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Sicurezza: da lunedì 1.000 soldati a Roma. A Milano presidiati 20 punti a rischio

Esercito e polizia di pattuglia

Dalle spiagge di Taormina alle notti milanesi, fino alle periferie romane, cominciano a delinearsi le destinazioni del contingente di 3.000 militari che da lunedì prossimo sarà dispiegato con funzioni di ordine pubblico in 21 province su tutto il territorio nazionale.
A decidere sono i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza che si stanno riunendo in questi giorni nelle città interessate.
A Milano il Comitato ieri ha disposto che i militari destinati alle pattuglie miste con le forze dell’ordine opereranno a piedi, prevalentemente di sera e di notte. Saranno presidiati 20 punti considerati a rischio e controllate 11 zone, fra cui i Consolati - tra cui quelli americano, cinese (viste le Olimpiadi) e dei Paesi mediorientali, primo fra tutti Israele - le sinagoghe e i luoghi di culto, il Duomo e così via.
I controlli partiranno già dal 4 agosto con l’arrivo di 45 soldati con pattugliamenti nelle zone di via Padova, Baggio (Quinto Cagnino) e la Stazione Centrale oltre a una decina dei possibili obiettivi sensibili partendo dalla Cattedrale. In particolare, 170 unità saranno utilizzate in controlli, 174 in postazioni fisse e 80 al Centro per immigrati di via Corelli.
Per Roma, che avrà il contributo più generoso di uomini delle forze armate, poco più di 1.000, l’indicazione sarebbe quella di usare le pattuglie miste in periferia, evitando che nel centro storico ci sia “l’immagine di una città militarizzata”, ma non si esclude la presenza di forze armate nel “cuore” della Capitale. La maggior parte dei militari (797) verrà comunque impiegata a tutela di siti fissi (ambasciate, luoghi di culto, ecc.), che sono ben 51. Presidi ci saranno inoltre su due stazioni periferiche dove si sono consumati nei mesi scorsi due gravi fatti di cronaca: l’omicidio di Giovanna Reggiani (Tor di Quinto) e la violenza ai danni di una studentessa del Lesotho (La Storta). Altri 60 presidieranno i Centri per immigrati di Ponte Galeria e Castelnuovo di Porto.
A Torino la dislocazione sarà decisa dal Comitato provinciale in programma venerdì.
Ottanta militari opereranno in pattuglie in città, mentre 70 presidieranno i Centri per immigrati di Corso Brunelleschi e Settimo Torinese.
Sul contingente siciliano, è intervenuto il ministro siciliano La Russa, che ha chiesto un occhio di riguardo per Taormina e Naxos, rinomate località balneari meta, ha ricordato, “di turisti stranieri, italiani e di molti catanesi”: a perlustrare quest’area saranno così le pattuglie miste soldati-forze dell’ordine. Dei circa 250 militari destinati alla Sicilia, la metà sarà impiegata a presidio dei Centri per immigrati di Lampedusa, Pian del Lago (Caltanissetta), Cassibile (Siracusa), Salina Grande e Serraino Vulpitta (Trapani). Per quanto riguarda le pattuglie, 50 soldati della sesta divisione Bersaglieri di Trapani saranno a disposizione della prefettura di Palermo. In Calabria, i 130 militari saranno destinati alla vigilanza dei Centri per immigrati di Lamezia Terme (Catanzaro) ed Isola Capo Rizzuto (Crotone). In Puglia, 220 dei 310 militari previsti proteggeranno i Centri per immigrati di Bari, Brindisi e Borgo Mezzanone (Foggia).
Altri 90 uomini delle forze armate faranno pattugliamenti per strada a Bari. In Friuli Venezia Giulia sono attesi 90 militari del Reggimento “Genova Cavelleria” di stanza a Palmanova (Udine), che saranno in servizio con compiti di vigilanza al Centro per immigrati di Gradisca d’Isonzo (Gorizia).

“Raid violenti contro i nomadi”. Scontro aperto tra Consiglio Ue e Viminale

Censimento dei nomadi

Era venuto in Italia il 19 e 20 giugno scorsi per discutere della nuova politica italiana in materia di immigrazione e della situazione dei nomadi. E in occasione di quella visita Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha steso la sua relazione (qui il testo). Dura: “Le misure attuate in Italia non tengono conto dei diritti umani e dei principi umanitari e potrebbero fomentare altri episodi xenofobi”.
Concetti e denunce che hanno provocato la replica indignata del Viminale: “Sono tutte falsità: il Paese è in un stato d’emergenza dettato da una pressione eccezionale”.

