Leggi tutte le notizie su:


criminalità

Furti e rapine in crescita: parla il cappellano di Rebibbia

(Credits: ANSA/CESARE ABBATE/DRN)

(Credits: ANSA/CESARE ABBATE/DRN)

È emergenza sicurezza in Italia? A giudicare dall’aumento di furti e rapine commessi nel 2011 si direbbe di sì. Dopo alcuni anni di calo, il trend si è di nuovo invertito. Non succedeva dal triennio 2004-2007. Eppure, chi come don Sandro Spriano, cappellano del carcere romano di Rebibbia, che con gli autori di questi reati ci convive ogni giorno, avverte: “Attenzione a non diffondere un allarme eccessivo: spesso nelle statistiche ci finisce pure chi, per reale e drammatica necessità, ruba un paio di pantaloni al supermercato”. Continua

Maroni: Gomorra? È una foto invecchiata

maroni190308

Da strozzare. Così dice Silvio Berlusconi degli autori della Piovra, un cult televisivo di un’epoca fa, quello del commissario Cattani e del boss Tano Cariddi. Da strozzare “per il danno d’immagine che ha arrecato all’Italia”. E Gomorra, allora? Una domanda che Panorama rivolge a Roberto Maroni, ministro dell’Interno. Leggi l’intervista

Reati in aumento? “Non è colpa degli immigrati (regolari)”, dice la Caritas

Manifestazione contro il pacchetto sicurezza/ Roberto Montaldo Lapresse

Manifestazione contro il pacchetto sicurezza/ Roberto Montaldo Lapresse

Il 61,2% degli italiani (dati del centro studi interuniversitario Transcrime) crede che la presenza degli immigrati in Italia sia una minaccia alla sicurezza. Si sbagliano? Sì. Continua

Berlusconi con Maroni: flussi con regia criminale. Ma è alta tensione con l’Onu

In Calabria tragedia dell'immigrazione
“Maroni esegue gli accordi presi da me con Gheddafi”. Da Sharm el Sheikh, dove è in corso un vertice bilaterale tra Italia ed Egitto, il premier Berlusconi torna sulla questione dei respingimenti in mare dei migranti. Lo fa dopo le critiche di ieri del Consiglio d’Europa e del presidente della Camera Fini, che avevano chiesto di rispettare il diritto d’asilo delle persone sui barconi. Berlusconi non ha risposto direttamente al numero 2 del Pdl ma ha osservato che “sui barconi che arrivano in Italia ci sono pochissimi casi che potrebbero godere di un diritto d’asilo”. ”Ci sentiamo in dovere di dare accoglienza a chi fugge da una situazione pericolosa per la sua vita e la sua libertà”, ha detto oggi ai cronisti, ”Non credo che ci sia nessuno che avendo i requisiti per chiedere di essere accolto in Italia possa dire di non essere stato accolto”.

Sul tema non si è fatta però attendere la replica dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che ha annunciato oggi a Ginevra di aver scritto al governo italiano esprimendo “grave preoccupazione” per il rinvio in Libia di migranti intercettati o soccorsi in mare e per chiedere alle autorità italiane di “riammettere quelle persone rinviate dall’Italia ed identificate dall’Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale”. Per l’Onu il principio del non respingimento non conosce limitazione geografica. “L’Unhcr-Roma” ha detto a Ginevra il portavoce Ron Redmond “ha mandato una lettera al governo italiano per affermare che l’Unhcr, pur essendo cosciente del problema che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e agli altri Paesi dell’Ue, resta gravemente preoccupato che la politica ora applicata dall’Italia mina l’accesso all’asilo nell’Unione europea e comporta il rischio di violare il principio fondamentale di non respingimento” (non refoulement) previsto dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati (qui il testo in .pdf).
Secondo i dati dell’Unhcr, nel 2008 oltre il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Più del 70 % delle circa 31mila domande d’asilo nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese.

