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Tutte le spallate della Lega all’Unità. A colpi di dialetto e cibo locale

Un sostenitore della Lega

Lega Nord di nome e di fatto. Il Carroccio non è andato in ferie quest’anno e le camice verdi, invece di “fare una pennica lunga almeno venti giorni”, come prescriveva ai parlamentari il filosofo Lucio Colletti (che aggiungeva, però, “così non rompono le p…”), si sono date da fare anche a Ferragosto.

Eccome. Le “sparate” della Lega hanno fatto infuriare - e continuano a farlo - alleati e oppositori, ormai frastornati dal muro di fuoco padano. Bandiere e inno regionali, dialetto a scuola e nella Costituzione e, soprattutto, il ritorno delle gabbie salariali. Questi alcuni dei tormentoni dell’estate, ma gli uomini del Carroccio passano subito anche ai fatti.
Soprattutto nei piccoli comuni governati dai “sindaci sceriffi”. Come il sindaco leghista di Varallo, piccolo paese del Vercellese, Gianluca Buonanno che ha vietato con un’ordinanza il “burkini”, il costume da bagno per le donne musulmane che lascia scoperti solo i piedi, le mani e il viso. O come a Capriate, paesino del Bergamasco, dove la giunta leghista ha vietato l’apertura di kebabbari e simili nel centro storico, come ha fatto alcuni mesi fa Lucca.
Non è finita. Fra due anni si festeggeranno i 150 anni dell’unità d’Italia. E già iniziano le polemiche.

L’appello di Napolitano. Il governo risponde
Il presidente Napolitano non ha dubbi: i tempi per la preparazione delle celebrazioni dei 150 dell’Unità d’Italia sono stretti. Mancano due anni e il governo deve rimboccarsi le maniche. E il Pdl risponde, soprattutto gli ex di An, come il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Fa bene il presidente della Repubblica a stimolare il governo, perché non c’è più tempo da perdere. Dico a Bondi: sono a disposizione, dò la mia piena disponibilità, sia personale sia come Forze Armate”. Si aggiunge un altro ex An, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli: “Il presidente Napolitano è giustamente sensibile e attento, come lo siamo noi nel governo, alle questioni legate a questa celebrazione”. Ma per la celebrazione ci vogliono i soldi. Come reperirli, ci ha pensato il ministro Scajola: dai fondi regionali Fas. Intanto, da palazzo Chigi ricordano che già prima della pausa estiva si era affrontata la questione e a proposito era stato dato mandato allo stesso premier ed al ministro Bondi di elaborare un piano alternativo.

Le spallate della Lega
Ma se Pdl e Napolitano pensano all’Unità d’Italia, le spallate contro la manifestazione vengono proprio dagli alleati leghisti. Ha iniziato il fuoco il Senatùr, durante le vacanze ferragostane, dalla sua “residenza estiva” a Ponte di Legno, in Val Camonica. “L’inno di Mameli non lo conosce nessuno, meglio Va’ Pensiero. Poi tutti gli altri, contro gli sprechi per una manifestazione che, dicono i leghisti, non serve. “Sì a un’opera simbolica, no a mille marchette”, avverte il ministro Roberto Calderoli. “Sarebbe come festeggiare la disunità d’Italia, con il vecchio modo di far politica che ha distrutto il paese”.
Sulla stessa linea il capogruppo alla Camera, Roberto Cota. “In un momento come questo vanno evitate le celebrazioni enfatiche e le spese inutili. Altre sono le priorità e le esigenze della gente”. Più conciso l’eurodeputato Mario Borghezio: “La mia ricetta è proprio quella di non spendere una lira“.

Dialetto per tutti
Intanto, il Carroccio insiste sui dialetti che dovrebbero essere riconosciuti nella Costituzione. Ancora Calderoli. “Vogliamo che l’italiano venga inserito come lingua ufficiale nella Costituzione, cosa che non è mai stata fatta, e tutelato dai troppi termini inglesi e dal dialetto romanesco che lo stanno snaturando. Allo stesso tempo bisogna farsi carico di quelli che vengono inopportunamente chiamati dialetti. Non ci vedo nulla di eversivo nel ricordare che la lingua italiana è stata creata artificialmente”.
Per rendere tutto più “normale”, si dovrebbero fare, ha proposto Luca Zaia, anche delle fiction in dialetto: “Capri in napoletano, Il Commissario Montalbano in siciliano, Gente di Mare in calabrese, Nebbie e Delitti in emiliano, Cuori rubati in piemontese, Un caso di coscienza in friulano. La Lega esorta la Rai a mandare in onda le fiction di grande ascolto in dialetto con i sottotitoli, oppure per chi ha la televisione in digitale, di aggiungere al canale audio anche la versione dialettale”, ha detto il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, a Klauscondicio. “Potrebbe essere davvero un bel servizio” aggiunge il ministro “la fiction deve essere un canale anche attraverso il quale viene promossa la cultura regionale“.
All’insegna della lingua locale (da sempre il cavallo di battaglia leghista) anche la polemica, divampata a luglio in commissione cultura, sulla necessità d’introdurre nelle selezioni per i docenti una valutazione sulla conoscenza della cultura regionale. E al rientro dalle vacanze (altrui: come detto i leghisti d’agosto sono sul campo) gli onorevoli si troveranno sui banchi il titolo della proposta di legge (datata 18/12/2008) di Pierguido Vanalli, deputato e sindaco di Pontida: “Introduzione dell’articolo 107-bis del codice civile per la celebrazione di matrimoni in lingua locale“.

