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Giustizia senza fine e processi troppo lenti, l’Ue bacchetta l’Italia

Palazzo di Giustizia

L’Italia ha fatto dei progressi ma non ha ancora risolto in modo definitivo il problema della lunghezza dei processi: quasi 9 milioni i casi pendenti nei tribunali. Servono dunque “con urgenza misure ad hoc” per far fronte ai ritardi nella giustizia. Ci sono luci, ma restano anche delle ombre, nella fotografia scattata dal Consiglio d’Europa nella risoluzione provvisoria sulla durata dei procedimenti italiani, bancarotta inclusa.
“Il comitato dei ministri ha rilevato con interesse il progressi ottenuti con le misure adottate finora in ambito di procedimenti civili, penali e amministrativi” si legge in una nota diffusa a Bruxelles dall’organizzazione con sede a Strasburgo. “Il comitato sottolinea tuttavia che, dato il sostanziale ritardo in ambito civile e penale, approssimativamente 5,5 milioni di casi civili e 3,2 milioni di casi penali pendenti, come anche in ambito amministrativo, va ancora trovata la soluzione definitiva al problema strutturale della durata dei processi”.

Il comitato ha lanciato dunque un appello alle autorità italiane affinché “perseguano attivamente i loro sforzi per assicurare la rapida adozione delle misure già previste per i processi civili e penali e adottare con urgenza misure ad hoc per ridurre i ritardi in ambito civile, penale e amministrativo”.
Ma non solo. “Si incoraggiano fortemente le autorità a considerare una modifica della legge Pinto del 2001 per creare un sistema che risolva il problema dei ritardi nel pagamento delle compensazioni dovute, per semplificare le procedure ed estendere la portata dei rimedi per includere le ingiunzioni accelerando i processi”. Fari poi sui fallimenti. “La riforma del 2006 sui processi per bancarotta - si legge nel testo - ha contribuito a diminuirne il numero ed accelerarli”.
Nei casi di bancarotta il Consiglio d’Europa chiede dunque “alle autorità italiane di continuare gli sforzi per assicurare che la riforma contribuisca pienamente all’accelerazione di questi procedimenti e di prendere misure per rendere più rapidi i processi pendenti a cui non si applica la riforma”.
Il comitato dei ministri “invita le autorità italiane ad assicurare l’attuazione delle riforme e valutarne gli effetti con la prospettiva di adottare, se necessario, ulteriori misure”, si legge ancora nella nota sulla risoluzione. La Corte “continuerà ad esaminare l’attuazione di questi casi al più tardi alla fine del 2009 per i procedimenti amministrativi, metà 2010 per quelli civili, penali e fallimentari”.

Englaro guida la protesta sul testamento biologico: “Una barbarie”

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Il silenzio di Beppino Englaro è durato poco: a nove giorni dalla morte della figlia Eluana, il padre ha fatto sentire la propria voce contro il ddl sul testamento biologico calendarizzato con urgenza dal governo quando la ragazza era ancora in stato vegetativo. “La legge che il parlamento si appresta ad approvare” ha detto, “è una vera e propria barbarie”. Il testo di maggiornaza, ddl Calabrò, è stato scelto questa mattina come testo base dalla commissione Sanità della Camera, per arrivare a una legge. Nella votazione di stamane, 13 i sì della maggioranza, mentre il Pd si è diviso, con 6 senatori che hanno votato no e 3 che si sono astenuti, tra cui il capogruppo Pd Dorina Bianchi. Un testo dal quale, secondo Englaro, potrà uscire solo una legge assurda, incostituzionale e contro la quale “è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce e scendano in piazza a manifestare”. Beppino Englaro ha inoltre aderito alla manifestazione ”Sì alla vita, no alla tortura di Stato”, che si svolgerà a Roma sabato 21 febbraio in piazza Farnese. “Fatti salvi il no ad eutanasia, accanimento terapeutico e suicidio assistito, credo che si possa migliorare tutto nel tentativo di fare una buona legge”, ha commentato invece il relatore Raffaele Calabrò, del Pdl. Nel Pd le divisioni sono acuite dalla temporanea mancanza di leadership, così da un lato c’è l’ex capogruppo Sanità, il senatore Ignazio Marino, che critica il testo approvato e minaccia il referendum se non verranno cambiate le parti che, dice, “di fatto ne rendono impossibile l’applicazione, come la necessità del notaio”, dall’altro i Teodem come Paola Binetti, che vuole lanciare nel Paese una ”mobilitazione e battaglia culturale” per ”ricostruire il tessuto dei valori in favore della vita”.
A Englaro invece rispondono i capogruppo del Pdl in Senato, Quagliariello e Gasparri, attaccandolo: “ha offeso il parlamento” dicono, “Un dramma personale, come certamente è stato quello di Eluana Englaro, non può essere usato per coprire un disegno politico. L’impressione, invece, è che il polverone che si sta sollevando contro il ddl - concludono i due senatori - serva ad impedire un dibattito sui contenuti nella chiarezza delle rispettive posizioni, per non dire apertamente cos’è che si vuole in realtà: l’introduzione dell’eutanasia nel nostro Paese”.

