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Roma capitale di feste e proteste. Che fanno male al bilancio

Lo striscione della Cdl contro le tasse del governo Prodi sfila sotto il Colosseo durante la manifestazione a Roma
Per dieci giorni, è stata la capitale del Festival del cinema, per un anno intero è quella della contestazione (ultimo episodio: la fontana di Trevi colorata di rosso). Oltre ad essere stata meta di attori e starlette di celluloide (qui le foto), Roma può contare su un altro, poco lodevole, primato. È infatti la città dove quest’anno si sono svolte più manifestazioni di protesta. Con una cadenza inesorabile: negli ultimi dodici mesi, più di cinque cortei al giorno, quasi sempre nel centro storico.
Naturale che il bilancio, in buona parte a carico dell’amministrazione comunale, sia assai più gravoso di qualsiasi rassegna artistica: 60 milioni di euro l’anno, tra straordinari di vigili e pubblica sicurezza, trasporti e pulizie aggiuntive. “In particolare per i cortei” dice Carlo Buttarelli, comandante del I gruppo della polizia municipale, “utilizziamo almeno 150 uomini, che distacchiamo dalle mansioni ordinarie”.
Ma oltre alle manifestazioni autorizzate, ci sono anche quelle non previste, che provocano disagi a turisti e cittadini. “Non se ne può più”, sbotta esausto il presidente del I municipio, Giuseppe Lobefaro: “il disagio è divenuto permanente. È mai possibile che non si riesca a risolvere il problema rispettando il sacrosanto diritto di manifestare, ma anche quello di un´intera comunità a non subire continui disservizi?”.
Monica Bellucci sul Red Carpet prima della proiezione del film [url=http://gallery.panorama.it/displayimage.php?pos=-13307][i]Le Deuxieme souffle[/i][/url], di Alain Corneau, in concorso nella 2° edizione della Festa Internazionale di Roma (18-27 ottobre).<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]<br /> [url=http://gallery.panorama.it/thumbnails.php?album=797]La gallery dei film in concorso[/url]
E a ottobre il trend è stato in netto aumento, anche a causa del governo: tra sicurezza, legalità e riforma del welfare, negli ultimi tempi le manifestazioni si sono quasi triplicate. Con buona pace della libertà, ma anche delle tasche dei cittadini capitolini.

Ma quanto costa la passione per la caccia

 Cacciatori in azione
Caccia sport popolare? Non proprio. Almeno se si mettono insieme gli euro che servono per pagare una stagione di attività: a far la somma delle singole voci di spesa, infatti, si superano abbondantemente i tremila euro. Una somma che pochi, nel nostro Paese, possono oggi spendere per uno sport o per un passatempo.
Che richiede innanzitutto una buona attrezzatura. L’acquisto di un fucile è il primo passo per definirsi appassionati dell’attività venatoria, e per comprare una doppietta, un sovrapposto o un automatico, bisogna sborsare almeno 1500 euro. Ma non basta, perché servono anche le cartucce, che costano 0,50 centesimi l’una. La campagna, poi, in inverno è fredda e umida. Servono quindi buone scarpe, una giacca impermeabile e altri indumenti dedicati alla caccia. Secondo una ricerca effettuata lo scorso anno dall’Eurispes, per questi vestiti servono tra i 250 e i 400 euro. A cui bisogna aggiungere il costo per il cane (spesa minima 700 euro) e per il suo mantenimento, circa 300 euro all’anno. La lista della spesa, però, è ancora lunga, perché oltre all’attrezzatura, i cacciatori pagano ogni anno una buona dose di tasse e concessioni governative e regionali per poter sparare a pernici, quaglie, conigli e cinghiali. Sono 173 gli euro che passano direttamente dalle tasche dei cacciatori alle casse del ministero delle Finanze, mentre le Regioni impongono imposte che variano dai 60 ai 70 euro all’anno. In cambio, gli appassionati della caccia ottengono un libretto sul quale devono segnare le prede abbattute durante l’intera stagione.
Finito? Nemmeno per sogno: i cacciatori non possono andare a sparare dove vogliono. I territori delle cento Province italiane sono divisi numerosi Ambiti territoriali di caccia. Bene, per entrare in uno qualsiasi di questi (e solo in uno) si deve pagare una quota: nella Provincia di Milano, che è divisa in 50 Atc, l’ingresso in un ambito territoriale costa cento euro. “Arriviamo in questo modo a un assurdo – spiega Rodolfo Grassi, presidente provinciale di Federcaccia – Se un cacciatore vuol essere libero di andare dove gli pare, deve pagare la tessera per tutti gli ambiti, e sborsare così cinquemila euro all’anno”. Un paradosso, certo, ma che mette in evidenza gli alti costi che i cacciatori devono sostenere ogni anno. Costi che, a far di conto, arrivano a 3.350 euro.