Le affermazioni del premier sono state contestate anche dal leader Pd Dario Franceschini: “Sui 36 mila sbarcati nel 2008 circa 31 mila hanno fatto domanda di asilo politico, metà dei quali hanno avuto, in base alle procedure, la protezione umanitaria”. Secondo Franceschini si tratta del rispetto della legge Bossi-Fini che prevede che ”quando ci sono gli sbarchi” si avviino le procedure di riconoscimento e ”per chi fa richiesta di asilo oppure per i rifugiati si prevedano le procedure di protezione umanitaria”.
Ma l’opinione del capo del governo non cambia, Berlusconi resta orientato verso la linea dura: ”Gli sbarchi” sostiene, “non sono fatti occasionali ma il frutto di una organizzazione criminale”: all’interno vi sono persone che ‘’sono reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali”.
Assieme a Berlusconi sono in Egitto i ministri Franco Frattini (Esteri), Roberto Maroni (Interni), Claudio Scajola (Sviluppo Economico), Maurizio Sacconi (Welfare) e Altero Matteoli (Infrastrutture). Incontreranno la delegazione egiziana e il presidente Hosni Mubarak. In agenda la firma di 22 accordi bilaterali (anche sul tema dell’immigrazione, visto che l’Egitto è uno dei paesi dal quale partono più immigrati verso l’Italia), la situazione in Medio Oriente e il difficile riavvio dei negoziati per il processo di pace. Il titolare della Farnesina Frattini ha chiesto un vertice dell’Unione Europea per discutere del tema del controllo delle frontiere: ”Se l’Unione europea ha deciso che l’immigrazione illegale è un problema europeo e poi lascia soli in prima fila italiani, maltesi, ciprioti, greci e spagnoli, è maturo il momento per un vertice europeo in materia”.

LEGGI ANCHE: Respingere o accogliere? Dal Consiglio d’Europa e da Fini critiche al governo - Accordi bilaterali sull’immigrazione: noi paghiamo, loro sbarcano

Il VIDEO servizio:

Allarme dal Colle: “La mafia può approfittare della crisi economica”

Giorgio Napolitano

Non abbassare la guardia. Anzi, tenerla ancora più alta. Soprattutto in questi tempi di crisi. Perché le aziende in difficoltà, quelle cioè che stanno risentendo di più delle turbolenze economiche mondiali, potrebbero finire nelle braccia della mafia.

L’allarme, basato sulle parole del procuratore antimafia Piero Grasso, lo aveva lanciato Panorama (qui e qui) qualche settimana fa. E ora il monito viene ribadito dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 157esimo anniversario di fondazione della polizia: Il Presidente della Repubblica avverte: “Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell’attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del Paese”. “Il livello di attenzione” aggiunge “dovrà essere mantenuto sempre”. Napolitano riconosce comunque, nel suo messaggio, alle forze dell’ordine di aver conseguito “brillanti risultati”. “Straordinari” afferma “quelli nella lotta alla criminalità organizzata, con la disarticolazione di organizzazioni criminali fortemente radicate in alcuni territori e con la cattura di pericolosi latitanti, anche all’estero, grazie a sapienti strategie di cooperazione internazionale. In tale ottica determinante potrà essere l’armonizzazione delle legislazioni per consentire di aggredire i patrimoni illeciti anche al di fuori dei confini nazionali, affermando la forza della legge e l’autorità dello Stato”.

Napolitano ha parlato anche di immigrazione, un tema sul quale nelle ultime settimane si è infiammato il dibattito politico. Secondo il capo dello Stato, è necessario “privilegiare la cooperazione internazionale” tra le forze di polizia “anche nel contrasto dell’immigrazione clandestina e della criminalità straniera sul territorio nazionale, che rischiano di ingenerare una diffusa percezione di insicurezza e preoccupanti fenomeni di intolleranza”. “E proprio alla crescente domanda di sicurezza” aggiunge Napolitano “la Polizia di Stato corrisponde intensamente, in sinergica collaborazione con le altre Forze di Polizia statali e locali”.

