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Migranti, botta e risposta La Russa-Onu. E Maroni dice stop alle polemiche

Ignazio La Russa

Nessuna lacerazione, nessuna polemica con il ministro Frattini. Anzi, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa tiene le posizioni, chiede scusa e non cede: il Governo “è compatto nel dire che l’Alto Commissariato Onu sbaglia nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia e dei marinai italiani nei riaccompagnamenti verso il porto libico” degli immigrati clandestini. Anche “Frattini, che è l’uomo più moderato del governo, dice che ha sbagliato”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, a Faccia a Faccia su Radio Tre Rai, torna sulle polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni su agenzie Onu e flussi migratori.
“Nessun ordine da parte del ministero dell’Interno e tantomeno mio di usare la forza è stato impartito al capo di stato maggiore della Marina o al comandante di nave Spica. Non è stata usata alcuna azione coercitiva ma anzi” ha rilevato La Russa “è stata applicata la ‘legge del mare’ che prevede di accompagnare nel porto più vicino” le imbarcazioni in difficoltà.
Il ministro della Difesa ha poi “chiesto ammenda” per le espressioni da “tono comiziale” usate nei riguardi di Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr. “Mi spiace che ci siano stati problemi di tipo personale” ma, ha aggiunto: “Sto ancora aspettando dalla Boldrini la spiegazione del perché considera più umano accompagnare i migranti in Italia, rinchiuderli nei Cie e poi espellerli”.
Il ministro La Russa, non sembra comunque cedere: il governo è compatto nel dire che l’Unhcr sbaglia nel criticare l’Italia sui riaccompagnamenti: “Comunque” ha aggiunto nel corso dell’intervista radiofonica “concordo con il ministro degli Esteri nel dire che dobbiamo sempre rispettare gli organismi internazionali, anche quando sbagliano. In cosa sbaglia l’Unhcr? Nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia in generale e, dico io, dei marinai italiani nel riaccompagnare in Libia i clandestini che vengono intercettati sui barconi”.
Ma le polemiche non si stemperano, anzi L’Alto commissariato Onu per Rifugiati, Antonio Guterres, risponde da Ginevra ai commenti “negativi e infondati” che sono stati rivolti all’Alto commissariato (Unhcr) e “a singoli funzionari da un esponente del governo italiano”. “Gli attacchi immotivati e personali sono inaccettabili” e, scrive Guterres, “non mutano e non muteranno l’impegno dell’Unhcr nel perseguire il suo mandato e la sua missione umanitaria”. E spiega: l’agenzia Onu “ha una responsabilità globale nella protezione dei diritti dei rifugiati” e per questo “continueremo a esercitare questo mandato in Europa così come lo facciamo in altre parti del mondo. Il mio Ufficio è ben consapevole delle sfide che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e ad altri Paesi europei. Continueremo a lavorare con i governi e con tutti gli altri partner per affrontare queste sfide in modo da garantire il pieno rispetto dei diritti dei rifugiati e di quanti hanno bisogno di protezione internazionale”. E conclude: “Il mio rappresentante in Italia, Laurens Jolles, e la mia portavoce in Italia, Laura Boldrini, godono della mia piena fiducia nel portare avanti questo importante compito”.
Immediate le reazioni del mondo politico. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, incontrando i giornalisti a Monopoli, a margine di un incontro con gli studenti sul tema della Costituzione italiana precisa: “Dovremmo sforzarci tutti di affrontare una questione così impegnativa e complessa per la società italiana senza cadere nella tentazione di dare vita a un confronto tutto finalizzato unicamente al voto per il Parlamento europeo che viene rinnovato tra qualche settimana”. Per il presidente della Camera quello dell’immigrazione e dell’integrazione è un problema “di rapporto fra Unione europea e Paesi di provenienza degli immigrati, tocca il futuro della nostra società e andrà oltre il 7 di giugno”.
Sulla questione dei respingimenti dei clandestini, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha detto che “la polemica è incomprensibile”. Maroni non ha fatto riferimento al botta e risposta fra l’alto commissariato per i rifugiati e il ministro della Difesa La Russa. Ha detto però che dal suo “punto di vista vorrei la polemica terminasse. Innalzare i toni potrebbe pregiudicare il buon lavoro che abbiamo fatto in questi dieci mesi”. Secondo il ministro, infatti, l’Unhcr potrebbe svolgere un ruolo importante in Libia, anzi “fondamentale”. “Rispetto le opinioni di tutti” ha aggiunto “ma non penso sia utile tenere i toni della polemica”.

Alle dichiarazioni del ministro La Russa, ha risposto anche con una nota Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama. “La posizione del governo” sostiene Anna Finocchiaro “sta rasentando l’ottusità costringendo il nostro Paese in una situazione di isolamento internazionale sempre più preoccupante. Siamo a una sorta di delirio di onnipotenza che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia: su crisi e immigrazione, in nome della propaganda elettorale, questo governo” conclude “ci sta spingendo in un tunnel davvero pericoloso”.

I clandestini e la fortezza Europa: Italia, sentinella solitaria

Barcone di immigrati
di Laura Maragnani

Correva l’anno 2008, 4 gennaio, e gli esperti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) già dicevano: “Esprimiamo estrema preoccupazione per l’accordo raggiunto tra il governo italiano e il governo libico in materia di contrasto all’immigrazione irregolare (…) l’accordo pone oggettivamente l’Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità dirette per le violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico potranno essere commesse a danno dei migranti”.
Mancavano ancora 16 mesi alla notte tra il 5 e il 6 maggio 2009, quella in cui la prima operazione di pattugliamento italolibico ha riportato a Tripoli 228 migranti in viaggio verso Lampedusa, e già c’erano la preoccupazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e le proteste di Amnesty international. Presidente del Consiglio, all’epoca, era Romano Prodi. Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. A firmare l’accordo con Abdurrahman Mohamed Shalgam, ministro degli Esteri libico, c’era l’allora titolare del Viminale, Giuliano Amato. E ora?
Firmato il 30 agosto scorso il trattato definitivo con Muammar Gheddafi (è stato ratificato da Camera e Senato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e, grazie al pressing di D’Alema, anche del Pd), la bomba diritti umani è scoppiata, paradossalmente, nelle mani del centrodestra. E ha buon gioco a fare dell’ironia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Loro fanno gli accordi e noi, che li applichiamo, siamo i cattivi?”.

I numeri, del resto, sono quello che sono. Sia per la destra sia per la sinistra. Amato stimava che in soli 3 anni, dal 2005 al 2007, fossero partiti dalle coste libiche in 60 mila. Solo a Lampedusa, in quegli anni, ne sono arrivati 45 mila. Altri 30 mila nel 2008. E il quadro nazionale? Anno 2007, governo Prodi in carica: 20.455 sbarcati clandestinamente. Stranieri rintracciati: 74.762. Rimpatri effettivi: 26.779. Non rimpatriati: 47.983, quasi il doppio. Anno 2008, governo Berlusconi: 36.951 sbarcati, 70.625 stranieri rintracciati. Rimpatriati 24.234. Non rimpatriati 46.391, quasi il doppio. Primi 5 mesi del 2009: 6.388 sbarcati, 20.503 rintracciati, 6.727 rimpatri effettivi. Non rimpatriati: 13.776, quasi il doppio.
Quanto costa la gestione di tutto questo? Fra centri di identificazione, accertamenti di identità, pratiche burocratiche e rimpatrio al Viminale stimano una spesa tra i 110 e i 120 milioni di euro l’anno, in costante crescita. La Ue contribuisce solo con una ventina di milioni per le operazioni di soccorso in mare. Malta riceve poco di meno, ma ai barconi che rischiano il naufragio rifiuta persino l’ingresso in porto.

Una linea comune europea non c’è. Il sistema di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione, così come l’avevano disegnato gli accordi di Schengen e Dublino, è fallito. E la costosa Agenzia europea di controllo delle frontiere esterne, la Frontex (80 milioni di euro nel 2008), non è finora servita a fermare l’immigrazione clandestina: solo “ne modifica le rotte, costringendo all’utilizzo di imbarcazioni sempre più piccole e finendo per accrescere i guadagni dei trafficanti e il numero di vittime della fortezza Europa” segnalava già nel 2007 Fulvio Vassallo Paleologo dell’Asgi.
La fortezza Europa è sotto assedio e qualche avamposto si è già blindato, come la Spagna. Le due enclave spagnole in terra marocchina, Ceuta e Melilla, oggi sono difese da barriere alte da 4 a 6 metri, e le coste al di là di Gibilterra sono monitorate con un sistema radar. Nel 2007 il socialista José Luis Zapatero ha firmato con il governo di Rabat un accordo che prevede il rimpatrio forzato dei minorenni non accompagnati e il loro smistamento in centri di detenzione amministrativa a Tangeri, Nador e Marrakech. Malta ha scelto la linea del “teneteci fuori”. Cipro è sommersa dai clandestini. E l’Italia? Prima del caso Libia il governo aveva già messo al lavoro le diplomazie per aggiornare alcuni dei 30 accordi già sottoscritti, 15 con nuovi e vecchi stati dell’Unione, 7 con altri paesi europei, 8 con paesi extraeuropei (Algeria, Egitto, Filippine, Georgia, Marocco, Nigeria, Tunisi e Sri Lanka), gran parte risalente all’epoca pre Schengen. Obiettivo: intese per velocizzare i rimpatri in Algeria (5 cittadini per ogni volo di linea diretto ad Algeri), Egitto (a marzo si è cominciato a discutere con le autorità consolari egiziane in Italia), Tunisia (a gennaio è stato raggiunto un accordo per il rimpatrio, a gruppi, di 4-500 tunisini sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa, seguiti poi da altri 100 ogni mese). Dalla Nigeria sono già arrivati a Roma, il 6 maggio, i primi sei poliziotti che, in base a un accordo firmato il 17 febbraio ad Abuja, collaboreranno con la polizia italiana.

Lo stesso giorno a Tripoli sbarcavano dalle motovedette italiane i 228 migranti intercettati tra Italia e Libia. Ed esplodeva la questione dei diritti umani. Silvio Berlusconi farà marcia indietro? “Non ci pensiamo nemmeno. L’Italia è forse il paese europeo col più alto accoglimento di domande di asilo e protezione: su 31 mila richieste nel 2008 ne abbiamo accolte ben il 40 per cento” assicura il sottosegretario Mantovano. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, l’Unione adesso faccia la sua: istituisca in Libia delle commissioni europee, in collaborazione con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, e poi distribuisca i rifugiati su tutto il territorio europeo. Dalla Lituania alla Svezia. Siamo stanchi di essere in prima linea da soli”. Soprattutto alla vigilia delle elezioni, quando l’Ipsos per Ballarò ha appena mostrato con un sondaggio che il 65 per cento degli italiani approva le operazioni di rimpatrio forzato. E, sorpresa, anche tra gli elettori di sinistra.

Gli italiani chiedono la linea dura

Gli italiani chiedono la linea dura

Parla Rutelli: “Assurdo pensare di accogliere tutti i migranti”

Immigrati clandestini

di Laura Maragnani

Sul tavolo di Francesco Rutelli, nella sede del Pd, ci sono due cose in bella vista. C’è un dossier di 104 pagine che il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica di cui l’ex sindaco di Roma è presidente, ha appena reso (in parte) pubblico: La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica. Otto mesi di lavoro e molte audizioni di peso, fra cui il direttore dell’Aise Bruno Branciforte e quello dell’Aisi Giorgio Piccirillo. E poi c’è un’Ansa, da Sharm el Sheik. Silvio Berlusconi: i barconi di immigrati in viaggio verso l’Italia “non sono fatti occasionali, ma il frutto di una organizzazione criminale”.
Rutelli afferra il dossier Copasir. “In Italia tendiamo a rimuovere la dimensione criminale dell’immigrazione clandestina. Ma c’è. Enorme” assicura. “Dietro i disperati che arrivano sui barconi (vittime di tratta, migranti economici, richiedenti asilo) c’è un racket sempre più efficiente e flessibile. E c’è un business che secondo l’Unodc, l’Ufficio antidroga delle Nazioni Unite, è ormai al secondo posto dopo la droga, e prima delle armi, nel fatturato criminale”.
Che cos’ha scoperto il Copasir?
Per la prima volta abbiamo delineato la mappa e le rotte di un network in cui si intrecciano reti criminali, organizzazioni mafiose, mafie etniche nei paesi d’origine e di transito.
E anche di arrivo?
Risultano connivenze e coperture sul piano logistico, ma non interconnessioni di primo livello con le mafie italiane. Ci sono scambi di favori. Però la miscela fra criminalità interna e mafie d’importazione è potenzialmente esplosiva, come si è visto a Castel Volturno: quando ti trovi i morti ammazzati per strada e devi mandare 500 militari a riportare l’ordine, è troppo tardi. Bisogna intervenire prima. Oggi il network che prospera sull’immigrazione clandestina e sulla tratta di donne e minorenni assume sempre più una forma di contropotere. E, oltre a colpire i diritti fondamentali delle vittime, rappresenta una minaccia alla nostra sicurezza.
In che senso?
I rapporti dell’intelligence segnalano infiltrazioni di organizzazioni criminali straniere che gettano basi permanenti in Italia. Sono gruppi che in alcuni stati del Terzo mondo poggiano sul fatturato di queste attività illecite e da noi non si debbono radicare. I nomi li conosce l’intelligence e li conosce la magistratura. Non posso dire altro.
Al Qaeda?
Finora l’Italia sembra essere per Al Qaeda solo una base logistica, di transito e di reclutamento. Non è emersa, finora, la volontà di compiere azioni dirette sul nostro territorio. Ma è chiaro che la situazione dev’essere monitorata. E affrontata, anche a livello di opinione pubblica, in maniera diversa.
Lei ha appena invitato il Pd ad affrontare “senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina, respingimenti compresi.
Dobbiamo uscire dalla retorica, sia a destra sia a sinistra. Elettoralmente il mercato della paura e della sicurezza per la destra è redditizio; è facile sparare slogan come “fuori i clandestini” o “creiamo vagoni separati per i milanesi“, frase che in un paese civile sarebbe perseguibile come istigazione al razzismo. Ma a questo una parte della sinistra non può rispondere con l’assurdità del “siamo tutti clandestini”. L’Italia è un paese che ha 8 mila chilometri di coste. Vogliamo mettere nel Canale di Sicilia un cartello con scritto “Chiunque può sbarcare”? Siamo seri, non potremmo mai integrare 10 milioni di immigrati. Vorrei lanciare un appello.
Lanciamolo.
Togliamo di mezzo la demagogia e affrontiamo un percorso condiviso. Affrontiamo tutti insieme la continuità nel contrasto dell’immigrazione clandestina e la continuità nelle politiche di integrazione degli immigrati regolari: case, scuole, apprendimento della lingua, diritti, doveri. Abbiamo i flussi per gli arrivi legali? Bene, facciamoli funzionare. Ma le persone che arrivano regolarmente devono essere accolte, integrate e lasciate vivere in pace. Alla nostra economia il lavoro degli stranieri ha assicurato una maggiore prosperità. È una verità che non è mai male ripetere.
E l’immigrazione clandestina?
Il Copasir qualche indicazione l’ha data. Per combatterla servono accordi bilaterali, e multilaterali, coi paesi d’origine e di transito. Serve supporto logistico e di formazione alle polizie locali, come già abbiamo fatto in Albania. In alcuni casi potrebbe essere ragionevole un’integrazione dello stipendio degli operatori locali, per evitare la tentazione di accordi con i trafficanti. E serve intelligence. Serve un lavoro più strutturato di analisi per capire i movimenti, intervenire sulle partenze e soprattutto stroncare l’attività dei racket all’origine. Ripeto: a noi manca, come paese, la percezione della dimensione criminale del fenomeno. Ma è ora di affrontare la realtà. Prendiamo la Cina.
Cosa c’entra la Cina?
La crisi ha già creato, secondo alcune stime, 30 milioni di migranti interni. E l’emigrazione verso l’estero è gestita dalle triadi (le mafie, ndr): è chiaro che parecchie migliaia arriveranno qui, nelle nostre Chinatown. A lavorare, spesso, in condizioni di schiavitù. O a creare problemi di ordine pubblico come si è visto a Milano, coi regolamenti di conti in via Paolo Sarpi.
Anche a Roma la situazione non è facile.
A Roma il centrodestra ha vinto con parole d’ordine dure su immigrazione e sicurezza, ma io non ho mai visto per le strade tanti mendicanti, finti invalidi, mutilati, bambini disgraziati che chiedono l’elemosina… È la dimostrazione che gli slogan non servono, serve il senso della realtà. E la realtà ci dice che tra Romania e Italia si viene in una notte, basta prendere il pullman, e non c’è alcun controllo, non servono più nemmeno i passaporti.
I romeni ormai sono cittadini Ue. Non è un problema di immigrazione irregolare, no?
Ma di criminalità organizzata sì. La Romania dà la possibilità di ottenere il passaporto romeno anche ai residenti in Moldavia e in Transnistria, e sappiamo che la Transnistria è una delle regioni dell’Europa centrale a più forte infiltrazione criminale: traffico d’armi, droga, sfruttamento della prostituzione. E noi non facciamo niente? No, qui serve davvero un percorso condiviso. Un riformismo vero. E rigore. L’Italia deve accogliere i richiedenti asilo, con procedure trasparenti, quando sono privati dei diritti fondamentali. Ma deve diventare un approdo molto più difficile per tutti i trafficanti del mondo.

Sbarchi a Lampedusa

Migranti: in Italia li trattiamo meglio che altrove

Barcone di immigrati

di Marina Castellaneta - Docente associato di diritto internazionale all’Università di Bari

Lo stato europeo che protegge di più le vittime del traffico di esseri umani è l’Italia. Lo dice l’Unione Europea in un rapporto che analizza i risultati ottenuti da ciascun paese sul fronte del contrasto al traffico di esseri umani e degli aiuti forniti alle vittime. Nonostante le accuse rivolte dall’Onu al nostro Paese.
Secondo il dossier dell’Unione del 25 marzo 2009, tra il 2000 e il 2007 ben 54.559 vittime del traffico di esseri umani hanno ottenuto aiuti in Italia e 13.517 sono state coperte da programmi di integrazione sociale, rivolti anche a minorenni.
Non solo, a fronte di una limitata protezione delle forze di polizia assicurata alle vittime negli altri stati membri, l’Italia, osserva la Commissione europea, “è un caso particolarmente positivo perché tutte le vittime che sono state collocate in programmi di inserimento sociale hanno anche ricevuto una protezione dalle forze di polizia”.
Tra il 2001 e il 2006, 7.734 vittime sono state inserite in programmi di assistenza in Italia, contro le 638 in Austria e le 542 in Lituania.
Per quanto riguarda poi gli aiuti alle vittime del traffico di esseri umani, l’Italia, come gli altri stati membri (con esclusione di Spagna e Lussemburgo), ha recepito la direttiva 2004/81 e ha introdotto un sistema che permette alle vittime di ottenere direttamente un permesso di soggiorno.
Le vittime arrivano soprattutto dalla Nigeria (4.150), dalla Romania (3.157), dalla Moldova (910), dall’Albania (873), dall’Ucraina (691), dalla Russia (390) e dalla Bulgaria (190). Dati che mostrano un cambiamento del fenomeno che, con la presenza di Bulgaria e Romania, ha assunto una connotazione anche intracomunitaria.
Inadeguate in tutta Europa, invece, le risposte sul fronte giudiziario: troppo pochi i procedimenti avviati. È vero, precisa Bruxelles, che c’è una tendenza che mostra una crescita di procedimenti, perché si è passati dai 195 del 2001 ai 1.569 del 2006; ma le cifre sono ancora troppo basse rispetto alla diffusione del crimine nell’Unione Europea. Il numero più alto di azioni (anno 2006) è della Germania (353), seguita da Belgio e Bulgaria (291), da Italia (214), Austria (128), Portogallo (65) e Regno Unito (54). A Malta è stato avviato un solo procedimento.
Con la conseguenza che “il traffico di esseri umani continua a essere di grande profitto e di basso rischio sotto il profilo della reazione punitiva sia nell’ambito dello sfruttamento per fini sessuali sia per il lavoro, con particolare riguardo ai minori”.
Va poi rafforzata la cooperazione internazionale perché sono ancora poche le indagini comuni, che costituiscono lo strumento più efficace di lotta a quella che è una forma moderna di schiavitù, che s’intreccia all’aumento dell’immigrazione illegale. Con profitti record per la criminalità organizzata e un giro di affari che frutta alle organizzazioni malavitose 31,6 miliardi di dollari l’anno.
Ora l’Europa prova a fronteggiare il fenomeno e si appresta a modificare la decisione quadro 2002/629/Gai sulla prevenzione e la lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime. Anche perché aumenta la pressione degli immigrati clandestini, soprattutto su Italia, Francia e Spagna, come risulta dal terzo rapporto annuale, del 9 marzo 2009, sullo sviluppo di una politica comune sull’immigrazione illegale.
È comunque Madrid a detenere il primato dei dinieghi di ingresso alle frontiere: nel 2007 la Spagna ha raggiunto la cifra record di 644.989 casi di rifiuto, seguita da Francia, a quota 26.593, Polonia (32.188), Germania (11.697), Ungheria (11.198), Slovenia (11.497), Romania (9.753) e Italia (9.394).
La vera emergenza è però nei paesi del Mediterraneo. A ottobre 2008 sulle spiagge italiane sono arrivati 30 mila boat people contro i 19.900 dell’intero 2007: circa 7 mila hanno fatto domanda di asilo e quasi la metà dei richiedenti lo ha ottenuto o ha acquisito altre forme di protezione. Scenario completamente diverso in Spagna dove solo il 3 per cento fa domanda di asilo.
Sul fronte dei rimpatri è peggiorato il livello di esecuzione dei provvedimenti perché l’attuazione effettiva è passata da 252.391 rimpatri eseguiti nel 2004 a 226.179 nel 2007 (-10,4 per cento).

Le richieste di asilo

Maroni: Respinti altri immigrati. La Cei: l’Italia è già multietnica

Rifugiati in Italia

“Pochi minuti fa abbiamo riportato a Tripoli altri 240 clandestini trovati in mare”. Lo ha annunciato oggi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al suo arrivo a gli Stati Generali del Nord a Vicenza. Il responsabile del Viminale ha assicurato che “la linea della fermezza, in materia di immigrazione, continuerà finché gli sbarchi non cesseranno. Accanto a questo continuerà anche l’accoglienza per chi arriva e riesce ad entrare con la verifica se ci sono o meno i requisiti per l’ottenimento dello status di rifugiato. Ma la linea è quella dei respingimenti. Chi non entra nelle acque territoriali italiane sarà rispedito da dove è venuto”, ribadisce con forza Maroni, “così come prevedono le normative internazionali che noi applichiamo rigorosamente. Negli ultimi cinque giorni sono stati respinti oltre 500 clandestini”.

Il tema dei rimpatri tiene banco nel dibattito politico. La Lega ha apprezzato le recenti parole del premier, Silvio Berlusconi (”siamo contrari all’idea di un’Italia multietnica”). “Gli daremo la tessera della Lega perché si è ‘pontidizzato’”, afferma il ministro Roberto Calderoli. “La nostra linea fa proseliti” aggiunge il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi.

Pieno appoggio alle affermazioni del premier anche dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Sostenere che la società italiana debba essere assolutamente convinta che occorra mantenere la propria identità, tradizioni, cultura, non significa che non possono diventare italiani persone di qualunque religione, razza e provenienza, ma significa che non bisogna disperdere la nostra storia che ci vede unici nel mondo”.

Non mancano però le critiche alla linea dura di Maroni e alle frasi di Berlusconi sull’immigrazione. “Strumentalizzare questo tema a fini di campagna elettorale”, attacca Dario Franceschini, “è orrendo e disgustoso. Per coprire le sue imbarazzanti vicende personali e per non parlare della distanza siderale tra le cose promesse in Abruzzo e quello che c’è nel decreto”, afferma il segretario del Partito democratico, “si inventano una cosa simbolica sull’immigrazione. Trovo orrendo che si usino i drammi delle persone per cavalcare un argomento popolare”. Per Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, “di questo passo in Italia non faremo entrare neanche Obama… Berlusconi”, aggiunge l’ex pm, “non sa neanche che vuol dire la parola multietnica. Poi chi cerca una sola razza sappiamo bene cosa fa…”. Secondo Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, “chi guida il Paese non deve fare demagogia o compiacere la Lega”, piuttosto “deve risolvere i problemi. Dire no ad una società multietnica significa chiudere le nostre fabbriche, non avere collaborazione per i nostri anziani e delineare una società che non esiste”.

Critiche anche da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati in alcune dichiarazioni rilasciate a Repubblica. “Respingere in Libia gli immigrati entra in rotta di collisione col diritto di asilo, così come è regolato da leggi nazionali, europee e internazionali. Esiste infatti il principio del non respingimento nel caso di gente bisognosa di protezione. La Libia”, prosegue la Boldrini, “non ha firmato la convenzione di Ginevra sui diritti di rifugiati, non ha un sistema di asilo in linea con gli standard previsti e non possiamo entrare in tutti i centri di detenzione. Non siamo in grado di garantire la loro effettiva protezione se vengono rispediti in Libia, dove stiamo lavorando per avere un riconoscimento formale della nostra presenza potendo così entrare nei centri. Visto che sono stati mandati in un paese che non ha firmato la convenzione di Ginevra, per l’Unhcr sarebbe importante che l’Italia ottenga dalla Libia le rassicurazioni che le persone bisognose di protezione non verranno rimandate nei paesi di origine da cui sono fuggite a causa di persecuzione. In passato”, conclude la portavoce dell’Unhcr, “purtroppo ci sono state situazioni di questo genere e di alcuni non si è mai più saputo nulla”.

Anche la Chiesa interviene sull’argomento. L’Italia multietnica e multiculturale è “un valore” ed esiste già “di fatto”. Lo ha detto all’agenzia Ansa il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, osservando che “il problema è invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano” perché “non si cresce insieme in una accozzaglia disordinata e sregolata”. Una presa di posizione che arriva all’indomani delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che si era detto contrario all’idea di un’Italia multietnica.

La Cei interviene anche sull’ipotesi di riservare carrozze della metro solo ai milanesi. È “una provocazione assurda, una cosa fuori di testa” afferma monsignor Domenico Sigalini, segretario della Commissione episcopale per le migrazioni. “Credo e spero”, spiega, “che quella della Lega sia soltanto una provocazione anche perché io ho visto vari Paesi in cui c’erano queste distinzioni e ne ero stato molto impressionato. Sono stato in Cina”, racconta il vescovo, “dove addirittura ci sono treni diversi con carrozze per turisti e carrozze per la povera gente”, discriminazioni assurde - osserva il presule - nei confronti degli strati più deboli delle società. “È una roba assurda”, conclude il segretario della commissione Cei per l’immigrazione, “ma credo che sia fuori da ogni considerazione di tipo antropologico”.