Nel suo rapporto, reso noto oggi e composto da una ventina di pagine, il commissario Hammamberg osserva che “il ripetuto ricorso a misure legislative d’emergenza” per affrontare i problemi legati all’immigrazione sembra indicare “una incapacità di affrontare un fenomeno non nuovo” che dovrebbe quindi essere gestito attraverso leggi ordinarie e altre misure. Hammarberg guarda anche con “forte preoccupazione” ai provvedimenti che nel pacchetto sicurezza sembrano essere mirati in particolar modo ai Rom e per la volontà espressa dal governo di estendere a tutto il territorio italiano lo stato di emergenza già in vigore in tre regioni.
Hammarberg sottolinea come “la decisione di rendere la presenza illegale in Italia una aggravante nel caso in cui la persona commetta un reato, potrebbe sollevare serie questioni di proporzionalità e di discriminazione”. Anche le espulsioni di cittadini Ue condotte sulla base di motivazioni di pubblica sicurezza potrebbero sollevare, secondo il commissario, “seri dubbi di compatibilità con la Convenzione dei diritti umani”, su cui si basano le sentenze della Corte di Strasburgo.
Il commissario si è detto anche “estremamente preoccupato” per tutti gli atti di violenza avvenuti in Italia ai danni di campi nomadi “senza che vi fosse una effettiva protezione da parte delle forze dell’ordine che a loro volta” accusa Hammarberg “hanno condotto raid violenti contro gli insediamenti” di questi gruppi. Nonostante gli sforzi delle autorità, secondo il commissario, “sono stati fatti pochi progressi nell’effettiva protezione dei diritti umani dei Rom e dei Sinti“.
Hammarberg ricorda che le autorità hanno il dovere di investigare efficacemente su questi fatti e che lo Stato deve garantire la sicurezza di Rom e Sinti. “L’approvazione, diretta o indiretta, di questi atti da parte di certe forze politiche, singoli politici e da parte di alcuni organi di informazione è particolarmente preoccupante” afferma il commissario nel suo rapporto.
Hammarberg, che durante la sua ispezione ha visitato alcuni insediamenti, ha definito “inaccettabili” le condizioni del campo nomadi Casilino 900 di Roma, esistente da quarant’anni e definito semi regolare dove però “la situazione è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi tre anni”. Positiva invece la situazione a Pescara dove “le autorità locali hanno saputo rispondere al problema abitativo”.

E non si è fatta attendere la risposta “indignata” del responsabile del ministero dell’Interno, Roberto Maroni, in una comunicazione alla Camera. La polizia, ha sottolineato il ministro, “non ha mai fatto ciò” (che denuncia il Consiglio Europeo, un’organizzazione internazionale fondata nel 1949, da non confondere - recita la home del sito del Consiglio - con gli altri organismi dell’Unione europea, come il Consiglio Europeo ecc). “È una falsità clamorosa. La polizia non ha mai tenuto comportamenti di questo genere. Dica il commissario quando ciò è avvenuto”. Per il ministro, dunque, le accuse del Consiglio d’Europa sono assolutamente infondate.
In precedenza, Maroni aveva spiegato le motivazioni che hanno portato il governo a estendere lo stato di emergenza sulla questione immigrati a tutto il territorio nazionale. “Nel primo semestre 2008 le persone sbarcate in Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna sono state 10.611, mentre erano 5.380 nello stesso periodo del 2007″ ha riferito il responsabile del Viminale. “Appare evidente la situazione di eccezionale pressione migratoria” ha aggiunto Maroni “tale da estendere su tutto il territorio nazionale lo stato di emergenza che il governo Prodi aveva dichiarato per sole tre regioni”.
“Se questo trend sarà confermato” ha detto Maroni “si arriverà a circa 30 mila arrivi entro la fine dell’anno. Da qui la necessità” ha spiegato il ministro “del provvedimento adottato dal governo di estendere a tutto il territorio nazionale lo stato di emergenza per far fronte alla eccezionale pressione derivante dagli arrivi in questi mesi” Maroni ha anche ricordato che il provvedimento è in vigore dal 2002 ed è stato adottato anche dal Governo Prodi.

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Sì definitivo in Senato: il decreto sicurezza diventa legge