“In questo contesto particolarmente meritoria è l’attività del Servizio Controllo del Territorio e delle sue articolazioni, che ha motivato il conferimento della Medaglia d’oro al Merito Civile alla Bandiera della Polizia di Stato. L’abnegazione, lo spirito di sacrificio e la professionalità degli operatori di Polizia hanno trovato ulteriore, unanime riconoscimento nella delicata attività di soccorso e di presidio della legalità nelle località dell’Abruzzo colpite dal recente sisma. Nel rendere omaggio a tutti coloro che hanno portato all’estremo sacrificio l’attaccamento al dovere e lo spirito di appartenenza all’Istituzione, rinnovo ai familiari la solidale vicinanza dell’intera Nazione”.

“Con questi sentimenti” conclude “invio a tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato e ai loro familiari, che ne condividono rischi e sacrifici, le più vive espressioni di apprezzamento e di augurio”.

La mafia all’assalto dell’Italia sana

Mafia

Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.

Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.

Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.

“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.

Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.

“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.

Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.

Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.

I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.

“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.

Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.
Sequestri-antimafia

Criminalità, l’allarme viene dall’est: in Italia il 40% dei ricercati romeni

Romeni controllati dalla polizia

Sono numeri chiari. E mettono i brividi. Per la mole che hanno e per ciò che significano.
In Italia si trova il 40% dei romeni ricercati con mandato internazionale. Nelle carceri del nostro Paese ci sono inoltre circa 2700 cittadini romeni, in attesa di giudizio (1773) o condannati in via definitiva (953). Negli ultimi due anni il governo italiano ha chiesto il trasferimento in penitenziari romeni di 57 condannati: finora, soltanto 13 hanno lasciato l’Italia.
A snocciolare i dati è stato il ministro della Giustizia di Bucarest, Catalin Predoiu, mentre il suo collega Cristian Diaconescu incontrava il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. Il capo della Farnesina, per risposta, ha annunciato dapprima “tolleranza zero” nei confronti di chi commette reati, non importa se italiano o romeno; poi pugno duro verso chi mette in atto azioni di “rappresaglia contro cittadini romeni”. “I romeni per bene che vivono in Italia” ha detto Frattini “sono preoccupati di poter essere vittime di atti di rappresaglia”, atti “gravissimi” come “aggressioni e spedizioni punitive”, contro in quali le forze di polizia sono “molto attive” e che non verranno in alcun modo tollerati “il bisogno di sicurezza dei cittadini che sono spaventati”.

Nei mesi scorsi Bucarest ha inviato in Italia una ventina di poliziotti che hanno aiutato i colleghi nell’individuare i responsabili dello stupro avvenuto la settimana scorsa a Roma. Ma la collaborazione, secondo Frattini, va ampliata, con l’invio di altri poliziotti romeni “che collaborino con le forze di sicurezza italiane nel contrasto dei reati che destano particolare allarme sociale”, come gli stupri e gli omicidi.
Tornando alle cifre dell’allarme: alla data del 19 febbraio nei penitenziari italiani erano ospitati 1.773 cittadini romeni, su cui non sono state emesse condanne definitive. Il Guardasigilli romeno ha precisato che 1.626 sono uomini e 147 donne: “Dal 2007, lo Stato italiano ha sollecitato il trasferimento verso i penitenziari romeni di 57 condannati, di questi, 13 sono stati oggetto di tale misura” ha spiegato Predoiu. “In nessun caso una condanna pronunciata dalla giustizia italiana non viene riconosciuta in Romania”.
Il ministro ha sottolineato che a rendere pressoché impossibile la certezza della pena sono le procedure per l’estradizione che “stanno incontrando difficoltà”: durano infatti quattro-cinque mesi perché in certi casi la documentazione è incompleta. Il ministro ha per questo fatto appello ai “magistrati italiani a fare il possibile affinché le procedure vengano accelerate”. Secondo i dati, la maggior parte dei romeni in carcere si dividono tra i penitenziari del Lazio (127), del Piemonte (116) e della Sicilia (114).