E a Napoli sbeffeggiano Bossi
Ma chi di dialetto ferisce, di dialettto perisce… E mentre in Padania il Carroccio spara contro l’Unità d’Italia e difende i dialetti, al Sud si trova il modo di scherzare sul pensiero di Umberto Bossi. Come ha fatto Il Mattino, prestigioso quotidiano partenopeo, che ha tradotto dispacci Ansa con le dichiarazioni del Senatùr sull’Inno di Mameli e il Va’ Pensiero. “Quanno cantammo l’inno nuosto, O Ca Penziero, tutte quante ‘o cantano pecché ‘e pparole ‘e ssanno tutte quante, no comme a chillo italiano ca nun ‘o sape nisciuno. Si tutto nu popolo, meliune e meliune ‘e perzune, sanno ‘o Va Penziero e ‘o cantano cu piacere, vò ricere ca int’o core d’a gente sta cagnanno tutte cose, anze tutt’è cagnato già“. E sotto le pendici del Vesuvio Roma ladrona diventa Roma mariuola. “Chille ra parte ‘e coppa, ‘e ll’alta Italia, so vinte, trenta meliune ‘e perzune, simmo brava gente (…) Nun vaco a fa o penziunato e nun levo mano si nun aggio luvato ‘a gente nosta ‘ a sott’ a Roma mariuola”.

Quei vessilli delle regioni che piacciono al Carroccio e al partito del Sud

I municipi dovrebbero esporre accanto al tricolore e alla bandiera della Ue, anche quella della regione. I siciliani oltre l’inno di Mameli, dovrebbero conoscere Madreterra, l’inno ufficiale della Sicilia voluto dall’ex governatore Cuffaro, mentre i marchigiani quello commissionato ad Allevi ed eseguito a Loreto. Non è fantasia, ma l’ultima proposta della Lega Nord: cambiare l’articolo 12 della Costituzione, quello che riconosce il simbolo della Repubblica nel tricolore, ed estenderlo anche alle bandiere regionali, che già esistono.Un’idea che piace anche a Raffaele Lombardo, leader del Mpa e attuale governatore della Sicilia. La provocazione del Carroccio arriva prima della pausa di Ferragosto, dopo le polemiche, a destra e a sinistra, sul partito del Sud e sulle gabbie salariali, in un’Italia già spaccata a livello economico e sociale (secondo i dati della Cgia di Mestre, i salari al Nord sono più ricchi del 30%). E in mezzo alle molte spinte centrifughe, tra cui le voglie di annessione all’Austria in Alto Adige, la Lega introduce una nuova campagna per il federalismo.

La proposta della Lega
A lanciare il sasso, con una proposta di legge Costituzionale di modifica all’articolo 12 della Costituzione, è stato il capogruppo al Senato della Lega, Federico Bricolo. “L’articolo 12, comma 1 della Costituzione riconosce quale simbolo della Repubblica italiana il tricolore. Nei principi fondamentali della Costituzione non è, viceversa, incluso alcun riconoscimento ufficiale dei simboli identitari che contraddistinguono le Regioni. Tale lacuna si rende, ad oggi, inammissibile, alla luce della sostanziale valorizzazione del ruolo politico ed istituzionale delle Regioni realizzata dalle più recenti riforme costituzionali”. Per queste ragioni le camice verdi spiegano che ”in tale fase storica di ripensamento dell’assetto territoriale dello Stato in ambito interno ed a livello sovranazionale, è più che mai necessario recuperare i simboli identitari che contraddistinguono ciascuna realtà regionale”.

In questa prospettiva di intervento, la proposta di legge costituzionale in esame “intende inserire un secondo comma all’art. 12 della Costituzione, finalizzato a riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna Regione, individuati nella bandiera e nell’inno”.

Ma i vessilli padani sono diversi…
Basta fare un controllo sul sito istituzionale della Lega Nord. Tra i simboli, compaiono le bandiere delle nazioni che formano la Padania, ossia tutte quelle delle regioni del Nord, comprese le tre centrali Toscana, Umbria e Marche. Ebbene, se confrontiamo le bandiere della Lega con quelle attualmente in uso dalle regioni si salvano solo il Piemonte e il Veneto.

Sì, perché per esempio la Lombardia, regione natia del Senatùr, per la Lega è rappresentata da una croce rossa su sfondo bianco, mentre la bandiera regionale è verde con un quadrifoglio bianco al centro. La Toscana, per esempio, ha scelto come bandiera regionale il cavallo alato del Comitato toscano di liberazione nazionale, mentre i leghisti la bandiera del Granduca. E ancora. L’Emilia per la Lega ha una sua bandiera, la Romagna un’altra. Come il Trentino e il Sud Tirolo, due “popoli” e due bandiere.

I nostalgici del tricolore.
“Un pesce d’aprile fuori stagione”, lo ha definito Daniele Capezzone, portavoce nazionale del Pdl. Eppure c’è chi ha preso la proposta della Lega sul serio. E la pioggia di critiche arriva da destra e sinistra. ”Il Tricolore costituisce un intangibile valore dell’unità del Paese, sulla proposta della Lega deciderà il Parlamento”, afferma il presidente del Senato, Renato Schifani (Pdl). “Nessun attacco alla Costituzione da parte della Lega, semplicemente una proposta agostana a cui si può rispondere con ‘viva il Tricolore’”, aggiunge il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi (Dcpa).

