
A Pistoia è stato chiuso il forno crematorio, colpa della Diossina (Credits: LaPresse)
Per gli abitanti di Pistoia tira una brutta aria, e non è un modo di dire. Perchè quella che ricopre la cittadina toscana è addirittura “contaminata” da diossina. La cosa curiosa però è stato scoprire l’origine di questo inquinante altamente tossico. Non è una fabbrica chimica, nemmeno una discarica abusiva: bensì il cimitero.
Il 30 dicembre scorso infatti l’Arpat (l’agenzia per l’ambiente) ha rilevato che i fumi sprigionati dal forno crematorio non erano in regola: sforavano i limiti previsti dalla legge per le emissioni di diossina. Insomma, ogni volta che un cadavere veniva cremato si riversavano nell’atmosfera sostanze tossiche. Probabilmente a causare la fuoriuscita dei gas nocivi è stato il guasto del sistema di abbattimento dei filtri. Ed immediato è scattato il sequestro della struttura. Continua
L’operazione è stata vasta, su scala nazionale: in tutta Italia, da Nord a Sud i carabinieri dei Nuclei operativi ecologici (Noe) hanno compiuto accertamenti presso i circa 50 impianti di cremazione presenti in Italia per verificare il rispetto delle normative ambientali su gestione dei rifiuti ed emissioni in atmosfera.
Diversi i sequestri portati a termine e le denunce.
A Roma, all’interno di uno dei cimiteri comunali, i carabinieri hanno sequestrato un locale adibito al raffreddamento ed alla successiva frantumazione dei resti umani provenienti dai forni crematori, denunciando due persone per emissioni in atmosfera in assenza di autorizzazione, e gestione illecita di rifiuti.
A Napoli, i carabinieri del Noe partenopeo, presso l’obitorio giudiziario del Policlinico Federico II, hanno denunciato cinque persone, di cui due funzionari pubblici, ritenute responsabili di gestione illecita di rifiuti in quanto avrebbero consentito la promiscuità di rifiuti costituiti da capi di vestiario delle spoglie e bare per il trasporto.
A Firenze i militari del Noe hanno sequestrato un’area adibita a deposito incontrollato di rifiuti costituiti da materiale ferroso ed edile e da casse di zinco provenienti da attività di estumulazione.
Inoltre, a Montecorvino Pugliano (Salerno), i militari hanno sequestrato un impianto di cremazione del valore di circa 1.200.000 euro, denunciando il legale rappresentante della società per assenza di autorizzazioni previste.
A Padova i carabinieri di Venezia hanno sequestrato cinque cassette contenenti resti mortali derivanti dalla cremazione. In un’urna è stata riscontrata la commistione dei resti di tre salme delle complessive cinque cremate nella giornata precedente. Due dipendenti della società che gestiva il forno crematorio sono stati denunciati per distruzione, soppressione e sottrazione di cadaveri.
A Mantova, i militari di Trento hanno sequestrato 100 fusti di polveri di abbattimento dei fumi degli impianti crematori, filtri esausti e ceneri di combustione denunciando un imprenditore per gestione illecita di rifiuti.
A Novara i carabinieri di Torino hanno sequestrato un impianto crematorio denunciando un imprenditore per averlo attivato in assenza della prescritta autorizzazione.
A conclusione delle verifiche compiute, i carabinieri dell’ambiente hanno denunciato 45 persone cui vengono attribuite presunte responsabilità sia per la cremazione delle salme sia per la gestione illecita dei rifiuti derivanti, nonché per inottemperanza alle prescrizione degli atti autorizzativi, mancata compilazione della documentazione di supporto tecnico ed emissioni in atmosfera in assenza di autorizzazione.
Quando le ruspe hanno iniziato a scavare, è spuntato un piede. Era di uno dei sei corpi saponificati abbandonati in un campo di 30 metri quadrati assieme ai resti di amputazioni ospedaliere, a feti abortiti per gravi malformazioni e a decine di sacchi di plastica neri che contenevano le ceneri di centinaia di persone cremate e mai riconsegnate ai familiari. Sembrava la scena di un film horror quella che si è presentata agli occhi dei carabinieri di Massa lo scorso 8 settembre, mentre stavano scavando nel cimitero di Mirteto, ai piedi delle Alpi Apuane, invece era solo l’ennesimo macabro ritrovamento di un’indagine iniziata nel 2007 e destinata ad allargarsi a Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte.