Il finanziamento dei partiti e la faccia tosta della politica

La Sala stampa Viminale. L'affluenza alle elezioni politiche del 2006 è stata del 83,6%, a quelle del 2001 era stata dell'81,4%, alle regionali del 2005 del 71,5% e alle europee del 73,1%
“Basta demagogia, facciamo sul serio”: il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, con la sua intervista al Giornale vuol lanciare una “battaglia democratica per reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti”. L’ex ferroviere è uno che guarda al sodo, dice pane al pane e vino al vino senza farsi condizionare dagli umori della pubblica opinione. Anzi.

Del resto, chi meglio di lui (che ha praticamente ripianato i debiti dei Ds) sa quanti soldi e fatica ci vogliono per mandare avanti l’enorme baraccone dei partiti?
E così, in pieno trend “anti casta”, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la mano, ha lanciato il suo sasso: nello stagno della politica e anche contro chi a quella casta ha fatto i conti in tasca. Ben sapendo che si sarebbe attirato gli anatemi di molti, anche nel suo schieramento. E pur ridimensionando in parte il tono dell’intervista al Giornale (”Io non ho mai chiesto di tornare al finanziamento pubblico dei partiti così com’era prima del referendum radicale del ‘93″) ha addiritttura rilanciato sostenendo che ”non c’è alternativa: o si lascia spazio solo ai grandi patrimoni o alla corruzione…”. Una sorta di minaccia all’elettore.

Ma la verità è un’altra: i partiti ricevono molti più soldi ora con il rimborso elettorale di quanti ne percepissero prima con il finanziamento pubblico.
Ecco perché questo saltare sulla sedia da parte dei politici italiani (di entrambi gli schieramenti) per il caso Sposetti è sorprendente, visto che il meccanismo del finanziamento pubblico ai partiti non è mai stato abrogato davvero. Era stato introdotto con la legge del maggio 1974 n. 195, all’indomani dello scandalo petroli, uno dei primi clamorosi casi di tangenti, in nome della trasparenza e delle pari opportunità nella competizione politica. Ma quasi venti anni dopo, sempre in piena bufera Tangentopoli era stato bocciati: la stragrande maggioranza degli italiani (più di 31 milioni, cioè il 90,3% di quelli che andarono a votare il referendum radicale) si erano espressi per la sua abrogazione nel ‘93.
Risultato? Per i quattro anni successivi i partiti italiani si sono finanziati grazie alle donazioni dei privati, al tesseramento, alle feste e ai compensi che gli eletti giravano ai loro movimenti. Troppo poco per sopravvivere. E così lo spirito referendario venne di fatto tradito con la legge 2 del gennaio ‘97, quello che i radicali definirono “il pasticcio del 4 per mille”. Cioè: non più un finanziamento decretato per legge, ma legato ai contributi volontari dei cittadini che, attraverso la destinazione ai movimenti e partiti politici del quattro per mille dell’Irpef, potevano esplicitamente dichiarare la propria volontà di finanziare l’attività politica. Ma sulle cifre che gli italiani avrebbero sottoscritto nelle loro denunce dei redditi non sono mai stati forniti dati certi. Anche perché i fondi anticipati preventivamente dallo Stato non corrispondevano mai a quelli versati volontariamente dai cittadini (qualcuno parlò di un anticipo di 110 miliardi a fronte di una ventina di miliardi volontariamente versati dai contribuenti nel ‘98).
A rimpinguare le casse ormai allo stremo dei partiti ci pensò nel 1999 una nuova legge, che introduceva il rimborso elettorale, voluta e varata dal primo governo dell’Ulivo, appena in tempo per le elezioni europee del 13 giugno e per le regionali dell’anno successivo. La norma abbassava dal 4% all’1% la soglia minima di voti per partecipare al “banchetto” delle risorse pubbliche.
Vinte le elezioni nel 2001, è stato poi il governo di centrodestra, con la nel 2002, a preoccuparsi di aumentare il rimborso elettorale, innalzandolo a 1 euro per elettore per ogni anno di durata della legislatura. E a stabilire che le somme fossero corrisposte in unica soluzione, anziché frazionate di anno in anno. Cioè: se fino ad allora era previsto un finanziamento di 4 mila lire per ogni elettore, da dividere in proporzione ai consensi ottenuti dai partiti che avessero almeno un parlamentare eletto, la nuova legge stabilisce che il contributo ammonti a un euro per ciascun elettore ma il fondo totale viene ripartito non una volta sola a legislatura, ma per ogni anno dei cinque cui la legislatura è composta (quindi, in una legislatura, è prevista una cifra di 5 euro a elettore). Inutile dire che passò a larghissima maggioranza nei due rami del Parlamento.
Tirando le somme, le forze politiche hanno intascato 125 milioni di euro nel 2002 e nel 2003 mentre negli ultimi tre anni della legislatura, dal 2004 al 2006, la cifra è salita a 153 milioni.
E a quanto ammonta il gruzzolo per le elezioni dell’aprile 2006? La prima tranche del rimborso è già stata deliberata dai presidenti delle Camere ed è una cifra strabiliante: 487.273.610 euro. Per ottenerla basta moltiplicare 1 euro per tutti i cittadini italiani iscritti nelle liste elettorali della Camera e del Senato (cioè 97.454.722 di euro annui), che vanno poi moltiplicati per i 5 anni di attività parlamentare.