“Ieri si sono inventati le gabbie salariali, oggi le hanno smentite. Adesso, tanto per perdere tempo, i senatori della Lega hanno tirato fuori le bandiere regionali da affiancare al tricolore. Io mi chiedo se hanno tempo da perdere” critica da sinistra Dario Franceschini (Pd). “Finché si parlava di federalismo, cioè della capacità di gestire le proprie risorse, abbiamo accettato la sfida, ma ora la Lega sta proprio esagerando”, rincalza il presidente dei senatori dell’Italia dei valori, Felice Belisario.

Sdrammatizza, infine, il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: “Immagino già il clamore che i fessi della sinistra staranno mettendo in piedi, ma inviterei tutti a usare il buon senso e a sdrammatizzare. Io in questo momento mi trovo in Sicilia e da anni, nella spiaggia che frequento, sventola la bandiera della Trinacria. E’ forse un problema? Per me no. Non mi turba affatto e non credo che leda la dignità del Tricolore”.

La ricetta di Napolitano: “Per le riforme e contro la crisi serve unità”

napolitano

Coesione: è quello che serve più che mai all’Italia. Lo ricorda e lo chiede il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio agli italiani in occasione della Festa della Repubblica (qui il testo integrale e il VIDEO). “Basta guardare alla realtà senza paraocchi, per vedere che c’è bisogno, come ho detto e non mi stanco di ripetere, di più coesione nel paese - dice Napolitano -, dinanzi alla crisi e alle tensioni che scuotono il mondo”.
L’Italia è unita e si è dimostrata tale davanti a molte situazioni difficili e nonostante l’incessante muro contro muro della politica. Ne è convinto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel messaggio agli italiani per il 2 giugno ricorda come il Paese si sia rivelato unito di fronte all’emergenza del terremoto in Abruzzo. Ma non solo.
L’Italia, ha spiegato Napolitano, “si è ritrovata unita negli ultimi mesi nel celebrare il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, del ritorno alla pace, alla libertà e all’indipendenza ; si è ritrovata unita nel rendere omaggio alle vittime del terrorismo, delle stragi, della violenza politica di ogni colore; si è ritrovata unita nel ricordare con gratitudine gli eroici magistrati e appartenenti alle forze di polizia caduti nella lotta contro la mafia”.
“Sono stati - ha sottolineato il presidente - altrettanti segni di unità del paese attorno a valori di democrazia e di solidarietà propri della nostra Costituzione. Segni di unità tanto più importanti quanto più sono aspre le contrapposizioni politiche e istituzionali, soprattutto in periodo elettorale”.
Riforme nel rispetto dei ruoli e delle prerogative di tutti gli attori sulla scena politica è quello che chiede il presidente della. Il capo dello Stato spiega che, “specie per prendere finalmente la strada delle riforme necessarie al paese e al suo sviluppo, c’è bisogno di più coesione sociale e nazionale”. Tutto questo deve avvenire “nel rispetto dei diversi ruoli istituzionali; nel libero e civile confronto tra le diverse opinioni”.
“Sono convinto” conclude Napolitano “che sia questo un auspicio diffuso tra gli italiani. Di certo è il mio augurio nell’interesse della Repubblica che oggi festeggiamo perché dal 2 giugno del 1946 con essa si identifica la nostra patria”.

Magistrati contro Bossi: “Pm eletti dal popolo? Costituzione è una cosa seria”

Palazzo di Giustizia
Insorgono le toghe italiane. Contro il ministro delle Riforme per il Federalismo, nonché leader della Lega, Umberto Bossi. Tema: i pm eletti dal popolo.
L’idea, non nuova per il Carroccio, viene risbandierata, 48 ore fa , nel corso di un comizio elettorale a Mestre dal Senatùr: per lui la proposta del Carroccio di magistrati eletti a livello regionale è una scelta di democrazia: “Il prossimo passo dopo il federalismo” ha detto Bossi “è quello dell’elezione da parte dei popoli dei magistrati perché ogni popolo deve avere la propria possibilità di esprimersi”. L’esempio, per il leader leghista è quello elvetico: “Bisogna fare come con i cantoni in Svizzera” ha aggiunto “in Italia solo Roberto Castelli quando era ministro della Giustizia è riuscito a fare qualche cosa”.

Ma passano, appunto, due giorni, ed ecco la risposta dei magistrati. Per bocca del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara e del segretario dell’associazione Giuseppe Cascini. “Magistrati eletti? Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l’indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini”, dice il primo. “La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee”, dichiara il secondo all’Adnkronos.
Cascini sottolinea inoltre come il sistema di accesso in magistratura italiano “è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo” aggiunge “he lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva”. Gli fa eco Palamara: la proposta di Bossi “non tiene conto di quanto previsto dalla Costituzione per realizzare la più ampia professionalità e indipendenza della magistratura a garanzia dei cittadini. Cioè” spiega “tramite la previsione di un concorso selettivo e non tramite una elezione popolare che, inevitabilmente, comporterebbe una politicizzazione della nomina e quindi del potere giudiziario». Palamara poi aggiunge: “È vero che ci sono sistemi che prevedono l’elezione dei magistrati direttamente dal popolo, come in America per quanto riguarda i Pm distrettuali, ma deve considerarsi che siamo di fronte a sistemi completamente diversi da quello nostro e che di conseguenza rendono impossibile prendere singoli pezzi di un sistema e trasportarli in un altro”. In questo modo, secondo il presidente dell’Anm “inevitabilmente avremmo un pubblico ministero espressione di una singola parte e quindi quella garanzia di indipendenza andrebbe persa. La funzione giudiziaria non può dipendere dalla provenienza regionale di un magistrato”.
Ancora più netto il giudizio del togato di Unicost al Csm, Fabio Roia: “Non si capisce il senso della proposta di Bossi, alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati”. Roia sottolinea come avere dei magistrati su elezione popolare comporterebbe una “manifestazione del consenso e dunque una politicizzazione delle toghe all’eccesso. A mio parere in contraddizione a ciò che questa parte politica ha sostenuto finora, contraria ad una magistratura politicizzata”.
Possibilista, invece Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e legale del premier Silvio Berlusconi, che spiega all’Adnkronos: “È un’idea percorribile, ma va valutata con attenzione”. La proposta di Umberto Bossi di eleggere i pm come in Svizzera e negli States, dice Ghedini, è già prevista dal ddl sulla giustizia e bisogna verificarne la fattibilità nel rispetto della Costituzione. Il parlamentare azzurro getta acqua sul fuoco (”Non è una riforma che spaventa ed è un argomento come gli altri, non mi sembra nemmeno il più urgente”) e replica così al segretario dell’Associazione nazionale dei magistrati: “Soltanto l’Anm arroccata sui privilegi della casta si può preoccupare”. Anche se, ribadisce: “Bisogna verificare la possibilità di un intervento a Costituzione vigente. Oppure” aggiunge “occorre trovare l’accordo di tutto il Parlamento e verificare se c’è la necessità effettiva di fare una riforma costituzionale sul punto in questione”.