L’indagine era nata per seguire le tracce di un presunto traffico di ottoni delle maniglie e dei crocifissi che gli inquirenti sospettavano venissero smontati dalle bare e rivenduti. La realtà, invece, era ben peggiore: prima di scoprire l’enorme fossa comune, infatti, dai sotterranei del cimitero toscano erano spuntati anche cadaveri congelati che avrebbero dovuto essere cremati (così risultava dai documenti), neonati abbandonati nei loro feretri bianchi e corpi di bambini gettati nella spazzatura per essere smaltiti nella discarica assieme ai rifiuti organici. Così è finita nel mirino dei militari l’azienda appaltatrice dei servizi cimiteriali della città, la Euroservizi, che gestisce il cimitero toscano dal 2004. Sono bastati pochi giorni di accertamenti per accorgersi che la società ripuliva e rivendeva non solo gli ottoni, ma anche le bare e gli abiti dei cadaveri. Con le telecamere e le intercettazioni telefoniche, gli investigatori sono riusciti a ricostruire che cosa stava avvenendo realmente all’interno del cimitero degli orrori.
Le 15 persone coinvolte in questa vicenda, arrestate il 13 agosto, da anni scambiavano e cremavano (anche senza fatturare) migliaia di cadaveri provenienti da numerose città d’Italia. Per abbattere i costi del forno, e per evitare di pagare le tasse all’amministrazione comunale, li bruciavano anche due o tre alla volta. Spesso non ultimavano il processo di cremazione, ma spegnevano il forno in anticipo, aspettando che la cremazione si ultimasse lentamente con il calore residuo. Poi raccoglievano le ceneri e le suddividevano nelle urne che consegnavano ai parenti assieme a un certificato di avvenuta cremazione. Le ceneri non erano quelle, o almeno non solo quelle, del defunto. Gli agenti del nucleo investigativo, assieme a quelli del Nas e del Noe, hanno trovato accatastati in una cella frigorifera del cimitero 12 cadaveri di uomini e donne risultati formalmente già cremati e consegnati ai familiari e 600 chilogrammi di cenere corrispondenti a circa 500 persone, abbandonati in sacchi dell’immondizia, assieme con i resti delle esumazioni.
Un’indagine estesa nel Centro e Nord Italia. L’orrore, però, non si ferma dietro i cancelli del cimitero di Mirteto. Con il primo arresto, quello dell’addetto al forno crematorio, sono cominciate anche le prime ammissioni davanti ai magistrati. Così che l’indagine si è ampliata fino a coinvolgere nove città e altrettanti cimiteri del Centro e del Nord Italia. Negli ultimi 4 anni la stessa società aveva gestito i servizi cimiteriali a Prato, Collecchio, Roccastrada, Vignola, Fornovo, Parma, Piacenza, Segrate e Fidenza. E, secondo i primi ritrovamenti, il modus operandi dell’azienda era sempre lo stesso. Nei locali del cimitero di Fidenza, il primo dove i carabinieri hanno cominciato le ricerche a fine agosto, la Euroservizi aveva nascosto in 60 sacchi dell’immondizia ceneri che secondo una stima potrebbero appartenere a circa 2 mila corpi cremati. Nei sotterranei c’erano 39 cassette zincate con le ossa delle esumazioni. Tra i rifiuti, invece, un tronco umano saponificato e una bara bianca con un bambino al quale era stato tolto il nome. Nel cimitero di Segrate, alle porte di Milano, non è andata meglio: 80 casse zincate raccoglievano resti ossei di centinaia di corpi ormai senza identità. Otto, invece, le casse che contenevano ceneri. Altre con ossa e teschi. Numerosi cadaveri erano incompleti e le parti mancanti erano state gettate nella spazzatura in mezzo ai rifiuti.
A far rabbrividire gli investigatori e i magistrati sono state anche alcune intercettazioni telefoniche tra dipendenti e dirigenti della società. Una, in particolare, riguardava il cadavere di una bambina di 7 anni. “È arrivato questa mattina il corpo di una bambina, che ne facciamo… deve essere cremata” domanda il dipendente al telefono. “Mah, niente cremazione, buttala via, nell’immondizia, tanto è poca roba” risponde uno dei titolari. Senza pietà e rispetto verso i defunti e i loro familiari, hanno occultato tanti corpi ai quali adesso è impossibile riuscire a dare un nome. L’esame del dna non si può effettuare sulle ceneri e non sarebbe comunque possibile considerando la grande quantità ritrovata. “Non saprò mai se è mio marito quello nell’urna” si sfoga Natalina Menchelli, vedova da 2 anni, straziata dal dubbio che le ceneri che le hanno consegnato non appartengano al marito. Il suo è diventato ormai lo stesso dubbio di migliaia di famiglie toscane, lombarde, emiliane e liguri che hanno aderito all’Associazione dei familiari dei defunti, costituita subito dopo il primo arresto. E lo scempio sembra non avere fine. In attesa che la magistratura di Milano firmi per il via libera all’acquisizione della documentazione della società e le procure delle altre città per i sopralluoghi negli altri cimiteri, a Fidenza i carabinieri hanno ritrovato a fianco di cadaveri anche carcasse di animali. Un cane, in particolare, che la proprietaria aveva regolarmente soppresso, secondo le disposizioni di legge, perché gravemente malato. Gli investigatori non escludono che la società insieme con i cadaveri abbia cremato animali morti.