Militari in cittÃ

161 voti a favore, 120 contrari (Pd e Idv) e otto astenuti (l’Udc). Con questi numeri è stato convertito definitivamente in legge il decreto sulla sicurezza così come era stato licenziato alla Camera con il voto di fiducia. A Montecitorio erano state profondamente riviste le norme blocca-processi inserite in prima lettura al Senato.
Naturale la soddisfazione della maggioranza, espressa dal presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri: “Finalmente una svolta storica per la tutela e la sicurezza dei cittadini dopo l’impotenza della sinistra. Abbiamo approvato un decreto che inasprisce le norme contro i clandestini, contro la mafia, contro chi guida in stato d’ebbrezza o sotto l’effetto di droghe e che rende più rapidi i processi per i reati di più grave allarme sociale, mentre include per gli immigrati l’aggravante di clandestinità”.
Altrettatnto ovvie le critiche dell’opposizione: Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, parla di norme contrarie al principio di uguaglianza. “Cito per esempio una questione fondamentale, quella che riguarda l’aggravante per il cosiddetto reato di immigrazione clandestina. Questa questione è secondo noi incostituzionale perché non si capisce quale sarebbe questa particolare pericolosità che nasce esclusivamente dal fatto che non hai il permesso di soggiorno”.
Aggravante per i reati commessi dai clandestini; rinvio dei processi meno importanti, fino a 18 mesi, per quelli relativi a reati coperti da indulto, cioè commessi entro il 2 maggio 2006 e saranno considerati prioritari i processi per reati di grave allarme sociale puniti con pena superiore a quattro anni; più potere ai sindaci e prefetti; confisca degli immobili affittati a clandestini. Sono queste le novità contenute nel decreto convertito in legge oggi dall’Aula di Palazzo Madama. Ecco nel dettaglio cosa prevede il testo.
Rinvio discrezionale dei processi, fino a 18 mesi, per i reati che non generano allarme sociale compiuti fino al 2 maggio 2006. Il rinvio congela anche i termini di prescrizione. L’imputato potrà rifiutarlo e non si applica se è già chiuso il dibattimento. Viene inoltre data priorità ai processi che prevedono il rito per direttissima, quelli con imputati detenuti e quelli per reati più gravi, come mafia, terrorismo, ma anche incidenti sul lavoro e circolazione stradale, immigrazione clandestina e reati puniti con pene superiori ai quattro anni e quelli nei quali ci sono casi di recidiva reiterata. Saranno i capi degli uffici giudiziari, alla luce di questo elenco di reati considerati prioritari, a stilare un elenco proprio del quale dovranno essere informati il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministro della Giustizia.
Aggravante di clandestinità. Per lo straniero presente irregolarmente in Italia e che delinque le pene verranno aumentate di un terzo. L’aggravante viene applicata sia agli extracomunitari che ai cittadini stati membri dell’Unione europea irregolarmente presenti in Italia.
Utilizzo militari nelle grandi città. Saranno 3000 i soldati dispiegati nelle grandi città per “specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità”. Avranno compiti di pubblica sicurezza per un periodo di sei mesi (al massimo rinnovabile per un anno). I soldati saranno a disposizione dei prefetti e saranno impiegati in 10 città e affiancheranno forze di polizia nel controllo del territorio, in aree metropolitane o comunque densamente popolate, per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, perlustrazione e pattugliamento. Saranno utilizzati principalmente carabinieri già impiegati in compiti militari all’estero o comunque volontari specificamente addestrati.
Più poteri a sindaci e prefetti. Sono ampliati i poteri dei sindaci dei prefetti in tema di ordine pubblico e sicurezza urbana, prevedendo inoltre una collaborazione tra polizia locale e statale. Il sindaco potrà adottare provvedimenti ‘contingenti e urgentì per fronteggiare ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Il prefetto può intervenire con proprio provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal sindaco per la sicurezza pubblica. Il sindaco segnala alle autorità competenti gli stranieri irregolari da espellere.
Espulsioni più facili. Tutti gli stranieri che siano stati condannati a una pena superiore a due anni (fino ad oggi era di 10 anni) saranno espulsi. Prevista anche l’espulsione immediata per gli stranieri comunitari o clandestini che delinquono o (comunitari, dopo due mesi di permanenza nel nostro Paese) che non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Per questi è previsto il rito per direttissima ed è abolito il patteggiamento in fase di appello.
Carcere da 6 mesi a 3 anni e confisca degli immobili ceduti a titolo oneroso a clandestini e irregolari, nel caso in cui il proprietario ne derivi un ‘illecito profittò (restano fuori le badanti e colf alloggiate nelle case dei datori di lavoro). Con la condanna scatta anche la confisca del bene.
Ergastolo a chi uccide un agente e stretta sulla custodia cautelare. Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la massima pena prevista sarà quella dell’ergastolo. Inoltre, aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche.
Confisca beni patrimoniali di origine mafiosa e no a gratuito patrocinio. Vengono inserite norme per la confisca dei beni di origine mafiosa o di provenienza illecita o la cui consistenza risulti sproporzionata al proprio reddito dichiarato o alla propria attività economica. Sempre in tema di lotta alla mafia vengono ampliati i poteri di coordinamento del procuratore nazionale antimafia anche in materia di prevenzione. Infine, i mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.
Lotta alla contraffazione. Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate.

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Sicurezza, il governo accelera: fiducia sul decreto

Il governo pone la fiducia alla Camera sul decreto legge sicurezza. Lo ha annunciato all’Assemblea di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito. “Il Dl scadrà la prossima settimana e, viste le modifiche apportate dal governo, il provvedimento dovrà ripassare al Senato. Inoltre il calendario dell’Aula della Camera prevede anche l’esame del dl manovra. Il numero elevato degli emendamenti presentati dall’opposizione - conclude - ci vede costretti a porre la questione di fiducia”.