Pm eletti dal popolo? Per il ministro Umberto Bossi è una scelta di democrazia. Per i magistrati dell’Anm: “Così si calpesta la Costituzione”. Voi con chi state?
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Non sai leggere l’italiano? Niente cittadinanza

costituzione

Non leggi italiano, niente cittadinanza. Non è lo slogan di una campagna pubblicitaria.

È il riassunto di quanto successo nel cuore della provincia orobica, a Caravaggio: paesone (meta di pellegrinaggio mariano e considerato comune natale di Michelangelo Merisi) governato da una giunta del Carroccio.
E la frase se l’è sentita dire un egiziano di 36 anni, che si è recato nel Municipio della Bassa Bergamasca per giurare fedeltà alla Costituzione italiana, ultimo, fondamentale passaggio per ottenere la cittadinanza.
A pronunciarla, dopo attento esame, il sindaco leghista. Che ha inviato l’(ancora) immigrato a ripresentarsi per il giurameto sulla Carta, quando avrà imparato la nostra lingua.
Già, perché quando il primo cittadino, Giuseppe Prevedini, gli ha consegnato la formula, lui - che da tempo vive a Caravaggio ed è sposato con una donna bergamasca - ha ammesso di non saper leggere la nostra lingua. Il sindaco, come scrive L’Eco di Bergamo che ha raccontato l’episodio, lo ha dunque rispedito a casa: rimandato e invitato, come uno studente mpreparato, a “tornare la prossima volta”. “Chiedere la cittadinanza significa abbracciare i valori e la cultura del nostro Paese” dice il sindaco Prevedini. “Questo non si può fare senza saper leggere l’italiano o senza perlomeno aver imparato a memoria il giuramento. Una persona che conosce solo l’arabo non può sapere quali sono i suoi diritti e i suoi doveri in Italia”.
L’immigrato, che avrebbe dovuto ottenere la cittadinanza italiana, aveva già ricevuto il decreto di concessione dal ministero dell’Interno. Per diventare italiano a tutti gli effetti, gli mancava però il giuramento. Ma il sindaco resta irremovibile: anche se la legge non prevede la conoscenza della lingua come requisito fondamentale per l’ ottenimento della cittadinanza, Prevedini non ha alcuna intenzione di concedergliela, almeno finché non abbia imparato a leggere: “Qui funziona così” ha aggiunto “se non gli sta bene, può sempre andare a Roma e giurare davanti al Presidente della Repubblica”.
All’egiziano non resta dunque altra soluzione che imparare l’italiano. Dovrà farlo però entro il tempo che gli rimane, prima della scadenza del decreto di concessione del Governo, che dura in tutto sei mesi. Altrimenti dovrà ripetere la trafila daccapo.

L’appello di Napolitano: “Un 25 aprile di unità. Piaccia o no partigiani fondamentali”

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Più di tutto, unità.
A rinnovare l’appello perché ci si unisca nelle celebrazioni del 25 aprile, per superare gli antichi dissapori è stato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “Voglio dire che l’importante è che ci si unisca quest’anno nella giornata del 25 Aprile, per celebrarlo in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo, per celebrare l’una o l’altra delle componenti della Resistenza”, ha detto il Giorgio Napolitano davanti all’ossario dei partigiani caduti in Val Sangone.
Il Presidente della Repubblica ha preso la parola, visibilmente commosso, davanti ai gonfaloni dei comuni, agli stendardi delle associazioni combattentistiche e al medagliere dell’ANPI del Piemonte per ricordare che fin dal giorno della sua elezione al Quirinale sottolineò la necessità di celebrare la Resistenza “con l’impegno di ricomporre in spirito di verità la storia della Nazione, della Repubblica per giungere finalmente a un comune sentire storico” dando lo spazio dovuto a tutte le componenti che parteciparono alla Resistenza che non sono state tutte egualmente ricordate e valorizzate.
A questo proposito ha tenuto a rendere “l’omaggio a nome della Repubblica all’eroismo delle formazioni partigiane il cui contributo” ha aggiunto “piaccia o non piaccia fu determinante per restituire dignità, indipendenza e libertà all’Italia”. A quella lotta insieme ai partigiani partecipò il popolo, ha ricordato, con una solidarietà attiva e partecipò anche una componente militare che restò fedele al giuramento e dopo l’8 settembre non si piegò all’umiliazione di sottomettersi alle truppe naziste, a rischio della vita, di eccidi come quello di Cefalonia.
Alla Resistenza Napolitano iscrive anche gli oltre 600 mila militari che furono internati in Germania, egualmente, per avere rifiutato di passare con le truppe naziste, internati che vissero una “odissea”.
“Bisogna dire il posto che spetta anche alle formazioni del rinato Esercito Italiano che dopo l’8 settembre combatterono le prime battaglie a Mignano Montelungo, presso Cassino, dove” ha annunciato “mi recherò il 25 aprile”. Questa celebrazione si svolgerà, ha detto, “con lo stesso spirito con cui un anno fa andai a Genova e dissi che la Resistenza fu una straordinaria prova di riscatto civile e patriottico e non può appartenere ad una sola parte del Paese”.

