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Mesi convulsi quelli dell’autunno del 1967: l’assassinio di Che Guevara, il primo trapianto di cuore, l’esordio della moviola in tv. E intanto, il 14 novembre di quell’anno, dopo 16 anni d’inappuntabile servizio, una bandiera del comunismo siciliano abbandonava la politica regionale: Francesco Renda, storico marxista che teorizzava «la terra ai contadini», si dimetteva dal parlamento siciliano per il grande salto al Senato. Cinque anni dopo, nel febbraio del 1972, l’inevitabile ricompensa: il sudato vitalizio. Continua


Foto d’archivio dell’aula del Senato (FOTO RAVAGLI/INFOPHOTO)
Mentre tutti erano impegnati a commentare il declassamento del rating del debito sovrano italiano da parte di Standard and Poor’s, scontato per il mercato (infatti Piazza Affari ha chiuso in positivo), zitti zitti e lontano dai riflettori i senatori ieri hanno trovato un’intesa bipartisan in commissione Affari costituzionali per sabotare il ddl Calderoli, approvato dal consiglio dei ministri, che stabiliva il dimezzamento del numero dei parlamentari. Continua


Il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli (Ansa)
Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha giustificato così la mancata presentazione dell’annunciato decreto ad hoc per il dimezzamento del numero dei parlamentari: “Non l’abbiamo presentato oggi semplicemente perché è stato già approvato dal consiglio dei ministri del 22 luglio: 250 senatori e 250 deputati, è tutto scritto nel ddl costituzionale che prevede anche il Senato federale e altre cose”. Continua


Il presidente della Camera Gianfranco Fini (Ansa/Samantha Zucchi)
L’ultimo dietrofront dei parlamentari è quello sulle ferie. Ridotte di una settimana, dopo le proteste e le migliaia di messaggi sul web contro la casta che se ne va al mare, mentre l’Italia rischia (stavolta sul serio) di fare la fine della Grecia. Continua


Una veduta di Montecitorio (Brambatti/Ansa)
Rassegnatevi: le spese per la politica in Italia, stando all’ultimo studio della Uil ricavato da fonti ufficiali del ministero di Renato Brunetta, sono cresciute negli ultimi dieci anni del 40%, arrivando a impiegare come numero di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica la ragguardevole cifra (ineguagliata in tutti i Paesi europei) di un milione e trecento mila persone. Propaganda sindacale? Nient’affatto: i dati sono ufficiali, forniti per lo più dal ministero della Pubblica Amministrazione. Continua
Le forbici di Tremonti si avvicinano alle Province delle grandi città e alle comunità montane. Un taglio netto per quest’ultime, una trasformazione in città metropolitane per le altre. Il ministro dell’Economia ha studiato una manovra 2009-2011 da quasi 35 miliardi, 13 dei quali da reperire il prossimo anno. Con tagli consistenti alla macchina burocratica, a partire da comunità montane, Province metropolitane, enti considerati inutili. Sono oltre 3 i miliardi di risparmi attesi sul fronte degli enti locali.
Quindi le province delle aree metropolitane, cioè quelle di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli potrebbero scomparire. È questa - secondo quanto l’ANSA è in grado di anticipare - una delle misure allo studio per la messa a punto della prossima manovra. L’abolizione arriverebbe alla prima data di cessazione dei consigli dopo l’entrata in vigore della manovra, e lo Stato e le regioni provvederebbero poi a trasferire le competenze soppresse ai comuni. Stessa sorte toccherebbe a tutte le comunità montane. I presidenti di Provincia coinvolti non sono certo felici del metodo scelto da via XX settembre, anche se alcuni restano possibilisti.
”Apprendiamo dalla stampa dell’intenzione del Governo di abolire le Province metropolitane. Passare dalla costruzione delle aree metropolitane all’abolizione pura e semplice delle Province, mi sembra davvero un’ipotesi originale”. A sostenerlo è Fabio Melilli, presidente dell’Upi, l’Unione delle Province d’Italia e della provincia di Rieti. ”Sono certo che la riflessione del Governo sarà più approfondita e non improvvisata”.
Il “no” ad una abolizione per decreto è unanime: ”Solo una prova di forza del Governo” dice il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, “come può pensare di abolire il prossimo anno le Province di Torino e Milano, il cui mandato quinquennale scade nel 2009, senza aver prima costituito almeno le rispettive città metropolitane”. La reazione più sarcastica arriva da Milano: da Palazzo Isimbardi fanno notare che “le Province citate sono tutte governate dal centrosinistra”.
Ci sono però anche voci più aperte al confronto: il neoeletto alla provincia di Roma Nicola Zingaretti ritiene “giusto dotarci di nuovi enti che sostituiscano le Province”, da Genova Alessandro Repetto apre: “Le città metropolitane sono già previste dalla Costituzione” ma precisa “bisogna tutelare i piccoli comuni dell’entroterra che non c’entrano con le metropoli”. ”La semplificazione del quadro istituzionale, con l’abolizione di alcune Province, stava già nelle proposte di Walter Veltroni che ho convintamente appoggiato” ricorda il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi “il problema è capire se questo Paese è nelle condizioni di aprire una pagina nuova, più semplice e più efficiente”. Il sindaco di Torino Chiamparino, ministro ombra per le riforme del Pd, preferisce non commentare “finché non ci sarà una proposta precisa non dirò niente, sono stufo di questa politica degli annunci”.
Sostegno a Tremonti invece dalla maggioranza, con il vice capogruppo del Pdl alla Camera e vice responsabile Enti locali di Forza Italia Osvaldo Napoli che parla di ”tappa decisiva” nella riforma dello stato.
Sul fronte delle comunità montane, invece, significativa la reazione di Gian Antonio Stella, uno degli autori de La Casta, libro che aveva denunciato proprio gli sprechi e gli abusi degli enti locali: “Messa in questi termini” scrive sul Corsera “la scelta di spazzare via tutte le comunità montane sembra un boccone di demagogia dato in pasto alla plebe affamata di atti simbolici. E invece Dio sa quanto ci fosse bisogno di abolire la montagna falsa, ridicola, clientelare, per salvare la montagna vera. Quella che giorno dopo giorno, se non è benedetta dal turismo, muore.”
Il VIDEO servizio:

Over 50 (è di 53,35 anni l’età media dei deputati e dei senatori della XVI legislatura) e le deputate saranno più delle senatrici; più accessibile ai disabili; con un Aula senza estreme, espressione di una geografia politica di fatto rivoluzionata dal voto; con meno gruppi parlamentari; un po’ meno costoso del passato. Si presenta così la XVI legislatura del Parlamento repubblicano, che da domani mattina inizia con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato.
Ecco qualche curiosità che emerge dalla lettura dei dati statistici disponibili. Dati che non sono ancora incompleti e che possono cambiare, soprattutto alla Camera. Mancano, infatti, quelli relativi ai 112 deputati e ai nove senatori che subentreranno ai 19 colleghi di Montecitorio e ai nove di Palazzo Madama che sono stati eletti in più collegi dopo che comunicheranno la circoscrizione in cui avranno scelto di essere eletti.
L’età media dei senatori che martedì parteciperanno alla prima seduta è di 56,5 anni, più bassa dei 57,89 anni della precedente, ma più alta dei 56,48 anni della legislatura 2001-2006. L’età media dei 512 deputati proclamati ad oggi è invece di 50,2 anni.
La deputata più giovane è la siciliana Daniela Cardinale (Pd), che ha 26 anni. Il più giované, pure lui siciliano, è Nino Minardo (Pdl) che ha trent’anni. I più anziani a Montecitorio sono Mirko Tremaglia (81) e Margherita Boniver (70). A Palazzo Madama, la più anziana è Rita Levi Montalcini (99 anni appena compiuti), mentre il più giovane è Massimo Garavaglia, che ha da poco quarant’anni.
Sui 312 senatori censiti, gli uomini sono 259 (83,01%), le donne 53 (16,99%). Alla Camera il calcolo é ancora possibile solo a livello di proiezione: con questo calcolo, le donne dovrebbero essere circa il 22%.
Sono 77 i senatori sotto i 49 anni (62 uomini, 15 donne), 139 quelli tra i 50 e i 59 (116 uomini, 23 donne), 57 i senatori quelli tra i 60 e i 69 anni (57 uomini, 12 donne) e 27 gli over 70 (24 uomini, 3 donne). Alla Camera, sempre calcolando sui 512 fino ad oggi proclamati, sono cinque i deputati tra i 25 e i 29 anni (nella scorsa legislatura era solo uno), 71 tra 30 e 39 (erano 46), 172 tra 40 e 49 (erano 176), 176 tra 50 e 59 (erano 250), 88 over 60 (erano 157).
Sono 92 i senatori al primo incarico parlamentare (vale a dire quasi un terzo del totale). Quelli confermati dal voto del 13-14 aprile sono 147. Sono invece 49 i senatori provenienti dalla Camera. Fra questi Sandro Bondi, Emma Bonino, il ministro uscente Vannino Chiti, Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Giuseppe Lumia, Nicola Rossi, Francesco Rutelli (candidato sindaco a Roma) e Silvio Sircana, portavoce del presidente del Consiglio uscente Romano Prodi. Anche in questo caso, è più difficile il calcolo alla Camera. Le matricole a Montecitorio sono fino ad ora 225, e 287 sono i deputati rieletti.
La scomparsa dei partiti della sinistra radicale e dell’estrema destra, che non hanno raggiunto il quorum richiesto o hanno corso con il Pdl, determina una ‘rivoluzione’ che si rispecchierà anche in Aula. Dopo la prima seduta “free seating”, toccherà ai gruppi parlamentare dopo la loro costituzione spartirsi gli spazi per il resto della legislatura. E allora, è presumibile che il Pd occupi tutta l’ala sinistra dell’Emiciclo, compresi i seggi fino ad ora usati da Prc, Pdci e Sd, mentre Idv, Udc e Lega restino nel settore centrale e nell’ala destra si sistemi il Pdl.
La drastica riduzione dei gruppi parlamentari, (da 28 in totale a poco più di dieci, praticamente dimezzati dal voto del 13 e 14 aprile), comporterà risparmi cospicui per i bilanci del Senato e della Camera: che potrebbero arrivare, per entrambi i rami del Parlamento, a poco più di 11 milioni di euro annui.

di Laura Maragnani
Via Rifondazione. Via Pdci, Verdi, Sinistra democratica e socialisti. Via l’Udeur. Via tutti: a Montecitorio e a Palazzo Madama sui gruppi parlamentari è calata la mannaia. Erano 13 alla Camera, più il gruppo misto; rimarranno solo Pdl, Lega, Udc, Pd-Idv (ma già circola l’ipotesi di una separazione consensuale tra gli eletti di Pd e Di Pietro). Totale 4, al massimo 5 gruppi, più il misto. Idem al Senato; i gruppi erano 10, le urne li hanno ridotti a tre (Pdl, Lega, Pd-Idv), che potrebbero salire a 4 se Idv e Pd si separassero.
Solo il 29 aprile si traccerà il nuovo atlante di geografia parlamentare, ma le urne hanno stabilito la fine di quel crescete e moltiplicatevi, dispendiosa parola d’ordine. Solo al Senato gli 11 gruppi sono costati nel 2006 quasi 38 milioni di euro. Nel 2007 quasi 39 milioni e mezzo. Peggio alla Camera, dove l’ex presidente Fausto Bertinotti ha dato il via libera alla nascita di 5 gruppi “in deroga “, ossia composti da un numero inferiore a 20 deputati, il minimo previsto. All’epoca di Luciano Violante nessuna deroga. Pier Ferdinando Casini fece eccezione per Rifondazione.
Tirando le somme: nel bilancio di Montecitorio del 2005, al titolo I, categoria VI, capitolo 135 delle spese correnti, come “contributo ai gruppi parlamentari ” risultavano 28 milioni 700 mila euro. Poi è arrivato il subcomandante Fausto e le deroghe a Rosa nel pugno, Pdci, Verdi, Udeur, Dc-Nuovo Psi: nel 2006 i costi sono lievitati di 3 milioni di euro, senza calcolare l’affitto di nuove sedi, la loro ristrutturazione, i traslochi, la dotazione di base degli uffici. Altri 3 milioni di maggiori spese nel 2007. Fino al record del bilancio di previsione 2008: 36 milioni 200 mila euro. Troppa grazia. Per la prima volta nella storia recente della Repubblica, al nuovo vertice di Montecitorio toccherà mettere mano al bilancio e rivedere, al ribasso, gli stanziamenti.
Per risparmiare quanto? I tecnici di Camera e Senato stanno cercando di venire a capo del calcolo. Non si potranno dismettere subito i nuovi uffici presi in affitto, né licenziare il personale dipendente, i cosiddetti stabilizzati, che al momento sono rimasti senza un gruppo di riferimento. Al Senato i disoccupati stanno convergendo verso il gruppo misto. Col risultato, paradossale, di avere più funzionari che senatori: due a uno.