Da parte sua Diaconescu ha ribadito che la Romania continuerà a garantire la massima collaborazione nella lotta alla criminalità, ma “non prenderà mai misure che limitano la libera circolazione” dei suoi cittadini. Anche per quanto riguarda il rimpatrio dei romeni condannati con sentenza definitiva, Bucarest è disposta a collaborare. Ma, ha sottolineato Diaconescu dopo l’incontro con Frattini, “valuteremo caso per caso senza parlare di espulsioni, perché parliamo di cittadini europei”. Contro replica di Frattini: Bucarest deve impegnarsi a fornire “comunicazioni” su chi ha già commesso reati al momento dell’ingresso nel nostro Paese. “Non possiamo bloccare questa circolazione, ma in spirito di collaborazione chiediamo che la polizia italiana sia informata”.
E mentre Diaconescu rinfocola la polemica affermando che la presunzione di innocenza è “un principio fondamentale” dello stato di diritto che deve valere sia per i cittadini italiani sia per quelli romeni, si fa sentire anche il presidente del Senato romeno Mircea Geoana ha definito “inaccettabile” l’approccio di natura xenofoba e razzista contro l’intera comunità romena in Italia. Geoana, che è anche il leader del Partito socialdemocratico, ha parlato della necessità di “condannare con più fermezza i casi di violenza e criminalità commessi da alcuni romeni in Italia”.
Tocca sempre al titolare della Farnesina rispondere: l’Italia rispetta “per prima” il principio di presunzione di innocenza di tutti i cittadini europei, romeni compresi, ma chiede alla Romania di far scontare nelle proprie carceri la pena inflitta “in modo definitivo” ad alcune centinaia di cittadini romeni. “Giusto che scontino il carcere nel loro Paese, sarebbe un gesto di buona volontà”. Anche nei confronti dei “900 mila romeni per bene che sono accolti in Italia come amici, come cittadini europei che hanno il diritto di restare”.

Piccoli criminali calano

Baby gang

di Bianca Stancanelli

Nell’Italia ossessionata dalle imprese dei bulli rilanciate da YouTube, una piccola, buona notizia arriva dalle statistiche del ministero della Giustizia: il numero dei minorenni arrestati è in calo, lento e costante. Erano più di 4 mila dieci anni fa, si sono fermati a quota 3.385 nel 2007. Nei primi sei mesi di quest’anno, i ragazzi entrati in un Cpa, i centri di prima accoglienza, le strutture filtro dove i minorenni vengono portati dopo il fermo o l’arresto, sono stati 1.612. Hanno scritto i ricercatori dell’Eurispes nell’ultimo Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza: “I tassi di delinquenza minorile registrati nel nostro Paese diminuiscono in modo pressoché costante”. E hanno annotato: “La situazione italiana appare oggi decisamente meno grave rispetto a quella della maggior parte dei paesi europei in condizioni economico-sociali simili alle nostre”.
Sullo sfondo c’è uno scenario in continuo mutamento. Segnala il criminologo Ernesto Savona: “Dai dati del ministero dell’Interno, nel primo semestre 2008 risultano una diminuzione delle denunce di reato e un aumento del numero di reati per i quali è stato identificato l’autore. Ma tra quegli autori di reato si contano più minorenni che nel primo semestre 2007″. Una contraddizione? “No” risponde Savona “piuttosto il segno che le forze di polizia lavorano con più efficacia. E prendono più delinquenti, maggiorenni o minorenni che siano”.

Gli scenari della criminalità minorile sono in rapido mutamento. Da anni, sull’onda delle grandi migrazioni degli anni Novanta, il numero dei minorenni stranieri arrestati ha sorpassato quello degli italiani. Fino al 1996 il 52 per cento dei ragazzi che entravano in un cpa erano italiani. Dal 1997 gli stranieri sono diventati la maggioranza, fino a toccare punte record del 59 per cento degli arresti. Ma a sorpresa, nei primi sei mesi di quest’anno gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile hanno annotato una novità che va ancora decifrata: tra i 1.612 minori entrati in un centro di prima accoglienza, gli italiani sono stati 823, la maggioranza, contro 789 stranieri.
È un fenomeno che ha il suo epicentro a Roma. Spiega Donatella Caponetti, responsabile del Centro per la giustizia minorile del Lazio: “Assistiamo al riassettarsi di una situazione che era stata segnata per anni da una grande anomalia: a partire dal 2004, c’era stato a Roma un enorme aumento della criminalità minorile, soprattutto romena. Un’esplosione che ha cominciato a riassorbirsi con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea”. Nel 2006, nel solo Lazio, i minorenni romeni arrestati erano stati 515. Nel 2008 si sono dimezzati. Sostiene il criminologo Savona: “Sono diminuiti notevolmente anche gli arresti di romeni adulti. L’impressione è che tanti abbiano deciso di andarsene dall’Italia”.