L’opposizione “a prescindere” del Pd al decreto sicurezza “obbliga alla fiducia”, spiega Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno. “Il ministro ombra della giustizia del Pd ha motivato il voto contrario al decreto sicurezza sull’uso dell’esercito e sull’aggravante della clandestinità”, afferma Mantovano in un comunicato. “In tal modo prosegue l’opposizione ‘a prescindere’ da parte del Pd; non contano nulla le seguenti circostanze: a) circa 20 emendamenti proposti dall’opposizione al Senato e accolti, su temi come la lotta alla mafia e le competenze delle Procure distrettuali; b) la modifica della norma sui processi nel senso chiesto dall’Anm, dal Csm e dallo stesso Pd; c) l’essere stato l’esercito già autorizzato - e non una sola volta - a concorrere a funzioni di sicurezza quando governava il Centrosinistra; d) il grande consenso che questa misura ha incontrato anche fra gli elettori del Pd; e) l’essere una buona parte delle norme ripreso da ddl proposti dal governo Prodi, senza aver avuto la forza per farli approvare dalle Camere”. “Sostenere poi che il Pd non può votare la fiducia a Berlusconi equivale a trascurare che la fiducia è una scelta necessitata dagli oltre 1000 emendamenti proposti dalle opposizioni”, conclude Mantovano.
Il capogruppo dell’Idv, Massimo Donadi, ha espresso “disappunto” verso la decisione del governo: “Si sta prendendo la grande responsabilità dell’esproprio che questo Parlamento sta vivendo di ogni propria prerogativa”.
L’Esecutivo “di dialogo parla solo quando gli fa comodo ma non lo vuole nelle sedi preposte”. Donadi ha ricordato che “noi non intendevamo fare ostruzionismo, avevamo proposto un numero di emendamenti fisiologico per un provvedimento che in larga misura condividiamo ma che contiene alcuni elementi di contrarietà”.

Militari in città. La Russa d’accordo con Maroni: decida il Parlamento

Militari al lavoro a Caserta

L’annunciato emendamento al decreto legge sulla sicurezza che prevede l’utilizzo di 2500 militari in pattuglie miste nelle città, non sarà presentato. Sarebbe questa la decisione presa nel corso di un incontro a Milano, tra il ministro dell’Interno, Roberto Maroni e quello della Difesa, Ignazio La Russa. Quest’ultimo infatti intende prima illustrare il provvedimento al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Pur esprimendo l’auspicio che l’emendamento sui soldati da utilizzare nelle città entri a far parte del pacchetto sicurezza, La Russa ha sottolineato la volontà che sia oggetto di un voto del Parlamento. “Questo emendamento non è stato messo ancora nel decreto” ha detto il ministro”perché non vogliamo che entri in vigore nemmeno per un solo minuto senza il voto del Parlamento. Perché diventi legge deve essere dunque votato dal Parlamento”. Il ministro della Difesa ha precisato che la dotazione di questi 2.500 militari sarà messa a disposizione del Viminale che a sua volta potrà affidarla alle città metropolitane o alle aree densamente abitate su richiesta dei prefetti, sottolineando di non vedere “dunque alcun tipo di allarme”.
Nemmeno nei rapporti tra esponenti dell’esecutivo, ha ribadito il ministro della Difesa. Che proprio per dimostrare la piena sintonia tra i ministri in merito al decreto sicurezza ha incontrato oggi in Prefettura a Milano il ministro dell’Interno Roberto Maroni con il quale, alla presenza di giornalisti, fotografi e operatori tv, si è abbracciato: “Non sognatevi mai che in questo governo ci siano situazioni di contrasto come spesso accadeva in quelli precedenti”.
Il ministro della Difesa, conversando con i giornalisti, ha precisato anche che buona parte dei 2.500 militari d’ausilio alle forze dell’ordine nelle città metropolitane, potrebbero essere carabinieri. “Pochi sanno” ha detto “che i carabinieri sono forze armate, ma su 120 mila circa quasi tutti sono impegnati in servizi di ordine pubblico e quindi sono già a disposizione del Viminale: ne restano circa 10 mila che hanno compiti specifici al servizio della Difesa e nessuno vieta che una parte di questi 2.500 uomini, o una buona parte di essi, siano attinti dalle forze dei carabinieri a disposizione della Difesa”.
Dello stesso tono l’opinione del ministro Maroni: “Non ci sarà alcuna militarizzazione delle città: quella dell’esercito è una disponibilità che va accolta perché permette interventi in situazioni a rischio”, ha rassicurato il responsabile del Viminale. “Il contenuto dell’emendamento prevede la possibilità per il ministro dell’Interno di utilizzare fino a 2.500 militari accanto alle Forze dell’Ordine in alcune determinate situazioni. È una decisione che spetta al ministro dell’Interno e quindi non c’è alcuna militarizzazione delle città ma un presidio e un controllo di aree a rischio. È una soluzione buona perché mette tutto nelle mani del Ministero dell’Interno, e quindi non c’è nessuna invasione di competenze da parte delle Forze Armate”.
“Prevediamo di inserire nel Ddl sulla sicurezza” ha poi annunciato Maroni “il reato di induzione all’accattonaggio, che determinerà la perdita di quella che un tempo era definita patria potestà dei genitori che si macchiano di questo reato”. Il responsabile dell’Interno ha spiegato che grazie a questo provvedimento normativo “saranno modificati molti atteggiamenti che avvengono anche nei campi nomadi regolari”. In nome della tutela della sicurezza, ha spiegato ancora Maroni, i controlli sui campi nomadi saranno condotti a 360 gradi. “Interverremo in tutte le realtà” ha precisato “anche nei campi regolari. Nessuna situazione di già autorizzata sarà salvaguardata dal punto di vista del rispetto della legalità e della sicurezza”.

Secondo voi, è giusto che l’esercito pattugli le strade per garantire una maggiore sicurezza dei cittadini?

