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criminalità

Una grande holding con un “fatturato” complessivo di 130 miliardi di euro e un utile che sfiora i 70 miliardi, al netto degli investimenti e degli accantonamenti. È la Mafia spa, prima azienda italiana per fatturato ed utile netto, ed una delle più grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del PIL nazionale.
Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi, qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160 mila euro al minuto. Queste cifre da capogiro sono elencate nell’undicesimo rapporto di SOS Impresa-Confesercenti “Le mani della criminalità sulle imprese”, presentato oggi a Roma.
Cresce il settore dell’usura, che colpisce circa 180 mila commercianti. E cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino, delle scommesse e dell’abusivismo (il cui giro di affari è attorno ai 10 miliardi annui). Ma le mafie si infiltrano in importanti segmenti di mercato, dalla macellazione ai mercati ittici, dalla ristorazione ai forni abusivi e panifici illegali, dal settore turistico ai locali notturni, fino al “racket del caro estinto”, che colpisce il settore dei funerali.
Si estende l’area della “collusione partecipata”, che investe il Gotha della grande impresa italiana, focalizzando l’attenzione sui possibili intrecci mafia e segmenti della grande distribuzione. “Vogliamo evidenziare - si legge nel rapporto - il diffondersi, tra alcuni imprenditori, di una doppia morale, per la quale ci si mostra ligi alle regole dello Stato e del mercato quando si opera al centro-nord Italia, e con molto disinvoltura ci si adegua alle regole mafiose se si hanno interessi nel sud Italia. Un comportamento censurabile che rappresenta un riconoscimento della sovranità territoriale alle organizzazioni mafiose, a danno dei principi di leale concorrenza e di liberta’ di impresa”.
Mafia SpA controlla i traffici illegali detenendo quote di maggioranza nelle “famiglie”, nei “clan” e nelle “‘ndrine” che trafficano in droga, esseri umani, armi e rifiuti, nonché nel racket delle estorsioni e, in parte, nell’usura. Le sue aziende, quasi sempre a conduzione familiare, ma con stringenti logiche aziendali, intervengono anche nell’economia legale, ora direttamente assumendo il controllo maggioritario, ora in compartecipazione con negozi, locali notturni, imprese edili o della grande distribuzione. Quattro le grandi holding company nelle quale è suddivisa: Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita. Ciascuna di esse, a loro volta, si suddividono in societè piccole e medie, autonome l’una dall’altra, ma con uno stesso modello gerarchico.
L’attività imprenditoriale delle mafie ha prodotto un’organizzazione interna tipicamente aziendale, con tanto di manager, dirigenti, addetti e consulenti. Prima di tutto, le attività criminali da casuali sono diventate permanenti, quotidiane. La gestione delle estorsioni, dell’usura, dell’imposizione di merce, dello spaccio di stupefacenti, necessita di un organico in pianta stabile, che ogni giorno curi la riscossione del “pizzo”, allarghi la “clientela”, diversifichi le “opportunità”, conosca e tenga a “bada” la concorrenza, salvaguardi regolare la sicurezza dell’organizzazione dai componenti “infedeli” o dal controllo delle forze dell’ordine, gestisca e reinvesta il patrimonio. Il Capo-cosca funge da Amministratore delegato e deve rendere conto periodicamente ai “soci” dell’andamento economico e finanziario dell’azienda-clan, e discutere con essi le strategie “aziendali”, condividere le operazioni e gli investimenti piu’ rilevanti, nonché risolvere le questioni interne all’azienda-clan, che potrebbero minarne la compattezza e la solidità. I clan, attenti alle proprie “risorse umane”, riconoscono premi di produzione ai “picciotti” ed, in alcuni casi, pagano addirittura gli straordinari. L’interesse delle organizzazioni mafiose non riguarda solo i settori su cui c’è ormai una consolidata letteratura, quali comparti privilegiati di investimento (edilizia, smaltimento dei rifiuti, commercio, autotrasporto): i mafiosi sono in grado di condizionare ampi comparti economici, da quello immobiliare alla sanità, dai servizi alle risorse idriche. Le organizzazioni mafiose anche segmentando il loro ruolo sono in grado di condizionare tutta la filiera agroalimentare: dalla produzione agricola all’arrivo delle merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione. Il fatturato del mercato ittico attira fortemente le organizzazioni criminose, che sempre piu’ necessitano di introiti oltre che sicuri anche redditizi. E’ calcolato infatti attorno ai 2 miliardi il fatturato del settore (escludendo il fatturato della pesca di frodo) con un totale di oltre 8.500 esercizi al dettaglio coinvolti.