È proprio fra gli stranieri che si conta il maggior numero di bambini sorpresi a commettere reati, in massima parte furti e borseggi. Dal gennaio al giugno 2008 sono stati 112 i minori di 14 anni portati in un centro di prima accoglienza e rilasciati perché non imputabili. La maggioranza proveniva da paesi dell’Est europeo: Bosnia, Croazia, Romania, Serbia e Montenegro.
Sostiene Donatella Caponetti: “A Roma abbiamo un gran numero di reati contro il patrimonio continuamente reiterati da minorenni non imputabili. È un dato che sicuramente non ci piace”. E non è l’unica ragione di preoccupazione. Racconta la responsabile del Centro per la giustizia minorile: “Una novità degli ultimi anni è data dall’arrivo nei nostri servizi di ragazzi che manifestano problemi di tipo psichiatrico. Per loro è più difficile l’inserimento in comunità educative. Accade sia con i ragazzi italiani sia con gli stranieri. Per questi ultimi stiamo cominciando a collaborare anche con etnopsichiatri, che ci aiutino a capire e a intervenire. Quanto agli italiani, notiamo un aumento dei ragazzi, anche figli di famiglie benestanti, che hanno gravi problemi nell’ambito familiare. È una novità che ci preoccupa anche perché, sui tassi decisamente più contenuti di devianza minorile nel nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee, incide probabilmente la maggior tenuta delle nostre famiglie, una realtà sociale più solida”.

Sono segnali da non trascurare. Soprattutto in un paese che ha un codice minorile tra i più avanzati al mondo e un sistema d’intervento studiato con attenzione in Europa. Rivendica Donatella Caponetti: “Inglesi e francesi sono venuti a visitare le nostre carceri, si sono stupiti nel constatare come siano prive di violenza. Nei confronti dei minorenni c’è in Italia un fortissimo investimento di risorse. I finanziamenti per i progetti ci arrivano dagli enti locali, dalle Regioni, dai privati, come banche e grandi aziende. È una realtà degli ultimi anni che ci ha consentito di conseguire risultati interessanti e di sopperire alla diminuzione degli stanziamenti da parte dello Stato, che ha già annunciato, per il 2009, un taglio di spesa del 30 per cento rispetto al 2008″.

E anche di sperimentare strumenti innovativi. Uno dei più riusciti è la messa alla prova, inaugurata nell’autunno del 1991. Adottata dal giudice, la messa alla prova sospende il processo per consentire al ragazzo di dedicarsi a un progetto di recupero che può durare da un mese a tre anni (la media è di poco inferiore ai dieci mesi). Trascorso quel periodo, il giudice valuta i risultati del lavoro svolto: se è convinto che sia servito, dichiara l’estinzione del reato, come se non fosse mai stato commesso.
In 15 anni la giustizia minorile ha quadruplicato l’adozione dei provvedimenti di messa alla prova: erano stati 788 nel 1992, sono diventati 2.339 nel 2007. E i risultati sembrano essere eccellenti. Hanno scritto gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile, calcolando la media per tutti gli anni Duemila: nell’80,7 per cento dei casi, concluso il periodo di prova, il giudice si è pronunciato per l’estinzione del reato. Una quota di successi così alta da convincere il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a proporre l’adozione di uno strumento simile anche per gli adulti. Senza fortuna: impallinata da una scarica di polemiche, la proposta è stata rapidamente ritirata.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
    • Viaggio nell'antico Egitto
    • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!