Leggi tutte le notizie su:
Corte-dei-Conti
Quadri, vernissage e inaugurazioni, ma anche necrologi, messaggi di cordoglio e annunci mortuari. La Regione Sicilia non bada a spese. Il rendiconto generale del parlamentino isolano per il 2006 è una specie di piccolo prontuario dei costi inutili. Tanto da non passare inosservato neppure alla Corte dei Conti, che pur approvandolo in linea generale, ha puntato l’indice su certe voci di spesa.
Come ad esempio quella dell’acquisto delle tele di tale Antonello Blandi che sono costate alle casse siciliane più di 22.000 euro. La Corte rimprovera alla Regione di averle acquistate senza “alcuna valutazione in ordine all’utilità e congruità della spesa”, rincarando la dose sull’eccesso dei costi. E a proposito della serata di presentazione del libro La Sicilia di Maria Grazia Cucinotta: il profumo della memoria (in questo caso, sono stati sborsati 10.000 euro) denuncia come “non risulta effettuata alcuna valutazione sugli esiti attesi dalla realizzazione del progetto e sulla congruità” delle spese.
Ma i notabili isolani non si sono fermati a tagli di nastro ed inaugurazioni. L’ufficio di gabinetto dell’Assessorato al Territorio ha fatto di più. In occasione della morte di un parente di un dipendente del proprio dipartimento, ha pensato bene di far pubblicare un compunto necrologio sul giornale locale. Pagato (salato), neanche a dirlo, integralmente dalla Regione. “Attività di comunicazione istituzionale”, l’hanno chiamata i dirigenti, che non hanno però convinto l’algida Corte. Bufalino avrebbe di certo sorriso: dalla sua Sicilia, che per lui era innanzitutto “terra di luce e di lutto”, non si poteva che aspettarselo.
- Tags: Bankitalia, Bruxelles, Corte-dei-Conti, Finanziaria, Lamberto-Dini, Lega, legge, manovra, misure, Pd, Piero-Fassino, ribaltone, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Ue
-

Le prime reazioni non portano bene. “Ci lascino governare”, dice Romano Prodi. “Ci lascino lavorare” gli fa da spalla Piero Fassino, ancora per poco segretario Ds. Ricorda qualcosa? Ma sì, il famoso “non ci hanno lasciato governare” di Silvio Berlusconi nel ‘95, dopo il ribaltone della Lega, il governo Dini e poco prima della sconfitta del 1996.
Stavolta a non “far lavorare” Prodi & Co. non è però l’opposizione né qualche manovra di palazzo (anche se il premier le teme), ma la Commissione europea, la Banca d’Italia, la Corte dei conti. Tre bocciature della Finanziaria in rapida successione. Ieri il commissario Ue all’Economia, Joaquín Almunia: “L’Italia non fa nulla per il suo debito pubblico, che è insostenibile e il più alto d’Europa”. Oggi Mario Draghi, governatore di Bankitalia: “La Finanziaria è modesta, non frena la spesa pubblica, e crea molti problemi anche con lo sconto sull’Ici, che mette in discussione l’autonomia dei comuni. Sarebbe stato meglio agire direttamente sulle imposte dirette, cominciando ad eliminare il fiscal drag, ciò che si paga di più di tasse per il solo effetto dell’inflazione”. A stretto giro la Corte dei conti: “Siamo perplessi e preoccupati, la manovra non affronta i problemi veri, anzi rischia di complicarli”. Proprio nel giorno in cui Prodi effettua il forcing finale sull’estrema sinistra per convincerla a non votare, nel consiglio dei ministri di venerdì 12, contro il protocollo sul welfare (”Almeno astenetevi”), e mentre sta per nascere il Partito democratico, il governo vede evaporare anzitempo gli effetti di una manovra che doveva essere di rilancio, anche sul piano elettorale. Già, il Pd.
