Leggi tutte le notizie su:
costituente

Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Luca Cordero di Montezemolo (Ansa)
In sordina, in mezzo ai polveroni giudiziari di queste settimane, si riaccende il dibattito nella maggioranza sul tema delle riforme. Due i percorsi per il Pdl: secondo il premier Silvio Berlusconi occorre affrontare prima il nodo della giustizia e poi il resto delle riforme, mentre per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, vanno prima fatte le riforme condivise con l’opposizione per poi affrontare la questione della giustizia. Quale strada scegliere? Le soluzioni sono rimandate a dopo le elezioni regionali anche perché, come ha detto il premier, questo è il “momento dell’unità ”. Continua

Novant’anni, la gran parte dei quali ai vertici della politica italiana. È sulla scena da più tempo della regina Elisabetta. È il politico italiano più blasonato, sette volte alla guida del governo, uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori è stato “Belzebù”, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare.
Si sta parlando di Giulio Andreotti (qui il suo profilo all’Assemblea Costituente), ovviamente. La sua vita è una lunga sequenza di date che scandiscono prima il suo cursus honorum, poi la sua odissea giudiziaria: insomma la storia politica d’Italia. Queste le principali tappe, scandite dalle sue proverbiali battute.
Un giorno del 1927, un bambino di otto anni si trovava su un tram che percorreva rumorosamente le strade di Roma. D’improvviso, un uomo zoppicante, nel tentativo di portarsi verso l’uscita, gli montò sui piedi. Il bambino fece una smorfia di dolore, e l’uomo, imbarazzato, si scusò dicendo di essere un mutilato. Il piccoletto alzò lo sguardo e replicò freddamente: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi, sarei rovinato…”. Da quel lontano 1927 a oggi, Andreotti ha partorito centinaia di motti di spirito e aforismi, freddure e definizioni fulminanti: alcune sono entrate nei dizionari e nelle enciclopedie, e hanno contribuito ad alimentare la fama di politico freddo e cinico del suo autore.
Come la classicissima “il potere logora chi non ce l’ha”, pronunciata nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Il giovane parlamentare democristiano rispose così a un avversario di De Gasperi che chiedeva al presidente del consiglio di farsi da parte, visto che aveva raggiunto gli ottant’anni ed era ormai logorato dall’esercizio del potere. Da allora la frase è restata incollata al suo autore come il motto di una nobile casata su uno stemma araldico. A volte velenose, a volte bonariamente ironiche , le battute andreottiane, che gli appassionati del genere possono consultare nel libro “Il potere logora… ma è meglio non perderlo” uscito qualche anno fa da Rizzoli, non hanno risparmiato nessuno.
Politici, magistrati, generali, uomini di Chiesa, frequentatrici di salotti “à la page”: Andreotti si è sempre divertito a gelare chi gli stava antipaco. “È vero, la signora ha due occhi bellissimi, specialmente uno”, disse l’allora sottosegretario allo Spettacolo (era il 1954) in un salotto romano, gelando una donna un po’ troppo vanitosa: Groucho Marx non avrebbe saputo fare di meglio. Autoironico all’occorrenza (”Non ho vizi minori”, ama dire per spiegare la sua avversione per il fumo), Andreotti ha sempre dato il meglio di sé quando si trattava di sfoderare un’ironia corrosiva. “De Gasperi” ha raccontato un giorno durante una conferenza sul suo antico maestro “disse un giorno a mia moglie che in vecchiaia io sarei diventato più maligno di Francesco Saverio Nitti. La presi come una lode, perché voleva dire che pensava che a trent’anni non lo fossi ancora molto”. Alcuni urticanti giudizi passati alla storia, Andreotti nega di averli mai pronunciati. Quella contro De Sica e i film neorealisti (”i panni sporchi si lavano in famiglia”), sembra che non sia mai uscite dalle sue labbra.