Clandestini, Berlusconi porta la questione in Europa. La Lega insorge

Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy

“Penso che non si può perseguire qualcuno per la permanenza non regolare nel nostro Paese condannandolo con una pena, ma questa può essere una aggravante se commette un reato”.
Questa è la “personale visione” che Silvio Berlusconi esplicita durante la conferenza stampa dopo l’incontro con il presidente francese Sarkozy, a margine del vertice Fao a Roma sulla sicurezza alimentare. Il premier ritiene insomma che non sia possibile “pensare di perseguire arrivando a condannarlo” chi entra clandestinamente in Italia, ma che “questa situazione della clandestinità possa essere una aggravante nei confronti di chi commette reati”.
Quanto a una presa di posizione dell’Onu sulla politica della sicurezza portata avanti dal governo italiano, il presidente del Consiglio puntualizza: dall’Onu “nessun monito” sul reato di immigrazione clandestina, ma una semplice “dichiarazione, smentita dallo stesso portavoce dell’Onu, circa un giudizio negativo su un qualcosa che deve ancora avvenire”. Comunque, “il Parlamento”, sottolinea il premier, “è sovrano, deciderà secondo coscienza e, io sono sicuro, secondo buon senso”.
Anche il presidente francese Nicolas Sarkozy, nella conferenza stampa congiunta dopo l’incontro bilaterale con il presidente Berlusconi, dice la sua sulla questione immigrati, rilanciando un “patto europeo”: “Non un disegno di legge, ma un patto per una politica dell’immigrazione comune ai paesi europei. Con Schengen abbiamo abolito le frontiere” aggiunge Sarkozy “ma dobbiamo anche riflettere su chi far entrare nei nostri Paesi”.
Nel corso della conferenza stampa si è parlato anche dello stop imposto dal governo tedesco sull’ipotesi di un ingresso dell’Italia nel “5+1″, il gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania, che conduce i negoziati sul nucleare iraniano, “non è una mia preoccupazione”. “Non è una questione che mi pongo alzandomi la mattina”, ha detto Berlusconi aggiungendo che “se c’è da dare una mano la daremo” fermo restando che una esclusione dell’Italia “non è una mia preoccupazione”.
Infine, il nucleare. Il presidente francese ha manifestato la sua disponibilità a collaborare con l’Italia: “Se un giorno l’Italia dovesse tornare sulla scelta del nucleare, saremmo lieti di lavorare insieme”.

La prima reazione alla dichiarazione del premier è quella dell’eurodeputato leghista, Mario Borghezio: “Berlusconi” dice l’esponente del Carrocchio “rischia di deludere i milioni di persone che hanno votato per la nostra coalizione e che devono continuare ad avere piena fiducia nella nostra coerenza”. Sull’argomento è intervenuto anche il Ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: “La vera pena per gli immigrati clandestini non è il carcere ma rispedirli a casa”.
Al contrario, soddisfatto per la retromarcia del presidente del Consiglio, il segretario del Pd, Walter Veltroni: “Berlusconi, con le sue parole di oggi, cancella il reato di immigrazione clandestina. Dà ragione così a quanto ha detto l’opposizione e alle altre voci critiche che si erano levate e contemporaneamente dà torto a quanti nella sua maggioranza si erano intestarditi in questa formulazione”.

Prima del colloquio con il presidente francese, Silvio Berlusconi aveva visto anche il premier spagnolo José Luis Zapatero. Un faccia a faccia per suggellare la fine della polemica a distanza Madrid-Roma sulla politica immigratoria italiana. E al termine della quale il presidente del Consiglio ha detto che nei rapporti tra i due paesi “non ci sono ombre”.
Il premier spagnolo ha da parte sua assicurato che nessuno del suo governo ha mai parlato di un’Italia “xenofoba”, senza nascondere d’altro lato i propri dubbi “sull’efficacia” dell’inclusione dell’immigrazione clandestina nel codice penale: “magari bastasse una legge” per risolvere una questione così complessa, ha sottolineato Zapatero.
Subito dopo il confronto bilaterale, i due capi di governo hanno letto alla stampa una dichiarazione congiunta, durante la quale, pur senza citare la questione immigratoria, Berlusconi ha sottolineato come con Zapatero ci sia “la comune intenzione di portare in Europa la soluzione di certi problemi, sui quali siamo d’accordo, perché si tratta di temi che toccano i Paesi in egual modo”.
Silvio Berlusconi insieme al premier spagnolo, José Zapatero,