I due “soci fondatori”, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, difendono la Finanziaria con poca o nulla convinzione. Soprattutto Veltroni, che sposa sempre più la linea del rigore, dei tagli alla spesa e della riduzione fiscale, anche a costo di rompere con l’estrema sinistra. Prodi è sempre più insospettitto dalla sterzata veltroniana, teme che nei prossimi mesi diventi una spina nel fianco del governo. E d’altra parte l’unica direzione nella quale il futuro segretario del Pd può andare, se vuole tentare di riconquistare un po’ di consensi al centro, è quella opposta rispetto a Romano Prodi: staccarsi dal vincolo e dalle eterne mediazioni con la sinistra radicale. Non saranno settimane facili, le prossime, per il governo. Probabilmente la manovra economica passerà, ma dopo la maxistangata del 2007 perfino la “Finanziaria leggera e di equità” del 2008 rischia di far perdere altri consensi. Altro che “lasciateci lavorare”.
Il VIDEO servizio:
[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10028/normal_fiamme_cosenza3.jpg)
Ora ci pensa la Corte dei conti a gettare benzina sul fuoco. Proprio nei giorni in cui i vigili del fuoco sono impegnati sul fronte degli incendi che hanno colpito il Sud Italia e nelle ore in cui arriva la notizia di un altro morto in un rogo, questa volta a Cosenza, ecco la denuncia: i pompieri sono sommersi dai debiti, non hanno neppure i fondi per fare il pieno alle autocisterne. Una carenza di mezzi che potrebbe riflettersi sulla sicurezza e sulla capacità del corpo di intervenire in caso di emergenza.
I vigili del fuoco avevano già protestato, con manifestazioni di piazza e comunicati sindacali, per il precariato diffuso, le carenze d’organico e le ristrettezze economiche. Numeri alla mano, i giudici contabili confermano le difficoltà. Il bilancio, riportato nel rendiconto generale dello Stato, è disastroso. Alla fine del 2006 il debito del corpo ammontava a 83 milioni di euro.

Il prezzo della benzina ha continuato a salire, rileva la Corte, mentre gli stanziamenti ai vigili sono rimasti fermi. Ma i problemi economici riguardano tutte le voci di bilancio. Per gli affitti delle caserme servirebbero 35 milioni l’anno, ma ce ne sono disponibili solo 19,3, per le forniture di acqua ed energia elettrica i debiti arrivano a 27,6 milioni.
I costi per la gestione dei mezzi operativi e l’attività di soccorso ordinario e speciale sono di 87 milioni, lo stanziamento si ferma a 35,8, “con un ammontare di oneri già formati pari a 12 milioni”, si legge nella relazione. Mancano i fondi anche per le visite mediche obbligatorie per i vigili, i debiti accumulati in questo settore in due anni sono di 4,7 milioni, mentre quelli per le pulizie ammontano a 7 milioni.
E una delle ragioni del disastro economico è proprio, come spiega la Corte dei conti, “il mancato rimborso da parte del Dipartimento della protezione civile dei costi sostenuti dai vigili del fuoco per interventi richiesti in situazioni di particolare emergenza. Complessivamente devono essere rimborsati circa 2,5 milioni, per eventi verificatisi nel 2002″.
LEGGI ANCHE: Per l’Europa l’estate più nera: una mappa interattiva rivela le terre bruciate e le aree a rischio
Guarda la GALLERY
- Tags: cerimonia, comandante, Corte-dei-Conti, Cosimo-DArrigo, deleghe, dimissioni, finanze, generale, guardia-di-finanza, lettera, Roberto-Speciale, tommaso-padoa-schioppa, Unipol, Vincenzo-Visco
-

Chi è il comandante generale della Guardia di Finanza? La domanda non è retorica e la risposta quindi non è ovvia né scontata.
Dopo la rimozione dell’attuale comandante Roberto Speciale, decisa dal Consiglio dei ministri su proposta del responsabile dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. E dopo il dibattito con relativo voto di fiducia in Senato in cui lo stesso ministro ha ribadito che era venuto meno il rapporto di fiducia che legava il governo all’alto ufficiale e dopo, infine, la trasmissione dell’atto di nomina del successore nella persona del generale Cosimo D’Arrigo, in un paese normale non ci sarebbero dubbi. Ma evidentemente anche in questa circostanza l’Italia si dimostra un caso a sé.