Il VIDEO servizio:

Finita l’odissea Pinar, resta l’allarme. E Maroni denuncia Malta all’Ue

I migranti nigeriani sulla Pinar

Ora che gli oltre 140 immigrati della nave turca Pinar sono in salvo in territorio italiano, la Commissione Ue ringrazia Roma, non entra nel rimpallo delle responsabilità, ma considera la vicenda tutt’altro che chiusa, tanto che in questi gorni il caso Italia-Malta sarà sul tavolo dei commissari riuniti a Strasburgo. E in quella sede sarà esaminato il dossier che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, invierà perché la Commissione che lo esamini assieme a quello steso dalle autorità maltesi.
Ad accompagnare le pagine del responsabile del Viminale, ci sono però accuse pesanti: “Malta prende contributi come tutti i Paesi per fare interventi che dobbiamo fare noi”, ha detto il ministro Maroni. Il dossier preparato dal ministero dell’Interno, secondo quanto riportato da Il Giornale, parla di 600 “mancati interventi” da parte di Malta. Una “negligenza” che ha costretto il nostro Paese a soccorrere circa 40mila persone in mare aperto.
Insomma, nel duro braccio di ferro fra Italia e Malta, Roma chiede a gran voce l’intervento della Ue: “Ragioni di carattere umanitario ci hanno indotto ad accogliere questi immigrati”, ha chiarito Maroni. “Ora”, però, “pretendiamo che la Commissione Europea intervenga per far rispettare le regole a tutti”.
E infatti, la risposta (sia pur neutra) dell’Ue arriva subito: “Per il cargo turco si è arrivati ad una soluzione ma il problema resta ancora irrisolto, perché altri drammi rischiano di avvenire in futuro”, ha detto il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, che ha ringraziato l’Italia per l’accoglienza e l’aiuto agli africani, da giorni in attesa di una soluzione. “L’Unione Europea deve esprimere una solidarietà più concreta ed efficace, per questo riprenderò la discussione sull’emergenza immigrazione durante il prossimo Consiglio dei ministri”, ha spiegato.
In particolare, il commissario ha auspicato che dai 27 venga il sostegno unanime alla politica di cooperazione con Paesi di transito come Egitto, Libia e Tunisia. Inoltre, gli Stati membri non esposti ai flussi - ha spiegato Barrot - potrebbero assumersi parte del fardello, almeno degli immigrati che sono stati già dichiarati rifugiati.
Al momento l’intervento di Bruxelles è solo “di mediazione tra Malta e Italia” - come ha ricordato Barrot - ma sono esclusi interventi legislativi per fare ordine nel traffico Mediterraneo. “Non c’è allo studio nessuna direttiva specifica”, ha detto oggi il portavoce del commissario, spiegando che la politica marittima resta regolata dal diritto marittimo internazionale.
E Bruxelles prende atto, senza puntare il dito contro nessuno, che “il diritto marittimo internazionale non è semplice da interpretare”, ha detto Barrot. Per il commissario non è quindi facile accertare le responsabilità nella vicenda Pinar: “Il diritto stabilisce che bisogna portare le persone a rischio di naufragio nel porto più vicino, ma dove le condizioni di accoglienza sono accettabili”. Ma su questo, ha aggiunto, “evidentemente Malta e l’Italia avevano entrambe le loro obiezioni”.
Il commissario europeo alla Giustizia non ha voluto criticare le autorità maltesi per avere rifiutato di accogliere i migranti. “Il diritto internazionale” ha affermato “non è di facile interpretazione. Esso prevede che chi viene soccorso in mare sia portato nel porto più vicino, ma laddove le condizioni di accoglienza siano più convenienti. Ora” ha proseguito il commissario “il porto più vicino era Lampedusa, ma le autorità hanno detto che il centro di accoglienza era pieno, lo stesso hanno fatto le autorità maltesi”. D’altro canto, ha detto ancora Barrot, “sono stato a Malta e sono obbligato a riconoscere che è un’isola che conta 400mila abitanti ed ha un territorio molto limitato. Come possono accogliere ancora più immigrati?”.
Dal canto suo il ministro degli Esteri Franco Frattini sottolinea che con Malta “non c’è stato nessuno scaricabarile, ci sono state regole europee che non sono state rispettate”.
“L’Italia è stato il primo e solo paese a fornire, fin da subito, pasti caldi, acqua e team medici”, ha detto il ministro. “E abbiamo fatto questo perchè l’assistenza umanitaria è stata garantita, ma dovevano essere garantite anche le regole. Quando abbiamo visto che le regole non sarebbero state garantite, abbiamo fatto prevalere l’assistenza umanitaria”. Per il capo della diplomazia italiana quindi l’assistenza umanitaria è stata “garantitissima”.
“Abbiamo mandato i team medici italiani, ci saremmo aspettati che qualche altra cosa succedesse, non solo che l’Italia portasse acqua, pasti caldi e medici”, ha ripetuto ancora Frattini, “le finalità umanitarie hanno prevalso come era giusto che fosse” ha concluso il ministro “noi siamo orgogliosi che l’Italia ancora una volta abbia salvato persone in difficoltà”.