Un ultimo paradosso? La legge dispone che i partiti percepiscano il rimborso proporzionalmente ai voti ricevuti, ma che questo è calcolato in base all’intera platea elettorale, cioè agli aventi diritto al voto. E ciò vuol dire che i partiti prendono i soldi anche per chi, magari per protesta contro l’attuale panorama politico, rientra nel sempre più numeroso esercito degli astenuti.

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Stipendi da premier: Prodi guadagna più di Sarkozy

 Il presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush, con il presidente del Consiglio, Romano Prodi, durante un loro incontro a Palazzo Chigi
Dopo aver attaccato Sarkozy, il presidente francese, per le lussuose vacanze americane (nel New Hampshire, con la moglie Cécilia e il figlio minore, in una villa di 2000 metri quadri, ospiti di amici che l’hanno affittata al canone di 30.000 dollari a settimana) ed elogiato la modestia del cancelliere tedesco Angela Merkel che, oltre a pernottare in baite dolomitiche al prezzo di 50 euro a notte, fa acquisti di frutta e verdura al supermercato, il quotidiano tedesco Bild ha messo a confronto gli stipendi degli “otto grandi” del pianeta.

Indovinate chi guida la lista? Il presidente americano, George W. Bush, che guadagna 24.167 euro al mese, seguito a ruota dal primo ministro britannico, Gordon Brown, con 23.334 euro, mentre sul terzo gradino del podio c’è il premier giapponese, Shinzo Abe, con 21.910 euro.
E Romano Prodi? Nella graduatoria degli stipendi dei capi di Stato e di governo degli otto Paesi economicamente più importanti, il premier italiano si piazza al quinto posto con 18.900 euro, dopo Angela Merkel (20.427 euro mensili), ma davanti proprio a Nicolas Sarkozy, che deve accontentarsi di soli 6.600 euro al mese.
Forse anche per questo Sarko ha deciso di fare vacanze “a rimorchio”, facendosi ospitare nella residenza sulle rive del lago Winnipesaukke, che altrimenti gli sarebbe costata l’intero stipendio annuale.

Tornando alla classifica, ecco al settimo posto il presidente russo Vladimir Putin con 4.860 euro, mentre chiude il cinese Hu Jintao con appena 274 euro. Ma, si sa, ai cinesi interessano poco le vacanze…

Ma quale austerità: nel 2008 più soldi ai politici

L'aula della Camera dei deputati
di Roberto Ormanni

Doppio aumento in vista per deputati e senatori, proprio quando i vertici di Camera e Senato hanno deciso un pacchetto di austerità per ridurre le pensioni dei parlamentari e alcune voci della loro busta paga. La paradossale situazione è figlia del meccanismo che aggancia lo stipendio base dei parlamentari a quello del primo presidente della Corte di cassazione, cioè il magistrato italiano di grado più alto.
Ogni tre anni per tutti i magistrati scatta un aumento calcolato in base a un complicato sistema di previsione dell’indice Istat. Nel gennaio 2008, data del prossimo scatto, esso sarà del 4 per cento circa; di pari percentuale si rivaluterà l’indennità dei parlamentari, cioè la voce più consistente della loro busta paga. Ma non basta, è in arrivo un altro aumento, assai più consistente. E sempre per “via giudiziaria”.
La nuova legge sull’ordinamento della magistratura, in via di approvazione, allinea tutti gli stipendi a quelli dei giudici amministrativi. Attualmente ai componenti di Tar e Consiglio di Stato, a parità di grado, è riconosciuta un’anzianità di 8 anni in più rispetto ai magistrati ordinari, e dunque uno stipendio più alto. Per metterli alla pari, il Parlamento dovrà quindi approvare una legge che conceda a questi ultimi un aumento valutabile intorno al 12 per cento. Anche in questo caso, beneficiandone il primo presidente di Cassazione se ne avvantaggeranno anche deputati e senatori.
Tutto grazie all’unione con i magistrati nella buona e nella cattiva sorte. Ma in questo caso non occorre aspettare la morte per separarsi. Basterebbe una legge per sganciare la retribuzione dei parlamentari da quella del primo presidente di Cassazione. Ma il Parlamento la approverà mai?