Nel napoletano si contano 1.300 forni abusivi (nel solo comune di Afragola vi sono 17 panifici legali e 100 illegali) dove si usa qualsiasi tipo di combustibile, 2.500 panifici illegali, il prezzo si aggira su 2.00/2.50 euro al chilo, a fronte di 1.80/2.00 euro di quello legale, eppure è il più venduto, la domenica mattina le file sono interminabili. Si calcola che il business si aggiri sui 500 milioni di euro. Chi acquista queste pagnotte non solo le paga più del prezzo corrente, ma corre anche seri rischi per la salute. Nei forni abusivi infatti viene bruciato di tutto: dal legno laccato agli scarti di falegnameria, infissi, mobili e, in alcuni casi, il legno delle bare, dopo la riesumazione dei cadaveri. E se questi sono i combustibili, figuriamoci le farine usate.
In questi ultimi anni il peso della criminalità diffusa è cresciuta sia come numero dei reati che come costi che la collettività interaè costretta a sopportare, conclude il rapporto di SOS Imprese. Nell’anno passato tutti i reati predatori sono aumentati e le rapine, il reato più pericolo e odioso, alla fine del 2006 hanno superato quota 50.000 con un trend di crescita che non conosce interruzione da almeno un decennio.
La criminalità è in calo e 86 latitanti sono stati catturati dall’inizio dell’anno. Raddoppiano gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane, ma aumentano anche le espulsioni. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni fa il punto sulle attività del Viminale nel 2008 per garantire la sicurezza e contrastare l’immigrazione irregolare: “C’è stato un calo di reati in questi ultimi mesi, ma non per i Patti per la sicurezza che sono rimasti tutti sulla carta, tranne i nostri” dice il ministro, precisando che “se bastasse la firma dei Patti per far calare i reati sarebbe troppo semplice. In realtà il calo è dovuto a diversi fattori, tra i quali la fine dell’effetto dell’indulto e, certamente, anche per una più efficace azione delle forze dell’ordine”. Positivi i risultati dell’impiego dei militari in città: “Alla fine dei sei mesi previsti valuteremo se proseguire per altri sei mesi”. Nel 2008 sono stati più di 2 mila i beni sequestrati e 120 quelli confiscati alla criminalità organizzata: quattro i latitanti catturati che erano nella lista dei più pericolosi. Gli approdi di immigrati clandestini in Italia nei primi sette mesi dell’anno sono passati da 8 mila a più di 15 mila, ma le espulsioni sono aumentate del 15%.
Negli stadi sarà tolleranza zero. Il ministro ha annunciato la firma di un decreto per la costituzione di un Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive, che si affiancherà all’Osservatorio, come organismo tecnico per valutare gli interventi da mettere in campo per garantire la sicurezza negli stadi. Al Comitato parteciperà anche un rappresentante dell’Aisi, l’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna, ex Sisde.
Si muore di più sul lavoro (le ultime due vittime, questa mattina nei pressi di Merano: due operai di 27 e 28 anni sono rimasti intossicati dopo essere caduti in una cisterna di un centro di riciclaggio) o sulle strade che non a causa della criminalità o di episodi violenti.
I morti sul lavoro, infatti, sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi. A lanciare l’allarme è il Censis, secondo il quale, tuttavia, “gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità”.
Nel 2007, sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 per infortuni “stradali”, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro (in itinere) o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era ’maglia nerà in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Mentre se si guarda agli omicidi, in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
“Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti”, osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. “Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale” spiega “e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così”.
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Un incendio di vaste proporzioni è divampato stanotte al campo nomadi di via Candoni, alla Magliana, abitatato da circa 600 persone, dove la scorsa settimana la Croce rossa aveva avviato le prove generali del censimento della popolazione nomade residente a Roma.
Ma nel nuovo sopralluogo nella zona che lambisce il campo nomadi di via Candoni a Roma, interessata da un incendio la scorsa notte, la polizia non ha rilevato “nessun tipo di traccia dolosa”, come parevano far pensare le prime segnalazioni arrivate nella notte.