Ieri Speciale si è congedato dai suoi collaboratori con un discorso nel salone d’onore del comando generale in viale 21 aprile a Roma e le sua parole sono state salutate da una specie di standing ovation di generali, colonnelli ed alti ufficiali durata cinque minuti. Una specie di dimostrazione inscenata lì per lì che sembra andare al di là dell’affetto e della stima ribaditi al comandante uscente per assumere, invece, contorni di diversa natura. Quel battimani così ostentato e prolungato a prima vista sembra una specie di dichiarazione polemica e di sfiducia dei vertici del Corpo nei confronti del potere politico. Se così fosse, sarebbe un atto senza precedenti e di una gravità notevole.
Il fatto grave, inoltre, è che mentre lo stato maggiore dell’Arma effettua un pronunciamento così plateale, il successore di Speciale non riesce ad insediarsi. La cerimonia prevista per questa mattina a Roma è saltata e al momento non si capisce se per effetto delle turbolenze tra governo e vertici militari o se a causa del decreto di nomina trasmesso dal governo alla Corte dei Conti per la ratifica e non ancora ufficialmente registratro dalla magistratura contabile. L’incartamento non sarebbe formalmente ineccepibile secondo la prima valutazione del dirigente a cui è stato affidato, un alto funzionario in passato collaboratore dell’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli (An), ora sindaco di Orbetello.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la cerimonia del 233mo della fondazione della Guardia di Finanza fissato per le 11 di giovedì 21 giugno alla scuola ispettori dell’Aquila alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L’invito ufficiale alla cerimonia, inviato dopo il voto al Senato sul caso Speciale, è rivolto ad autorità e giornalisti dallo stesso Speciale. E per di più sembra di capire che lo stesso Speciale sia presente all’appuntamento in qualità di comandante dell’Arma.
E a questo punto c’è da chiedersi davvero chi comanda alla Finanza.
- Tags: comandante, Corte-dei-Conti, dibattito, dimissioni, Fausto-Bertinotti, generale, guardia-di-finanza, il-giornale, maurizio-belpietro, nomine, Roberto-Speciale, Romano Prodi, Senato, tommaso-paoda-schioppa, Vincenzo-Visco
-

Sbatte i tacchi, da buon militare. Ma sbatte anche la porta, il generale.
Due volte: prima dice no all’incarico alla Corte dei Conti, poi fa sapere di non avere intenzione di “ricorrere al Tar. Mi sento violentato”.
I passi ufficiali, l’ormai ex comandante della GdF Roberto Speciale, li compie tutti: in una lettera indirizzata “a chi me lo aveva proposto”, cioè il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, ha fatto sapere che non accetterà l’incarico presso la Corte dei Conti.
Mentre al presidente della Commissione Difesa Sergio De Gregorio, il generale ha detto: “Non voglio dare l’impressione di volermi svendere per un piatto di lenticchie. Nemmeno l’ultimo degli italiani deve pensare che io voglia restare abbarbicato ad una poltrona…”.
Speciale avrebbe potuto far ricorso al Tar contro la decisione presa dal Consiglio dei ministri, che lo ha destituito dal’incarico venerdì scorso, ma al senatore il generale spiega: “Mi sento come se mi avessero violentato, non mi hanno dato neanche l’onore delle armi…”.
Dal punto di vista politico, intanto, l’attesa del dibattito parlamentare, mercoledì 6 al Senato, si fa sempre più rovente. Vuoi perché la Procura di Roma ha chiesto al Comando della GdF copia della corrispondenza (estate 2006) tra il viceministro dell’Economia e l’ex comandante generale delle Fiamme Gialle. Vuoi perché dalla maggioranza provengono critiche e dubbi, in grado anche di mettere in crisi il governo. Apre le danze, il presidente Fausto Bertinotti che teme “ricadute politiche molto pesanti“. Mentre il Guardasigilli Clemente Mastella pensa che “al Senato la maggioranza debba presentare una mozione di solidarietà con la GdF”.
In tutto ciò, il quotidiano Il Giornale pubblica un’altra lettera del viceministro diessino a Roberto Speciale, datata 16 marzo 2007, nella quale l’esponente della Quercia chiedeva al generale delle Fiamme Gialle di “confrontarsi con l’autorità politica” per la nomina del capo e sottocapo di Stato maggiore. La tesi del quotidiano diretto da Belpietro è netta: in barba alla regole che assicurano solo un potere di indirizzo, il viceministro dell’Economia cercò di influenzare le decisioni sull’organigramma della Guardia di Finanza.