Tagli ai costi della politica: le proposte ci sono. Manca chi le attua

Giulio Santagata, ministro per l'Attuazione del programma
Quattrocento deputati invece degli attuali 630 e senatori ridotti a 200 (da 315). E poi riduzione del numero dei ministeri, il 25% in meno di consiglieri regionali, provinciali e comunali. Non più di 15 assessori regionali, e non più di 14 assessori per Province e Comuni. E ancora: taglio (l’ennesimo, sulla carta) delle auto blu (dove possibile, il ricorso a mezzi alternativi di trasporto), via le circoscrizioni nelle città con meno di 250 mila abitanti e cellulari con il contagocce al personale che ha l’obbligo della reperibilità e limitatamente al periodo necessario a svolgere il servizio.
Detta così - almeno stando a quanto riferisce l’agenzia Ansa - sarebbe una vera riforma. Voluta da Giulio Santagata, ministro per l’Attuazione del programma, per tentare di abbattere i costi (esorbitanti) della politica.
Il ddl, di 37 articoli, dovrebbe arrivare al prossimo Consiglio dei ministri. Sempre che superi il fuoco di fila dei suoi (tanti, troppi, detrattori).
A sparare contro il testo ci si sono messi in tanti. Ha cominciato l’Anci (l’Associazione dei Comuni italiani, presieduta dal sindaco diessino di Firenze Leonardo Domenici), dicendosi “insoddisfatta” di come il governo stia gestendo la questione della riduzione dei costi della politica: “Avevamo avanzato la proposta” ha spiegato il presidente Domenici “di un ‘Patto’ condiviso da tutti i livelli istituzionali sugli obiettivi da raggiungere. Mancando questo patto il ddl Santagata non può intervenire sul numero dei parlamentari o sui consiglieri regionali che comunque rispondono agli Statuti”.
Critica anche l’Italia dei Valori, partito di Antonio Di Pietro, il ministro più vicino alle istanze dei cittadini contro gli sprechi della classe politica: “Quanto si apprende sul disegno di legge Santagata dà la spiacevole, ma inevitabile sensazione che si tratti più di un provvedimento di facciata che non di contenuti”. Ad affermarlo è Antonio Borghesi, responsabile dell’Economia per l’IdV e membro della Commissione Finanze alla Camera. “Ci auguriamo, però, che tutto questo non resti ancorato al mondo delle intenzioni”.
Già, le intenzioni: quelle di palazzo Chigi, dove venerdì 6 luglio sarà data solamente una “prima lettura” del ddl, sono quelle di non perdere altro tempo: “Anche in assenza di un’intesa” spiegavano varie fonti del governo. Prodi, infatti, preme perché il provvedimento, più volte annunciato (prima per metà giugno e poi per la fine dello stesso mese), veda presto la luce.
E il ministro Santagata, firmatario del testo, come la vede? “Quella citata dalle agenzie è una bozza vecchia elaborata dagli uffici tecnici e ormai ampiamente superata”. Il provvedimento, ha aggiunto, ha subito infatti un’ulteriore revisione rispetto ai testi fin qui circolati. Il disegno di legge prevede, entro 12 mesi dalla sua approvazione in Parlamento, l’emanazione di decreti e regolamenti da parte del presidenza del Consiglio e dei ministeri interessati.
Insomma, la strada è tutt’altro che in discesa.

Il VIDEO servizio:

Gelato, meno dolce e sempre più salato

dal 2001 il prezzo del dessert preferito dell'estate italiana è aumentato del 50%
“Gelato al cioccolato dolce e un po’ salato…”.
Mica poteva saperlo Pupo, quando cantava nel ‘79, che dal 2001 il prezzo del dessert preferito dell’estate italiana (tutto, mica soltanto quello al cacao) è aumentato del 50%. Tanto da trasformare uno dei prodotti estivi più caratteristici in un piccolo lusso da potersi permettere una tantum.

