni, ma anche necrologi, messaggi di cordoglio e annunci mortuari. La Regione Sicilia non bada a spese. Il rendiconto generale del parlamentino isolano per il 2006 è una specie di piccolo prontuario dei costi inutili. Tanto da non passare inosservato neppure alla Corte dei Conti, che pur approvandolo in linea generale, ha puntato l’indice su certe voci di spesa.
Come ad esempio quella dell’acquisto delle tele di tale Antonello Blandi che sono costate alle casse siciliane più di 22.000 euro. La Corte rimprovera alla Regione di averle acquistate senza “alcuna valutazione in ordine all’utilità e congruità della spesa”, rincarando la dose sull’eccesso dei costi. E a proposito della serata di presentazione del libro La Sicilia di Maria Grazia Cucinotta: il profumo della memoria (in questo caso, sono stati sborsati 10.000 euro) denuncia come “non risulta effettuata alcuna valutazione sugli esiti attesi dalla realizzazione del progetto e sulla congruità” delle spese.
Ma i notabili isolani non si sono fermati a tagli di nastro ed inaugurazioni. L’ufficio di gabinetto dell’Assessorato al Territorio ha fatto di più. In occasione della morte di un parente di un dipendente del proprio dipartimento, ha pensato bene di far pubblicare un compunto necrologio sul giornale locale. Pagato (salato), neanche a dirlo, integralmente dalla Regione. “Attività di comunicazione istituzionale”, l’hanno chiamata i dirigenti, che non hanno però convinto l’algida Corte. Bufalino avrebbe di certo sorriso: dalla sua Sicilia, che per lui era innanzitutto “terra di luce e di lutto”, non si poteva che aspettarselo.
- Tags: Bankitalia, Bruxelles, Corte-dei-Conti, Finanziaria, Lamberto-Dini, Lega, legge, manovra, misure, Pd, Piero-Fassino, ribaltone, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Ue
-

Le prime reazioni non portano bene. “Ci lascino governare”, dice Romano Prodi. “Ci lascino lavorare” gli fa da spalla Piero Fassino, ancora per poco segretario Ds. Ricorda qualcosa? Ma sì, il famoso “non ci hanno lasciato governare” di Silvio Berlusconi nel ‘95, dopo il ribaltone della Lega, il governo Dini e poco prima della sconfitta del 1996.
Stavolta a non “far lavorare” Prodi & Co. non è però l’opposizione né qualche manovra di palazzo (anche se il premier le teme), ma la Commissione europea, la Banca d’Italia, la Corte dei conti. Tre bocciature della Finanziaria in rapida successione. Ieri il commissario Ue all’Economia, Joaquín Almunia: “L’Italia non fa nulla per il suo debito pubblico, che è insostenibile e il più alto d’Europa”. Oggi Mario Draghi, governatore di Bankitalia: “La Finanziaria è modesta, non frena la spesa pubblica, e crea molti problemi anche con lo sconto sull’Ici, che mette in discussione l’autonomia dei comuni. Sarebbe stato meglio agire direttamente sulle imposte dirette, cominciando ad eliminare il fiscal drag, ciò che si paga di più di tasse per il solo effetto dell’inflazione”. A stretto giro la Corte dei conti: “Siamo perplessi e preoccupati, la manovra non affronta i problemi veri, anzi rischia di complicarli”. Proprio nel giorno in cui Prodi effettua il forcing finale sull’estrema sinistra per convincerla a non votare, nel consiglio dei ministri di venerdì 12, contro il protocollo sul welfare (”Almeno astenetevi”), e mentre sta per nascere il Partito democratico, il governo vede evaporare anzitempo gli effetti di una manovra che doveva essere di rilancio, anche sul piano elettorale. Già, il Pd.
I due “soci fondatori”, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, difendono la Finanziaria con poca o nulla convinzione. Soprattutto Veltroni, che sposa sempre più la linea del rigore, dei tagli alla spesa e della riduzione fiscale, anche a costo di rompere con l’estrema sinistra. Prodi è sempre più insospettitto dalla sterzata veltroniana, teme che nei prossimi mesi diventi una spina nel fianco del governo. E d’altra parte l’unica direzione nella quale il futuro segretario del Pd può andare, se vuole tentare di riconquistare un po’ di consensi al centro, è quella opposta rispetto a Romano Prodi: staccarsi dal vincolo e dalle eterne mediazioni con la sinistra radicale. Non saranno settimane facili, le prossime, per il governo. Probabilmente la manovra economica passerà, ma dopo la maxistangata del 2007 perfino la “Finanziaria leggera e di equità” del 2008 rischia di far perdere altri consensi. Altro che “lasciateci lavorare”.
Il VIDEO servizio: