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Cosa-Nostra

Cosa Nostra: terra bruciata attorno al superlatitante Matteo Messina Denaro

L'identikit di Matteo Messina Denaro (Ansa)

L'identikit di Matteo Messina Denaro (Ansa)

Sta vacillando la latitanza del boss indiscusso di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro? Sicuramente il cerchio attorno al numero uno dei latitanti ricercati, si sta stringendo. E non poco. L’indagine dei carabinieri del Ros che questa mattina ha portato all’arresto di 11 uomini d’onore e di insospettabili, tra questi anche il sindaco di Campobello di Mazara, ha cominciato a fare terra bruciata in una delle zona del trapanese, monopolio indiscusso del boss Messina Denaro. Continua

Parla Mario Mori. Fui fermato a un passo da Cosa nostra

Parla Mario Mori. Fui fermato a un passo da Cosa nostra

«Più che un’ipotesi accusatoria, quella della Procura di Palermo è un castello di carta. Mancano completamente le prove dei reati che mi vengono attribuiti». È amareggiato, e molto, il generale dei carabinieri Mario Mori. Sotto processo per «collusione mafiosa», assieme al colonnello Mauro Obinu, s’è appena visto contestare dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l’aggravante della mancata cattura di Bernardo Provenzano, come fosse il prezzo pagato al boss in cambio dei suoi favori nel corso di una presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, all’inizio degli anni Novanta. Continua

Uniti per legge: Ciancimino jr-Ingroia, le accuse sono Cosa nostra

Massimo Ciancimino,  figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito

Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito

Si sorridono, si capiscono al volo, si studiano, sembrano quasi fare gioco di sponda, ma uno resta il magistrato e l’altro il testimone, uno fa il cacciatore e l’altro il cane da caccia che deve aprire la strada per trovare la preda. O le prede. Antonio Ingroia, 51 anni, e Massimo Ciancimino, 47, si conoscono da ormai quasi 20 anni, da quando uno era un giovane magistrato antimafia e l’altro il figlio di un politico-mafioso dc solo apparentemente caduto in disgrazia. Continua

Il tesoretto dei detenuti. Tra extra e sprechi, ecco i conti delle carceri italiane

La cella di un carcere | (Credits: estrelas e limóns by Flickr)

La cella di un carcere | (Credits: estrelas e limóns by Flickr)

Le carceri italiane? Come banche svizzere: movimentano milioni di euro al mese, trasferiscono soldi all’estero, aprono e chiudono centiniaia di conti correnti al giorno. Insomma, costudiscono ed amministrano un vero e proprio tesoro. Quello dei detenuti. Continua

Le signore delle cosche: se la mafia diventa sempre più rosa

Blitz dei carabinieri anti mafia | (Ansa)

Blitz dei carabinieri anti mafia | (Ansa)

“…che schifo le femmene comm’a cheste. Comme po’ fa n’azione e cheste ‘na mamma e figlie”. Piangeva Pasquale, quando la madre del boss è entrata nella stanza e si è messa a ridere. Rideva del “coraggio” del figlio, che aveva appena sparato un colpo di pistola alle gambe di un uomo annichilito dalla paura. Da oltre un’ora il boss lo stava minacciando con una pistola ad aria compressa davanti agli uomini d’onore della cosca e a quella stessa madre, che entrava in scena per controllare come stavano procedendo gli “affari”. Continua

Parla il cacciatore di mafiosi: Cosa nostra è diventata cosa mia

L'arresto del boss mafioso Domenico Raccuglia

L'arresto del boss mafioso Domenico Raccuglia

“Se il ministro Renato Brunetta volesse dare un’occhiata alla produttività della Squadra catturandi di Palermo, non avrebbe nulla da ridire, anzi. Tutti i latitanti che ci hanno assegnato li abbiamo presi. Siamo forse l’ufficio pubblico con la più alta produttività del Paese”.
Al sovrintendente di polizia I.M.D. piace molto scherzare. Soprattutto da quando, il 15 novembre, insieme con i 55 colleghi della sua squadra ha messo le mani su Domenico Raccuglia, detto “il Veterinario”, latitante da quasi 15 anni. Leggi l’intervista esclusiva

Blitz contro i “protettori” del boss Messina Denaro, 13 arresti

Il Murales di Messina Denaro

Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.

È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.

Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.

Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.

Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.

Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:

“Venivano a casa a chiedermi il 3%”. Parla l’imprenditore taglieggiato dal pizzo

Valigetta

A Milano come a Gela: se vuoi lavorare devi pagare il pizzo a Cosa nostra.
I boss Maurizio La Rosa e Maurizio Trupia, legati al clan Emanuello, arrestati venerdì scorso dalla Squadra mobile di Caltanissetta, imponevano il pagamento del pizzo agli imprenditori siciliani che si aggiudicavano appalti pubblici nelle città del Nord Italia. Ed in particolare nel capoluogo lombardo.
“A niente serviva lasciare la terra d’origine e cercare lavoro altrove perché a Cosa Nostra le ditte siciliane erano costrette a pagare comunque il 2 o il 3 per cento di ogni appalto pubblico vinto’fuori’ dall’isola”, puntualizza il questore di Caltanissetta, Guido Marino.
Cesare (nome di fantasia), originario di Gela, due anni fa si è aggiudicato un appalto da 3 milioni e 300 mila euro per la manutenzione dell’acquedotto di Milano e di alcuni comuni confinanti. Lui come altre decine di imprenditori, per mesi, ha dovuto subire i ricatti e le intimidazioni dei boss gelesi La Rosa e Trupia. Ma ha avuto il coraggio di reagire, di denunciare i suoi estorsori e di collaborare con gli investigatori.

A Panorama.it ha parlato delle richieste dei boss e ha spiegato come è riuscito a farli arrestare “lavorando” fianco a fianco con la Polizia di Stato.
Quando sono iniziate le prime richieste di pizzo?
Dopo pochi mesi che avevo vinto l’appalto. Mi sono aggiudicato la gara a fine luglio 2007 e a gennaio del 2008 per la prima volta è venuto a trovarmi Trupia. Mi ha chiesto un “regalo”. Non ha parlato di cifre ma era chiaro che voleva un anticipo sulla percentuale che Cosa nostra pretende dagli imprenditori come me. Ha saputo del mio nuovo lavoro a Milano e voleva il tre per cento dei tre milioni e 300 mila euro, il valore dell’intero appalto.
Lo ha denunciato subito?
No, ho aspettato alcuni mesi. Poi, ho parlato con i miei familiari e abbiamo deciso che dovevamo mettere la parola fine a questi ricatti. Ogni volta che io tornavo a casa, a Gela, lui o l’altro (Trupia, ndr) suonavano alla porta di casa. Sono venuti circa cinque o sei volte e in ogni occasione mi ripetevano che mi avrebbero aiutato nel mio lavoro, mi avrebbero agevolato con le ditte per i subappalti e mi avrebbero ‘protetto’ i mezzi . Sono vent’anni che faccio questo lavoro e per vent’anni sono stato costretto a pagare percentuali a questo o quel clan se volevo lavorare tranquillo.
Quando si è rivolto alla polizia?
A marzo 2008. Adesso è più di un anno che collaboro con le Forze dell’ordine. Mi sono presentato in Questura a Caltanissetta e al dirigente della Squadra mobile ho raccontato tutto: nomi, fatti, luoghi.
È stato minacciato con una pistola?
No, mai. Loro non vengono mai con le pistole. Tutti gli imprenditori siciliani lo sanno che i boss, quelli veri, non vengono mai armati. Se tu non paghi con i soldi, paghi con la casa, con le proprietà, con gli affetti o con la vita.
Quando sono venuti l’ultima volta a chiederle i soldi?
A Pasqua. Questa volta è venuto Trupia. “Vedi di metterti a posto per le festività pasquali” mi ha detto, visto che per Natale non ero venuto a Gela e lui non aveva avuto modo di chiedermi la tangente. Ero rimasto volutamente a Milano.
Quanti soldi le ha chiesto?
Mi ha chiesto quindici mila euro. Io ho preso tempo. Riesco a far trascorrere alcuni giorni. Intanto parlo con la polizia e il magistrato. Poi lui ritorna all’attacco: alle 4 di un venerdì pomeriggio, ci incontriamo con La Rosa e mi dice di portare i soldi, in contanti, in un bar del centro di Gela per le ore 20.
E lei?
Ho detto che non potevo trovare tutti quei soldi a quell’ora del pomeriggio: le banche sono chiuse. La Rosa, di risposta, mi ha anticipato l’orario alle 19. E poi è scattata l’operazione della polizia. Ho registrato tutti gli incontri che ho avuto con La Rosa e Trupia, e poi li ho consegnati agli investigatori.
Lei ha appalti milionari anche a Torino e Gorizia. Adesso non ha paura?
Tranquillo non sono ma ho piena fiducia negli investigatori e nello Stato. Mi seguono in ogni mio spostamento e mi proteggono. Certo, non escludo, che qualcun altro suoni alla mia porta a chiedermi nuovamente il pizzo.

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