La lezione di Napolitano: “La Carta non è residuato bellico. Si può modificare”

napolitano

È dal forum della Biennale della domocrazia che il Capo dello Stato tiene una sorta di lectio magistralis sulla Carta Costituzionale (qui il testo integrale dell’intervento).
E dal Teatro Regio di Torino, il Presidente della Repubblica, garante della Carta, parte con un aneddoto personale per “ricordare – anche col contributo di chi può darne testimonianza – di quale storia sia figlia la nostra democrazia repubblicana, e quella Costituzione che ne rappresenta insieme lo spirito, l’impalcatura e la garanzia”. Il ricordo di Giorgio Napolitano è legato alla notizia, sentita in radio, della caduta del Duce: “Avevo appena compiuto diciott’anni quando il 25 luglio del 1943 fui, come tutti gli italiani, raggiunto via radio a tarda sera dalla fulminante, imprevedibile notizia della caduta di Mussolini”.
Parte dal 25 luglio, il Presidente, per approdare al 25 aprile. Che, dice: “Non è festa di una parte sola”, visto che, “I valori dell’antifascismo e della Resistenza” ha aggiunto “sprigionarono impulsi positivi e propositivi”.

Poi richiamando il filosofo torinese Norberto Bobbio laddove richiamava l’irrinunciabilità della garanzia dei diritti di libertà, la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche e ancora la rappresentatività del Parlamento, l’indipendenza della magistratura, Napolitano osserva: “Tutto ciò non costituisce un bagaglio osboleto sacrificabile, esplicitamente o di fatto sull’altare della governabilità in funzione di decisioni rapide, perentorie e definitive da parte dei poteri pubblici”. “Ho evocato” aggiunge il capo dello Stato “ed è di certo tra gli istituti non sacrificabili la distinzione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e mi sarà permesso richiamare anche il riconoscimento del capo dello Stato come potere neutro”.

E tuttavia, continua il Capo dello Stato: “È del tutto legittimo politicamente” modificare la Costituzione per rafforzare i poteri del governo e di chi lo presiede rispetto al Parlamento e al potere giudiziario. Occorre però, ha sottolineato, tenere conto che i poteri dell’esecutivo sono stati già rafforzati indirettamente modificando i regolamenti parlamentari, facendo maggior ricorso ai decreti legge e al voto di fiducia, riducendo il numero di gruppi parlamentari e rafforzando il vincolo governo-maggioranza. Le modifiche devono essere motivate in modo trasparente e convincente. Napolitano ha anche sollecitato la fine del bicameralismo perfetto e una Camera delle autonomie al posto del Senato.
“La Costituzione repubblicana non è una specie di residuato bellico come da qualche parte si verrebbe talvolta fare intendere”, ha detto il presidente della Repubblica. Perché nacque, ha sottolineato, guardando lontano, e poggia “sui valori maturati nell’ opposizione al fascismo, nella Resistenza” e fu concepita aprendosi alle “imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro. Non fu mai un manifesto ideologico o politico di parte, e legge fondamentale, architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale”.
Ma a che cosa serve la Carta? La risposta del Presidente è questa: la Costituzione regola le modalità in cui viene esercitata la volontà sovrana del popolo, disciplinandone le forme rappresentative ed elettive e ponendo “limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa”, ha detto. “Rispettare la Costituzione” sottolinea Napolitano “è dunque espressione altamente impegnativa, ben al di là di una superficiale e generica attestazione di lealtà. Significa anche riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l’autorità delle istituzioni di garanzia” quindi, conclude il capo dello Stato, queste istituzioni possono essere oggetto di riserve e critiche ma mai “di attacchi politici e giudizi sprezzanti”.

La Costituzione non dunque è intoccabile. La seconda parte può essere modificata ma occorre procedere con “uno sforzo di realismo e di saggezza” tenendo conto del lavoro che si è già fatto su questo tema e puntando “alla più ampia condivisione”, ha detto Giorgio Napolitano. Gli stessi padri costituenti concepirono la Costituzione prevedendo che essa potesse essere modificata, ha ricordato il capo dello Stato. Napolitano ha aggiunto che “non si può solo denunciare il rischio che sia stravolto l’ordinamento”, bisogna riprendere i tentativi che si sono fatti suscitando “una rinnovata stagione costituente. Non c’è da ripartire da zero, da arrendersi a resistenze conservatrici nè, all’opposto tendere a conflittualità rischiose e improduttive”.
Nel 1948, ha affermato Napolitano, la Costituzione nacque “certamente contrassegnata da un’accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto al quelle del governo” mettendo in secondo piano le esigenze di stabilità e di efficienza decisionale dell’esecutivo. Da allora molte cose sono cambiate ed è “del tutto legittimo politicamente” verificare elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo e di chi lo presiede, modifiche che devono essere introdotte “sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti”.
A questa esigenza, ha ricordato Napolitano, dagli anni ‘80 in poi si è risposto con modifiche dei regolamenti parlamentari e un crescente ricorso ai decreti d’urgenza e alla richiesta del voto di fiducia e infine con un rafforzamento del vincolo governo-maggioranza e con “il drastico ridursi della frammentazione politica in Parlamento”. Tutto ciò, ha concluso Napolitano, ha fatto dire a Giuliano Amato che è “oggi obsoleta la tradizionale constatazione della debolezza del governo nel rapporto con il Parlamento”.