Eluana, il caso alla corte Ue. Il padre: “Da oggi silenzio stampa”

Papà Englaro con la foto di Eluana

La Corte Europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo ha aperto un fascicolo in relazione al ricorso di 34 associazioni sul caso di Eluana Englaro, la donna in stato vegetativo da quasi 17 anni. Non si tratta ancora dell’accoglimento del ricorso ma la procedura è stata incardinata e al momento non respinta, e questo apre potenzialmente la strada ad una discussione nel merito, qualora la Corte decidesse di accoglierlo. Strasburgo non ha però ritenuto di applicare la regola 39 e cioé quella relativa alla procedura d’urgenza, ma ha scelto di seguire la via ordinaria. “Ora” dicce il legale delle associazioni “chiederemo la fissazione il prima possibile di un’udienza per discutere nel merito e una comunicazione ufficiale da parte di Strasburgo sul caso al governo italiano”.

“Prendo solo atto di quest’altro ostacolo, io ho agito con grande limpidezza, loro stanno facendo di tutto per ostacolare quello che è stato deciso” ha detto Beppino Englaro, il padre di Eluana, commentando la decisione della corte europea di Strasburgo. “Noi abbiamo un decreto che è attuabile” ha aggiunto “loro le stanno provando tutte ma credo che da punto di vista umano io non ho più nulla da dire. Ringrazio tutti i media dell’aiuto e del sostegno che mi hanno offerto in tutti questi anni ma ritengo che non mi resta altra scelta di quella di non parlare più, altrimenti non uscirò mai da questo vortice”. “Io non posso impedire agli altri di parlare e di dire quello che vogliono” ha aggiunto “ma devo conservare le poche forze che mi rimangono per portare a termine quello che devo fare”. “So che le proveranno ancora tutte per ostacolarmi, è un gioco senza fine” ha concluso Englaro “io adesso andrò avanti in silenzio per la mia strada”.

Giochi e scommesse: mezzo mondo in gara per il Superenalotto

in ballo ogni anno 2 miliardi di euro
Superenalotto è uno dei termini italiani più cliccati su internet: a febbraio era al sesto posto su Google dopo parole sempreverdi come “amicizia” e “amore”. Nel mondo solo in Brasile c’è un gioco ricercato in rete quasi quanto il concorso italiano. A riprova che ad appena un decennio dalla nascita il Superenalotto è parte della vita quotidiana.
Per mettere le mani su questo ambito pezzo d’Italia si sta scatenando una bagarre planetaria, una volata internazionale che si concluderà verso la fine dell’anno con la scelta del nuovo gestore.
Nella sfida si sta lanciando l’aristocrazia mondiale del “gaming”: dai tre giganti nazionali del settore, cioè la Lottomatica di Marco Sala, la Sisal di Giorgio Sandi e la Snai di Maurizio Ughi, ai colossi stranieri, come gli inglesi della Stanley e i greci della Intralot. Senza contare le altre multinazionali che ancora non hanno dichiarato il loro interesse, ma che secondo gli esperti lo faranno presto, allettate dalle dimensioni del business: 2 miliardi di euro di giocate. Di affari così ne capita sì e no uno all’anno a livello mondiale perfino nel giro straricco dei giochi.
Fino a oggi il Superenalotto è stato gestito dalla Sisal. È la società che ha inventato il concorso prendendo dalle mani dello Stato il cane morto del vecchio Enalotto e riuscendo non solo a resuscitarlo, ma a farlo correre come un levriero, fino a farlo diventare uno dei punti forti del business italiano dei giochi (35,2 miliardi di raccolta nel 2006) e una delle fonti di gettito più sicure per lo Stato italiano (circa 1 miliardo di euro all’anno).
La Sisal, quindi, non solo non ha sfigurato nella gestione del gioco, ma ha investito parecchio, ha messo in piedi una rete che funziona e in grado di coprire in maniera omogenea tutto il territorio nazionale.
Nonostante questi successi e questi meriti, la società guidata da Sandi rischia di perdere ugualmente la gestione del concorso. Perché il Superenalotto è diventato il terreno su cui si confrontano due visioni opposte del business giochi: da una parte l’Italia che cerca di difendere il principio della riserva di legge sul settore, dall’altra l’Europa e le multinazionali del gaming, con in testa la Stanley di Liverpool, ritengono che anche nei confronti di scommesse e lotterie il principio prevalente da far rispettare sia quello della libertà internazionale di impresa.
Il punto di svolta nella vicenda Superenalotto risale al 31 marzo 2005, quando con un atto unilaterale i Monopoli diretti da Giorgio Tino decisero di allungare per decreto di altri 5 anni la concessione alla Sisal, che nel frattempo era scaduta. Due società estere, l’austriaca Tip 24 e la Stanley, si opposero con fermezza lamentando il fatto che la gestione del gioco fosse stata riassegnata, di fatto, senza gara. La Stanley, in particolare, in questi mesi non ha mai mollato continuando la battaglia in tutti i tribunali d’Italia, fino al Consiglio di Stato, dove è riuscita a spuntarla contro ogni previsione. Perciò lo Stato italiano è stato costretto a correre in fretta ai ripari stabilendo nella Legge finanziaria del 2007 che il Super-enalotto fosse messo a gara e dando ai Monopoli l’incarico di prepararla in fretta per individuare il nuovo gestore entro la fine dell’anno.
Alla Sisal è stata intanto concessa un’altra miniproroga di 6 mesi. Per evitare che il gioco, di fatto, chiuda, e per impedire di conseguenza che lo Stato debba rinunciare all’introito.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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