Poco dopo Zapatero ha tenuto una conferenza stampa, centrata proprio sulla spinosa questione del modo con il quale affrontare il tema dei “clandestinos”, e nella quale ha voluto tagliare corto sulle polemiche del passato, puntualizzando nel contempo alcuni aspetti chiave della politica spagnola nel campo immigratorio.
Per esempio, il fatto che la Spagna punta con forza “sulla diplomazia e la cooperazione”, strumenti da utilizzare con i paesi d’origine degli immigranti e che alla Spagna hanno dato soddisfazioni, come dimostrano gli ottimi risultati raggiunti da Madrid sul fronte dei rimpatri degli immigranti.
Il governo socialista di Zapatero si mantiene in altre parole su una linea di “prudenza” sulla reale efficacia di provvedimenti quali il reato dell’immigrazione clandestina, ha precisato il premier che, con un occhio rivolto all’opinione pubblica interna, ha ricordato come il suo primo governo abbia agito in piena sintonia con quanto fatto dall’esecutivo conservatore di Aznar con gli immigranti: “ogni paese ha le sue leggi e non le abbiamo cambiato rispetto a chi ci ha preceduto”.
Subito dopo Zapatero ha sottolineato con forza, come aveva fatto poco prima Berlusconi, quanto sia importante in materie complicate quali l’immigrazione “collaborare in ambito Ue, sia nel caso dell’Italia sia in quello della Spagna”.

Immigrati: basta con i Cpt, ecco i Cei. Saranno usate le ex caserme

Il cpt di Lampedusa

Caserme dismesse dal ministero della Difesa a disposizione del Viminale: diventeranno sedi dei nuovi Centri di identificazione ed espulsione (Cei) che prenderanno il posto degli attuali Cpt (centri di permanenza temporanea). È il disegno di legge approvato nello scorso Consiglio dei ministri a rendere necessaria l’apertura di nuovi centri in cui trattenere gli immigrati irregolari in attesa dell’espulsione.
Il provvedimento stabilisce infatti che il tempo di permanenza in queste strutture si allunghi dagli attuali 60 giorni a 18 mesi. Ciò - insieme all’introduzione del reato di immigrazione clandestina prevista dallo stesso ddl - comporta l’esigenza di nuovi centri. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha indicato in 10 il numero delle nuove strutture da aprire.
L’obiettivo, ha spiegato il ministro, è averne una per regione pronte nel giro di due mesi, quando il ddl del pacchetto sicurezza sarà probabilmente approvato dal Parlamento.
Attualmente sono 10 i Cpt operativi: Bari-Palese (196 posti), Bologna (95), Caltanissetta (96), Lamezia Terme (75), Gradisca d’Isonzo (136), Milano (112), Modena (60), Roma (300), Torino (92), Trapani (57). Per i nuovi si pescherà tra le caserme dismesse della Difesa, che potrebbero essere allestite rapidamente, secondo quanto assicurato oggi dal ministro Ignazio La Russa a Maroni. E sarà il gruppo misto Interno-Difesa istituito oggi a visitare le strutture e valutare quali sono idonee ad ospitare i Centri di identificazione e espulsione(Cei).
A questa decisione sono giunti il titolare dell’Interno e quello della Difesa, Ignazio La Russa, che si sono visti al Viminale. Nel corso dell’incontro, fa sapere il Viminale, è emersa “piena convergenza” sulle recenti misure legislative per la sicurezza contenute nel pacchetto sicurezza e sulla necessità di individuare nuovi centri di identificazione ed espulsione.
Intanto il decreto legge sulla sicurezza approvato mercoledì scorso dal Cdm è arrivato a Palazzo Madama. Lo ha annunciato in aula in apertura di seduta il Presidente del Senato, Renato Schifani. Oggi la Commissione Affari Costituzionali voterà i presupposti di costituzionalità del provvedimento e da domani pomeriggio inizierà l’esame nel merito nelle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Giustizia. I relatori del dl saranno gli stessi presidenti delle due commissioni, Carlo Vizzini e Filippo Berselli.
Sempre in tema di immigrati, la Regione Toscana non cambia la propria posizione sui cpt: il presidente Claudio Martini ribadisce la propria contrarietà, ricordando che “l’Europa lo considera un modello fallito”, e sottolineando come l’idea di tenere fino a 18 mesi una persona all’interno dei Cpt, “supera di gran lunga la permanenza media in un carcere”.
Comunque sia, anticipa Martini, dovrà essere lo stesso governo “a scegliere dove realizzarlo”. Il presidente parlando con i giornalisti a margine di una conferenza stampa, non sembra preoccupato di veder realizzato in tempi brevi un Centro in Toscana, ”intanto deve essere fatta una legge”. Un modo per dire che dovrà passare un pò di tempo.

Clandestini ed espulsioni: una missione impossibile

Clandestino al cpt

Sul nuovo disegno di legge che introdurrà il reato di immigrazione clandestina, l’Italia si è già divisa in due curve di ultrà: i favorevoli in nome della sicurezza e i contrari che accusano di xenofobia il progetto. In verità, almeno in questo caso, la realtà potrebbe spiazzare entrambi gli schieramenti. Infatti solo chi in questi anni ha provato a contrastare, stando in prima linea, l’ingresso degli stranieri irregolari, sa che spesso il problema non sono le leggi, ma la loro applicazione. O meglio, l’impossibilità di applicarle.
Per questo Panorama ha trascorso due giorni insieme con gli uomini dell’Ufficio immigrazione della questura di Milano, guidato dal dirigente Giuseppe De Angelis, dove quotidianamente transitano decine di immigrati fuori legge. Che spesso è impossibile rimpatriare. I motivi? Bizantinismi legislativi, un numero insufficiente di centri di permanenza temporanea (cpt), giudici poco severi, scarsa collaborazione da parte dei consolati stranieri. Un labirinto da cui non sarà facile uscire neppure con una nuova legge.