Gli investigatori sono tornati nel campo alla ricerca di un qualsiasi dettaglio che potesse confermare o smentire le prime allarmanti notizie che facevano riferimento ad un lancio di bottiglie incendiarie. Già dalla nottata l’ipotesi sembrava molto labile e con il sopralluogo di questa mattina è arrivata la conferma che nessuno ha appiccato volontariamente le fiamme nelle sterpaglie che circondano il campo rom.
Fiamme che, alimentate dal forte vento di ieri sera, hanno comunque provocato paura all’interno dell’insediamento nomade. La polizia ha ascoltato, tra l’altro, i responsabili del campo di via Candoni che hanno negato di aver mai visto auto sospette con a bordo italiani o qualcuno che abbia lanciato bottiglie nella direzione del campo.
E c’è una persona indagata per procurato allarme: secondo quanto si è appreso si tratta del volontario dell’Arci che telefonando al 113 denunciando l’incendio, parlando di “alcuni ragazzi italiani che volontariamente avevano appiccato le fiamme”. I rilievi della polizia e del vigili del fuoco arrivati immediatamente nella zona dell’incendio non hanno però fatto emergere nessuna traccia dolosa dell’incendio. Interrogato in nottata dalla polizia il volontario dell’Arci avrebbe negato di aver detto quella fase. Ma come sempre accade le telefonate che arrivano al 113 vengono registrate.
Gli abitanti del campo hanno comunque raccontato la loro paura: “I bambini erano terrorizzati ma per fortuna l’arrivo dei vigili del fuoco ha evitato il peggio”, racconta Mioara Miclescu, che vive nel campo di via Candoni. “Abbiamo sentito un botto e siamo subito corsi a chiudere l’ingresso del campo” continua Miclescu. “Vedevamo le fiamme tutt’intorno e abbiamo temuto il peggio perché il forte vento spingeva l’incendio proprio nella nostra direzione”. Intorno alla mezzanotte è giunto in via Candoni anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno. “Lo ho accolto io dice Miclescu e gli ho raccontato della nostra paura e disperazione: lui ci ha assicurato il suo impegno, non credevamo che venisse subito da noi”.
Ai tempi della conquista del Nuovo mondo gli spagnoli si convinsero in massa che grazie ai fiumi d’oro e d’argento del Potosì avrebbero potuto fare la vita dei gran signori smettendo di lavorare la terra e astenendosi dai commerci. Finì che diventarono tutti più poveri e vittime di un declino economico e politico inarrestabile. È tutto da decifrare, invece, l’effetto della sindrome collettiva da paura che sta attanagliando gli italiani oggi. Ne resteranno travolti o sapranno liberarsene con uno scatto d’orgoglio? I temi della paura e dell’insicurezza hanno tenuto banco durante la campagna elettorale, ma non si sono dissolti con il voto e gli italiani continuano ad avere paura.
Il sociologo Giuseppe De Rita, che è una specie di sensibile sismografo degli umori nazionali, in un editoriale sul Corriere della sera ha messo in fila le ansie e le inquietudini: la paura di aggressioni, degli immigrati, del futuro precario dei figli, della vecchiaia, delle rate del mutuo della casa, del traffico e delle morti sulle strade, delle montagne di rifiuti. Mentre il Censis guidato da Giuseppe Roma, sondando le paure, ha stilato una graduatoria dei timori più diffusi, da quelli tutto sommato modesti per le comunità chiuse di immigrati (42,2% degli intervistati) all’invecchiamento della popolazione (44,4%), dalla carenza di servizi sociali (46,3%) alle tossicodipendenze (56,6%). Fino alle paure più rilevanti: la criminalità (60,5%) e la disoccupazione (66%), sebbene tutti i dati disponibili attestino che la quantità di lavoro in Italia sia aumentata non solo rispetto a 10 o 15 anni fa, ma anche nei confronti del passato più recente, con un incremento di 737mila posti dal 2003 al 2007 e una diminuzione del tasso di disoccupazione di quasi 2 punti, dall’8% di 4 anni fa a 6,2 % dell’anno passato. Proprio sull’evidente assenza di un nesso di causalità tra realtà e percezione del lavoro si è appuntata l’attenzione del Censis, con un’indagine condotta da Ester Dini che Panorama ha potuto consultare in anteprima.