Lo denuncia l’Adoc, il cui presidente Carlo Pileri spiega come “il prezzo di questo dolce sia aumentato a seguito del changeover, come abbiamo denunciato e constatato negli scorsi anni. Ciò che non accettiamo è che si prosegua con aumenti sconsiderati che hanno portato un chilo di gelato a costare 14 euro, contro gli 11,90 di due anni fa e addirittura contro le 18.000 lire del 2001″.
A montare, inoltre, e in maniera ancor più consistente rispetto a crema e cioccolato, è stato il prezzo della panna: +67,7% rispetto al 2001.
“Va considerato” spiega ancora Pileri “che chi acquista gelato e panna al Kg. può anche considerarsi fortunato rispetto a chi compra un cono o una coppetta, i cui prezzi minimi sono lievitati dalle 1.500 lire del 2001 all’euro e mezzo odierno. E questo senza considerare che il quantitativo di prodotto non è proporzionale rispetto al prezzo praticato, il gelato di un cono o di una coppetta cioè, ci costa ancor di più rispetto al prezzo al kg, con punte anche del 25%”.
L’ultima nota di sapore riguarda le brioche al gelato, ultima tendenza dell’Italia buon gustaia: “Una peculiarità tutta siciliana che ormai si trova e si consuma un po’ ovunque, da Trieste a Palermo - conclude Pileri. La solita nota stonata è rappresentata anche in questo caso dal prezzo, aumentato di oltre il 132% rispetto a 6 anni fa e divenuto un piccolo lusso per una famiglia tipo”.

Montezemolo prepara l’opa sulla politica, azienda con bilancio negativo

[i](Credits: Ansa)[/i]

“Le imprese hanno fatto la loro parte e continueranno a farla; la ripresa in atto è soprattutto merito loro. È la politica che batte in testa e non assolve a dovere il suo compito“.
Quasi perseguendo una specie di personalissima strategia del chiodo, il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha di nuovo battuto con forza sul punto che di recente sembra stargli più a cuore. E cioè la denuncia dell’inadeguatezza del sistema paese causata dall’inerzia dell’azione di governo. Il nuovo atto d’accusa (qui il testo integrale in .doc), Montezemolo lo ha inserito nella relazione di 37 pagine letta dal podio dell’assemblea annuale dell’associazione all’Auditorium di Roma davanti al premier Romano Prodi, ai presidenti di Camera e Senato e a uno stuolo di ministri. E c’è da giurarci che l’ennesimo j’accuse del presidente della Confindustria riproporrà la domanda che da un po’ di tempo a questa parte i commentatori avanzano. E cioè: l’insistenza di Montezemolo è propedeutica a una sua discesa in campo? In altre parole: la denuncia della debolezza del sistema politico attuale è argomentata anche in funzione di un eventuale impegno personale proprio in politica?
L’accusa del presidente della Confindustria verso i due poli dell’attuale schieramento politico è durissima: “In entrambi gli schieramenti sembra mancare la forza per dar vita ad un grande progetto paese che sappia coinvolgere gli italiani e i cui risultati non si vedranno in tempi brevi”. Detta in altre parole: centrosinistra e centrodestra più che due poli in lizza e propulsori per la crescita del paese sembrano due giganteschi coperchi che impediscono alle forze più sane del paese di esprimersi al meglio. Così come aveva detto tempo fa Marco Follini lasciando l’Udc e prima di aderire al comitato di saggi per il Pd, e vagheggiando la nascita di un terzo elemento di aggregazione politica al centro, “i due poli attuali più che costruzioni sembrano costrizioni”.
L’attacco di Montezemolo è a tutto campo: i partiti tendono “a galleggiare in attesa della consultazione elettorale successiva” e così facendo si sottraggono a scelte coraggiose di cui il paese invece ha bisogno “e i cui risultati si vedranno tra otto o dieci anni”. Ma in questo modo tradiscono la loro missione, la loro “ragione sociale” e implicitamente dimostrano di non “avere senso dello Stato”.
La politica, denuncia ancora Montezemolo, è “la prima azienda italiana con quasi 180 mila eletti” e costa 4 miliardi di euro, lasciando intendere che ormai è saltato il confronto tra costi e benefici. Da qui un appello accorato: “Se non si interviene, il rischio è l’ordinaria amministrazione e che si affermi l’idea di un paese “fai da te”, dove ognuno pensa che è meglio uno stato assente rispetto ad uno stato considerato invadente”.

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