L’invasione degli uomini invisibili. Nella sala d’attesa della sezione prevenzione e controllo dell’ufficio immigrazione (diretta dal commissario capo Mario Irace) ci sono lunghe panche e vetri antisfondamento (per tenere a distanza i fermati più aggressivi, in particolare i nordafricani). Prima di entrare i clandestini devono consegnare i loro cellulari per non riprendere il volto dei poliziotti. Nel 2007 sono passati di qui più di 20mila immigrati privi del permesso di soggiorno rinnovato. Per vari motivi (disguidi, regolarizzazioni in corsa, richieste di asilo politico, gravidanze, bambini da mantenere in Italia) l’espulsione è scattata unicamente per 3.088 di loro, ma solo 653 sono stati imbarcati su un aereo e rimpatriati: uno su cinque. Tutti gli altri sono rimasti in Italia.
Perché? Soprattutto per la mancanza di posti nei cpt o per l’impossibilità di identificare gli irregolari. Infatti quando arrivano in questura molti fermati scelgono nomi fittizi. E per le forze dell’ordine inizia la caccia all’identità reale. Il primo passo sono il fotosegnalamento e il controllo delle impronte digitali. E qui arrivano le prime sorprese. Per esempio, il giorno della visita di Panorama, al polpastrello di una giovane romena corrispondono, consultando la banca dari dello Sdi, tre pagine di reati collegati a nomi diversi: furto aggravato, rapina, ricettazione, lesioni.
La maggior parte dei fermati senza documenti ha precedenti con la giustizia e una sfilza di alias. Martedì 20 maggio sulla scrivania di un funzionario c’è la storia criminale del serbo Dario, noto anche come Marco o Femid, più altri tre o quattro nomi. “C’è chi arriva a 50″ giurano all’ufficio fotosegnalamenti. “Un bambino della ex Jugoslavia a 7 anni aveva già tre identità diverse”. I “più sfigati e poveri cristi” sono quelli che si presentano ai controlli con il passaporto. Come Carlos Alberto, originario del Salvador, quarantenne ipertiroideo che sconsolato si fa coccolare dalla fidanzata Maria Olimpia, badante honduregna di 36 anni, clandestina come lui. Rafael, operaio ecuadoriano di 64 anni, fa sapere di essere “padre di famiglia”. Per tutti, sino a oggi, l’arresto scattava solo se c’era un mandato di cattura di una procura o se il clandestino aveva già subito un espulsione. Agli altri bisognava trovare un posto nei cpt oppure consegnare l’ordine del questore di lasciare il territorio italiano entro cinque giorni. Un foglio che quasi sempre finiva nel cestino dell’immondizia.
Espulsione quella sconosciuta. In questura sanno bene che il “trattenimento” presso i cpt è l’unico provvedimento efficace, visto che, dopo un periodo di detenzione, consente di imbarcare su un aereo il clandestino. Il 20 maggio nella struttura milanese di via Corelli sono disponibili solo sette brande su 112 (56 uomini, 28 donne, altrettanti transessuali): possono entrare un maschio, quattro femmine e tre viados. Stasera il posto libero per i signori l’ha “vinto” Bujar, 34 anni, kosovaro, mascella da attore, tre espulsioni alle spalle e una vita randagia. Due letti sono stati lasciati vuoti da una coppia di giovani romene che sono partite per l’aeroporto di Malpensa sorridendo: Verginica 24 anni, accusata di vari reati, dal borseggio alla ricettazione, e Tatiana, 29 anni, 16 furti in curriculum.
E per chi non trova un tetto a Milano? I funzionari controllano la disponibilità negli altri centri italiani. Soprattutto per gente come Abdulaye, 28 anni, senegalese, cappellino di lana in testa, fermato quattro volte in passato per reati legati agli stupefacenti. A settembre era stato espulso dalla procura di Vercelli. O per l’egiziano Mohamed, 27 anni, due alias già registrati e un arresto a Udine nel luglio scorso per non aver lasciato l’Italia. Ma i posti sono ardui da scovare e terminata la ricerca, la maggioranza dei clandestini torna in libertà.
Ma anche chi finisce nei centri di permanenza può farla facilmente franca. Non tanto per la possibilità di fuga (a settembre 17 algerini l’hanno tentata in gruppo, usando come arieti gli estintori, mentre altri distraevano le guardie appiccando piccoli incendi), quanto per il fatto che la condizione indispensabile per allontanare un clandestino è scoprire da dove venga (per il rimpatrio occorre avere il lasciapassare dello Stato di origine). Se non viene riconosciuto entro 60 giorni dal fermo i responsabili del cpt sono costretti a rilasciarlo.
Un immigrato in Questura