Lo studio fa parte di un complesso di analisi preparate in vista del World social summit che si terrà in Italia dal 24 al 26 settembre per iniziativa della Fondazione Roma. Il presidente di questa istituzione, Emmanuele Emanuele, con preveggenza e tempismo ha voluto proprio che il tema della paura fosse al centro del dibattito chiamando a parlarne premi Nobel, studiosi ed economisti di primo rango, da Gary Becker ad Anthony Giddens, ex consigliere di Tony Blair, da Jacques Attali, collaboratore di Nicolas Sarkozy, allo scienziato Edoardo Boncinelli. Dalla fase delle impressioni e delle anticipazioni sulla sindrome paura, di cui è un esempio il saggio del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (La paura e la speranza, edizione Mondadori), si sta passando, insomma, alla fase dello studio scientifico del fenomeno. Finora è emerso che gli italiani soffrono di un tipo di paura più pervasivo e profondo rispetto ai timori che stanno attanagliando tutto il mondo occidentale determinati dall’avanzare della globalizzazione e dalla crisi economica incipiente. Milioni di inglesi e di americani, per esempio, sono terrorizzati dall’idea di perdere la casa dopo lo scandalo dei subprime, i mutui concessi dalle banche e dagli istituti finanziari con eccessiva leggerezza ai clienti che non sarebbero stati in grado di pagare con regolarità le rate in scadenza. Collegata a questa paura c’è quella per una crisi finanziaria che di giorno in giorno si annuncia più sconvolgente. In qualche modo si tratta di ansie comprensibili, di paure razionali e in molti casi le stesse apprensioni diventano l’innesco per la ricerca del cambiamento e della terapia.
Le paure degli italiani, invece, spesso sembrano prescindere dalla realtà delle cose, quasi mai si trasformano in uno stimolo, anzi diventano il brodo di coltura della rassegnazione e dell’immobilismo. Proprio l’allarme lavoro è un esempio illuminante della peculiarità italiana. La paura della disoccupazione pervade trasversalmente la società e interessa giovani e non giovani, pensionati, occupati e disoccupati. Le differenze riguardano solo le diverse aree del Paese. Nel Nord-Est la paura riguarda meno della metà della popolazione (40,1%), ma già sale significativamente di quasi 10 punti se ci si sposta nel Nord-Ovest (49,1%), cresce ancora nel Centro (72,5%) e tocca l’apice nel Sud, dove in pratica tutti o quasi hanno un rapporto ansiogeno con il lavoro (85,9%).
Più che dei metodi dell’interpretazione sociologica i ricercatori del Censis per capire che cosa bolle in pentola sembrano avvalersi degli strumenti interpretativi della psicologia di massa e delle nevrosi collettive: “È come se la paura di perdere il lavoro si fosse trasformata nella certezza dell’aumento della disoccupazione”. Tanti italiani considerano, in pratica, i cambiamenti anche repentini che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro, ma anche più abbondante, non un elemento della cura, ancorché emendabile e modificabile, ma la premessa per la perdita del lavoro medesimo, cioè una potenziale minaccia. Associando la novità in quanto tale al timore e non al miglioramento e diffidando della terapia arrivano a convincersi che è essa stessa il male e quindi causa del supposto peggioramento. Nella formazione di questa strabica percezione di massa forse influisce la convinzione che la nuova occupazione sia in prevalenza di scarsa qualità. Stando agli ultimi dati 2007, quasi 2,76 milioni di italiani, soprattutto giovani (l’11,9% di quanti hanno un’occupazione), sono in una condizione di lavoro a termine, mentre i sommersi sono quasi 3 milioni e i sottoccupati quasi un quinto degli occupati. La paura così non solo non diventa l’innesco per il miglioramento, ma si trasforma nel suo opposto, nel desiderio irrazionale e impossibile di un ritorno a un’età dell’oro del lavoro che in Italia forse non è mai esistita. Rendendo ancor più complicata l’azione di governo.