Odissea finita per la Pinar: sbarcati i primi migranti a Porto Empedocle

pinar

Sono sbarcati stamattina a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, i primi 20 migranti della nave turca Pinar, trasportati da una motovedetta della Guardia costiera. Lo riferisce la protezione civile della Regione Sicilia.
Il cargo turco  giovedì ha salvato 140 persone su due barconi in balia del mare nel Canale di Sicilia e poi diventato oggetto di una contesa diplomatica tra Italia e Malta.
Un gruppo di extracomunitari, circa una ventina, sono giunti su un guardacoste della Guardia di finanza. Altri 90 sono arrivati successivamente alle 10 a bordo della nave “Danaide” della Marina militare. I restanti 20 erano già stati portanti domenica a Lampedusa, dove è stato sbarcato anche il cadavere della donna morta durante la traversata.

A Porto Empedocle è stata predisposta una grande tenda da diverse centinaia di metri quadrati, “con bagni, docce e servizi sanitari, di prima accoglienza e pasti”, oltre a uffici per la polizia. I migranti stanno ricevendo i primi soccorsi e una colazione.
“Adesso che l’odissea dei migranti raccolti dal cargo turco Pinar è finita ci auguriamo che non inizi per loro un altro calvario col trattenimento nei Cie e l’espulsione coatta” ha detto Pietro Milazzo, responsabile per l’immigrazione nella Cgil siciliana.
Da Milazzo la richiesta alle “autorità italiane di garantire piena accoglienza ai migranti e di evitare appunto loro nuove pesanti prove dopo quella che hanno già subito: giorni e giorni in mare sballottati in un poco edificante balletto tra il respingimento del governo italiano e di quello maltese”.

Il VIDEO servizio:

Approderà in Italia il “Pinar” con 140 immigrati

Una barca con gli immigrati
Sarà l’Italia, alla fine, la loro porta per l’Europa. O per il ritorno in Africa. I 140 immigrati salvati in alto mare dall’equipaggio del mercantile turco Pinar toccheranno terra dopo 10 giorni in mezzo al mare probabilmente a Porto Empedocle, in Sicilia. Alcuni di loro in cattive condizioni mediche (una donna incinta, diverse persone con varicella e febbre) sono già stati trasportati da una motovedetta della guardia costiera. Si è sbloccato in serata lo stallo che riguardava i migranti: soccorsi al largo di Lampedusa (porto più vicino) ma su segnalazione delle autorità maltesi, nessuno dei due paesi li voleva sul proprio territorio.
Così la nave turca è rimasta in mare per tre giorni senza poter attraccare. I 140 “ospiti” sul ponte, perché le stive erano piene. Una situazione insostenibile, alleviata dalle cure mediche e dai viveri arrivati via elicottero dall’Italia. Mentre tra Roma e La Valletta andava in scena lo scontro diplomatico, con il ministro Roberto Maroni e il suo omologo maltese a chiedere l’intervento dell’Unione Europea per dirimere la questione.
Nel pomeriggio i membri dell’equipaggio della nave avevano dovuto soccorrere anche tre giornalisti, due italiani e un tedesco, giunti su un gommone. Alla fine, anche per le pressioni di politici di maggioranza e opposizione, l’Italia ha deciso di accogliere la Pinar. Ma lo scontro diplomatico non è stato risolto, lo evidenzia una nota emessa dal ministero degli Esteri e degli Interni poco dopo che si è diffusa la notizia: Maroni e Frattini sottolineano al contempo “che la decisione, assunta esclusivamente in considerazione della dolorosa emergenza umanitaria verificatasi a bordo del mercantile, non deve in alcun modo essere intesa nè come un precedente nè quale riconoscimento delle ragioni addotte da Malta nella vicenda.
Il Ministro Maroni sta già predisponendo un dettagliato dossier sul caso, che sarà portato agli inizi della prossima settimana alla diretta attenzione della Commissione Europea, affinchè quest’ ultima intervenga per assicurare una soluzione politica, necessariamente da ricercarsi in sede europea e non circoscrivibile alla sfera dei rapporti bilaterali fra Italia e Malta”.

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