Caccia all’identità perduta. Al primo piano dell’Ufficio immigrazione ormai i poliziotti si sono specializzati nel riconoscere lingue e accenti. Nei giorni scorsi un egiziano ha assicurato di essere marocchino, ma i “glottologi” della questura lo hanno smascherato. Questo è il primo passo per scoprire la provenienza dei clandestini. Poi bisogna mandare foto e impronte digitali all’ufficio diplomatico giusto o per lo meno restringere la ricerca il più possibile. Purtroppo i consolati sono molto lenti nel rispondere e i lasciapassare spesso giungono con incredibile ritardo. Per esempio quello di Moez, tunisino, è stato rilasciato solo all’ultimo giorno utile. E così in questura hanno dovuto organizzare l’espulsione in mezza giornata (auto per il trasporto, uomini di scorta, prenotazione volo). In numerosi altri casi i documenti necessari non arrivano affatto, anche perché, per esempio, in molti Paesi, soprattutto africani, l’anagrafe non esiste o non è centralizzata. E così i cartellini con foto e impronte dei clandestini spesso viaggiano inutilmente per il mondo all’interno di valigie diplomatiche. Qualche volta, invece, la collaborazione con i Paesi stranieri dà qualche risultato. Per esempio alcuni consolati volenterosi inviano delegati a intervistare i fermati per capire se siano loro connazionali. In caso di risposta positiva, però, non sempre arriva il lasciapassare. Per esempio per i brasiliani è necessario il consenso dell’espulso. “Riusciamo a rimpatriarli solo in prossimità del Natale o a Carnevale, quando sono contenti di tornare a casa a spese nostre” sottolinea un ispettore.
Dove vanno i clandestini

La gimkana burocratica. I problemi per ottenere un rimpatrio non sono finiti. In questura uno degli uffici più impegnati è quello “Contenzioso” che deve contrastare i ricorsi degli avvocati: per questo prepara ogni anno centinaia di rapporti da inviare a giudici e avvocatura dello Stato per ottenere la conferma delle espulsioni. Grazie a questo lavoro dal gennaio 2008 sono stati respinti 220 ricorsi su 290. Ma la burocrazia può essere persino più infida. Per esempio un provvedimento di espulsione non è valido se non è scritto nella lingua del clandestino (di cui spesso non si conosce lo Stato di origine). Così dai computer dei funzionari spuntano documenti in inglese, francese, arabo, cinese, spagnolo, moldavo, albanese, serbo, croato, portoghese. Peccato che “order to leave the italian territory” o “orden de dejar el teritorio del estado italiano” per gli stranieri abbiano lo stesso significato: praticamente nessuno.
Anche perché un tempo si poteva consegnare alla stessa persona più volte il foglio di via, poi una sentenza della Corte di cassazione ha cambiato l’interpretazione della legge. “Ha stabilito che quando un clandestino viene fermato per la seconda volta può essere solo condotto in un cpt” sottolineano in questura. Così, se non c’è posto, attualmente, lo straniero viene rilasciato. Lo stesso accade per criminali che non siano stati identificati (cosa che raramente succede durante la prigionia). Per esempio nei giorni scorsi un uomo (apparentemente nordafricano), sulla trentina, condannato per spaccio e detenzione di stupefacenti, uscito dal carcere di San Vittore, è tornato libero perché le sue generalità restano un mistero.
Non è finita. A complicare le cose ci pensano pure i magistrati. Infatti non rispettare l’ordine di lasciare il Paese sino a oggi comportava una pena da 1 a 4 anni. Ma la condanna del giudice è quasi sempre inferiore a 24 mesi con conseguente sospensione condizionale della punizione e straniero di nuovo a piede libero. Il 20 maggio un magistrato ha rinviato l’udienza per tre egiziani al 9 febbraio 2009. A Mohamed, connazionale ventunenne, espulso dalla questura di Caltanissetta, il tribunale ha inflitto una pena di 5 mesi e dieci giorni, rimettendolo subito fuori. Un rischio, quello del buonismo giudiziario, che le nuove misure del governo non potranno scongiurare.
Ali tarpate. C’è un altra grana che il nuovo pacchetto sicurezza difficilmente potrà risolvere. L’odissea dell’imbarco sull’aereo, dove il comandante può decidere di non partire se la situazione non è tranquilla. Gli espulsi lo sanno e fanno di tutto per farsi lasciare a terra: gridano, piangono, si feriscono (soprattutto i nordafricani). Elio, brasiliano, ha fatto di più: ha infilato le mani nei pantaloni per estrarre degli escrementi che poi ha lanciato contro i passeggeri. Quindi ha urlato di avere la tbc e ha sputato sui vicini. Ovviamente non è partito. Gli agenti hanno provato a imbarcare la cilena Marioly ben 4 volte. Quando saliva a bordo si tagliava i polsi con le unghie, si mordeva la lingua e sputava sangue sui poliziotti che la accompagnavano. Poi diceva di essere stata picchiata dalla sua scorta. Solo al quinto tentativo i poliziotti sono riusciti a farla partire. Per non rischiare di perdere i soldi del biglietto in questura pagano i voli a prezzo pieno anche per tre o più persone (gli stranieri particolarmente agitati vengono accompagnati da almeno due agenti di scorta). Alla fine il prezzo dell’operazione può arrivare a 4-5 mila euro per ogni espulso. Un costo altissimo che sarà complicato far diminuire per legge.

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