Mentre la celeberrima “a pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”, ha una sua storia: Andreotti la ascoltò nel 1939 sulla bocca del vicario di Roma Marchetti Selvaggiani, quando studiava Giurisprudenza all’Università Lateranense. E da allora l’ha ripetuta in varie occasioni. Il problema è che, a furia di sentirglielo dire, qualcuno cominciò ad applicarla anche a lui. E cominciarono i guai politici e giudiziari, che Andreotti ha commentato con amaro sarcasmo: “A parte le guerre puniche, mi attribuiscono di tutto”. Confidava nei giudici, ma gli tornava quello che aveva scritto molti anni prima sulla loro imparzialità : “Perché la bellissima frase ‘La Giustizia è uguale per tutti’ è scritta alle spalle dei magistrati?” Per conoscere Andreotti, dunque, vale più una sua battuta che un’intera collezione di scritti. I “due forni” della destra e della sinistra dove la Dc doveva cambiare il pane a secondo delle circostanze (altra invenzione di Andreotti) descrivono alla perfezione 50 anni di storia democristiana. A chi gli chiedeva un commento alla sua tendenza politica a “tirare a campare” senza prendere di petto le difficoltà , rispondeva sornione: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia…”.
Anche perché Andreotti, consapevole delle sue debolezze e manchevolezze, sa che per l’aldilà dovrà affidarsi al perdono del Giudice Supremo: “Se mi salverò l’anima” ha scritto qualche anno fa “sarà solo per misericordia divina, una specie di amnistia ultraterrena”.
Il VIDEO servizio:
Di Carlo Puca
Lo Statuto, la costituente, la leadership. Ma i soldi, la vile pecunia? Ufficialmente la questione è marginale. Eppure se ne parla, eccome, tra i fondatori del Popolo delle libertà , il nascente partito unico composto dai due giganti Forza Italia e Alleanza nazionale e da nanetti vari (quel che resta di democristiani, socialisti, repubblicani, radicali e liberali di centrodestra, più il movimento di Alessandra Mussolini). E però, per dirla alla Shakespeare, “nulla può andare male se viene insieme ai soldi”. Già , ma i denari chi ce li mette?
Arriviamo così al paradossale. Secondo la bibbia del lusso, la rivista americana Forbes, Silvio Berlusconi è l’uomo più ricco d’Italia e il 51esimo nel mondo con un patrimonio pari a 11,8 miliardi di dollari. Ma con circa 110 milioni di euro di saldo negativo, il suo partito, Forza Italia, è il più indebitato d’Italia (se si escludono i 180 milioni dei Ds, partito ormai virtuale, perché confluito nel Pd). Al punto che il Cavaliere, per evitare il default, ha garantito al tesoriere Rocco Crimi fideiussioni personali per 75 milioni di euro. Inoltre, Forza Italia è priva di un quotidiano di partito, mentre la brambilliana Tv delle libertà ha chiuso i battenti da poco più di un mese. Né il partito possiede immobili: tutte le sedi dei 4 mila circoli sono in affitto. Nessuna esclusa.
Gianfranco Fini, invece, ha dichiarato per il 2007 un reddito di 147.814 euro, inferiore, per dire, a quello del leader comunista Fausto Bertinotti (233.195 euro). Eppure la sua creatura, Alleanza nazionale, non ha debiti. Anzi, ha chiuso il bilancio in pareggio e vanta proprietà immobiliari invidiabili: circa il 30 per cento delle 14 mila sezioni, più case e palazzi, talvolta di lusso, sparsi in tutta Italia. Stando al racconto del senatore Franco Pontone, segretario amministrativo di An, “le sedi sono nostre perché fino agli anni Novanta nessuno affittava locali al Movimento sociale ed eravamo costretti ad acquistare per poterci diffondere in modo capillare in tutta Italia”. Il risultato? An ha costituito una immobiliare che proprio a causa della fusione con Forza Italia sta catalogando le proprietà del partito. Sul mercato immobiliare, quello vero, non segnato a bilancio secondo i parametri del catasto, i beni di An valgono almeno mezzo miliardo di euro. Un tesoretto niente male.