Pier Ferdinando Casini è tra i primi a commentare le riflessioni del capo dello Stato: “Siamo con il presidente della Repubblica senza se e senza ma”. E aggiunge: “Una riforma costituzionale seria va coniugata con la consapevolezza che, in una moderna democrazia liberale, le procedure sono sostanza e l’efficacia del processo decisionale si costruisce nel rispetto dell’equilibrio dei poteri”.

Franceschini comincia con un ritorno al passato: “Premier contro la Carta”

Dario Franceschini con il padre Giorgio

Per decenni è stata il principale serbatoio di voti, di iscritti e di quattrini. Del Pci prima, dei Ds poi. Ma l’Emilia rossa dei sindaci popolari, degli asili nido studiati presi a modello nel mondo e delle Feste dell’Unità, non aveva mai espresso un leader nazionale del principale partito della sinistra. “Evidentemente” mormora a mezza voce un dirigente ex Ds “ci voleva un democristiano per rompere il tabù…”.
Nel suo primo giorno da segretario, Dario Franceschini è tornato a casa. In quella terra con “l’acqua d’argento che le scorre nelle vene” (per usare la parafrasi del Po che ha usato nel suo romanzo), comunisti e cattolici se le sono date di santa ragione. Ma a certe “contraddizioni” Dario è abituato.

Come rivelato prima dal Giornale e poi ammesso da lui stesso (sullo steso quotidiano), il nuovo leader dei Democratici vanta un papà partigiano: Giorgio, avvocato e deputato dc negli anni Cinquanta (nell cui mani, che tenevano una copia della Costituzione ha giurato, usando le parole che di solito pronuncia il presidente del Consiglio, fatto da lui stesso definito “anomalo” per un dirigente politico, in particolare quando ha pronunciato la formula “eserciterò le funzioni di segretario del Pd nell’esclusivo interesse della Nazione”) ma anche un nonno (quello materno) fascista. Che: “Ci credeva, e negli incarichi amministrativi che ebbe riuscì a farsi benvolere da tutti” e che “Aderì prima al fascismo, poi alla Repubblica di Salò”.
Papà antifascista, nonno mussoliniano: si può fare, dunque. E infatti, attorniato dai partigiani, Franceschini ha giurato sulla Costituzione per farsene paladino, di fronte al cippo che ricorda l’eccidio Estense della Lunga notte del ‘43. Perché, dice: “Il presidente del Consiglio ha in mente un Paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona. Questo è contro la Costituzione a cui lui ha giurato fedelta”‘.
La difesa della Carta non è quindi, nei piani del nuovo leader democratico, solo un alto richiamo ideale, ma anche - e soprattutto - uno strumento per caratterizzare la sua segreteria. Con un refrain già mandato dalla grancassa dell’opposizione: l’antiberlusconismo, molto più agguerrito, rispetto all’atteggiamento di Veltroni, del quale è stato il numero due.
Da numero uno, Franceschini sceglie di esordire così. Un pranzo, a base di tortellini - il suo piatto preferito - dai genitori; poi due passi in centro, salutando i vecchi amici, i giovani sostenitori e gli anziani. In molti gli stringono la mano, gli chiedono autografi, gli fanno gli auguri e i complimenti. Una signora lo supplica: “Per favore, non litigate più”. Franceschini risponde con un sorriso. Come promessa, forse, è un pò troppo impegnativa, per il Pd di questi tempi. Soprattutto a fronte delle prime scelte del neoeletto segretario.
Che fin nel suo discorso d’insediamento alla Fiera di Roma aveva detto: “Deciderò da solo”. E infatti: via il vecchio coordinamento (al suo posto, una sorta di comitato di segreteria), stop al governo ombra. Basta anche con il “caminetto”, e solo su singoli temi chiamata a raccolta dei “big” del partito per condividere le decisioni chiave. Più spazio agli amministratori locali, segretari regionali, personalità del territorio e volti nuovi, meglio se giovani. Sono questi i primi passi di Dario: tenersi alla larga da quelli che hanno “fatto fuori” il predecessore, l’amico Walter. Certo, nero su bianco, per ora, non c’è niente: si tratta di “pure illazioni”, mediatiche. Ma il segno di questo “nuovo giorno”, più decisionista del precedente si annusa: netta, ad esempio - dice chi ha parlato con il neo segretario - sarà la posizione del Pd sui temi etici, a cominciare dal testamento biologico, in difesa della libertà di scelta del cittadino, della laicità dello Stato e dell’autonomia dei cattolici in politica dalla dottrina della Chiesa. Chi meglio di un cattolico democratico può interpretare questo ruolo? Poi ci sono le riforme (giustizia, federalismo, intercettazioni, regolamenti parlamentari, forma di governo) sulle quali, dopo l’esordio aggressivo di Ferrara, il Pdl ha già chiuso le porte del dialogo. E l’offensiva per chiedere al governo verità sulla situazione dell’economia e risorse per combattere la crisi, a vantaggio delle fasce sociali più deboli.
Ma decisioni difficili Franceschini dovrà prenderle anche per ridisegnare l’organigramma interno al partito. Presto si vedrà se ha ragione chi dice che, con le dimissioni di Veltroni, è stato “dimissionata” anche l’oligarchia democratica. Sempre sabato Franceschini ha detto: “Non ho fatto patti, non ho padrini nè padroni”. Ma qualche avversario sì, soprattutto tra i più giovani (quelli a cui il Pd guarda per darsi una nuova veste): a cominciare “dall’astro nascente” Matteo Renzi (altro margheritino che ha trionfato in un territrio rosso, come Firenze): “Un’occasione persa”, quella dell’Assemblea. “Se Veltroni è stato un disastro” spiega in una intervista alla Stampa “non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione”. In questi anni Franceschini “è stato una delusione, percepito come il guardiano di Quarta Fase, l’associazione degli ex popolari. Ma basta con questa storia degli ex!”.
Sarà anche per questo che l’Unità domenica, mentre il neo leader giurava sulla Carta, accompagnava il tutto con un interrogativo pieno di dubbi: “Ce la farà?”