La tabella delle paure

Oltre 400 gli arresti effettuati in tutta Italia, anche in collaborazione con la polizia romena, nella vasta operazione della polizia contro l’immigrazione clandestina conclusa stamattina. Gli agenti che hanno partecipato all’operazione - non solo quelli delle squadre mobili ma anche delle volanti, degli uffici immigrazione, della stradale e della polizia ferroviaria - hanno effettuato la maggior parte degli arresti nei pressi di locali notturni e dei luoghi abitualmente frequentati dagli spacciatori. In manette sono finiti cittadini italiani ma anche albanesi, greci, romeni, cinesi e marocchini.
Il piano messo in atto dalla Sco (Servizio centrale operativo) prevedeva due livelli, il primo mediante interventi operativi mirati e un secondo di natura investigativa, con la costituzione di team di esperti con una lunga esperienza nel settore. Così questa mattina, le squadre mobili di Napoli e di Prato hanno arrestato numerosi cittadini italiani e stranieri ritenuti responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di rapine in villa, allo sfruttamento della prostituzione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E ieri un’operazione della squadra mobile di Venezia ha consentito di individuare gli autori di diverse rapine e furti commessi, nell’ultimo anno, in abitazioni private ed esercizi commerciali del capoluogo veneto.
Per quanto riguarda invece la lotta allo spaccio di droga, ad Udine ed in altre province del nord Italia sono state eseguite nel corso della mattinata diverse misure restrittive nei confronti di cittadini marocchini, ritenuti responsabili di traffico e spaccio di cocaina ed hashish. Complessivamente l’operazione coordinata dallo Sco, che si è sviluppata in 9 regioni e 15 province nell’arco di una settimana, ha portato all’arresto di 383 persone, di cui 268 stranieri. Di queste 92 sono state fermate per spaccio di droga, 111 per immigrazione clandestina e inottemperanza del provvedimento di espulsione, 3 per sfruttamento della prostituzione e 177 per rapine o furti. Centodiciotto invece i clandestini espulsi di cui 53 accompagnati direttamente alla frontiera e 65 trasferiti nei Cpt.
“Si tratta di una massiccia e complessa operazione contro quei reati connessi all’immigrazione clandestina”, ha detto il direttore della Direzione anticrimine centrale della polizia, Francesco Gratteri, “Non è un’azione indirizzata verso una categoria o un’etnia specifica ma aveva come unico obiettivo quello di contrastare una criminalità che ha provocato un innalzamento dell’allarme sociale”. Gratteri ha poi sottolineato che il dispositivo messo in atto in tutta Italia sarà riproposto in futuro in quelle aree dove siano presenti elementi di criticità.
E la scelta delle zone dove intervenire - gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Torino, Brescia, Milano, Varese, Venezia, Verona, Padova, Genova, Bologna, Ferrara, Firenze, Ancona, Roma, Salerno e Napoli - in questa prima fase è stata dettata dalla necessità di muoversi nelle situazioni più a rischio. “L’operazione non è ancora conclusa”, ha spiegato infatti il direttore del Servizio centrale operativo della polizia Gilberto Calderozzi, “e la scelta delle regioni e dovuta all’analisi di informazioni di intelligence che facevano registrare le criticità più sensibili”.
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Lo dice un sondaggio di Ipr Marketing per Repubblica.it: gli italiani non li vogliono. I Rom fanno paura. Su mille intervistati, la maggioranza ammette che i nomadi costituiscono un problema, molto più degli extracomunitari. Ma quanti sono i rom presenti in Italia?
Secondo gli ultimi dati e le ultime stime dell’Opera Nomadi, sono 160.000 tra rom, sinti e camminanti. Di questi, 70.000 hanno cittadinanza italiana e 90.000 provengono dai Balcani (in costante aumento quelli dalla Romania, che si aggirano sui 60.000). E l’Italia è tra i Paesi europei con la più bassa percentuale di rom/sinti (0,3%: al 14/mo posto nella lista Ue). Questa minoranza, rileva l’associazione, è caratterizzata da una bassa speranza di vita (l’età media è di 40-50 anni) e dalla presenza di un’alta percentuale di minori (il 60% di questa popolazione ha meno di 18 anni).