Quali prove a sostegno userà Prodi per difendere Visco a Palazzo Madama?
- Tags: comandante, Corte-dei-Conti, deleghe, dibattito, dimissioni, Fausto-Bertinotti, generale, guardia-di-finanza, nomine, Roberto-Speciale, Romano Prodi, Senato, tommaso-padoa-schioppa, Vincenzo-Visco
-

Ma perché sul caso Visco proprio Fausto Bertinotti, non solo leader di Rifondazione e presidente della Camera, ma punto di riferimento della sinistra massimalista, denuncia che “su certe cose occorre informare con la massima chiarezza l’opinione pubblica”, una critica neppure tanto implicita a Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa?
Pochi credono che al Senato, sull’affaire Vincenzo Visco-Roberto Speciale, blocchi della maggioranza si alleino con l’opposizione per mandare a casa il governo. Tanto meno che lo faccia la sinistra radicale - da Rifondazione ai Verdi - che finora ha manifestato sostegno a Visco. Ma il malessere di questa fetta dell’Unione è consistente, e Bertinotti ha in qualche modo anticipato i tempi.
Alle ultime amministrative Rifondazione ha avuto un 3%, ben al di sotto ai buoni risultati ai quali era abituata. E se singoli candidati vicini al partito, così come dell’area di Fabio Mussi, sono andati bene all’Aquila e Taranto, i consensi nei confronti dei vertici sono in netta diminuzione. Ed i vertici, a loro volta, manifestano vistosi segni d’inquietudine.
I motivi sono soprattutto tre. Primo: la linea economica di Tommaso Padoa-Schioppa, che è anche esposto sul caso Speciale, ed è per questo che Bertinotti lo chiama in causa (assieme a Prodi) accusandolo di scarsa trasparenza. Contro TPS gli esponenti di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti italiani si erano già scagliati dopo le elezioni siciliane; lo fanno di nuovo con le amministrative. “Con lui le perderemo tutte” commenta il verde Paolo Cento (che di TPS è anche sottosegretario).
Il secondo motivo è il timore che la nascita del Partito democratico tagli fuori l’estrema sinistra dai giochi politici futuri. Il terzo è rappresentato dal referendum, e in subordine da una nuova legge elettorale che penalizzi i partiti minori. In pratica che sottragga loro quel diritto di veto sul quale hanno abbondantemente campato di rendita. Ecco perché il caso Visco è solo un test: i rischi veri si avranno, probabilmente, sulle pensioni, sul tesoretto e sul Dpef, il Documento di politica economica (qui l’ultima versione dell’anno scorso) che deve stabilire a chi e come andranno le future risorse. Un documento che porterà appunto la firma di TPS.
- Tags: bilancio, Corte-dei-Conti, Cri, Croce-rossa, ente, Finanziaria-2007, gestione, Massimo-Barra, Maurizio-Scelli, Ministero-dellEconomia, volontari
-

Segna profondo rosso il bilancio di previsione 2007 della Croce rossa italiana. Nei conti presentati dal presidente nazionale Massimo Barra c’è un buco di oltre 17 milioni di euro.
Quattrini che i 19 comitati regionali (e forse anche parte dei 102 comitati provinciali) dovranno tirare fuori per sanare il disavanzo. Recita il bilancio: “Il Comitato centrale per raggiungere il pareggio a sua volta ha previsto in entrata un contributo straordinario da parte delle Unità territoriali di euro 17.616.527″.
Oltre ai tagli della Finanziaria 2007, la Croce rossa doveva ancora scontare le ingenti spese internazionali ereditate della gestione di Maurizio Scelli. Ma dal bilancio salta fuori che in passato, per far quadrare entrate e uscite, sono stati adoperati metodi non proprio virtuosi.
Dopo i rilievi della Corte dei conti, un’ispezione del ministero dell’Economia e le osservazioni del collegio unico dei revisori, adesso la presidenza Barra ha fatto un po’ di pulizia contabile. Però c’è chi fa osservare che nel 2007 sono più che raddoppiate le spese per gli organi dell’ente: da 245.320 euro a oltre 530 mila euro.
In totale, su poco meno di 208 milioni di euro di uscite, circa 156 milioni sono quelli destinati alle spese obbligatorie per il mantenimento e la gestione dell’ente.