I Quadretti di Brulliotoi

Napolitano: “Teniamoci stretta la Costituzione”. Berlusconi: “Sinistra spudorata”

Giorgio Napolitano

“Teniamocela stretta”. Cosa? La Costituzione. Visto che, dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inaugurando lo Spazio Europa nella sede italiana della Commissione Europea: “In Italia per fortuna l’abbiamo”.
Tirato un po’ per la giacca, in questi ultimi giorni, con questo intervento il custode della Carta, il garante della Legge delle leggi, entra nel dibattito sulla Carta che sta infiammando la politica negli ultimi giorni. Napolitano lo ha detto rispondendo alle domande di alcuni studenti, che chiedevano in particolare se l’Europa ha una Costituzione e come si collega con quella italiana. Il capo dello Stato ha ricordato che il parlamento europeo dal 2001 al 2004, quando lui era presidente della commissione Affari costituzionali a Strasburgo, esaminò un progetto di Costituzione europea che fu anche ratificato dai capi di governo dei paesi membri, ma poi non superò la ratifica da parte di due parlamenti nazionali, quello francese e quello olandese, mentre altri tardavano a pronunciarsi.

E sulla Costituzione e le polemiche dell’ultima settimana, interviene anche Berlusconi, parlando della manifestazione di ieri del Pd: “Questa è l’ulteriore prova” dice il premier, “della spudoratezza di questa sinistra che ha cambiato interi capitoli della Costituzione solo con i suoi voti, tra l’altro una modifica fatta male e con solo 4 voti di vantaggio”. Si riferisce Berlusconi alla riforma del Titolo V approvata nel 2001 e confermata poi dal referendum. “Non si può considerare un sacrilegio la volontà di cambiare la Carta” ha detto Berlusconi, “se c’è la volontà generale di farlo”. E su Scalfaro, protagonista della manifestazione del Pd, afferma: ”Veltroni dice che io vengo in Sardegna per un candidato che si presenta con una lista che porta il mio nome ma mi domando, se la sinistra avesse un suo simbolo chi ci avrebbero messo? Scalfaro? Un uomo che sappiamo il passato che ha”.

Le polemiche comunque sembrano destinate a ricomporsi: il premier ha infatti accolto positivamente le parole di questa mattina di Napolitano. Mentre il presidente della Repubblica veniva “interrogato” dagli studenti sulle regole europee: il problema della Costituzione europea, ha detto, resta aperto. Fu posto proprio 25 anni fa da un padre dell’Europa, Altiero Spinelli, il cui progetto aprì la strada all’Unione Europea, indicando un cammino “tuttora incompiuto, che spetta alle giovani generazioni completare, portando a compimento la costituzionalizzazione dell’Ue”. “Quando vedremo gli Stati Uniti d’Europa?” ha chiesto un ragazzo. Napolitano ha risposto che già 50 anni fa alcuni pensavano che fosse a portata di mano. “Erano gli ottimisti. Ci furono e ci sono ancora imprevisti e resistenze da superare, ma” ha aggiunto “certamente voi giovani vedrete gli Stati Uniti d’Europa. Datevi da fare perchè l’Europa soddisfi le vostre aspettative”. Un’altra domanda ha riguardato il ruolo del parlamento europeo. “Fa assai più cose del passato. I governi nazionali non possono decidere quasi nulla senza il suo parere. Il parlamento europeo indica la strada al governo dell’Europa che” ha concluso “non sappiamo bene se sia quello della Commissione europea o quello del Consiglio europeo (che riunisce i capi di Stato e di governo dei paesi membri). Ma questa è una questione più complicata”.