Poi c’è il Secolo d’Italia, il quotidiano di partito. Il deputato bolognese Enzo Raisi ne ha rimesso a posto i conti su mandato di Fini. A Panorama dice: “Con la fusione, il giornale ha la grande occasione di diventare il quotidiano di opinione del centrodestra, sulla falsariga dello stile di Foglio e Riformista”. Non solo: “Vogliamo affiancare al giornale una casa editrice per produrre libri e dvd di area”. Ma il Secolo rimarrà in mano ad Alleanza nazionale? “In queste settimane stiamo ragionando su una struttura societaria capace di allargare l’area degli azionisti. Sia chiaro però: a nuovi azionisti devono corrispondere soldi freschi”. Soldi azzurri, s’intende.
Dunque, è vero che sulla carta il Pdl sembra cosa fatta e finita, con numeri da paura: un potenziale elettorale superiore al 40 per cento, un capitale umano di 400 mila iscritti, una forza parlamentare di 273 deputati e 147 senatori. Ma non tutto è risolto. Nella riunione del 9 settembre si metteranno nero su bianco le decisioni prese il 18 agosto, anzitutto il rapporto percentuale tra Forza Italia (70) e An (30) nella dirigenza del nuovo partito. Ma restano aperte questioni vitali come quella del reggente o del comitato di reggenti e del tesseramento. Secondo Fi basta il reggente, secondo Alleanza nazionale ci vuole il comitato. E ancora: se non c’è il tesseramento, non ci sarà mai congresso vero. An, Fini e tutti gli altri sarebbero così condannati alla subalternità , vita natural durante. Magari rimettendoci pure gli immobili.
Una ipotesi che fa sobbalzare la vedova di Giorgio Almirante, padre fondatore della destra italiana. Donna Assunta, dall’alto del suo piglio di proprietaria terriera, così commenta il prossimo matrimonio, del quale non vorrebbe essere “né sensale né madrina”. Dice: “Forza Italia arriva a mani nude, le uniche proprietà sono personali di Berlusconi. An invece porta tante belle proprietà ereditate dal Msi. Proprio bella questa: per una volta faremo noi la figura dei ricchi dinanzi al Cavaliere”.
E invece no, An si sta cautelando. O Berlusconi mette mano al portafogli secondo il criterio del 70-30 (70 euro Fi, 30 An) oppure, in vista della fusione dei bilanci, prevista per atto notarile nel 2011, Fini punta sulla strada già intrapresa dai Ds al momento di confluire nel Pd. Riparare, cioè, il patrimonio del partito in una fondazione. Manca soltanto un dettaglio non secondario: quale fondazione?
Fini già presiede Farefuturo. I più audaci tra i suoi collaboratori vorrebbero piazzare qui i beni postmissini; altri, più romantici, in una fondazione ex novo di vago sapore almirantiano. Si vedrà .
Certo è che la manovra economica ha sottinteso un valore politico. Quando Italo Bocchino, Ignazio La Russa e compagnia chiedono, fin da ora, che il successore di Berlusconi sia Fini, recitano un discorso di chiarezza ai vari aspiranti leader: o comandiamo noi o dopo Berlusconi rifacciamo Alleanza nazionale. I soldi ci sono, insieme a giornali e casa editrice. Libro e tesoretto, partito perfetto.