In totale, i rom presenti in Romania sono circa 2 milioni e mezzo, da cui è in atto un esodo verso altri Paesi, tra cui l’Italia, dopo l’ingresso di Bucarest nell’Unione Europea. Le più grandi comunità degli oltre 60.000 che vivono in Italia sono stanziate a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Bari, Catania, Cosenza e Genova. Solo il 3% dei minori va regolarmente a scuola. Negli ultimi anni c’è stata una crescita disordinata di questa popolazione, con una geografia in continuo movimento dei campi abusivi nelle periferie urbane, lungo binari, sotto ponti, vicino a letti di fiumi. Insediamenti che in alcuni casi vengono sgomberati dalle autorità, in altri sono abbandonati. A Milano e provincia è stimata una presenza di 20.000 rom: recentemente sono state sgomberate baraccopoli alla Bovisa e ad Opera, altri sgomberi seguiranno. A Roma sono 25 i campi, di cui solo 6-7 autorizzati. Per quelli abusivi è stato previsto lo sgombero, come per il Casilino 900, il più antico della Capitale. Decine e decine i campi abusivi anche nel Napoletano. A Torino sono quattro i campi autorizzati: vi abitano circa 600 persone. Una ventina, invece, gli insediamenti spontanei, con una popolazione valutabile in 6-700 persone.
Ma ci sono anche rom italiani. E la gran parte vive in case popolari o in abitazioni proprie fin dagli anni ‘70, ad eccezione dei sinti giostrai (gli ultimi seminomadi, insieme ai camminanti siciliani ed ai rom Kalderasha) del Centro-Nord. Alcune amministrazioni comunali (Torino, Brescia, Genova, Venezia, Pisa) hanno avviato una politica di case popolari per i rom.
Il gruppo più tradizionalista è quello dei rom abruzzesi e molisani che conserva intatto l’uso della lingua. Il loro mestiere tradizionale è l’allevamento e il commercio di equini, molto diffusa la chiromanzia. Rom napoletani sono invece fortemente mimetizzati nel capoluogo, vivono in comunità nella cintura urbana ed in tutte le altre province campane. Vivono soprattutto di piccolo commercio ambulante. Stanziati da secoli nel basso salernitano in diversi centri i rom cilentani, di cui una grossa comunità (800 persone) si trova ad Eboli. Anche i rom lucani erano dediti in passato all’allevamento di cavalli, vivono in tutta la regione e sono tra le comunità più integrate nell’economia del Sud. Numerosi in tutta la regione, ma soprattutto nel Salento i rom pugliesi. Producono piccoli attrezzi in metallo, gestiscono macellerie equine, fanno i braccianti agricoli. I rom calabresi sono tra i rom più poveri d’Italia. Quasi tutti occupati nella rottamazione, presentano livelli di devianza.
Guarda la GALLERY: Rom in fuga da Napoli

Non c’è solo l’emergenza rom. Oltre ai reati commessi da una parte dei rumeni (al centro di un contenzioso diplomatico tra Roma e Bucarest), oltre all’aperta questione dei campi rom, il Lazio, e in particolare Roma, devono fare i conti con il crimine nostrano: 60 delle 67 organizzazioni del malaffare italiano sono infatti presenti nella regione dell’Urbe.
Parola dell’Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità del Lazio che, per bocca del suo presidente, Enzo Ciconte, ha reso nota la mappatura integrale della criminalità laziale. E la fotografia non è per niente incoraggiante: nella regione sono attualmente “in attività” circa 300 mafiosi suddivisi appunto in una sessantina di “cosche”: venticinque fanno capo a ‘Ndrangheta, diciassette alla Camorra, quattordici a Cosa Nostra e due alla Sacra Corona Unita. Ne restano fuori una manciata, sotto la guida di vari clan isolani.
E Roma, naturalmente, la fa da padrona, con sei gruppi a dominare la scena: secondo la mappa dei grandi clan criminali all’interno della Capitale, la suddivisione è rigorosamente per zone. Al Flaminio operano 5 ‘ndrine (Morabito, Bruzzaniti, Palamara, Speranza e Scriva) a S. Basilio la ‘ndrina Sergi-Marando, ad Ostia c’è la Camorra e Cosa Nostra, a Sud-est la Camorra del clan Senese a Ciampino e Centocelle, i ben conosciuti Casamonica all’Appio, Tuscolano, alla Borghesiana il clan Ierinò.
Restano in second’ordine, ma sono comunque in ascesa, la distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, il settore turistico, la ristorazione e la sanità. Anche di questo (ma forse soprattutto di questo) l’amministrazione appena insediata guidata dal neosindaco Gianni Alemanno dovrà occuparsi.