Questione meno complicata invece quella con protagonisti lo stesso Napolitano e l’ex pm Antonio Di Pietro. La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per il leader dell’Idv, che era stato iscritto sul registro degli indagati per “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica” in relazione all’intervento pronunciato durante la manifestazione a piazza Farnese. “Una lettura attenta del complessivo intervento dell’onorevole Di Pietro” si legge nella richiesta di archiviazione, “peraltro, consente di escludere che i riferimenti al ’silenzio mafioso’ abbiano avuto quale destinatario non lo stesso oratore ma proprio il presidente della Repubblica”.
“Legittimo diritto di cronaca” Quanto alle espressioni che certamente sono state rivolte al capo dello Stato, sostengono il procuratore Giovanni Ferrara e il pm Giancarlo Amato, “dovendosi esse inquadrare nell’esercizio di un legittimo diritto di critica che è consentito anche nei confronti delle più alte cariche dello Stato se espresso in forme continenti (qui senz’altro ravvisabili), nessuna offesa all’onore ovvero al prestigio del capo dello Stato potrebbe essere ipotizzata. Da qui la ritenuta impossibilità di configurare la fattispecie prevista dall’articolo 278 c.p. e la conseguente decisione di non richiedere l’apposita autorizzazione prevista dall’art.313 primo comma c.p. nei confronti dell’indagato”.
Fin qui i giudici: e ora Di Pietro vuole le scuse. Ha tuonato poi il leader Idv: “Sono stato esposto a pubblico ludibrio in base ad una montatura fatta ad arte da alcuni organi di stampa e cavalcata da tutto il mondo politico” ha spiegato Di Pietro “ma l’umiltà e l’amor per la verità non appartengono evidentemente a queste categorie”. L’ex pm fa sapere che continuerà “a difendere la Costituzione, senza se e senza ma”, e si appellerà al Capo dello Stato, “quale garante della Carta, ogni qualvolta ce ne sarà bisogno”.

Il Pd “in difesa della Costituzione”: tutti in piazza ad ascoltare Scalfaro

Oscar Luigi Scalfaro

A difendere la Costituzione: una piazza non tanto grande e non proprio gremita, le bandiere del Pd e un solo oratore, 90enne, l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Che, nel suo discorso a piazza Santi Apostoli per la manifestazione indetta dai Democratici, si è rivolto alla nostra Carta costituzionale come se fosse una persona, dandole del tu e chiedendole scusa “se in questi giorni sono tornati dei commenti che non servono al tuo onore”.
Da solo il Presidente emerito sale sul palco, si mette dietro un leggio, circondato da giovani e non dai vertici del Pd, che restano mescolati tra la folla. Da lì difende la Carta e avverte il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “In questi giorni ci ha fatto preoccupare, ma noi ci rivolgiamo a lui, con serenità, per non farci vivere giorni nel timore per la patria e la democrazia”. Un appello, quasi un avvertimento, che la piazza fa suo, scandendo i passaggi con applausi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e qualche fischio, subito sedato, verso il premier.

Non una manifestazione di partito in senso classico, insomma.
C’erano sì le bandiere del Pd, mischiate a quelle degli (ex) alleati dell’Italia dei Valori, ma non ci sono stati a piazza Santi Apostoli interventi di leader politici, che non hanno avuto neanche accesso al palco. “Abbiamo deciso di fare così, sali solo tu e un gruppo di giovani ti sta dietro”, spiega Veltroni accogliendo sotto il palco l’ex capo dello Stato. “Ma io non rappresento nessuno”, si schermisce Scalfaro e il segretario democratico pronto: “Sicuramente rappresenti me”. Scalfaro stringe la mano ad Armando Cossutta, inforca gli occhiali e sale sul palco per smantellare, per mezz’ora, in punta di diritto e di storia le affermazioni del premier. “Chi dice che la Carta è nata da una filosofia comunista lo fa per ignoranza”, è la prima ‘rettifica’ del ‘costituente’ in tono pacato ma deciso. Il refrain del suo intervento è che la Costituzione “è nata per unire e non per dividere e chi la usa per questo è come se la tradisse”.

L’ex presidente della Repubblica, e con lui il Pd, si muove su un crinale stretto: difendere Napolitano, ma non dare l’impressione di tirare per la giacca il capo dello Stato, trascinandolo nella battaglia politica. “Il presidente della Repubblica - dosa le parole il senatore a vita - è il supremo tutore della nostra Carta e noi gli rivolgiamo un saluto, ma ci fermiamo qui perché il suo ruolo deve essere di assolutà imparzialità”. Dalla piazza sale l’applauso così come fischi e qualche ‘buuh’ accompagnano l’altolà a Berlusconi. “Bisogna staccargli il sondino”, grida un militante dell’Idv, ma è un eccesso in una piazza tranquilla, in quella che sarà poi definita da Veltroni “una grande e civile manifestazione di popolo”. Tra la gente restano mescolati i vari big del partito: Massimo D’Alema da una parte, Pierluigi Bersani dall’altro lato della piazza, i capigruppo Antonello Soro e Anna Finocchiaro ai lati, Franco Marini un po’ più in là.
Un modo per celare le tante divisioni interne al partito: la manifestazione per una sera ricompatta tutti, in un momento non certo facile per la leadership veltroniana. Lui, il segretario, che ha rinviato la partenza per la Sardegna per essere in piazza, alla fine è soddisfatto: “Sono assolutamente d’accordo con Scalfaro. La Carta è ancora oggi un testo di straordinario valore e attualità e l’idea del presidente del Consiglio di trasferire nelle mani di una sola persona il potere legislativo è estranea alla Costituzione”.
Parere opposto quello di Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia: ”C’è stata troppa faziosità nel discorso di Oscar Luigi Scalfaro. Addolora vedere che un senatore a vita si dedichi a dividere il Paese, ma purtroppo per Scalfaro non è una novità: lo fece anche quando, da presidente della Repubblica, era invece chiamato ad unirlo”. Più netta la reazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: “Anche oggi Veltroni continua a delirare e spara la solita serie di falsità contro il presidente Berlusconi”.

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