- Tags: Anna-Finocchiaro, Antonello-Soro, comitato, costituente, Ds, Marco-Follini, margherita, maro-barbi, maurizio-migliavacca, Pd, premier, quote-rosa, Romano Prodi, saggi, Ulivo, Unione
-

I tre coordinatori (Antonello Soro, Mario Barbi e Maurizio Migliavacca) hanno steso la lista del Comitato promotore. Prossime tappe, il regolamento elettorale (entro il 30 giugno) e l’elezione dell’Assemblea costituente (14 ottobre). Il Partito democratico muove i primi passi, non senza incertezze, qualche piccolo giallo e parecchi mugugni interni ai due partiti “sponsor”, Ds e Margherita. Regista e grande supervisore dell’operazione, Romano Prodi, che ha fissato il numero dei componenti del comitato - 45 - e l’ora della cerimonia, le 9 di stamani. Ma l’appuntamento non era stato comunicato ufficialmente e l’unico puntuale, in piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo e del futuro Pd, era Marco Follini, ex Udc e Cdl, ormai divenuto stabilmente esponente del centrosinistra. Follini è rimasto una buona mezz’ora a vedersela con i giornalisti e con Carmine, portiere del palazzo. In realtà a far slittare i tempi sono stati gli aggiustamenti e le ripicche dell’ultimo minuto.
Ecco l’elenco completo del “Comitato 14 ottobre”: Giuliamo Amato, Mario Barbi, Antonio Bassolino, Pierluigi Bersani, Rosy Bindi, Paola Caporossi, Sergio Cofferati, Massimo D’Alema, Marcello De Cecco, Letizia De Torre, Ottaviano del Turco, Lamberto Dini, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Dario Franceschini, Vittoria Franco, Paolo Gentiloni, Donata Gottardi, Rosa Jervolino, Linda Lanzillotta, Gad Lerner, Enrico Letta, Agazio Loiero, Marina Magistrelli, Lella Massari, Wilma Mazzocco, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Arturo Parisi, Carlo Petrini, Barbara Pollastrini, Romano Prodi, Angelo Rovati, Francesco Rutelli, Luciana Sbarbati, Marina Sereni, Antonello Soro, Renato Soru, Patrizia Toia, Walter Veltroni, Tullia Zevi.
Spiccano due assenze eccellenti, entrambe donne: Livia Turco e Giovanna Melandri. Mentre una terza esponente femminile che doveva esserci ha invece rinunciato: si tratta di Lilli Gruber, ex giornalista del Tg1, oggi eurodeputata. Pare abbia lasciato il posto alla Pollastrini. Ma lo stesso Prodi ha annunciato che il comitato si allargherà ad altri due-tre esponenti “per dare spazio all’associazzionismo ulivista”. Si vedrà .
Anna Finocchiaro, ds e capogruppo dell’Ulivo al Senato, lamenta la bassa presenza di donne (16 su 45): “Dovranno essere di più nell’Assemblea costituente”. In realtà , per ora, nel Comitato è stata rispettata la quota minima del 30%. Invece Giulio Santagata, prodiano di stretta osservanza, ha precisato di non essere entrato per scelta: “Ritenevo giusto che tutti facessero uno sforzo per fare spazio affinché il Pd nasca dai cittadini e non solo dai partiti. Uno sforzo totalmente supportato da Prodi. Per la verità speravo che così si regolassero tutti, con meno nomenklatura e più cittadini”.
Il più prodigo di dichiarazioni è stato Follini, che ha paragonato il Pd ad d “una casa aperta ai centristi”. Tra i meno assidui della politica professionale, Letizia LaTorre, vicina all’associazionismo cattolico, il giornalista Gad Lerner e Tullia Zevi ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Tra i governatori, compaiono Renato Soru (Sardegna), Ottaviano Del Turco (Abruzzi), Vasco Errani (Emilia Romagna) e Antonio Bassolino (Campania); tra i sindaci Walter Veltroni (Roma), Sergio Cofferati (Bologna), Lenardo Domenici (Firenze) e Rosa Russo Jervolino (Napoli). Manca Sergio Chiamparino (Torino), che era nella lista proposta dai ds; così come non c’è Riccardo Illy, governatore del Friuli, della lista prodiana.
La sensazione è ancora di un organismo nel quale le percentuali tra le varie anime sono rispettate con il bilancino. Vedremo se riuscirà realmente a trasformarsi in un partito nuovo, data anche l’aria che tira sulla politica.